Si gira Risate di gioia

Il film è una vecchia idea. Un paio di anni fa Suso Cecchi aveva scritto una sceneggiatura per un film che avrebbe dovuto dirigere Maselli

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Anna Magnani, Ben Gazzara e Totò in "Risate di Gioia" di Mario Monicelli
Anna Magnani, Ben Gazzara e Totò in “Risate di Gioia” di Mario Monicelli

Roma, Maggio 1960

La lavorazione di Risate di gioia è cominciata il 3 maggio in esterni a Roma, alla Stazione Termini. Questo film porterà sullo schermo una Magnani nuova, persino bionda. «Questo film si svolge interamente nella notte di Capodanno. — dice l’attrice —Nonostante l’estate incipiente, dobbiamo ricreare un’atmosfera natalizia. Il film è una vecchia idea. Un paio di anni fa Suso Cecchi aveva scritto una sceneggiatura per un film che avrebbe dovuto dirigere Francesco Maselli, e che era ispirata agli stessi racconti di Moravia: Ladri in chiesa e Risate di Gioia. In quella versione il mio personaggio era drammatico, mentre ora Gioia è un personaggio divertente, patetico in fondo: per me è una vacanza, una piacevole ma impegnativa vacanza dai miei ruoli consueti. E mi diverte moltissimo fare questo personaggio di una generica un po’ svanita». L’attrice, il regista Monicelli e gli sceneggiatori (Age & Scarpelli e Suso Cecchi) hanno trascorso tutto il periodo di preparazione del film in lunghi colloqui: tutte le scene sono state discusse e definite solo mano a mano che la Magnani entrava nel nuovo gioco. Chiedere ad un’attrice come lei di sbarazzarsi di colpo dei personaggi così connaturati al suo carattere, equivaleva ad un gioco di azzardo. «La comicità, come in ogni film di Monicelli — afferma la Magnani — ha un risvolto amarognolo. Risate di gioia non farà eccezione. Io non sono un critico, recito e basta. Ma devo riconoscere, in piena sincerità, che questo film mi piace. Sento molto il personaggio affidatomi e la pietà che lo circonda».

«Che effetto faccio bionda?» chiede la Magnani. Il suo personaggio, Gioia detta Tortorella, è una generica impegnata in un film in costume che si gira a Cinecittà. Più tardi, a casa, nel tentativo di farsi due ciocche bianche nei capelli, se li brucerà e dovrà allora ossigenarli. Un giornalista chiede se questa è la prima volta che recita con una parrucca bionda. «No, sono stata bionda in teatro, per la messa in scena della Foresta pietrificata di Sherwood (Lamberto Picasso interpretava la parte del gangster) e in Anna Christie di O’Neill. Altri tempi!».

«E la rivista? Tornerà al teatro leggero?»

«Ogni anno mi riprometto di tornare sul palcoscenico, ma poi sono costretta a rinunciarvi. Lo so, sono la donna più discontinua del mondo. Tutto cambia dentro di me da un’ora all’altra. Il fatto è che seguo sempre il mio istinto e il mio cuore». Molti affermano che la nostra grande attrice è diversa da tutte le altre perché ignora il panico, perché si butta nella sua parte come se si gettasse dall’ultimo piano di un grattacielo. «Beh, diciamo almeno che so cadere con un certo stile», ammette sorridendo la Magnani. «Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così, come nella vita, le mie speranze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta come sono. Sono come sono senza riserve e senza ipocrisia. Nella vita tutto mi emoziona, mi commuove, mi fa tenerezza e mi spinge alla generosità. Ma nel lavoro, lo riconosco, sono una peste. Qualche volta posso anche diventare cinica, cattiva, spietata. Non ammetto che si bari, che si truffi, che si cerchi di dare a intendere si saper fare una cosa se non è vero. Io il mio mestiere l’ho sudato e sofferto. Ho impiegato molti anni, e ho faticato per diventare “la Magnani”. Ora sudo e fatico per continuare ad esserlo». In Italia è talvolta considerata un’attrice piuttosto difficile, piena di pretese, invadente, ma basta osservarla mentre lavora per rendersi conto che non è così: «Qualche volta può essere avvenuto ciò che mi si rimprovera perché mi sono trovata a lavorare con gente che non aveva nessuna preparazione, né forza morale o artistica per imporsi su di me, e per questo mi sentivo più forte di loro».

