Anna Magnani artista scampolo

Avevo una certa curiosità di veder recitare la Magnani sulle scene di un teatro di Rivista. “Non è il desiderio di trovare un facile successo che l’ha spinta a ritornare al teatro” di questo mi avvertiva il libretto, nella sua prima pagina di presentazione. Ma in seguito la presentazione del libretto appare un poco alambiccata. Non ho capito bene, e forse non lo sa la Magnani stessa, artista estrosa, quali, dei generi, ella preferisca: o quello lirico, oppure del teatro di prosa. Ma, per cantare, occorre altra voce. E, per recitare nei teatri di prosa, occorre altro temperamento, meno volubile. Ella promette, per la prossima stagione, di figurare protagonista di Maya del Gantillon. Certo è che uno dei successi, veri, essenziali della Magnani, fu quello che le procurò la felice interpretazione di Scampolo. Anzi, a me che la conosco da lontano, e soltanto attraverso la scena e non ai pettegolezzi (sempre riprovevoli) della maldicenza dei colleghi e delle colleghe ed anche dei critici e degli impresari, sembra che la Magnani sia, soprattutto, un tipo di artista “scampolo”. Non è una grande artista. Star vicino a lei (come tipo) può perfino spiacere; ma il suo temperamento, quantunque tagliato a colpi d’ascia, e perciò da sgrossare, (attenzione, proto, ho detto, con l’o) è, secondo me, ben definito. A sedici anni deve essere stata una donna lussuriosa, inteso ciò che dico tutt’altro che in senso di riprovazione e che, anzi, è detto da me, in senso ammirativo. Che farsene “d’attrici baccalà”?, direbbe, nel suo sempre colorato eloquio, la buona Magnani. E, del resto, la sua presunta volgarità d’eloquio non mi è sembrata volgare. Se ciò fosse, se, cioè, per essere sguaiati e volgari fosse sufficiente colpa l’epiteto e eloquio da bettola, allora anche Rabelais, il grande Rabelais sarebbe da considerare, a cagione dell’eloquio che non esita a mettere in carta anche il tanfo mestruale di Eva, un artista ripugnante. O, Rabelais a parte, anche Petrolini avrebbe potuto destare ripugnanza e schifo. Ma v’è una ilarità in cui uomo comune si confonde con Dante; il quale egli adoperò, quando gli occorsero, parole ultranude o ultrarosse; così come ne adoperarono San Bernardino da Siena, o Giordano Bruno.

È strano, però, che questa Magnani, non bella, non attraente, ma così intelligente, così a tramonto di ogni sentimentalità, mi sia sembrata una vera e propria grande artista. Perché tra la Duse e la Bella Otero il terzo posto non può essere per la Magnani? Eppure ella possiede sulla scena la potenza di una donna delusa in amore. Quasi d’una Erinni vendicatrice di amore. Il suo naso è aquilino come quello del gufo, ma anche come quello di Sarah Bernhardt. È truce inquieta. Non ritroverà completamente mai se stessa. Forse una rivoluzione, non teatrale, ma di piazza la ritroverebbe a fanatizzare le masse e a rendere gli urti delle parti opposte brutali e mostruosi. Gode della sua perversità o ne ostenta? Credo la ostenti. La suppongo molto più casta di quanto l’ingenuo spettatore non sia portato a giudicarla. I suoi lazzi osceni sibilano. I suoi giochi di parole sono di profondo inferno. Demoniache sono le inflessioni della sua voce. A volte una sua smorfia, una sua cadenza, un suo passo, un suo gesto, una sua espressione, un suo atteggiarsi, una sua mimica, ripugnano. A volte, invece, dimenticheresti il ribrezzo che ti aveva destato per, tu, poeta artista nascosto fra le poltrone degli ascoltatori, alzarti di scatto, e correre ad abbracciare. La sua anima è lacrime di popolo. La sua scena è “vergine”. Non si sorrida se io dico (io che non sono un inesperto lanciatore di frasi, né un cattivo tenitore di penna in mano) che, questa artista è “vergine di anima e corrotta di sensi”. La sua psiche è doppia come, per esempio, lo era quella di Verlaine. Ella appartiene all’angelo. Ella appartiene al diavolo. Altaleneggia; ed ora è l’una cosa ed ora è l’altra. Artista d’eccezione: che può, qualche sera, recitare bene e, qualche altra, meno bene. Questa sera recitava perfettamente.
Il teatro è un’arte che è la meno che dura. D’una scena giocata bene non rimane se non la pallida memoria, e in qualche attento spettatore. Nulla rimane di ciò che è rappresentazione di teatro. Arte più ingrata non vi può essere! Ed anche gli attori possono essere grandi a periodi di tempo. La Magnani lo è già stata? O potrà apparire di più di quanto ella ha già reso al teatro? Occorrerebbe conoscerla da vicino; ma questo desiderio esula dall’intenzione e dall’ufficio del critico: il quale annota quello che è e non quello che è stato o quello che potrà essere. Certo è che la Magnani, a differenza di altre prime artiste che attualmente calcano i palcoscenici delle Riviste, è colei che, fino ad ora, mi è sembrata l’unica prima attrice interessante. In questa Rivista gli altri restano, purtroppo, subissati dall’arte di lei.

