Anna Magnani nell’arte e nella vita

Roma città aperta non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male

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Anna Magnani in Roma città aperta (1945)
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Roma, giugno 1970

«È la più grande attrice oggi vivente». L’ha detto un americano, Tennessee Williams, che per lei ha scritto tre commedie. Ma resta ugualmente prigioniera di un «cliché». Nell’arte e nella vita. Non se l’è certo scelto lei, questo schema, ma siccome ha funzionato, ecco che non le è più possibile venirne fuori. Produttori e pubblico continuano a vederla in vesti di popolana, con l’accento romanesco. Nell’arte e nella vita. «Beh» commenta Anna Magnani «è un poco un’ottusaggine, diciamo. Io sarei felice se qualcuno mi offrisse di fare lady Macbeth. Di interpretare un personaggio che appartenesse a qualsiasi ambiente, a qualunque zona della società. Vero però, autentico, perché io sento subito il cartone». Tempo fa, in un impeto di ribellione, disse: «Non sono un’attrice presa dalla strada. Una certa preparazione scolastica l’ho ben avuta: ho fatto fino alla seconda liceo, ho studiato otto anni pianoforte, ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia». Adesso si limita a sorridere. «È inutile che continui a ripeterlo. Com’è inutile seguitare con la storia che non sono nata in Egitto, ma qui a Roma. Io, in Egitto, sono andata che avevo quattordici, quindici anni, e per pochi mesi. Forse sarà uscita da questo l’idea che, di origine, sono egiziana. O dal mio matrimonio con Goffredo Alessandrini, che è italianissimo, ma nato al Cairo. Certo che lo hanno scritto: enciclopedie, storie del cinema. Italiane, inglesi, americane. E io che ci posso fare: pubblicare il passaporto? Comunque, lei dica che ha visto la mia patente dov’è segnato… che c’è segnato? Nata a: Roma».

Cinema, teatro, un Oscar, premi a non finire e adesso il primo approccio con la TV non hanno intaccato la sua immediatezza. I suoi entusiasmi. Gli occhi soltanto sono quelli di chi ha visto e capito tante cose, traendone un’amarezza che ha scavato a fondo. Chiarissimi, forse grigi, forse color acqua, sotto il nero scarmigliato dei capelli, sono una finestra che si apre d’improvviso sul passato. Ricordano i grandi titoli sulla vicenda Bergman-Magnani-Rossellini, primi pettegolezzi urlati dopo vent’anni di silenzioso moralismo. Riportano all’epoca che l’Italia faticava a cancellare il suo passato, ad acquistare dignità e una nuova dimensione. Poi, di colpo, si fermano ancora più lontano. E sono gli occhi di “Nannarella” che, in Roma città aperta, ha riassunto la fame e la miseria della povera gente, le sofferenze di una generazione vissuta o addirittura venuta su fra crolli e macerie non soltanto materiali. Diventano occhi indimenticabili, che tutti i giovani dovrebbero conoscere per essere, se possibile, più duri nella loro implacabile condanna alla guerra e alla violenza. E poi anche per imparare la pietà.

In Roma città aperta com’è riuscita a dare una così sconvolgente verità alla sua morte?

Cara, le spiego subito perché sono morta bene, lì. Io, di quella scena, non ho fatto prove. Con Rossellini, che è stato quel grande regista che è stato, non si provava: si girava. Lui sapeva che, preparatomi l’ambiente, io poi funzionavo. Durante l’azione del rastrellamento, quando sono uscita dal portone, all’improvviso ho visto le cose… Sono ripiombata al tempo in cui per Roma portavano via i giovani. I ragazzi. Perché era popolo-popolo quello che stava addossato ai muri. I tedeschi erano tedeschi-tedeschi, presi da un campo di concentramento. Di colpo non sono stata più io, capisce? Ero personaggio, insomma. Eh sì, Rossellini aveva preparato la strada in maniera veramente allucinante. Le donne, sa che erano pallide nel risentire i nazisti mentre parlavano fra loro ? Questo m’ha comunicato l’angoscia che ho reso sullo schermo. Ah no, guardi: terribile. Un’emozione del genere chi se l’aspettava? Così lavorava Rossellini. E almeno con me, ripeto, il sistema funzionava.

