Successo di Vulcano all’estero

Anna Magnani è rientrata da Parigi
Anna Magnani è rientrata da Parigi

Ottobre 1950

Rientrata a Roma, da Parigi, Anna Magnani. Ai fotografi che volevano ritrarla alla stazione con la “Celestina” in mano (Le prix grand Celestine le è stato assegnato a Vichy per Vulcano) l’attrice, con ammirevole modestia, ha detto che nella Città Eterna ci sono tante e tali statue che non era proprio il caso di sciupare la pellicola ed i lampi al magnesio per una minuscola statuetta, proveniente dall’estero. Boutades a parte, la Magnani non si è dichiarata contenta del fatto che, per una delle sue più umane interpretazioni, l’unico riconoscimento ufficiale le sia giunto d’oltre Alpe.

Ecco una breve sintesi delle critiche sulla stampa francofona:

«La straordinaria interpretazione di Anna Magnani, se contribuisce ad aumentare il valore di Vulcano, non costituisce tuttavia che uno dei tanti pregi del film»
(La Wallonie, Liegi, 3-09-1950)

«Da Vulcano si eleva una forza drammatica a cui non si sfugge e che è tanto più potente quanto più umana resta l’azione nel realismo di questa storia crudele. La vita dei pescatori delle isole Eolie e la pesca del tonno completano questo film, in cui, con abilità sorprendente, sono stati dosati gli effetti drammatici, le immagini d’una natura selvaggia e pericolosa, la psicologia di queste donne e questi uomini primitivi»
(Le Soir, Bruxelles, 1-09-1950)

«Il clou del film, dal punto di vista documentario, è costituito senza dubbio, dalle visioni di vita sottomarina. Dal punto di vista drammatico, dalla scena di Maddalena (Anna Magnani) davanti alla chiesa. Raramente, abbiamo visto un documentario cos’ perfetto, una scena drammatica così umana e potente»
(Tribune de Geneve, 4-05-1950)

«Nessun’attrice avrebbe potuto sostituire la Magnani. Sensuale, violenta, scettica ormai, essa dà alla sua parte di donna sperduta e pentita un rilievo straordinario. Solo la sua violenza appassionata poteva dare a Maddalena la realtà della vita»
(Le Peuple, Bruxelles, 1-09-1950)

«La Magnani è, come dire, divorata da una passione artistica che le permette di raggiungere le supreme vette dell’arte»
(La Dernière Heure, Bruxelles, 1-09-1950)

«Mai Anna Magnani fu così convincente e avvincente come in questa tragedia, in quest’isola dal sole bruciante»
(Ici-Paris, Parigi, 4-09-1950)

«L’eccellenza di Vulcano si impone grazie all’interpretazione straordinaria di Anna Magnani. Il suo viso torturato, la sua espressione dolorosa creano un personaggio reale. Anna Magnani non recita una parte, vive un brano di vita»
(Le Journal d’Alger, Algeri, 1-09-1950)

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Cow-Boys alle Eolie

Anna Magnani in Vulcano
Anna Magnani in Vulcano

Febbraio 1950

Uno tra i film più attesi di questa stagione, Vulcano di Dieterle, sta ottenendo in Italia un notevole insuccesso di pubblico e di critica; insuccesso meritato, ma che tuttavia ci addolora, come sempre ci addolorano gl’infortuni degli uomini d’ingegno. Inoltre Vulcano era il primo film di vera collaborazione italo-americana e dalla sua riuscita dipendevano altre iniziative interessanti, che quai certamente subiranno una battuta d’arresto. Non è il caso di vestirsi a lutto per questo episodio poco fortunato, dato che l’opera d’arte, o anche semplicemente l’opera riuscita, non si possono ottenere a tavolino, premendo un certo numero di pulsanti da campanello; è invece utile guardare un po’ in faccia quest’insuccesso, dal quale si possono trarre preziosi insegnamenti.
Per prima cosa, dovremmo imparare che non è consigliabile fare un film per ripicca. A suo tempo si discusse fino alla nausea sul triangolo Rossellini-Magnani-Bergman; e poiché Rossellini ambientava il suo film in un’isoletta vulcanica, vi fu chi credete conveniente che anche il film della Magnani avesse lo stesso sfondo. Era facile immaginare che almeno uno di due lavori sarebbe risultato superfluo; che vi sarebbero stati certamente dei punti d’incontro (infatti Stromboli e Vulcano hanno in comune due lunghe sequenze, quella della tonnara, e l’altra dell’eruzione); che il mondo è grande e i vulcani sono piccoli, quindi l’interesse per loro non assilla le masse. A tutto questo non pensarono i produttori, né il regista, né gl’interpreti, che preferirono dare alla lavorazione del film un tono da disfida, da giornata calda di campionato calcistico, o di corsa in bicicletta. Juventus o Milan? Bartali o Coppi? Magnani o Bergman? Da una simile impostazione era impresa ardua trarre un buon lavoro, e infatti Vulcano ha un solo merito, un merito sportivo, quello d’essere arrivato primo; e per primo cadde.

