Città aperta al Festival del Cinema a Roma

23 settembre 1945

Al Quirino, tra velluti e rose, si è inaugurato ieri sera il I Festival Internazionale e Romano del Cinema. La parola Festival, chissà perché, ci ha riportato alla memoria il titolo di un sonetto del Belli, che diceva così: «Antri tempi, antre cure, antri pensieri». Insomma, con questa mostra si è voluto anticipare un clima di conquistata pace. Secondo le buone intenzioni degli organizzatori, la gara dovrebbe svolgersi ogni anno durante il mese di settembre. Il grazioso teatro è stato sistemato in maniera da poter sembrare una sala cinematografica, o quasi, nonostante i vuoti dei palchi, le gole della galleria e l’apertura del palcoscenico che in verità non rendono tecnicamente propizie l’audizione e la visione che, si sa, abbisognano di pareti lisce e refrattarie ai vuoti d’aria e d’eco. Con questo sembra si voglia annullare quella che fu la Mostra di Venezia. E a noi sembra un peccato, ché Venezia fin dal 1934 aveva stabilito un interesse da parte di tutto il mondo. Nel programma non è presente l’America. È una grande assenza, la più preziosa forse.
Fabrizio Sarazani

25 settembre 1945

Città aperta. Siamo di fronte ad un film di eccezionale valore artistico. E ciò subito con viva soddisfazione perché si tratta di una pellicola che va ad onore della firma e del talento italiano. Se si pensa che Città aperta è stata realizzata in un periodo irto di difficoltà e di sfiducia, con mezzi sempre di fortuna, e che così alto livello ha invece raggiunto, c’è da sentirsi pieni di legittimo orgoglio. A tanto può l’ingegno italiano quando finalmente libero da ogni intralcio spirituale, in piena libertà gli è consentito di operare. Il regista Roberto Rossellini, figlio del popolo, ha saputo parlare al cuore popolare. Figlio di Roma ha sentito e colto il palpito sotterraneo di Roma in quell’orrido, indimenticabile periodo dell’occupazione tedesca. Ne è balzato fuori un film di una vivezza straordinaria, ricco di clima e di atmosfera sì, ma ricco soprattutto di fatti, di notazioni acute, di personaggi plastici e coerenti, di drammaticità schietta e terribile. Con Città aperta Roberto Rossellini si è posto in primissimo piano tra i pochi cervelli cinematografici del mondo intero: e Città aperta può girare il mondo intero, messaggio vivo di italianità, a tutto vantaggio della nostra dignità e delle nostre ignorate sciagure.
Una lode incondizionata si meritano altresì gli interpreti del bellissimo film: Aldo Fabrizi, nelle vesti del prete Don Pietro, che vuol essere la rievocazione del martire Don Morosini, misurato ed espressivo; Anna Magnani, una popolana d’incredibile umore, attrice come non mai franca, esplicita e persuasiva; Marcello Pagaierò, il noto scenarista e regista di film che con stupenda naturalezza si è rivelato attore di grande talento; la deliziosa Maria Michi, il Grandjacquet, Harry Feist, ed una schiera di interpreti minori. La trama ed i dialoghi, avvincenti e bellissimi, sono di Sergio Amidi; la magistrale fotografia di Ubaldo Arata, il perfetto montaggio di Eraldo Da Roma ed il commento musicale di Renzo Rossellini, fedele collaboratore di suo fratello. Il film ha riportato un grande successo ed è stato applaudito con entusiasmo.
an.

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Si gira Città aperta

Anna Magnani, Aldo Fabrizi "Roma città aperta" 1945
Una scena di Roma città aperta (1945), Anna Magnani, Aldo Fabrizi