Lei nel ’43 doveva interpretare Ossessione, mentre più tardi per Roma città aperta sulle prime venne chiamata Clara Calamai. Come successe che le parti risultarono invertite? 

Ai tempi di Ossessione ero incinta, aspettavo mio figlio. Non so i motivi per cui il film ha tardato tanto: so che, sempre in attesa del via, son rimasta a Ferrara per un mese, un mese e mezzo. Intanto però la mia pancia cresceva ed è finita che han dovuto prendere la Calamai. Quanto a Roma città aperta, la Calamai ci ha effettivamente lavorato dieci giorni. Ma questa è una delle storie più comiche della mia vita. Io da anni urlavo quasi: «Ma possibile che non si può girare un film su una donna qualunque, che non sia bella, non sia giovane…». D’accordo, allora ero giovane, comunque: «Perché?», ripetevo. «Perché non un film su una donna della strada, che non sia diva, falsa?». Quando vennero a leggermi il copione di Roma città aperta: «Ci siamo», dissi. «Questo è meraviglioso». Sennonché io a quell’epoca facevo la rivista: erano già entrati gli alleati, no?, e avevo un grosso successo. Proprio come Fabrizi, che recitava in altre cose. Ora, siccome non mi volevano dare la stessa paga che per il film davano a Fabrizi… ma guardi, una miseria: centomila lire in più… per un puntiglio, insomma, per una questione di principio, risposi: «No». Io allora nemmeno lo conoscevo Rossellini, ma so che voleva me. In questo modo cominciarono con la Calamai. Chissà, forse perché aveva fatto Ossessione. Non so, è una scelta che io non posso giudicare. Si entra nella mentalità dei produttori, in certi schemi. Sono andati avanti, le ho detto, dieci giorni e poi hanno cercato di nuovo me. Per fortuna, perché per una fregnaccia del genere avrei perso il film più importante della mia carriera. Riconosco che ho sbagliato, ma che vuole… Sì, è un film sempre molto bello. Solo che non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male. Tanto che, quando lo riprendono, dico: «Non m’invitate. Non mi chiedete d’intervenire: non mi va più».

Il declino del neorealismo ha coinciso, fra l’altro, con il successo delle “maggiorate”: si ritiene un po’ vittima anche lei di questo processo?

Non ho capito, scusi. O, almeno, il discorso è molto ampio e non me la sento di entrarci in merito. Al più direi che, nel fondo, esiste sempre una questione di produzione. Lei capisce che oggi tutto è condizionato dal fatto di incassare dei soldi e questo va a detrimento della qualità. Difatti, si vede che cosa è diventato il nostro cinema, salvo poche eccezioni. Si scopre il filone del western e per due anni ci cibiamo di western; poi si scopre il sesso e avanti con questo. Perciò i film realistici sono tutti finiti un po’ in ombra: non è un problema che riguarda me personalmente. O solamente me. Ogni tanto, se Dio vuole, salta fuori qualche eccezione: La battaglia di Algeri, per esempio, e quello è realismo. Insomma, secondo me, il realismo non muore; si tratta che i produttori dovrebbero essere un po’ meno commercianti, perché è possibile fare dei film belli e nello stesso tempo di cassetta. Però la loro mentalità è così, è ristretta, per cui il cinema sta in crisi: eccolo qui il risultato. La gente poi ormai ne ha abbastanza: sempre sesso, sempre western, sempre… Lei mi dirà: «Anche Antonioni ha portato il sesso sullo schermo in Zabriskie Point», ma lì diventa poesia, diventa… è un’altra cosa. Del resto, Easy Rider che è, se non realismo? È il realismo d’oggi, del momento in cui viviamo, ed è anche logico. Mica si può continuare con il realismo dei tempi di mia nonna.