Luigi Bartolini

Annunci

Anna Magnani a cavallo…

Anna Magnani rivista soffia, so'... 1945

Anna Magnani ha il dono della tempestività, il segreto di saper cogliere il suo pubblico di sorpresa, come il generale Montgomery il suo avversario. Quando la platea meno se l’aspetta, dopo che, per esempio, Pina Renzi e Marisa Merlini hanno distolto e quasi appagato l’attesa, l’ingresso di Anna Magnani nel palcoscenico è improvviso, eccentrico, originale. Qualche volta fu vista salire su dalla platea, insieme cogli applausi e le esclamazioni di meraviglia. In altri casi cadde dal cielo come la manna agli affamati.
Giorni or sono, entrò in scena semplicemente a cavallo. E non con l’aria € trionfale di Colui che a cavallo non entrò in Alessandria. Richiamava piuttosto, certe oleografie raffiguranti Cesare che, in riva al Rubicone, getta lo storico dado. E una certa perplessità, del resto, è legittima nel cuore dell’acclamata diva. Un cavallo è sempre un cavallo. Per quanto addomesticato ed educato possa essere, per quanto oggetto delle più minuziose attenzioni e precauzioni di rito, potrebbe anche, qualche volta, magari per distrazione, abbandonarsi a espansività fisiologiche, le quali, probabilmente, non costituirebbero atti idonei e rilevanti al mantenimento del successo e al lieto fine dello spettacolo.
Ma, forse, Anna avrebbe modo di €cavarsela ugualmente, nell’assurda ipotesi d’equine incontinenze ed esibizioni varie. Non le manca lo spirito per fronteggiare situazioni difficili. Lasciate fare a lei. Contessa o stracciona, amazzone o peripatetica, il suo accento suona sempre rivestito di umana simpatia, di fresca comicità, di rassegnata tristezza. Guardatela come volete, giudicatela secondo i più disparati punti di vista, quest’attrice è sempre presente a se stessa. È una maschera. Un personaggio. La sua comicità può cadere, più del necessario, nel plebeo, può impantanarsi nella volgarità, ma nessuno può asserire che mai s’adagi nella genericità del «tipo», nella convenzionalità della macchietta. Così, nel drammatico, nel patetico. Dà fastidio, qualche volta, il brusco passaggio dal riso alle lacrime, il cachinno che, all’improvviso, si trasforma in singhiozzo, ma il timbro della sua voce non suona falso, tu avverti che il cambiamento non è dettato da esigenze di copione, ma dalla natura stessa dell’attrice (che, è tutta nel suo personaggio) capricciosa e volubile, serena e tempestosa come il cielo marzolino della famosa lirica di Di Giacomo. Il dialetto fiorisce sulle labbra di Anna Magnani, come i buoni propositi nel petto d’un penitente.