L’altra lezione impartitaci da questo film non è più di buon costume cinematografico, ma di sensibilità produttiva. La collaborazione va benissimo, è grandemente desiderabile, eccetera; ma consideriamola sensatamente. Perché il regista Dieterle, tedesco d’origine e americano d’adozione, deve raccontare alla gente come sono fatti e cosa pensano gl’italiani in genere, e quelli abitanti su isole vulcaniche in specie? In base a quale sua passata esperienza è autorizzato a fare questo? Non esperienza di vita, abbiamo detto; e neppure esperienza professionale, trattandosi di un regista note per aver diretto alcune biografie romanzate (Pasteur, Zola, Juarez) e parecchi film d’amore, fra cui fanno spicco Amanti del sogno e Il ritratto di Jennie. Quest’uomo, dotato d’un innegabile mestiere, poteva venire in Italia a dirigervi un film che gli fosse congeniale, uno di quei film che noi non sappiamo fare, o facciamo male. Invece, morso dalla tarantola del falso neo-realismo, ha voluto proprio affrontare il tipo di film in cui eccellono i nostri migliori registi, il tipo di film che diede fama internazionale alla nostra cinematografia contemporanea. E a questo proposito, sarà bene ripetere che il cosiddetto neorealismo non è una scuola, non è un genere; bensì l’opera meditata di alcuni artisti che vi sono stati portati dall’ambiente in cui vivono, dalle esperienze, dal bene, dal male, dalle ribellioni di tutta la loro esistenza. Venir qui e cercar d’imitarli è ridicolo, quanto lo sarebbe veder De Sica andare in America per dirigere il western.

E v’è infine una terza lezione nell’insuccesso di Vulcano; essa ci ripete che il buon film non deve mai limitarsi alla funzione di un vassoio su cui si presenta una vivanda pregiata. Anna Magnani è una buona attrice, che severamente diretta e controllata può dare ottime interpretazioni. Ma se si parte dal principio che il successo è sicuro perché c’è lei, tutto va in malora. Il cinema d’oggi non accetta semidei, o li subisce come un peso; i più folgoranti successi della nostra epoca, in Italia, in Francia, in America, sono tutti al di fuori dei semidei. Non citiamo i film nostri, molti dei quali hanno addirittura rinunziato agli attori; ma Le diable au corps, che rese celebre un attore giovanissimo, Manon ha per protagonista una sconosciuta. Gli stessi successi americani seguono questa strada: Il grande campione dà la notorietà a Kirk Douglas, noto fino allora come attore mediocre; Giorni perduti rivela insospettate possibilità in un mestierante quasi consumato dall’uso, Johnny Belinda mette in primo piano un’attrice per cui le folle non hanno mai delirato, La fossa dei serpenti scopre un’anima sofferente in quella che era stata fino a ieri una bambola di maiolica. I grandi, i semidei, dove sono?

Anna Magnani, per Vulcano, costò da sola quanto sarebbe costato tutto un film; sfogò in alcune scene, magnaneggiando più del lecito, e non poté tenere a galla una barca destinata all’affondamento appunto perché costruita sulle sghembe misure delle sue esigenze da semidea. Il risultato più evidente di tutto ciò fu la rivelazione di una giovane, Geraldine Brooks, che risulta la miglior interprete del film.

Ecco le interessanti cose che c’insegna un film sbagliato; si tratta d’insegnamenti tanto preziosi che, se gl’interessati li ascoltassero, Vulcano avrebbe diritto alla nostra riconoscenza.

Vulcano ha deluso

Se Vulcano ha deluso la maggior parte degli spettatori non è difficile capire perché.

