La Regina Magnani e la Roma di Fellini

Ma c’è proprio bisogno? Tu hai fatto un film talmente bello… hai proprio capito Roma e i romani

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Anna Magnani in Roma di Federico Fellini (1972)

Autunno 1971

«È una regina» dice Federico. «Regina degli zingari, o regina da favola: ma regina». Andiamo a trovare la regina.

Il cortile di palazzo Altieri, fatto per ospitare dozzine di carrozze, è buio e deserto; solo qualche seicento vergognosa sta rifugiata negli angoli. L’ascensore sale sferragliando nella scalèa, rivelando la sua pochezza di parvenu, umile servitorello che accompagna gli ospiti in abitino dimesso. Ma sbagliamo: non è qui che abita Anna Magnani. Il suo ingresso è nel secondo cortile, vasto come il primo; statue mozze e impolverate, fontane troppo grandi per per potersi ancora permettere di buttare acqua, e quelle inferriate alle finestre che danno ai palazzi romani l’aspetto di carceri papali. Ma qui l’ascensore è guasto, e saliamo a fatica una dura scala a chiocciola di pietra grigia; forse questa ascensione fa parte del cerimoniale di corte.

Sola, Anna Magnani sta guardando un film alla televisione. Veste il consueto lungo abito nero, colore del lutto e dell’anarchia. Si aggira, si siede a gambe larghe; si palpa e si accarezza come se nessuno le volesse bene: o come se sospettasse di essere malata. Federico ed io ci sentiamo come scolari che non hanno fatto il compito: dovremmo infatti portarle una proposta per il suo intervento nel film, ma «non ci è venuto niente». È meglio essere franchi, come a scuola, e riferirle lealmente tutte le idee che abbiamo scartato. In questo, Fellini rivela l’abilità dell’antico ginnasiale. Non posso staccare gli occhi dalla faccia di Anna: il corpo è inesistente come nei burattini, ma la faccia è una stupenda maschera bianca e nera, carica di sdegno, di arroganza, di dolore e di tenerezza. La regina è stata offesa — non destituita! — e si è isolata come Madama Letizia Ramolino «Che fa la madre de quer gran colosso — che potava li re co’ la serecchia? — Campa de consummè, nun butta un grosso — dice: uì e nepà, sputa e se specchia»… «Un’apparizione, come una vestale o una figura un po’ stregonesca… Il simbolo di Roma. Tu ti ritrai, fai un sorriso, entri e richiudi il portone… Questa città misteriosa non si fa svelare», dice Fellini.

Gli occhi pesti della Magnani — due pupille circondate da due grandi cerchi neri — mostrano interesse, Anna è ricettiva e sensibile, ed anche umile: «Sì, questo po’ esse — dice. — Ma c’è proprio bisogno? Tu hai fatto un film talmente bello… hai proprio capito Roma e i romani» (Anna ha visto le sequenze girate) «che c… ce veniamo a fa’ noi, Mastroianni, Sordi, la Magnani? Me pare uno di quei film americani dove fanno vede per un momento Frank Sinatra, Bob Hope…».

La regalità della Magnani viene fuori soprattutto quando si usa le parole da trivio; le escono di bocca con grazia e lievità impareggiabili, perfettamente fuse nel contesto, e necessarie. Soltanto i veri signori possono mangiare il pollo con le mani.

«Sì, certo, Anna». Fellini è intimidito come non l’avevo mai visto. «Ma vedi, facendo un film su Roma… io non posso lasciare fuori la tua faccia. Tu sei Roma; hai quel che di materno, di amaro, di mitologico, di devastato…».

Al «devastato», la Magnani non si risente minimamente. In effetti, il suo volto sembra sia stato sconvolto da calamità naturali o belliche; è un paesaggio più che una faccia; vi si leggono millenni di dolori, di mortificazioni, di nobili rivolte; certo suoi toni grigi sono quelli del peperino, del travertino, del tufo. L’equivalenza Magnani-Roma è fin troppo ovvia: ma allora perché questa nostra scarsità d’idee, questa difficoltà nell’inserirla nel film?

Proprio per questo. «Noi volevamo darle un ruolo d’opposizione, di disapprovazione» mormora Federico mentre scendiamo le scale. «Doveva fare una breve, scontrosa apparizione; affermare polemicamente che io non ho capito niente di Roma, che il mio film è irrealizzabile… Ora che Anna ha visto il film e ne è entusiasta… la sua parte d’antagonista è diventata impossibile. Dunque, rientra docilmente nel paesaggio; è uno dei tanti volti di Roma, è come la colonna Traiana o Castel Sant’Angelo: ed io ho appunto evitato queste immagini cartolinesche. Se ho lasciato fuori la colonna Traiana, perché dovrei mettere nel film la Magnani?».

Bernardino Zapponi