I milioni della Magnani e De Sica

Domenica 20 febbraio, alle ore 11, migliaia di persone affollavano Piazza del Popolo. Per la massima parte curiosi che venivano a vedere i divi. Hanno poi parlato al microfono Blasetti, De Sica ed altri. Poi la Magnani che era emozionatissima, e non ha saputo dire altro che «Aiutateci! Aiutateci! Aiutateci!». Non ha detto in che cosa dovevano aiutarla. Forse a guadagnare i quaranta milioni sfumati con la partenza di Rossellini, poiché il film Aria di Roma sembra non si faccia più.

Gli esercenti invece hanno convocato i giornalisti per tentar di far comprendere a tutti che loro farebbero molto volentieri i film italiani, ma non è possibile programmarli a sala vuota. E quando la sala è vuota bisogna cambiare film sia esso cinese o italiano.
Roberto Rossellini, parlando in America dello scarso successo in Italia del cinema italiano (invece lodatissimo all’estero), ha detto: «Gli italiani, eccetto gli intellettuali, non vogliono veder ricordare sullo schermo le loro quotidiane sofferenze. Ed è per questo che preferiscono Betty Grable». Quindi la faccenda sta solo nelle mani dei produttori che fanno film che il pubblico non vuol vedere!
Cosa hanno fatto produttori e registi? Si sono preoccupati gli uni e gli altri di far milioni. Hanno scacciato letteralmente il pubblico italiano, dalle sale dove si proietta un film italiano. E lo hanno scacciato infischiandosi di ciò che desiderava, negandogli qual poco che chiedeva. E quando stufo, questo pubblico, si è rivolto alla produzione straniera, allora, produttori e registi, affamati di milioni, hanno bussato alle Casse dello Stato. Ottenuti milioni hanno ancora fame. Battono ancora credendo che anche per gli usurpatori valga il vangelo “bussate e vi sarà aperto”. E, trattandosi di vangelo, il Governo democristiano che si compiace del fatto che in una capitale dopo quattro anni dalla fine della guerra non si possa telefonare, non vi sia gas, non vi sia luce, le strade siano rotte e sporche come in un lazzaretto, questo Governo democristiano, trionfo ed apoteosi del capitalismo, questo Governo si accinge ad elargire milioni ai milionari, e tasse e limitazioni all’esercizio ed al pubblico.
Basterebbe l’intervista concessa a Momento Sera da Vittorio De Sica ed Anna Magnani che si sono messi a capo del Comitato pro-cinema italiano. Dice Anna Magnani che lei, De Sica e tanti altri si sono sacrificati (è scritto “sacrificati”) per il cinema italiano. Ma non dice come. Chiedendo venti, venticinque milioni per fare un film, per lavorare venti o venticinque giorni. Si sono sacrificati intascando un milione al giorno. Questo non lo dicono. Ladri di biciclette è costato è costato 90 milioni. Bisogna chiedere a De Sica se è giusto che lui solo gravi sul costo del film oltre il 25 %.
I due intervistati, De Sica e la Magnani, chiedono quindi sacrifici all’esercizio ed al noleggio quando vogliono arginare e soffocare l’importazione e quando parlano di provvedimenti da prendere contro quelle sale che non programmano film italiani. Citano che vi sono sale che hanno avuto multe, che non sono state pagate (1). Essi vogliono i sacrifici altrui perché — ribatte la Magnani — «Facciamo tutti dei sacrifici, per esempio Vittorio — vero Vittorio? — ha rifiutato un contratto di sette anni offertogli da una Casa Americana».
Quando poi la Magnani dice che «Il Governo dovrebbe pensare che le nostre pellicole sono ambasciatrici di italianità», la cosa diventa disgustosa perché gli italiani si vergognano di come sono rappresentati sui film italiani. Dopo il nome generico di “maccheroni” e “chitarre e mandulini” i film italiani ci vogliono affermare quali pezzenti, ladri, prostitute, delinquenti.
Ma il cinema italiano di deve comunque salvare. E per salvarlo bisogna toglierlo dalle mani di queste sanguisughe! Comincino la Magnani e De Sica a prendere tre o quattro milioni per un film. Anche facendo un film l’anno, con 4 milioni si può vivere e bene. Chi ha mai detto che per aver fatta una parte d pupazzetta di un lavoro bisogna vivere in un Grand Hotel? Che bisogna viaggiare in vagone letto, che bisogna vivere una vita dispendiosa e dissipatrice? Chi lo ha detto che un attore possa giocarsi milioni alla roulette perché possa chiedere 15 milioni per un film?
Bisogna salvare il cinema italiano e quindi bisogna che lo Stato intervenga per salvarlo. Occorre dare premi al film italiano ma occorre premiare il film italiano per quello che di buono ha fatto e non per quel che “ha fatto”.