Roma, gennaio 1945. Se guardiamo il complesso dei lavori che sono oggi in preparazione e se consideriamo i programmi e i proponimenti dei nostri maggiori registi, possiamo facilmente vedere come, dal punto di vista artistico, la nuova produzione italiana si orienti nettamente verso un chiaro e bene inteso realismo. Così carattere e tipi dovranno conservare sullo schermo la loro umana sincerità; e così situazioni ed ambienti dovranno risultare il più possibile aderenti alla vita e alla verità.
E questo, in poche parole, il discorso che abbiamo sentito ripetere da quasi tutti i nostri registi migliori. Dopo lo stomachevole abuso di telefoni bianchi, di colonne a tortiglione, insomma dopo tutto il “pacchiano” e il “fasullo” che ci ha relegato Cinecittà, un orientamento in questo senso farà piacere a tutte le persone che abbiano un po’ di civiltà e buon gusto.
A noi ha fatto piacere l’aver ritrovato un siffatto proponimento nel film che entra ora in lavorazione e che s’intitola Città aperta, diretto da Roberto Rossellini e con Aldo Fabrizi protagonista; e che per il suo contenuto si presenta come il primo film degno di rappresentare la nuova cinematografia italiana.
Il soggetto e la sceneggiatura sono di Sergio Amidei, che si è valso anche della collaborazione di Federico Fellini. La vicenda è ambientata in un rione popolare di Roma, al tempo dei nove mesi tedeschi. Il protagonista è un prete patriota che partecipa alla lotta clandestina, aiuta i perseguitati, fino a che viene arrestato, portato a Via Tasso e fucilato. Per quanto non sia detto esplicitamente, l’autore del soggetto si è ispirato per il suo protagonista all’eroica e indimenticabile figura di Don Morosini.
Accanto a Fabrizi avremo Anna Magnani. Per gli altri interpreti, il regista non ha voluto le solite facce viste e riviste nei film italiani, ma ha preferito scegliere tipi nuovi e autentici, presi dalla vita comune o scelti in mezzo al popolo. L’esperimento, del resto, non è nuovo per un regista come Rossellini che proprio con tale sistema è riuscito ad ottenere i più notevoli risultati.

Qualche ricordo…

Arrivò la liberazione, e in quei 45 giorni ci buttammo a scrivere soggetti antifascisti, invece ritornarono i tedeschi, e passammo 10 mesi ad aspettare. Poi cominciò una lenta ripresa: facemmo Roma città aperta. Iniziammo la notte del 18 gennaio.
A giugno Rossellini aveva trovato una contessa, la Politi, che aveva già prodotto un film, Rossini, e lui mi disse: «Che facciamo?» e io proposi un film ad episodi. Ci mettemmo d’accordo, arrivarono i primi soldi. Eravamo nel settembre-ottobre 1944. Si elaborò la storia che doveva intitolarsi Storie di ieri. Il direttore di produzione doveva essere Besozzi. Ad un certo punto i soldi finirono. La contessa Politi ci chiamò e ci presentò il capo dell’Intelligenze Service. Costui ci chiese di quanto avevamo bisogno per andare avanti e ci offrì 3 milioni. Non appena ci diede l’assegno, uscimmo come pazzi su largo Tritone, dove stava la banca ma il direttore ci disse che l’assegno non valeva nemmeno la carta su cui era scritto.
Gli unici due a capire che il film dovevamo fare era straordinario sono stati Aldo Fabrizi e Anna Magnani. Noi ci avevamo messo dentro le nostre esperienze, ma la sensazione di una certa validità l’ebbero loro due.
Per la scelta di Fabrizi, si ottenne subito l’approvazione perché aveva già avuto successo con Avanti c’è posto e con L’ultima carrozzella. La Magnani invece la volevo io, invece Besozzi e Civallero preferivano la Calamai. Clara Calamai rifiutò perché voleva avere le scene. Fortunatamente intervenne Peppino Amato che per 250.000 lire comprò i diritti per l’estero e impose la Magnani.
Sergio Amidei (1)

Io da anni urlavo quasi: «Ma è possibile che non si possa fare un film su una donna qualunque, che non sia giovane…». D’accordo, allora ero giovane, comunque: «Perché?» ripetevo. «Perché non un film su una donna della strada che non sia diva, falsa?». Quando vennero a leggermi il copione di Roma città aperta: «Ci siamo», dissi. «Questo è meraviglioso.» Sennonché io quell’epoca facevo la rivista: erano già entrati gli alleati, no?, e avevo un grosso successo. Proprio come Fabrizi, che recitava in altre cose. Ora, siccome non mi volevano dare la stessa paga che per il film davano a Fabrizi… ma guardi, una miseria: centomila lire in più… per un puntiglio, insomma, per una questione di principio, risposi: «No».
Anna Magnani (2)

La Magnani doveva fare il film dall’inizio, ma aveva chiesto troppo, e allora l’avevano buttata fuori e avevano chiamato la Calamai, che doveva firmare il contratto e doveva cominciare a girare, e per una fregnaccia non ha firmato. Intanto è cambiato il produttore, e quello che è venuto dopo ha preferito pagare di più ma tenersi la Magnani, così la Calamai è rimasta fregata. Allora non sapeva cosa perdeva, certo. La Magnani fece le prove, i vestiti, tutto, e si doveva cominciare, e fu allora che gli prese la paralisi al bambino. Ogni giorno succedeva qualcosa. Una cosa drammatica…
Jone Tuzzi (3)

(1) La Città del Cinema, Napoleone 1979
(2) Intervista di Floriana Maudente, Arianna, agosto 1970
(3) L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti, Feltrinelli 1979

Rome, Open City

Anna Magnani in Rome, Open City
Anna Magnani in “Rome, Open City”