«Sarebbe disposta a riformare compagnia con Totò

Il principe De Curtis si scuote: «Se Anna allestisse uno spettacolo e mi chiamasse, io accorrerei». «Sei troppo modesto. — esclama la Magnani — La verità è che il teatro stanca e non ci va più di lavorare!» Affiorano i ricordi, i titoli delle riviste rappresentate durante la guerra e nel periodo successivo alla Liberazione.

«I fascisti — rammenta Anna Magnani — ci proibirono di pronunciare la parola “libertà”, che era scappata dalla penna di Michele Galdieri» «Ricevemmo una diffida ufficiale — aggiunge Totò —. Erano anni difficili quelli».

Chiedono a Totò se ha mai pensato alla regia. «Per carità! Vedete: il regista, di notte, deve studiare. Io invece, durante la notte, preferisco dormire».

Fine della Prima Parte

Quando meno te l’aspetti nuova rivista di Galdieri

Quando meno te l’aspetti, la Fortuna ti passa vicina, ed è allora che bisogna afferrarla per i capelli, o meglio per il… corno!

Anna Magnani e Totò nella rivista "Quando meno te l'aspetti"
Anna Magnani e Totò nella rivista “Quando meno te l’aspetti”

Dicembre 1940

Epifani ed Aulicine, impresari marca oro, hanno opportunamente voluto presentare quest’anno il comico Totò, nella cornice di uno spettacolo di classe. Naturalmente occorreva un gerente responsabile e la scelta è caduta su Michele Galdieri, il quale, tra i rivistajoli, è quello di maggior fama. A giudicare dal successo fervidissimo avuto da Quando meno te l’aspetti, ci sembra che la ciambella sia riuscita questa volta con il buco, cosa che non accade sempre nel laboratorio di dolciumi del Teatro Quattro Fontane, dove si avvicendano vari pasticceri.

Lo spunto è semplicissimo e non ci dice nulla di nuovo: quando meno te l’aspetti, la Fortuna ti passa vicina, ed è allora che bisogna afferrarla per i capelli, o meglio per il… corno! Sappiamo, per oramai lunga esperienza, che in questo genere di spettacolo, un intreccio vero e proprio non c’è. L’autore procede generalmente balzellon, balzelloni, come dicono i nostri umoristi, ed un qualsiasi spunto offre il pretesto per alternare sulla scena quadri, scene e canzoni, satire e balli. Di conseguenza più il valore dei singoli è buono e migliore riesce la rivista. E questa volta lo spettacolo è stato inscenato con decoro ed eleganza ed annovera quanto offrono oggi di meglio i quadri della rivista italiana.

Con l’autore, hanno diviso gli onori della ribalta Mario Pompei, che ha creato costumi ispirati ad un delicato sapore decorativo, e scenari e panneggi quasi tutti graziosi, ben realizzati dallo scenografo Radiciotti. Avremmo voluto vedere alla ribalta, tra i collaboratori di Galdieri, anche Gisa Gert perché forse mai, come in questo spettacolo, la versatile artista tedesca ha saputo darci l’esatta misura del suo valore. Le danze del disco, del buono e del cattivo tempo e, più di tutte, il quadro della famosa melodia La Violetta, bissato seralmente, sono un gioiello di coreografia. Le figurazioni, scelte e regolate con sensibilità, costituiscono quasi la proiezione visiva del magico gioco contrappuntistico che si intreccia e serpeggia tra gli archi del famoso preludio del primo atto della Traviata. Perché, con buona pace dei signori Klose e Lukesh ci sembra che tutto il successo, l’imperversare della canzone in voga La Violetta, non sia dovuto ad altro che alla melodia del buon Papà Verdi. Il che porterebbe a supporre audacemente che per far entrare nel cuore di taluni la sublime pagina verdiana sia stato necessario ridurla a… canzone tango! Ma non divaghiamo, che l’argomento è scabroso.

