The despair of Tennessee Williams

Anna was always basically unhappy shooting here. She missed Italy, she missed her child.

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Anna Magnani, Marlon Brando, The Fugitive Kind
Anna Magnani, Marlon Brando, The Fugitive Kind

Anna was always basically unhappy shooting here. She missed Italy, she missed her child. She never really learned English and would have to work with a coach learning her part phonetically. So all that was left was a magnificent temperament and a volatile talent. 
Sidney Lumet

New York, July 1960

No vague, symbolic metaphor obscures Tennessee Williams‘ philosophy in this film. With agonized (and sometimes boring) clarity he says: brutality and evil will sure enough conquer the world, there’s no use fighting it. All we can do— in helplessness and nostalgia — is to value the few rare wild birds who fly into our world now and then, flutter their wings courageously against the downdraughts of evil and then die — violently, and in vain. The bird in The Fugitive Kind is Marlon Brando. He wears a snakeskin jacket, carries a guitar (his life’s companion) and drifts, at thirty, into the life of storekeeper Anna Magnani. Anna is a bitter woman who never recovered from the fact that her father’s house and grounds were burned out by unknown hoodlums of this very town. She’s married to cruel Victor Jory who’s just come home from the hospital to die. All of Williams‘ characters (except Brando and the ineffectual Maureen Stapleton) feel like victims and make no effort to get out of the muck they’re in. Joanne Woodward can react to her life only by becoming a defiant tramp; she is always around looking like an unkempt ghost) to lure Marlon back to his old ways. Resisting her (it isn’t hard), he gives in to Anna‘s great need for warmth. Anna plans to open her “confectionery” — an outdoor cafe — on the very night that Jory is dying. By this time Brando is caught. Like a bird he flutters to fly away, but the forces of evil embodied by the town sheriff, the dying husband, the pervasive smell of rot, the strangling grip of town history, all serve to destroy him.

Florence Epstein

La siciliana di Roma

Anna Magnani non è un personaggio introverso, ma estroverso; non nasconde niente dentro di sé, ma protesta

La rosa tatuata
La rosa tatuata, Burt Lancaster, Anna Magnani

Anna Magnani ha meritato di vincere il Premio Oscar che le è stato assegnato dall’Accademia Cinematografica di Arti e Scienze?

La risposta non può essere che affermativa, poiché non sono molte le attrici che possono vantare la prodigiosa umanità e l’impeto popolaresco dell’interprete di La rosa tatuata. Il riconoscimento alla Magnani, fra l’altro, è stato un omaggio a tutto il cinema italiano del dopoguerra, alla carica di verità che il neorealismo ha saputo portare, come una nota del tutto inedita, sugli schermi del mondo. Quindi, premio meritatissimo.

Ma La rosa tatuata, ora che è arrivata nei nostri cinema, ha deluso un po’ tutti. Della commedia di Tennessee Williams si potranno apprezzare certe qualità di scrittura, la preziosa filigrana di un dialogo spesso e gustoso; ma si tratta di un testo in fondo esile, non troppo felice né significativo: uno studio d’ambiente più suggestivo che profondo, testimonianza di un gusto letterario raffinato e tuttavia confinatosi volontariamente nell’ambito di una esercitazione di gran classe. Il film, come usa a Hollywood nel riprodurre un successo teatrale di Broadway, si limita a un’attenta esecuzione della commedia; si direbbe che il regista, Daniel Mann, non abbia un’idea propria sul testo che gli è stato proposto, soltanto lo scrupolo di attenersi alla lettera del copione, depennando appena le parole troppo forti. Manca così, nella realizzazione cinematografica, una dimensione ambientale che non sia allusiva e indiretta: e La rosa tatuata di Williams, pur non essendo un capolavoro, ci scapita un poco.

Quanto alla Magnani, la sua recitazione risente alquanto i difetti del film: nelle vesti di Serafina Delle Rose, la nostra attrice è fuori ruolo. Noi conosciamo bene Anna Magnani, dagli stornelli romaneschi della rivista alla popolana di Roma città aperta, dalla madre di Bellissima alla pittoresca attrice di Siamo donne. Una Magnani siculo-americana, taciturna e scontrosa, dominata da un represso sottofondo sessuale, non è certo l’immagine più fedele che si può avere del suo personaggio. Anna Magnani non è un personaggio introverso, ma estroverso; non nasconde niente dentro di sé, ma protesta; infine non è siciliana, ma romana: e pur senza voler attribuire ai caratteri etnici una fissità assoluta (e senza voler legare l’attrice all recitazione dialettale) ci sono certe regole di verosimiglianza psicologica che nel cinema nessuno può violare. Avete notato che Anna Magnani, doppiando se stessa per La rosa tatuata, ha dovuto rinunciare, forse per la prima volta, alle inflessioni romanesche? Intendiamoci, ha recitato benissimo e il suo sforzo merita lode: ma le sue battute in lingua appaiono alquanto ingrigite, non hanno la vivacità consueta.

Ciò non toglie che nel film, la Magnani sia molto brava: perfino troppo, in qualche scena dove fa evidentemente ricorso ai piccoli e grandi trucchi del suo mestiere consumato, dove la ricerca dell’effetto appare leggermente scoperta. In molte sequenze l’attrice ha tuttavia momenti di autentica grandezza, soprattutto nei dialoghi con Burt Lancaster: che, da parte sua, si rivela ancora una volta un interprete eclettico e spiritoso, un attore completo.

Tullio Kezich