Anna Magnani e Geraldine Brooks in Vulcano di William Dieterle
Anna Magnani e Geraldine Brooks in Vulcano di William Dieterle

Roma, febbraio 1950

Se Vulcano ha deluso anche la maggior parte degli spettatori non è difficile capire perché. I più pensavano che dal connubio Dieterle-Magnani dovesse uscire un capolavoro o quasi (come se la qualità di un film potesse dipendere dipendere dalla bravura di un’attrice e Dieterle fosse più che un onesto e scrupoloso artigiano) e hanno trovato invece un film medio, con le qualità e i grossi difetti di gusto che i film medi che i film medi di solito hanno: a cominciare dall’eruzione finale del vulcano, virata in un rosso caramella di lampone, un trucco neppure abile e oltre tutto già vecchio anche per il cinema, per risolvere alla maniera di Pilato un dramma che aveva raggiunto il culmine. Dopo aver evitato nella prima parte del film gli eccessi di un romanticismo da feuilleton  al quale il racconto poteva facilmente portarlo, Dieterle è precipitato negli abissi della retorica, quella dei cataclismi che al momento opportuno spazzano la scena e fanno sprofondare gli eroi nella buca del suggeritore. La prima parte del film — quella che racconta il ritorno della prostituta all’isola e il suo riprendere contatto con gli isolani — è indubbiamente la più distesa e sincera, sebbene sia assaporata più fotograficamente che umanamente. La protagonista è sopratutto un elemento del paesaggio sul quale si accanisce la macchina di Dieterle, con la mentalità tipica del fotoreporter americano che vuole scoprire il caratteristico nei luoghi e nelle genti che visita. Tuttavia queste sequenze  iniziali denotano uno scrupolo non comune. La seconda parte — da quando entra in scena quella specie di villain che cerca tesori in fondo al mare e fa la tratta delle bianche — si complica di superflui artifizi drammatici, anch’essi diluiti in altre pagine di quella antologia del pittoresco a Vulcano che Dieterle ha composto. I personaggi del film — le due donne più degli altri, la prostituta che sa quanto sia amara la via per il continente , e la sorella che si sente il diavolo in corpo — avevano una loro carica emotiva iniziale, che però si è via via dissanguata nel film fino a scomparire del tutto.

Anna Magnani nostra

Siamo convinti che alla grande attrice sia stato fatto del male. Male a lei che ha osato tanto …

Ernest Hemingway, da Cortina D'Ampezzo 8 febbraio 1950
Autografo “Magnani is Magnificent as Always” Ernest Hemingway, Cortina D’Ampezzo 8 febbraio 1950

Roma, febbraio 1950

Viene da domandare ad Anna Magnani, che sempre ha fatto il buono e il cattivo tempo coi produttori, imponendo la sua autorità, il suo “polso” la consumata sua esperienza in merito ai problemi artistici e commerciali che concernono ogni suo lavoro, perché in Vulcano, dove la posta era delle più importanti, non ha badato e controllato con oculatezza a quei fattori base che hanno nome regi a, sceneggiatura, montaggio e fotografia. Se, come affermano, la Magnani segue in proiezione le fasi della ripresa e controlla il montaggio sopratutto nelle parti che la concernono, facendo rifare le sequenze che al giusto suo parere non ritiene riuscite, il problema del come sono andati i fatti in Vulcano diventa più oscuro.
Si dirà a questo punto: la Magnani, l’attrice migliore, è solo una attrice e più che mai s’è dimostrata grande questa volta vincendo la battaglia sul terreno viscido di un film mediocre. No, non è così: la Magnani non è solo un’attrice, è qualcosa di più; per dirla in gergo teatrale è un “mattatore”. Sul suo nome oltre le varie centinaia di milioni, la Magnani questa volta ha giocato il prestigio dell’arte nostra e del nostro cinematografo, poiché gli occhi di tutto il mondo erano puntati su di lei e sul suo film. La Magnani è un capitale che noi italiani poveri non possiamo spendere male. Per questo ci rammarichiamo del come sono andate le faccende ed andiamo alla ricerca delle colpe.
Siamo convinti che alla grande attrice sia stato fatto del male. Male a lei che ha osato tanto e che anche questa volta, in clima avverso, si è battuta, avendo come bandiera il prestigio saldo della sua arte.