Totò ha divertito tutti, pur disciplinando la istintiva esuberante comicità con lodevole sensi di misura, e con il suo successo personalissimo si è riaffermato una delle carte sicure sulle quasi imprese e pubblico possono ancora contare. Anna Magnani, ritornata dalla prosa alla rivista, bella donna ed attrice dalla ampie possibilità artistiche, ha vivisezionato, in una caustica ed indovinata satira del film Senza Cielo, gli atteggiamenti a la recitazione di Isa Miranda, trovando invece, nella melodrammatica scena della fioraia, sempre bissata, accenti di suadente e semplice emotività. Ha avuto un successo personale eccellentissimo, e lo merita perché ha qualità e gusto.

Nino Capriani 

Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri
Compagnia delle Grandi Riviste Totò di Remigio Paone
Teatro Quattro Fontane, Roma 25 dicembre 1940

Lettera ad ignoto per Anna Magnani

Chiamare Anna Magnani alla TV, farla uscire d’un colpo dalla sua reclusione, dal “ghetto” nel quale era stata relegata, è un atto d’amore dell’Italia

Compagnia Totò Magnani 1944
Compagnia Totò Magnani 1944, caricature di Onorato

Illustre Signore,

io non conosco il suo nome, non so proprio a chi sia destinata questa lettera che sto scrivendo con tutto il cuore: sono sicuro però di scrivere ad un uomo degno, valoroso; dico di più, ad un italiano che ama questo Paese. Chiamare Anna Magnani alla TV, farla uscire d’un colpo dalla sua reclusione, dal “ghetto” nel quale era stata relegata, è un atto d’amore dell’Italia: e siamo un Paese che ha bisogno d’amore, pochi o nessuno ci ama al di fuori e fra noi, in casa, ci detestiamo.

Il caso di Anna Magnani è, appunto, una storia di disamore nazionale, perché questa meravigliosa italiana, questa attrice lodata, premiata in tutto il mondo, simbolo vivente di tanta storia nostra e della creatività italiana in arte, c’era, c’è stata sempre, per tutti gli anni del suo silenzio, in qualche angolo de Roma o in casa sua ar Circeo, l’ho sentito dire, non so dove; eppure Anna Magnani era dimenticata, in una prigionia di silenzio, lei con tutta la sua voce, nata per comunicare, dire, gridare le verità dell’arte scenica: e non è stata questa una esperienza da sottovalutare, bensì un gran fatto amaro da rifletterci sopra.

Un fatto analogo a quello d’una industria dello spettacolo che non seppe avvalersi di Totò (fino al suo incontro con Pasolini che non fu certo un fatto… industriale); con la differenza che Totò, negli ultimi anni, lavorava in condizioni fisiche difficoltose e l’aggiunta d’un’altra differenza, quella del significato più netto, più alto, direi (senza sminuire in nulla il valore e il caso di Totò), della presenza viva fra noi, con noi, in noi, nella storia nostra d’italiani di questo tempo, di Anna Magnani.

Chi era quella Magnani messa “fuori del giro”? Già, perché di questo si tratta, in questa società che noi tutti formiamo: a un certo punto uno si trova “messo fuori”; si faceva un gioco di società negli anni Sessanta, attorno a un tavolo, nei salotti, quando qualcuno pronunciava un nome di scrittore o pittore o artista o magari un filosofo, e gli altri decretavano a maggioranza “dentro” o “fuori”. E cioè “nel giro” o escluso ormai “dal giro”.