Ma più che Trilussa, il suo dialetto ricorda quello di Belli, o se volete del sor Capanna. Non, dunque, il dialetto greve, risaputo, cadenzato della borghesia umbertina, fatto di termini in lingua pronunziati con accento convenzionale; ma il gergo trasteverino, una specie di «argot» dalle più nobili origini, dalle più gloriose tradizioni. Ed è, appunto, quest’anima trasteverina che in Anna Magnani giustifica il programmatico pessimismo, qualche volta eccessivo, l’incrollabile sfiducia nel mondo, l’inguaribile accuratezza che porta anche una ragazza di vent’anni a pronunziare frasi di rammarico e rimpianto come una nonnina centenaria. Sarebbe, allora, come io io volessi presentarvi Anna Magnani quale interprete ed esponente delle oscure forze, ecc. ecc.? Mai più. Voglio dire soltanto che anche in questi aspetti, per me negativi, della sua arte, questa attrice rientra nella tradizione dello spirito romanesco, fatto di malinconia e di scetticismo, asserragliato nei suo rione pontificio conte una guarnigione in una fortezza. Non dimentichiamo che una delle ultime manifestazioni poetiche di Gioacchino Belli fu un astioso e insulso sonetto contro Giuseppe Mazzini, al tempo della Repubblica. Al poeta sembrava che la sua Roma s’avviasse velocemente verso la tomba.. I «tempi nuovi» preconizzati dai rivoluzionari, il quarantotto anche a uno spirito non volgare come il Belli apparivano semplicemente sotto l’aspetto inevitabilmente caotico a mortificante dell’attualità. Questo richiamo a così insigne esempio (scusate sempre la mia erudizione) mi è parso necessario per capire, o giustificare (almeno ai miei occhi) certe stonature, certi accenni di eterogenea natura, certe note false di cui mi pare si sia appesantito il personaggio di Anna Magnani. Naturalmente, io cerco altrove la sua arte che nei poveri riferimenti di cronaca, nei non felicissimi richiami alla realtà cittadina. Altrove io cerco, e non inutilmente, il suo umorismo, il suo estro, il suo canto. E per quanto Garinei e Giovannini, autori della rivista soffia, so’… (titolo volgare quant’altri mai, o ingiustificato) non siano stati troppo generosi con lei, anche questa volta Anna ha trionfato, e precisamente attrice piuttosto che soubrette, accompagnandosi al pianoforte del maestro Fragna meglio che allo strumento del sor Capanna. Più a suo agio con Carlo Ninchi che a fianco di Giovanni Cacini. (…)

E dalla prosa alla rivista…

Roma, Teatro Quirino, 27 novembre 1944. Jegor Bulyciov e gli altri di Maxim Gorkij (traduzione di Ettore Lo Gatto). Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi.
L’esecuzione è stata eccellente da parte di tutti gli attori guidati e affiatati con mano sicura ed esperta, con intelligenza penetrante e animatrice dal regista Vito Pandolfi che si è rivelato maturo per le più ardue prove. Carlo Ninchi ci ha dato in Jegor la sua migliore interpretazione, intensa, umana, concreta, sorretta da un’intima passione e da una controllata semplicità espressiva. Anna Magnani si è presa una bella rivincita, dopo la non troppo convincente prova della Carmen; un po’ bambineggiante al primo atto, ha trovato al secondo e al terzo una vibrante adesione alla vivente realtà del suo personaggio.