(fine della prima parte)

Lettera aperta ad Anna Magnani

Anna Magnani, Aldo Fabrizi Roma città aperta (1945)
Anna Magnani, Aldo Fabrizi Roma città aperta (1945)

Milano, gennaio 1947

Illustre signora, leggo in un quotidiano milanese queste parole che mi riempiono due volte di gioia: “La cinematografia italiana ha fatto un grosso colpo, e proprio là dove era più difficile farlo: in America, Olimpo fino a ieri incontrastato di capolavori e di dive. Ad Anna Magnani, interprete di Roma città aperta, il film di Roberto Rossellini che ha battuto in America ogni primato di cassetta, il Comitato Artistico Americano ha assegnato il Premio per la migliore attrice mondiale del 1946; e nella graduatoria per i film migliori Roma, città aperta è stato classificato al secondo posto dopo Enrico V di Olivier.
Primo premio mondiale; vale a dire: la migliore attrice cinematografica del globo: e se tale riconoscimento conferma quella che i suoi intimi dicevano già essere, signora Anna, la sua opinione in proposito (ragion per cui la sua sorpresa dev’essere stata assai minore della nostra), noi, diciamo la verità, non osavamo sperare tanto. Non perché lei non si meriti la luminosissima laurea, intendiamoci: ma perché il Comitato si ritrova perennemente sotto gli occhi di tutto il Pantheon di Hollywood, la quale, fra l’altro, è a due passi del Comitato; ed è bello pensare a quei Soloni della celluloide, che tengono il premio in una mano e il cannocchiale nell’altro per cercare lei, signora Anna nostra, attraverso l’Atlantico e il Mediterraneo.
Ma un grande e invidiatissimo onore comporta, come tutti gli onori, qualche sacrificio e qualche responsabilità. Mi spiego: dopo che lei ha conquistato il premio, noi non possiamo pensare di rivederla su un palcoscenico di rivista infilar strofette il cui primo verso finisce in “racchia” e il secondo con la rima di Petrolini; non possiamo pensare che ella accetti di far ridere il pubblico, come avveniva in Pio, pio, pio…, accennando a uno di quei bazar galanti cui il signor Georges Bidault forse, dimentico della tradizione del Parc aux Cerfs, ha messo il catenaccio in tutta Francia; non possiamo immaginarla più in funzione di distributrice di “Te possino” di “Li morté” e di “Va’ a mmorì”, accompagnati da gesti che il marchese Antonio De Curtis, popolare col nome di Totò, può permettersi essendo un uomo e pensando che fra i suoi spettatori non esistano signorine minorenni, uscite due ore innanzi dal collegio. Lo dica, ai suoi e miei amici, autori di riviste, che da domani debbono rinunciare a questo non elettissimo armamentario. E se col pretesto che il pubblico ride a la casetta si riempie di banconote svalutate ma sempre apprezzabili, essi volessero indurla daccapo a prodigar vocaboli alla Giggi er bullo e invettive non scevre di allusioni biochimiche, lei si rifiuti energicamente. Lei risponda: “Ohe’, regazzi, che scherziamo? Io so’ er primo premio”, e indichi loro l’uscita del suo modernissimo appartamento. E se quelli seguitassero a insistere, lei troverà certamente nel suo dizionario romanesco le drastiche locuzioni con cui… Oh, mi scusi.
E viva dunque lei, signora Anna; viva Roma città aperta, che batte in America tutti i “records” d’incasso (chi l’avrebbe detto a Scipione l’Africano, ai suoi mille elefanti e alle sue duemila battaglie di Zama?), viva Rossellini, secondo premio mondiale; viva la nostra cinematografia; viva… Un momento: mi par di sentire Aldo Fabrizi: “Il premio alla sora Anna, va bene; ma la sora Anna, al finale della prima parte, aveva bell’e finito di lavorare, mentre io dovevo andare fino in fondo, e a quella maniera; se il Comitato non mi dà il premio per il miglior attore, una letteraccia, me possino cecamme, non gliela leva nessuno, non gliela leva…”
Veda di ammansirlo. signora Anna. E accolga, con le congratulazioni, i devoti ossequi di
Angelo Frattini