Per tanti anni la Magnani è stata “fuori”, fino a quando lei, amico sconosciuto, persona nobile e degna, ha deciso di chiamarla a interpretare spettacoli televisivi. Vorrei sottolineare addirittura a questo punto che la sua iniziativa è stata resa possibile anche dal fatto che la TV è azienda a capitale pubblico, statale: un caso palese di superiorità, di maggiore libertà nelle scelte a confronto con la celebrata, consacrata iniziativa “privata”. Quella stessa che fece tacere per anni la Magnani e ignorò Totò, e altri e altri, come cercheremo di dire più innanzi.

Si prova vergogna ricordando che Anna Magnani “esclusa” s’è trovata persino alla mercé delle furbizie di cronisti mondani che avevano l’aria di “proteggerla” o di “valorizzarla” parlando magari dei suoi gatti.

Ma non fu in cattiva compagnia, Anna Magnani, nella storia di questo nostro Paese, messa “fuori”, in disparte: in quel limbo del “fuori” incontrò di sicuro Italo Svevo che poté stampare il suo romanzo più importante soltanto a sue spese, magari anche Ezra Pound maestro di Elliot ma oggi ancora tenuto in sospetto, in un suo ghetto o gabbione particolare, qui da noi come nella grande America del Nord: ha certo incontrato in quel limbo Massimo Bontempelli maestro in “realismo magico” anche del postumo Vittorini (con Gente nel tempo, e nessuno se n’è accorto); tra i “fuori gioco”, Anna Magnani ha incontrato Corrado Alvaro, tanto per dirne un altro.

Così si vive qui da noi e fra noi: sempre nel pericolo di trovarsi “esclusi”, e nella necessità di rincorrere continuamente una “convalida”.

Nel campo della Magnani, e cioè dello spettacolo, l’esclusione, l’isolamento, è derivato, come in quello della letteratura, dell’invadente irruzione dell’ingombrante, prepotente presenza degli Azzeccagarbugli della sedicente “avanguardia”: avanguardia che tale non è, ma moda, epidermica prurigine, atre mercificata secondo le norme più sottili del consumismo, depravazione, in fondo.

Vogliamo completare il discorso sulla “esclusione” di Anna Magnani rilevando che il fenomeno si è verificato in concomitanza dell’irrompere di quell’Azzeccagarbugli avanguardiero con un distacco (una amnesia) dalla Resistenza: perché lei, Anna, resterà sempre legata alla coscienza della Resistenza e non soltanto per Città aperta ma per quanto ancora prima aveva fatto sulla scena. Io non rammento ora come si chiamava lo spettacolo al Cinema Savoia, verso piazza Fiume, a Roma, dato in piena occupazione nazista dalla Magnani e da Totò; so che siamo andati a vedere lo spettacolo, eravamo un gruppetto di clandestini, invitati non so neppure da chi: e nella grande sala fumosa presso Piazza Fiume la Magnani faceva d’un brano di D’Annunzio un grido della Resistenza, prima che Totò esclamasse: «Ma viva, chi? abbasso chi?». riuscendo a farci ridere!

Tu, Anna Magnani, in quello stesso spettacolo o avanspettacolo mettevi in caricatura un produttore o sovvenzionatore “amico”, nella parte d’una canterina o sciantosa, con una strofetta che ricordo ancora provata e riprovata per compiacere un direttore di scena, sempre fissando il “produttore”: «Qui nel cuor qui nel cuor, c’è il mio amor c’è il mio amor, qui sul sen qui sul sen, c’è il mio ben c’è il mio ben» e negli sguardi scambiati con “lui”, il ricco, il sovvenzionatore, c’erano i quattrini e il disprezzo: cara Anna Magnani, quella tua scenetta di venticinque anni fa basterebbe ancora adesso, essa sola, a far precipitare nel ridicolo tutto l’apparato del canzonettismo amorevole, che invece dura e tiene il campo, occupa il video e i festivals d’intere stagioni, e fa da lotteria nazionale delle passioni e del “destino”.