(1). Una legge approvata dalla Costituzione stabilisce che almeno 20 giorni al trimestre ogni sala cinematografica rappresenti pellicole italiane. Se la legge fosse applicata, ciò consentirebbe di fare in Italia un centinaio di film all’anno, lasciando al mercato straniero di rifornire tutta la merce necessaria a raggiungere la media di 390 film attualmente consumati in 12 mesi. In pratica le cose vanno diversamente. I trasgressori della legge sono puniti con una ammenda di 10.000 lire; le trasgressioni quindi costano tanto poco (e spesso qualche esattore neppure si sforza di incassarle) che i gestori delle sale e lo stesso ENIC, che pure dipende dallo stato, ne usano e abusano con la stessa strapotenza con cui impongono ai produttori quelle intitolazioni alla Carolina Invernizio, che fanno arrossire di ridicolo e di vergogna la maggior parte degli spettatori. I film italiani vengono sabotati con ogni espediente. Opere che potrebbero far “pieno” per due settimane, vengono ritirate dopo quattro giorni. Alcuni gestori arrivano al punto di pagare il noleggio e di tener chiusa la sala, piuttosto che far proiettare prodotti nazionali.

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Un ruolo su misura per Anna Magnani

Sora Gioconda (Anna Magnani) Abbasso la ricchezza! (1946)
Gioconda Perfetti (Anna Magnani), Abbasso la ricchezza! (1946)

Febbraio 1947

Abbasso la ricchezza! appartiene alla categoria dei film furbi, del film calcolati al millimetro, dei film pronti a tutto. Costruito secondo gli insegnamenti di una esperienza orgogliosa a furia di successo ha l’esattezza di una ricetta: il soggetto, gli attori, il dialogo, le minime sfumature dell’arredamento sono studiati con la condiscendenza ai supposti gusti del pubblico che diventa addirittura rigore. Il regista Righelli con ogni probabilità non dimentica, neppure dormendo, i favolosi incassi dei film precedenti ed è facile immaginare il gesto orgoglioso delle sue mani, nel respingere ogni proposta di maggior discrezione. Abbasso la miseria! gli ha fruttato milioni, Abbasso la ricchezza! resti dunque fedele allo spirito dialettale e commerciale.
La carta grossa, anche stavolta, è Anna Magnani. Si dice in questi giorni che Anna Magnani stia diventando bellissima: “Se tu vedessi la sua pelle” sospirano attrici meno fortunate: “ha una pelle straordinaria, tutta liscia, gonfiata dentro, senza rughe, senza pori aperti, un velluto. E le sopracciglia lucide, la voce ricca, impara perfino a vestirsi bene, ieri aveva qualcosa di viola, indosso, proprio fantastico”. Sì, la gloria riconosciuta ha una influenza sulla carnagione: Anna Magnani è ora morbida e raggiante, tutto quello che dice o che fa, “porta” immediatamente, con allegro vigore. Qui le hanno affidato un ruolo su misura e quindi un ruolo sciocco. Gli sceneggiatori hanno fatto l’impossibile per offrirle tutte le sue armi previste: l’insolenza, la tenerezza, la volgarità, l’ironia, lo sconforto, senza neppure sospettare che ad Anna Magnani (e specialmente alla trionfante Anna Magnani di oggi) sarebbe giusto darle carta bianca, affidarle un personaggio appena sfumato, ancora inconsistente, che lei immagini minuto per minuto.
Figura una verduriera di Trastevere: quante volte l’abbiamo già vista fioraia, mendicante, o, al massimo, se stessa! Mani sui fianchi, mento il alto, dialetto alternato a pretenziose ricerche di linguaggio. E la possibilità di cantare stornelli con quel suo accento basso, ricco, toccante. Per l’occasione è una verduliera arricchita, che spera di introdurre se stessa e una giovane sorella nel bel mondo. E s’è detto tutto. La sua installazione nella villa del conte interpretato da De Sica, i suoi bisticci con l’amministratore interpretato da Porelli, il suo ingenuo rapimento per il conte, la sua rude dolcezza con la sorella, tutto si segue logicamente, implacabilmente, e non c’è rimedio, chi entri in un cinema dove proiettano Abbasso la ricchezza! è condannato a subire fino in fondo la retorica popolaresca imposta da un simile punto di partenza.
E tuttavia resta misteriosa l’obbligata conclusione. Fin dal principio avevamo intuito che Anna perderà i suoi milioni, tornerà alla botteghino di Trastevere ed ai vecchi amici fedeli, mentre i nuovi amici eleganti la tradiranno regolarmente; e si potrebbe parlare di moralità, se non sapessimo con precisione che in casi simili i registi si sentono poco morali. Allora c’è forse la speranza di castigare la borsa nera, nella persona di Anna? Neppure, perché la borsara nera è assai più onesta che non l’importante uomo di affari o la contessa. Allora dobbiamo credere che si additi agli spettatori la vera felicità composta nella squallore di una cucina sporca? Nemmeno: la cucina di Anna è raccontata con durezza, con particolari insolitamente realisti di piatti sporchi e di bicchieri vuoti. O forse Righelli intendeva esaltare la trasformazione di un animo femminile? Niente affatto: Anna, impoverita, non mostra alcuna serenità, alcuna luce, anzi corruccia rimpiange il fastoso mondo perduto. E insomma vorremmo sapere perché, eternamente ligio alla legge del “lieto fine”, Righelli se ne sia staccato stavolta, offrendo agli spettatori una catastrofe finale assai peggiore della morte.