Open City and Anna Magnani National Board of Review 1946 Awards

Open City, Roberto Rossellini
“the acting of Anna Magnani in a role so endearing that her death half way through seems the loss of an old friend”

New York December 1946

Henri V has been voted the “best film of the year” by the National Film Board of Review of Motion Pictures, which also has voted Open City the year’s best foreign-language film. Laurence Olivier was named the actor giving the best performance; Anna Magnani (Open City), best actress, and William Wyler was designated ad having contributed the best direction of the year for his work on The best Years of Our Lives.

Roma, gennaio 1947

Per la prima volta il cinema italiano balza agli onori di una classifica internazionale imponendosi con una sua attrice, un suo film, e un suo regista fra la migliore produzione di tutto il mondo. È un fatto nuovo che ci riempie di legittimo orgoglio. La cosa è tanto più confortante in quanto un così alto riconoscimento ci giunge al termine di un anno particolarmente amaro i cui avvenimenti inducevano a credere che gli italiani, circondati dalla generale diffidenza se non proprio della generale ostilità, fossero tenuti al bando da ogni attività internazionale. La decisione del National Film Board of Review of Motion Pictures costituisce il primo segno pratico e disinteressato di una incoraggiante e ragionevole giustizia nei nostri riguardi. (…)
Era dal 1939 che il National Film Board non premiava film stranieri: in quell’anno il primo premio era stato dato a Quai des brumes di Carné. Nel ’38 era stato assegnato alla Grande illusion de Jean Renoir; nel ’37, nel ’36 e nel ’35 non fu premiato nessun film straniero; nel ’34 e nel ’33 erano stati premiati i due film tedeschi Blue light con Leni Riefenstahl e Hertha’s Awakening con Van Eyck; nel ’32 À nous la liberté di Clair e nel ’31 L’opera da quattro soldi di Pabst.
Ad Anna Magnani erano stati già assegnati, nell’estate scorsa, il Nastro d’Argento del Sindacato giornalisti cinematografici per la migliore caratterista e il Premio Lido per la migliore attrice: può comunque considerarsi l’attrice più premiata dell’anno. Scritturata dal produttore americano Geiger, associato alla Metro-Goldwyn-Mayer, la Magnani si appresta a interpretare Cristo fra i muratori che, come è noto, sarà diretto da Roberto Rossellini con attori italiani e americani. Gli esterni del film saranno girati dal vero in America, mentre gli interni verranno realizzati in Italia, a Napoli.
Terminato Cristo fra i muratori, Rossellini dovrà far fronte ad un contratto che lo impegna a realizzare due film per conto di un gruppo del quale fanno parte l’americano Geiger, la casa francese Discina e la casa italiana Scalera.
Mentre andiamo in macchina ci arriva la notizia che Roma città aperta ha vinto un altro importante premio americano. L’associazione dei critici cinematografici di New York, che ogni anno, dal 1935, stabilisce una classifica dei migliori film proiettati, ha assegnato al film italiano il primo posto nella produzione straniera del 1946. In tal modo Roma città aperta si è assicurata i due maggiori premi che vengono conferiti negli Stati Uniti ai film esteri.

Poésie et réalité

Francesco Grandjacquet et Anna Magnani dans Rome ville ouverte
Francesco Grandjacquet et Anna Magnani dans Rome ville ouverte, Roberto Rossellini 1945