Grazie dunque a lei sconosciuto, nobile, colto dirigente della TV che ha tratto Anna Magnani fuori dalla prigione del silenzio ed evviva, evviva Nannarella nostra.

Roma, gennaio 1970

Polemica Totò-Magnani

Compagnia Totò Magnani 1944
Compagnia Totò Magnani 1944, caricature di Onorato

Roma, febbraio 1947

C’è già chi pensava di rivedere la Magnani con Totò: non se ne fa nulla, e pazienza!
Lugete, o Veneres Cupidinesque: piangete o Veneri e Cupidi… Reminiscenze degli studi di latino della seconda (o della terza?) ginnasiale. Ma gli anni passano, e non si piange più, con Catullo, il passerotto morto e la mestizia di una fanciulla. Ora le Veneri e i Cupidi, impersonati dal pubblico del teatro di rivista, piangono Anna: Anna che, chissà per quanto, non vedranno più, e la sua arguzia straripante, e le sue canzoni romane (cantate, sì, con una voce che richiamava alla mente l’aspro cigolar della carrucola d’un pozzo, ma ricolma di sentimento e di malizia). Che? Si ritira forse dalla scena, Anna Magnani? Ma no, figuratevi. Proprio adesso che gli americani non han voluto proclamarla “attrice mondiale” cingendole di lauro gli scarmigliati capelli! Che, scherzate? E’ il “suo” momento.
E allora? S’accinge forse a calpestare la tolda d’una nave che la porterà al cospetto dell’Empire State Building, non prima che la statua della libertà abbia, a dispetto della sua tradizione di immobilità, agitato la fiaccola al suo passaggio? No, nemmeno.
Insomma, c’era chi ricordava Anna Magnani al fianco di Totò. Tempi belli di Volumineide, ricordate? Perché, a prescindere dal fascino del pataccone di cui è insignita Anna nostra, non riformare quella coppia? Sarebbe stato un successo sicuro: e già “i tre G” — Galdieri, Giovannini, Garrirei — uniti in un patto… be’, diciamo di bronzo, si accingevano al lavoro, quando…
Al dunque: non se ne fa nulla. Perché? Ecco. Prima fase: la Anna, forte dei diritti conferitile dal suo titolo di campione mondiale, spara le sue artiglierie. Trentamila al giorno, e col contratto di prosa. A scanso di equivoci da parte di qualche profano, bisogna stabilire che le trentamila son lire di paga, e non bruscolini da vendere in teatro, durante l’intervallo (ammesso che nei teatri dove recita la Magnani si possano vendere i bruscolini: o meglio, per i profani, semi di zucca abbrustoliti). Il contratto di prosa prevede una corresponsione di quattrini supplementare per le recite doppie festive e non prevede i quattro riposi mensili della rivista. Per cui la paga della Magnani, teoricamente fissata in trentamila, sarebbe praticamente salita a trentasei-trentasette (mila, sempre mila, e giornaliere). Ma Romagnoli, che decisamente ci tiene — e questo è lodevole — ad essere lo Ziegfeld italiano, e per questo sta radunando tutte le più forti firme della nostra rivista, ivi comprese, quelle di Wanda e di Totò, finì per accettare. E accettò anche Totò — oh, meraviglia! — sebbene il suo emolumento fosse inferiore. Senonché, non erano finiti i guai. Si giunse alla seconda fase: cioè alla denominazione della compagnia. E qui la “Anna mondiale” superò se stessa. Ordinò il fuoco alle sue batterie, e Romagnoli si vide arrivare un proiettile così concepito: “La compagnia porterà, come ditta, il nome di Anna Magnani”. Così, insomma: “Gli spettacoli “R” presentano la compagnia di Anna Magnani, con (e qui tutta la sfilza di nomi e con la partecipazione straordinaria di Totò”. A questa richiesta, il già chilometrico mento di Sua Altezza Totò si allungò di qualche altro centimetro, e ci fu un silenzio foriero di tempesta. Poi Totò, con voce cavernosa, disse: “A prescindere d’uopo, ma io non ci sto. Io sono Totò, e non “con Totò”, che, scherziamo?”. E qui bisogna ammettere, per quanto siamo in tempi di repubblica, che il principe aveva ragione.
Peccato, sarebbe stata una gran bella compagnia! Ma è così difficile far capir agli attori, dopo un bel successo, qual’è la zona di tolleranza nella quale devono fermarsi? Qui i casi sono due. O la Magnani, avendo altre proposte o altri impegni, magari cinematografici, ha voluto cavarsi d’impaccio formulando proposte, che lo sapeva a priori, eran inaccettabili (ma ha commesso, in tal caso, una scortesia verso il suo collega Totò che certamente non vale meno di lei in rivista, anzi…), oppure l’euforia per il meritato pataccone conferitole dagli americani è tale da farle perdere ogni senso di misura.
Mario Casalbore