Irene Brin

Sugli schermi romani: Abbasso la ricchezza!

Anna Magnani in Abbasso la ricchezza!
Anna Magnani in Abbasso la ricchezza!

Roma, gennaio 1947

Un bello spirito ha detto che probabilmente gli americani, che hanno dichiarato Anna Magnani la più brava attrice per il 1946, si ricrederanno dopo aver visto Abbasso la ricchezza! Il bello spirito probabilmente esagera, ma c’è davvero da chiedersi perché mai la Magnani, che ha dato indubbie prove del suo talento di attrice, non sia più cauta nella scelta dei suoi film. Questo ultimo lavoro di Righelli vuole ritentare il colpo di Abbasso la miseria!, senza peraltro raggiungere quella aderenza alla realtà attuale che fece la fortuna di quel film. Siamo perfettamente d’accordo: il pubblico ride, applaude e si diverte, e la cassetta è salva, ma l’interprete di Roma città aperta ha ormai una responsabilità alla quale non può sottrarsi. La Magnani eccelle in queste parti dense di colorita e popolaresca esuberanza, ma anche questa esuberanza va guidata e mantenuta entro i limiti della misura e del buon gusto, oltre i quali finisce per fallire il bersaglio. Il contorno artistico non esce da una grigia mediocrità, salvo De Sica corretto e signorile quanto occorre. Riento assolutamente fuori fase. Il pubblico, come abbiamo detto, si diverte, e se ne infischia delle critiche. Questo è l’importante, però…

Dopo abbasso la miseria abbasso la ricchezza

Anna Magnani e Vittorio De Sica in Abbasso la ricchezza! (1946)
Anna Magnani e Vittorio De Sica in Abbasso la ricchezza! (1946)

Novembre 1946

In America, la produzione si divide in tre categorie A, B, C, a seconda del genere e dei mezzi impiegati per la realizzazione dei film. In Italia non esiste niente di simile ma possiamo dividere e classificare così le nostre pellicole: A) Quelle che soddisfano la critica (pochissime) e generalmente fanno fallire il produttore; B) Quelle che non piacciono alla critica ma incontrano il favore del pubblico; C) Quelle che non piacciono né all’una né agli altri. In America, dato che hanno fatto del loro cinema una florida industria, tolte una due riviste dedicate alla critica seria, è proibito parlar male dei film. Per noi, che vorremmo farne, pia illusione, un’arte, è quasi obbligatorio parlar male delle ultime due categorie, tollerando con magnanimità la prima.
Giudicando con gli stessi criteri usati per un quadro di Ruisdael o del Cranach, per la musica di Borodin e una poesia di Goldsmith, dimostriamo di non aver capito il cinema. L’85 % dei nostri simili trova “fantastici, meravigliosi” la rivista Grand Hotel, i quadri di Cascella, i film di Gallone; è dunque perfettamente inutile cercar di ammannir loro L’uomo di Aran (categoria A in pieno, fallimento compreso) invece di Abbasso la ricchezza! serie B, che li manderà a casa lieti di aver bene speso il loro tempo e il loro denaro. Tutta questa seria e lunga tirata è per spiegarvi come, invece di urlare di una santa indignazione, dirò un mucchietto di bene di quest’ultimo film di Righelli, tratto da un suo soggetto, girato sotto l’egida della Lux negli stabilimenti dell’Aci.
Abbasso la ricchezza! è gemello di Abbasso la miseria! che ha ottenuto un successo di cassetta notevole: ha l’obbligo di emularlo e, se possibile, di superarlo.
Anna Magnani, nella parte della nuova ricca, ci ha dato un’interpretazione vivace e gustosa: questa volta Anna era “nei suoi panni” e non ha voluto perdere l’occasione. I suoi tentativi di seguire i discorsi profondi, di restar pettinata, di non agitare le mani, di non alzare la voce sono divertenti; le sue gaffes divertentissime. L’aria di sollievo, di beatitudine con la quale abbandona il ruolo di “madame” per tornare a essere “la sora Gioconda” è un piccolo poema. Anna è, modestamente, molto soddisfatta di sé ed è sicura che il film piacerà molto.