Paris Décembre 1946

La vie recommence à gifler sur l’écran, et non pas le semblant capté dans savants éclairages. La vie d’une rue qui n’est pas fabriquée de montants de décors, de maisons qui ont quatre murs, avec des hommes, des femmes et des gosses à chaque étage. (…)
Malgré les photos crayeuses (on ne gomme pas les ombres dures) ou noires (pas de sunlights dans une prison), on ne peut parler ici de films mal faits. Il faut oublier les vedettes lustrées alanguies sur leurs blancs téléphones. Nous voici loin des photos bien léchées des films néo-américains, des gros plans savonneux où l’ondulation mouse dans les projecteurs. Et cependant, malgré les imperfections sonores ou les gaucheries du découpage, comme ces images semblent plus riches que le vide photographié avec habilité et dialogué avec esprit!
L’état des studios italiens incita Rossellini à tourner en plein air, quitte ensuite à demander à ses interprètes de se post-synchroniser; — favorable pénurie qui lui permit de retrouver Jean Vigo dans une cour d’école ou Cavalcanti dans une cuisine ouvrière. De même, c’est en partie à cause de la difficulté de construire des décors après l’autre guerre que les Allemands eurent recours à l’expressionnisme de leur théâtre d’avant-garde. (…) Quant aux acteurs, ils ne le sont jamais. C’est un monologuante comique qui fut engagé pour jouer l’ecclésiastique de Rome ville ouverte et Anna Magnani était chanteuse de music-hall. Les autres? pour la plupart des visages dans la foule, sur lesquels serait descendue una grâce céleste: celle de ne plus jouer devant la caméra; celle d’être, enfin, eux-mêmes. Il semble qu’ils se livrent à nous. Bien sûr qu’ils jouent! Mais nous l’oublions parce que la souffrance qui consume leur visage, parce que leur situation dans l’univers à ce moment donné sont autres choses que conventions théâtrales.
C’est une femme qui marche près d’un prêtre ou qui hurle avant d’être mitraillée, c’est un enfant qui s’endort ou qui a peur de recevoir une gifle.
La femme n’a rien d’extraordinaire à dire au curé, elle parle simplement de ses ennuis sans faire de “mots d’auteur”. L’enfant ne déploie pas un plus grand art que les petits prodiges de Hollywood. Ils sont bien telle femme et tel enfant, affirmant avec évidence leur existence: ils sont là et c’est comme cela. Anna Magnani ne met pas une grâce spéciale à remonter ses cheveux ou à s’essuyer les mains sur son tablier. C’est bien ce qui est rare dans ce domaine: une ménagère qui ne sorte pas de chez la manucure, une actrice qui n’ait pas besoin de gros plan pour mourir.
Le cinéma vit écartelé entre deux voies divergentes: merveilleux et fantastique d’une part, réalisme et enregistrement de la vie de l’autre, Méliès et Dziga-Vertov, Le voyage dans la lune et le Ciné-Œil. Or, il se cantonne jusqu’ici dans une zone intermédiaire: une transposition dans un monde artificiel, qui n’est ni réel, ni irréel, mais l’équivalent du “romanesque” littéraire au sens où l’entendaient les feuilletonistes des Veillées des Chaumières.
Dernière Chance, Bataille du rail, Rome ville ouverte ou Paisà (et dans un certain sens Brève rencontre et l’Enfance de Gorki) nous apportent un courant de vérité, una bouffée de naturel. On se libère dans ces films des usines à maquiller, des laboratoires à falsifier.
Que d’autres sachent pour le Rêve avoir toutes les audaces. Qu’ils mettent autant d’art à oublier le réel que ceux-là en ont mis à le retrouver. Qu’ils coupent les amarres et s’évadent dans les royaumes imaginaires, comme Rossellini a su resserrer nos liens et explorer le quotidien.
Nous trouverons alors au cinéma Poésie et Réalité, en place de l’habituel emsonge sans poésie et sans réalité.