Roma, marzo 1947

Caro Direttore,
ho letto l’articolo, a vero dire piuttosto volgare ed ingiustificato che Mario Casalbore ha diretto ad Anna Magnani. Non ho né l’autorità né tanto meno i dati per ribattere le accuse di carattere contrattuale che il Casalbore accampa per dare credito alla sua tesi contro la Magnani. È tuttavia evidente che il giornalista difende una tesi che rispecchia soltanto unilateralmente il dissenso fra la Magnani e Totò. Quello che mi preme sottolineare è il carattere dell’articolo: la mancanza di rispetto verso una attrice che ha largamente meritato non solo in Italia ma anche all’Estero. Un’attrice ch’è stata premiata in America come la migliore del 1946 (premio che ci onora e ci dovrebbe inorgoglire, ch’è stata apprezzata dagli spettatori dalla critica di tutto il mondo e che ci sembra meriterebbe da parte della stampa italiana un trattamento migliore. Il nome della Magnani è oggi un nome di portata internazionale: è giusto che l’attrice difenda la sua posizione e la sua notorietà. E se la sua condotta qualche volta dà adito a dei rilievi, si facciano pure rilievi e critiche: ma seriamente e sul piano della più leale documentata probità giornalistica.
La prego di pubblicare la mia lettera sul suo giornale. Con molti ringraziamenti.
Roberto Rossellini

Con un palmo di naso..

Anna Magnani e Totò in Salomè, primo tempo della rivista Con un palmo di naso... (1944)
Anna Magnani e Totò in “Salomè”, dal primo tempo della rivista Con un palmo di naso… (1944)

Roma, 27 giugno 1944. Ieri sera al Valle abbiamo assistito alla felice resurrezione dello spettacolo politico satirico, da tanti anni assente dalla ribalte italiane. L’avvenimento è importante e la compagnia Totò Magnani ha egregiamente assolto al compito non agevole di riaccostare, d’un sol colpo, il pubblico romano a un genere tanto scottante e pericoloso. Il successo è stato completo. Totò ha rivelato, specialmente nelle caricature di Hitler e Mussolini, una violenza mordace che non conoscevamo in lui. La Magnani ha confermato il forte temperamento di attrice che tutti ammirano in lei. È difficile trovare in Italia un’altra attrice che abbia un vigore mimico così travolgente, una simile tempestiva e franca agilità di passaggi dal drammatico al comico, dal tragico al grottesco. Non nascondiamo una certa nostalgia delle sue interpretazioni di Anna Christie e di Foresta pietrificata.
Bene gli altri, e particolarmente Gianni Agus.
La rivista di Galdieri è ben costruita nel complesso. Si desidererebbe qualche taglio per abbreviarla e snellirla. Molte belle trovate.
Non meno interessanti le reazioni del pubblico a questo primo libero volo della rivista satirica.