Cronaca e storia 

Dicono che tra i materiali positivi o negativi posti in riserva o in scarto durante la realizzazione di Vulcano vi fosse materia sufficiente per dare al film una narrazione migliore con intere sequenze, improvvisate o di sceneggiatura, che valeva la pena di analizzare a lungo prima di buttare nel cesto. Dicono, altrove e per l’opposto, che i materiali alla resa dei conti fossero incompleti o insufficienti . Dicono che William Dieterle avesse i giorni contati, che un copione definitivo non ci fu mai e che più volte si cambiò la stesura in una atmosfera speciale aiutata dal clima dell’isola. Dicono che a Vulcano ogni inquadratura girata veniva trovata bella, bellissima, e che tutti erano bravi, l’operatore compreso che ha dato un saggio perfetto di fotografia sbagliata da cima a fondo. Dicono, ed anche questa volta non sappiamo se corrisponde al vero, che ultimate le riprese, dato il benestare generico ai materiali posti in fila, Dieterle se ne sia partito lasciando al “maestro del montaggio” ed alla “esperienza dei produttori” le sorti del film che fu ultimato senza l’assistenza del regista e lanciato in fretta per esigenze commerciali che possiamo capire.
Si dice infine che Vulcano poteva essere un Oscar o un primo premio sicuro di Mostra. Noi affermiamo umilmente che poteva essere il miglior film italiano. Ed in questa annata magra aver sciupato Vulcano ci sembra un delitto.

Vulcano di Dieterle, ovvero: ha vinto la Magnani

Il volto di Anna Magnani è di una umanità e di una verità stupende.

Anna Magnani e Geraldine Brooks in Vulcano
Anna Magnani e Geraldine Brooks in Vulcano

Roma, febbraio 1950

William Dieterle ha, nella sua vita, realizzato troppi e troppo diversi film perché di lui si possa parlare di personalità. Si potrà più appropriatamente parlare, caso mai, di mestiere, di quel mestiere che lo ha portato a realizzare opere, a volte, anche di un certo interesse per ambientazione, per precisione storica o per clima, meglio per impostazione poetica. Anzi, a quest’ultimo proposito Il ritratto di Jennie, tratto dall’omonimo racconto di Robert Nathan, che abbiamo visto durante la scorsa manifestazione veneziana, resta, se non il migliore, almeno la più riuscita delle sue opere.
Vulcano doveva essere per lui più che altro una esperienza nuova. Una presa di contatto con l’Italia, anzi con un paese italiano, bruciato, disperato nella miseria e nella mentalità degli indigeni, come può essere, appunto, una piccola isola vulcanica brulla e inospitale.
Terra sicula: terra di poveri. Pensiamo, anzi, che mai Dieterle si sia trovato a contatto così reale e immediato con la povera gente: con la miseria materiale e morale, come durante le riprese di Vulcano. Con gente chiusa nell’egoismo, isolata, se vogliamo, da quella solitudine tremenda rappresentata appunto dall’odio e dall’incomprensione.
In Vulcano, in fondo, al di sopra della trama convenzionale, questo si è voluto rappresentare.
La trama, più che convenzionale, ci è sembrata superficiale, troppo piena di fatti esterni, meccanici e scarsamente approfondita da un punto di vista umano. Trama, quindi, da romanzaccio alla quale noi italiani non siamo da tempo più abituati. La semplicità dei fatti, la linearità dei concetti che oggi il nostro cinema ha scoperto alla base di molti film. Dieterle, invece, ha preferito raccontare i fatti, piuttosto che solamente, nei fatti. Comunque, come si è detto, al di sopra della trama, quello che conta nel film sono i personaggi, sono certe sequenze drammatiche di valore non indifferente. Si veda, ad esempio, il personaggio della Magnani che appare vivo, umano, proprio come donna, tormentata e umiliata, e quella lunga sequenza della salita per le strette scale del paese, sotto il sole e sotto il muto disprezzo degli isolani, con il lungo monologo interiore che può, per potenza emotiva e unità stilistica, considerarsi come una delle migliori cose di Dieterle. E, sopratutto, delle più vere.
E così, anche, quelle scene dinnanzi alla chiesa e quelle sul battello, mentre la donna decide di lasciare morire senz’aria il palombaro immerso, che restano, per la Magnani, tra i momenti recitativi più efficaci e più validi.
Ma Dieterle da buon straniero (e quindi da buon turista) non poteva continuare nella giusta strada iniziata, e doveva abdicare fatalmente al folclore più vieto. E canti, e stornelli, lunghe processioni eccetera, hanno appesantito quasi tutta la seconda parte del film. Il realismo, o meglio, il verismo non è folclore. La Sicilia di un Verga o di un Visconti non è la Sicilia colta nei suoi costumi come realmente è: è semplicemente come l’hanno sentita, in una testimonianza poetica, Verga e Visconti. È piuttosto una sintesi dell’animo siciliano, della gente di mare, della gente mediterranea.
La gente, i luoghi, la terra, nel film Vulcano, non sono invece altro che ciò che si può rilevare da un esame obiettivo, da una ripresa, spesso superficiale, di feste e di aspetti esterni dei luoghi.
Perciò, artisticamente, non ci interessa. Ci interessano solo brevi momenti, nei quali scorgiamo rappresentato, appunto, lo spirito della gente. Ma sfugge a Dieterle, nella rappresentazione della miseria di quella terra, un qualunque tentativo di denuncia sul piano sociale. O, per lo meno sfugge il perché ad esempio, di quella cattiveria degli abitanti nei confronti di Maddalena, cattiveria dettata proprio dalla miseria, dall’egoismo, dall’ignoranza.
Delle sequenze sottomarine, interessante sarebbe apparsa quella del duello mortale se a commentare l’azione fosse stato prescelto il silenzio, il grande silenzio del mare, piuttosto che il commento musicale di Enzo Masetti, questa volta sciatto e inespressivo.
L’interpretazione delle due donne è eccellente. Il volto di Anna Magnani, giustamente ritenuto all’estero come uno dei più interessanti del cinema d’oggi, è di una umanità e di una verità stupende. Di solito non ci entusiasmiamo facilmente per un attore o per un’attrice, ma questa volta bisogna davvero riconoscere che la Magnani merita il posto d’onore in questo film. Una recitazione viva, spoglia di qualsiasi artificio, da qualsiasi retorica: una recitazione che rimarrà come la migliore della sua tormentata carriera.
Anche Geraldine Brooks, per altro già favorevolmente notata in alcuni recenti film americani, risulta in forma e perfettamente aderente allo spirito italiano, mediterraneo anzi del personaggio. Non contrasta affatto con la verità dei luoghi, sembrando di essere vissuta da tempo in quella terra brulla e semiprimitiva.
In sostanza dunque, un film interessante. Un film pieno di difetti (quel finale…), anche disperso nel ritmo generale del racconto, ma che ha il merito, a parte la perfetta recitazione, di aver presentato sequenze notevoli da un punto di vista cinematografico, forse le migliori della lunga e fortunata carriera del regista.