With Rossellini a shot is beautiful because it is right. With the majority of others a shot becomes right by virtue of it being beautiful.
Jean-Luc Godard

Houston, 1987

The dramatic construction of Rome, Open City is superimposed over the narrative element, here again with powerful melodramatic emphasis, built onto the framework of various traditional forms, adventure and comedy, in order to privilege the aspect of vision with dazzling rapidity. The story is re-proposed in all its immediacy while the significance grows complex, just as the reality represented is complex in its development. “Reality” therefore becomes memory, something amazing fantasy, the seat of our contradictions, the symbolic sign of an invented reality as an extension of our vision. Rossellini looks, and looking at that Rome by now liberated from the German occupation he sees once more the climate of expectation, reinventing a time that has passed but is fixed in the present. Rome, Open City moves the hands of time, and in doing so, finds once more the naturalness of people’s actions, the pain suffered, the longing for a change. The invention of the truth becomes truer than truth. As Stefano Roncoroni recalls: «in the original script the death of Anna Magnani was identical to that of  Teresa Gullace, a Roman woman of the people who was killed outside the prison of San Michele in Trastevere while her husband and son  looked on — she was also expecting a child. It was only for production reasons that the sequence could not be shot as foreseen and Rossellini, reinventing  on the set at his disposal, had that flash of genius that all recognize: in the moment that he has obliged to depart from the action as written into the script by reason of force majeure, he created one of the most beautiful pages in the history of cinema».

That sequence reinvented the “real” event and froze, in Magnani’s heart-breaking scream as she runs after the truck crammed with deportees, that element of symbolism that poetically identifies the situation for all time.

The image becomes history, and invention becomes the mark of representation.

Edoardo Bruno

Open City

“the acting of Anna Magnani in a role so endearing that her death half way through seems the loss of an old friend”

Open City, Roberto Rossellini
“the acting of Anna Magnani in a role so endearing that her death half way through seems the loss of an old friend”

New York, March 1946

Within a few days of the liberation of Rome by the American forces two Italian film makers began work on ‘Open City‘. They drew their talent where they could. Few of the actors in the film are professionals. They had planned this saga for a long time before the Germans were kicked out and now with equipment stolen from their enemies they proceeded to put on film the terror of their long occupation. Essentially simple in plot the script is rich in pictures of the Roman population living in the fear of a brutal enemy, scrounging a scant livelihood while their masters looted the land and fighting back as opportunity offered through moral and physical sabotage and the raids of the armed underground. Into the vast canvas of occupied Rome as it unfolds on the screen come strong portraits of a Partisan priest, a communist engineer, a printer for the underground, the young widow he wants to marry and her eight year old son, an actress corrupted by narcotics, the Gestapo chief and a woman Gestapo agent. Besides these there are many fine minor performances by collaborators, Partisans and just natives of the city. With backgrounds so rich in character studies and the expanses of Rome itself the action takes place in an atmosphere of epic reality that expands the film into one of the great documents to have come out of the war.

In her long history Italy has know tragedy in all forms. ‘Open City‘ is a sincere and piteous picture of her latest visitation. But there is a deeper meaning to the film than a re-enactment of the brutal occupation of the city of Rome. To the thoughtful ‘Open City‘ is not a tale merely of Italy, it is universal story of men of heroic virtue, wherever they may be, whatever their tongue or the color of their skin. It is in its catholicity of appeal, in its vast humanity that the film takes on its majestic scope and its large moral proportions. The excellent cast, imaginative direction and profoundly sincere purpose has given from and substance to these aspirations of mankind in terms that are realistic, deeply moving and honest.

A picture like ‘Open City‘ is apt to raise the question of propaganda in a work of art. All popular art takes on some aspects of propaganda: church murals, national monuments, popular literature. The film too if it has anything important to say, says it in terms of persuasion that come under the head of propaganda. The crux of the problem is not that propaganda is bad or artistically inadmissible but that the propaganda is justified by the facts and the intention. In ‘Open City‘ the story has a factual basis. It also has the intention to proclaim to the world that men of good will always will fight and die for justice.

This is an astonishing film — astonishing that it should come from an Italy plunged in disgrace by the perfidy and cowardice of her ruler and the weakness of large sections of her people; astonishing that, in thirty years, the Italians have produced nothing like it. It is in the grand tradition of the screen, masterful in direction and incident, eloquent in acting, particularly the acting of Anna Magnani in a role so endearing that her death half way through seems the loss of an old friend. Almost from the beginning it powerfully grips the spectator, and soon it appears that the events before him constitute his own scene, his own story. That is because it was the scene and the story of the Partisan film workers who made it. They have produced a film which silences controversy in respect for men who have the bravery to try to redeem the shame of their countrymen.