Roma, Teatro Quirino, 6 dicembre 1944. Così per gioco di Armand Salacrou. Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi.
Così per gioco è la rivendicazione dei mariti e la condanna degli amanti, l’affermazione categorica di una netta superiorità di destini dei primi sui secondi: due mogli che in circostanze analoghe e per analoghi impulsi e nostalgie tornano dopo il tradimento ai loro mariti; due amanti che che si scoprono d’un tratto inutili e ridicoli; un’amicizia fraterna che si spezza; un giovane innamorato che si uccide. Questi gli elementi della vicenda che il talento di Salacrou ha intessuto con un equilibrio drammatico, un senso vero del teatro di primissimo ordine. Grottesco e dramma, commedia e tragedia si fondono e identificano qui nella chiara limpida verità dell’arte. La recitazione è stata garbata e molto spesso efficace da parte di tutti. Ninchi, la Magnani, Scandurra, Lupi, la Gherardi, la De Roberto e sopratutto Tieri, chiamato due volte a scena aperta, hanno raccolto applausi prolungati e cordiali.

Roma, Teatro Quirino, 15 dicembre 1944. Scampolo di Dario Niccodemi. Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi. Serata in onore di Anna Magnani.
Quest’attrice molto genuina e forte ci ha dato uno Scampolo romanesco assai diverso da quello che vedemmo vent’anni fa da Dina Galli. Essa ha interpretato Scampolo in modo più lontano dai modelli francesi da cui Niccodemi derivò la sua monella. Scampolo è diventata realmente più italiana, più romanesca, più verista. Nessuna imbellettatura da pastorella travestita da stracciona. Nessuna imbellettatura posticcia, ma una specie di bruttezza ardita, che è quella normale dell’autentica miseria, e non della miseria vista poeticamente da filantropici occhi borghesi. Gli stracci sono stracci. Il riso della monella trasteverina è più beffardo più rozzo di quella lombarda e parigina, e il suo singhiozzo più profondo. Siamo stati impressionati da un lungo discorso tra i singhiozzi che ci pare di aver già sentito un giorno quasi identico passando per una strada. A occhio e croce, ci pare di vedere nella Magnani il coraggio non comune di far a meno dei trucchi e di gettar via il fardello quasi sempre inutile della bellezza posticcia, che in fondo non dice gran che all’occhio moderno il quale apprezza soprattutto l’espressione e il movimento.

Roma, Teatro Quattro Fontane, 13 gennaio 1945. soffia, so’… rivista in due tempi di Pietro Garinei e Sandro Giovannini. Compagnia Zabum. Regia di Mario Mattoli.
Anna Magnani chiude l’anno teatrale con la rivista, ma non è il desiderio di trovare un facile successo che l’ha spinta al “ritorno”. Entrata in arte a sedici anni, Anna Magnani ha rivelato subito la sua speciale personalità e in breve ha raggiunto posizioni di primo piano. Tra le sue migliori interpretazioni basta ricordare Anna Christie di O’Neill e La foresta pietrificata di Sherwood. Ottima Fifina in Maya di Simon Gantillon, affronterà nella prossima stagione il ruolo della protagonista nella medesima commedia che, con altri lavori d’impegno, figurerà nel cartellone della sua Compagnia.
Trionfatrice indiscussa nel campo dello spettacolo musicale, recitando in prosa ella non ha tentato l’avventura, perché i suoi primi successi, alcuni dei quali non ancora superati, li conobbe proprio sulla scena di prosa.
La “maschietta” di Scampolo è stata una creazione viva e ricca di umanità e prosa, che Anna Magnani non si accontenta di adagiarsi in un repertorio comodo e privo di difficoltà, ma preferisce impegnarsi in interpretazioni che si distacchino con una propria fisionomia dalle precedenti.
Quindi, se di ritorno si deve parlare, il termine è riferito alla prosa e non alla rivista, che l’esperimento recentemente conclusosi non deve essere considerato come una scappatella, ma come l’attuazione di un vecchio e mai sopito desiderio di un’attrice di esprimere intere le sue possibilità e cimentarsi in un campo in cui può figurare degnamente.
Il pubblico che ha imparato ad amarla come interprete di rivista potrà oggi ritrovare la “Nannarella” cui è affezionato: per la verità, anche per lei non è facile dimenticare il genere e il pubblico che finora, le hanno dato maggiori soddisfazioni.