Edoardo Bruno

Movimentata prima visione di Vulcano

La proiezione al cinema Fiamma di Roma del film Vulcano movimentata come un rodeo.

Anna Magnani in Vulcano

Roma, febbraio 1950

La proiezione al cinema Fiamma di Roma del film Vulcano a beneficio del Villaggio dei Fanciullo di Trieste, è stata movimentata come un rodeo, tanto che si è parlato di sabotaggio e c’è un’inchiesta in corso per stabilire se gli incidenti sono stati casuali o pure organizzati. Certo, se c’è stata, la organizzazione degli incidenti si è dimostrata perfetta. La serie delle disavventure cominciò dal capo operatore il quale chiese al direttore di sala il permesso, e lo ottenne, di potersene andare a casa perché le avevano telefonato che la figlia era moribonda (pare invece che godesse di ottima salute). Rimasero i due aiutanti con i quali la proiezione avrebbe potuto tranquillamente aver luogo se non fosse stata saltata una valvola che rarissimamente salta: ad ogni buon conto ogni cabina di proiezione ne ha una di ricambio. Ma quando i due aiutanti aprirono il cassetto delle valvole, lo trovarono vuoto. Il direttore di sala, con agilità e decisione degne di Douglas senior, saltò su un’auto e fece a gran velocità il giro di tutti i cinema di Roma. Finalmente al Rivoli trovò una valvola eccitatrice ma disgrazia volle che non si adattasi alla macchina del Fiamma. Fu adoperata ugualmente, ma la proiezione non andò liscia. Per sei volte fu interrotta. Successero gli incidenti più strani e anormali. A un certo punto, ad esempio, quando finito un rullo da una macchina si passò all’altra, si ebbero contemporaneamente il visivo della prima macchina e il sonoro della seconda. Poco dopo, inspiegabilmente, parecchie decine di metri di pellicole furono addirittura saltate. Ad aumentare la eccitazione della serata, a circa metà proiezione il cinema fu preso d’assalto dai fattorini di tutti i quotidiani romani. Era arrivata la notizia del parto di Ingrid Bergman e si cercavano affannosamente i direttori dei giornali i quali stavano tutti al Fiamma. I fattorini arrivavano con guzzini, lambrette, ciclomotori di ogni genere: fuori dal cinema sembrava di assistere a una gincana. In sala intanto gli spettatori mormoravano: chi parlava di sabotaggio da parte della R.K.O. la casa produttrice del film direttamente concorrente, Stromboli di Rossellini; chi sosteneva che Rossellini stesso avesse organizzato gli incidenti; ci fu anche chi vide la longa manus del partito comunista, dato lo scopo della serata. Per finire, l’unica spettatrice che era attesa da tutti, Anna Magnani, non si fece viva. Si seppe poi che era partita da casa, ma, saputo degli incidenti, era tornata indietro..