Tempo fa, su un giornale teatrale, Vittorio Calvino, parlando di Anna Magnani, intitolava il suo articolo: «Il fenomeno Magnani». E nel caso della nostra cara attrice si può ben parlare di «fenomeno».
Anna Magnani ha in sé gli stessi elementi della «pila elettrica» con una sola differenza: che della pila è naturalmente molto più bella. Così viva, così vibrante e piena di brio, ella sembra veramente una sorgente di elettricità, di energia, di vitalità, di forza, di allegria, di serenità. Ha il teatro nel sangue: sembra nata per recitare le commedie di Aristofane e nello stesso tempo ha in sé tutti i numeri per essere la protagonista delle nostre più belle tragedie. Ti pare che ella sia fatta solo per la calda e viva e immediata satira popolaresca, traboccante di ironia, di motteggi, di sottintesi e con pari facilità e pari successo può recitare il nostro repertorio classico.
E giustamente Calvino concludeva il suo articolo: «A me piace pensare che Anna Magnani non sia né comica del tutto, né del tutto tragica. C’è qualcosa di meglio in lei, che forse lei stessa ignora. Un fondo semplice, schietto, di accorata e toccante umanità. Forse lei stessa non lo sa, ma nelle sue risate, nei suoi lamenti, c’è la nostalgia, il desiderio ancora inappagato, di esprimere la gioia e il dolore, le speranze e i sogni di una umile creatura umana, una donna così, come tante donne, per cui la vita è piccolo sogno, piccola speranza, piccola gioia, piccolo dolore…».

Con un palmo di naso… rivista di Michele Galdieri – Compagnia Grandi Riviste Totò-Magnani, Teatro Valle, Roma 26 giugno 1944.

Ripresa del Varietà

Compagnia Totò Magnani 1944
Compagnia Totò Magnani 1944, caricature di Onorato

Roma, novembre 1943

Grande animazione dai primi giorni di novembre nei locali di pubblici spettacoli. Tutta Roma è pavesata di manifesti. Niente di nuovo, ma sono a decine di migliaia le persone che si accavalcano nelle sale per le varie manifestazioni teatrali. Quasi tutti i locali sono stati riaperti.

La notizia di una probabile formazione, veramente eccezionale, con i De Filippo, Anna Magnani, Totò, ecc., che tutto lasciava supporre potesse confermarsi, alla prova del fuoco è sfumata. Peccato! perché era troppo bella.

Avremo invece i De Filippo con l’Orchestra Semprini dal 14 dicembre al 4 Fontane, e la Totò-Magnani dal 23 dicembre alla Sala Umberto ¹.

Potrà sembrare strano — forse — che proprio da queste colonne sulle quali tanti si è battagliato al solo scopo di ottenere la ripresa integrale degli spettacoli di Varietà e di far quindi ritornare il sereno in una vasta categoria di lavoratori, venga oggi un grido d’allarme.

Stiamo avviandoci con disinvolto passo scozzese verso l’inflazione del Varietà. Infatti, la mancanza di film, dovuta alle conseguenze dell’attuale stato di guerra, ha indotto gli esercenti a riprendere lo spettacolo misto un po’ dovunque. E fin qui poco male. La faccenda si complica invece quando i locali, che fino ad ora hanno agito a solo cinema, iniziano il solo Varietà. Il genere prescelto è naturalmente lo zibaldone al quale partecipano artisti non solo di rivista e numeri di attrazione, ma anche elementi di cinema trasvolati — in periodo di magra — dallo schermo alle ribalte del tanto (una volta) disprezzato Varietà: elementi che costituiscono il « fuori programma » di chiamata. (O dovrebbero costituire?…)