Teresa Venerdì di Vittorio De Sica

Vittorio De Sica alla macchina mentre gira "Teresa Venerdì" nei teatri del Centro Sperimentale di Cinematografia (Roma, agosto 1941)
Vittorio De Sica alla macchina da presa mentre gira “Teresa Venerdì” nei teatri del Centro Sperimentale di Cinematografia (Roma, agosto 1941)

Il primo film veramente importante della Magnani fu Teresa Venerdì di Vittorio De Sica (1941). Non lo citiamo per sottolineare l’incontro tra due personalità che poi avrebbero tanto dato alla grande stagione del cinema italiano 1945-50, ma perché davvero in quel film si offerse ad Anna la possibilità di disegnare un personaggio che non fosse una semplice apparizione o uno stanco ricalco di cento personaggi precedenti, già logorati dalla letteratura, dal teatro e da cento brutti film.
Guido Bezzola
(Anna Magnani, Guanda, Parma 1958) 

Fu il suo primo vero film. Vederla recitare fu uno spettacolo, un godimento. In Teresa lei faceva la parte della donna gelosa, possessiva, un po’ guitta. Dimostrò tutto intero il suo straordinario talento. Forse è vero, come qualcuno ha detto e scritto, che la Magnani non era intelligente, ma aveva un grande, straordinario istinto. Anche Totò era così, anche Ruggero Ruggeri, anche Viviani, che era uno scugnizzo. Era gente che forse non leggeva neanche il copione per intero, ma che si calava completamente, totalmente nel personaggio, lo faceva suo. Del resto i più grossi interpreti di Shakespeare sono dei guitti. L’attore, il grande attore, non è uno che pensa tanto su, uno che teorizza. Il grande attore recita. Del resto basta vedere che cos’è successo con il neorealismo. Il neorealismo è finito nel momento in cui ci si è messi a discuterlo, a vivisezionarlo, a cercar per forza dei grandi significati. Anna Magnani non era un’intellettuale, era una forza della natura. Ti metteva soggezione.Mi ricordo che quando giravamo Teresa Venerdì lei si era accorta di questa sua forza, di questo suo potere, soprattutto nei confronti miei, di me che ero, allora, timidissimo. E si divertiva a sfrucugliarmi. Mi si piazzava davanti mani sui fianchi e mi diceva: “Eh, Vittorio, dì la verità, tu sei un timido. E’ vero che sei un timido?”. E io, rosso come un peperone, “Ma no, che dici Anna, non è vero”. Soggezione Anna me l’ha fatta sempre, anche dopo, anche quando i nostri incontri erano diventati saltuari.
Vittorio De Sica
(L’Europeo, 11 ottobre 1973)

Peddlin’ in Society 1946

It is strictly a vehicle for Magnani “the magnificent”

(Italian title: Abbasso la ricchezza! Down With Wealth!)

After having hoarded millions, aunt Gioconda, a fruiterer and pleasant widow, decides to leave the modest shop and to actually start to be an authentic lady. And first of all she enters, with a considerable retinue of relatives, the sumptuous country-house of a ruined count. So begins the second life of the fruiterer, who now insists with a certain gravity upon being called Donna Gioconda, she collects Picasso and Van Gogh pictures, and calls, to be in tune, on intellectual saloons of the town. But the money so rapidly heaped up gives no happiness the worthy Donna who, on the contrary, soon enough is entangled in a lot of troubles, at a struggle with parasites and swindlers of any kind. The wretch loses her rest, her peace, her appetite, until, millions having scampered away, she returns to the modest shop, wherefrom she had set out.

And there she finds again the peace lost and the good, stout wisdom of those who work to live and through work give  sense to life.

New York, May 1949.

Anna Magnani finds it not so easy to be a newly rich. She is mulcted when she frequents “exclusive saloons,” her sister has romantic troubles and Anna herself yearns for a man she cannot have, the noble but poor Vittorio De Sica.

This is a light offering, mostly comedy and fairly entertaining but not for art houses. It is strictly a vehicle for Magnani the magnificent, the mature and sturdy beauty known through Italian films that include Open City, Before Him All Rome Trembled and Angelina. Here she’s a raucous extrovert drawing laughs as an ex-fruit peddler in high society. For the first time in her movie career she sings a song — husky crooning — and does a dance — American style. The American influence  is brought to bear by a GI wolf who is wooing her sister, and will hand American audiences some extra laughs. Vittorio De Sica is both polished and warm, in short, perfect, as the impoverished nobleman. Laura Gore proves that French maids have nothing on the Italian ones.