La Magnani ha finito di girare Vulcano

William Dieterle, Anna Magnani, Arturo Gallea
Mentre si gira Vulcano: William Dieterle, Anna Magnani e l’operatore Arturo Gallea

Vulcano, luglio 1949

Il produttore Ferruccio Caramelli ha in questi giorni visitato Vulcano e si è trattenuto nell’isola per rendersi personalmente conto dell’ultima fase della lavorazione. Ricevuto allo scalo di Lipari dal direttore generale di produzione, avv. Angelo Besozzi, il com. Caramelli ha proseguito in motobarca per l’isola di Vulcano dove l’attendevano, fra gli altri, il presidente della Panaria Film, principe Francesco Alliata, il principe Pietro Moncada e numerosi amici.
L’ospite si è subito diretto alla spiaggia di levante, dove si stanno girando alcuni esterni e si è lungamente intrattenuto col regista William Dieterle, con Anna Magnani, con Geraldine Brooks e con Rossano Brazzi, che erano in scena in quel momento.
La presenza a Vulcano della troupe degli Artisti Associati si può dire che abbia un po’ rivoluzionato le abitudini dell’isola: in una casa di pescatori si sono stabiliti gli addetti alla moviola, magnati dell’industria cinematografica vanno e vengono dall’isola insieme ad artisti, pittori, scrittori ed altre personalità del mondo della cultura; Vulcano può dirsi ormai un luogo di convegno elegante come Capri o Rapallo e potrebbero ben scriversi interessanti e piccanti note mondane sulla vita che si svolge. Non è mancata una serata con i più bei nomi dell’aristocrazia e del cinema in onore dei coniugi Dieterle che celebravano l’anniversario del loro matrimonio ed ai quali è stato offerto in dono in disco inciso poche ore prima e recante, in inglese ed in italiano, gli auguri di tutta la troupe.
Ore di ansia vivono ancora quanto sono in Vulcano per l’inattesa scoperta del primo operatore Gallea che, aprendo un’ostrica pescata durante il bagno, scopriva nell’interno due minuscole perline dal colore purissimo: un noto gioielliere romano sta accertando in questi giorni la qualità delle perle, mentre nell’isola, finite le quotidiane riprese, l’intera troupe si trasforma in una legione di improvvisati pescatori che ricorda un po’ la febbre dell’oro ai tempi della conquista dell’Est.
Un’autentica processione si è poi svolta con la partecipazione di tutta la cittadinanza, per la ripresa delle ultime scene del film.
Al passaggio del gonfalone benché fosse noto che si trattasse di una finzione, molte donne si inginocchiavano e si segnavano; travolto il cordone dei carabinieri posti in servizio d’ordine, la folla raggiungeva la coda della processione ed il gonfaloniere, per non essere travolto, continuava a camminare, benché le riprese fossero finite. Si assisteva così ad una vera processione in giro per le strade di Lipari, mentre l’intera troupe non sapeva come comportarsi e si rivolgeva a Dieterle per avere istruzioni. Fu in tal modo che al noto regista venne l’idea di girare dal vero quella scena sostituendola all’altra già impressa nella celluloide: al montaggio si vedrà quale delle due riprese converrà utilizzare. Particolare curioso: alla processione hanno preso parte numerosi ospiti (specialmente russi e jugoslavi), del locale campo di raccolta profughi.
Il ventitré luglio William Dieterle metterà la parola fine alla lavorazione di Vulcano, poiché il film ha avuto inizio ai primi di giugno, la realizzazione si mantiene abbondantemente entro il limite dei due mesi. Anna Magnani, che ne frattempo si è guadagnata il premio alla migliore interpretazione femminile al Festival del Cinema e delle Belle Arti di Knokke-le-Zoute (Belgio) per Molti sogni per le strade, e sia quasi sicuramente la vincitrice dello stesso premio per il film Amore, nei vicinissimi Nastri d’Argento, può tornare a Roma pienamente soddisfatta del lavoro svolto.