Valle, Galleria, Quattro Fontane, Bernini e — fra breve — anche quella Sala Umberto I il cui nome è legato — con il Salone Margherita — al periodo aureo del Café Concert internazionale, presentano contemporaneamente un programma di Varietà, ed in almeno quattro di questi locali c’è lo stesso tipo di spettacolo. Abbiamo citato soltanto i teatri centralissimi, escludendo di proposito gli altri che, pur non essendo periferici, possono essere considerati alquanto centrali, quali ad esempio il Savoia ed il Brancaccio che oramai con notevole frequenza ospitano a « teatrale » compagnie primarissime. Quanto durerà questa pacchia!.. Certamente poco ed il danno sarà generale. La concorrenza è forte, poiché si va a caccia dei «fuori programma» di maggiore attrattiva. C’è l’accaparramento dell’attore cinematografico, mentre la diva dello schermo sta salendo a quotazioni di borsa nera.

  1. La Compagnia Grandi Riviste Totò-Magnani debutterà il 5 febbraio 1944 al Teatro Valle di Roma con la rivista Che te sei messo in testa? di Michele Galdieri.

Totò e Magnani binomio clamoroso dello spettacolo

Anna Magnani, vestita alla Edith Piaf, in Quando meno te l'aspetti
Anna Magnani, vestita alla Edith Piaf, in Quando meno te l’aspetti

La Magnani a Roma recitava e cantava vestita alla Edith Piaf. Non c’era ancora la grande rivista, non c’erano i boys, i quadri spettacolari, le parate, che d’altra parte per lei sarebbero stati ridicoli. La rivista allora era una specie di cabaret e la Magnani era la negazione della vedette. Tuttavia andava bene così, era brava, aveva un filo di voce intonatissimo e quegli occhi importanti: la gente non l’ha mai capita abbastanza.
Wanda Osiris

Roma, Teatro Quattro Fontane, 25 dicembre 1940. Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri.

Tutto il meglio che c’era sulla piazza è stato preso da Galdieri per la nuova rivista Quando meno te l’aspetti. Perfino troppo, nel senso che i numeri costringono l’autore a ridurre al minimo il testo. E il pubblico vuole dal fortunato Michele la satira, l’intreccio, la trovata base.

Totò e Magnani sono il binomio clamoroso dello spettacolo. Totò è apparso in frac. Sono sicuro che ha accettato di entrare in questo lavoro per il frac. Tutta la sera egli è stato brillante e leggero. Non sapeva la parte secondo il solito tuttavia era contento di ritrovarsi sul palcoscenico, dopo la lunga cattività del cinema, come un’anitra nell’acqua, e inventava molte cose curiose: a un tratto si fece dare il copione dal suggeritore per rammentarsi una battuta. Questo straordinario individuo è minato dalla pigrizia.

Anna Magnani mi è sembrata perfino bellissima, elegantissima, eccetera. Parecchi parlavano bene di lei e io le avrei trovato volentieri qualche difetto. Invece mi piace il suo canto nebbioso, il suo « esse », le sue gambe uguali a quelle di Irene Dunne.

Poi anche gli altri sono stati vivaci; prima di tutti Harry Feist e Mathea Merrifield diventati una istituzione del Quattro Fontane. Lia Origoni canta molto bene ma troppo sul serio; Paola Paola è proprio una cara gallinella, appare in sogno con le penne ai giovani piuttosto sensuali; Castellani e la Orlova sono stati, diciamolo, valenti e bolognesi.

Molte richieste di bis. Il pubblico si è liquefatto per un buon quadro con una ventina di Margherite Gautier danzanti, commentando da quella romantica canzone che contamina la Traviata con un motivetto.

Mi pare che nel finale Galdieri abbia esposto con avarizia una sicura idea, anche da un punto di vista coreografico: il tempo visto attraverso le operette famosissime poteva permettere qualunque sorpresa scenica. Ma io sono esigente con Galdieri perché egli è in grado di prepararci come nessun altro, nel suo campo, qualche cosa di inedito.

Zavattini