Jean Desternes

Il bandito sullo schermo di Cannes 1946

Sora Gioconda (Anna Magnani) in Abbasso la ricchezza! (1946)
Gioconda Perfetti (Anna Magnani) Abbasso la ricchezza! (1946)

Ottobre 1946

Anna Magnani è stata applaudita a scena aperta dal pubblico del Festival Internazionale del Film di Cannes, la sera della presentazione de Il bandito. Questo gesto ha sottolineato una scena in cui Anna Magnani è stata, in un ruolo fortemente drammatico, più brava che mai. Ma ora eccola, questa attrice dal vivo talento, in una creazione del tutto opposta, colorita, piena di sapore e di comicità. E’ la “sora Gioconda”, la fruttivendola trasteverina rapidamente arricchita, che vuol fare la vera signora e non sempre riesce a nascondere le sue origini plebee. Il film di cui la “sora Gioconda” è il centro si intitola Abbasso la ricchezza!, e l’ha diretto Gennaro Righelli. Allegro e movimentato, è destinato a rinnovare il clamoroso successo di Abbasso la miseria! e a riconfermare le doti eccezionali di questa attrice che nel comico e nel drammatico o nel grottesco è sempre superiore a ogni elogio.

Italia al Festival di Cannes 1946

Dalla rassegna stampa

Il primo Festival Internazionale del film di Cannes si è inaugurato la sera del 19 settembre con un’eccezionale manifestazione mondana, culminata in una grande soirée dopo una sfilata di carri, una battaglia di fiori e uno spettacolo pirotecnico. Si è venuto in tal modo a precisare immediatamente il carattere del Festival, improntato ad un tono turistico-commerciale, totalmente diverso da quello che ha — e chini misura tanto maggiore dovrebbe avere — la Mostra di Venezia.
Nel gruppo italiano erano compresi, ad eccezione di Sciuscià, inspiegabilmente assente, i migliori film della scorsa annata — Roma città aperta, Un giorno nella vita e Le miserie del signor Travet — e tre pellicole di nuova produzione, Il bandito, Amanti in fuga e Le vie del peccato. Benché una sorta di congiura del silenzio, di evidentissima origine politica, aleggiasse intorno alle opere italiane, l’attesa ed anche la fiducia erano molto rilevanti e non sono rimaste, complessivamente, affatto deluse dalle presentazioni. I consensi maggiori sono stati raccolti da Roma città aperta e da Un giorno nella vita, mentre è stata molto elogiata la recitazione de Le miserie del signor Travet, la regia del Bandito, la fotografia di Amanti in fuga.

Il bandito è stato un grande successo e non poteva vincere in miglior modo la sua battaglia. Applausi a scena aperta, ed affollarsi di acquirenti attorno al produttore De Laurentiis per assicurarsi l’esclusiva della pellicola in vari mercati stranieri. Lattuada, regista in continua ascesa, vivamente festeggiato alla fine della proiezione insieme col produttore. Assai apprezzata l’interpretazione di Amedeo Nazzari e di Anna Magnani in particolare modo.

The Open City

Anna Magnani in Rome Open City

California, October 1946

The Open City is a shocking picture. It is shocking to home-body sensibilities that have not faced beachheads and foxholes, and even perhaps to veterans who were not at Belsen or Dachau. It is also shocking to the mores of what we still call Hays Office.
This Italian picture — made in the streets and houses of Rome only a short time after its liberation — tells an utterly realistic story of the underground. It is not a story of meeting and plottings and Gestapo and Quislings. Its heroes ere two Italians trying to hide from the Germans, and a priest who dies for trying to help them; the only samples of underground activity are a bombing by a bunch of boys and an attack on trucks carrying prisoners; and the issue of German oppression is confined to the torture of a single partisan. The torture scene is realistically brutal to the last permissible degree, but its significance and its emotional impact are immeasurably heightened, not by the bestial and the heroic motives it presents, but rather by the individual stories that lie behind it — and, indeed, stand beside it. The human relations of men and women which are outside and beyond any political or military struggle form the basic substance of The Open City, and would make an effective and affecting picture without the tragic climax. The singular virtue of the film lies in just that. It is this basic, human substance which the writers have used to justify dramatically the revolting scene of torture; for out of a prewar love affair comes betrayal, and the betrayer unwittingly has to face the torture of her lover and live with it all the life that remain to her.
The Open City is, of course, “unacceptable under the code” — as the Hays Office frames its dictums. This is not because of the torture — though that might be trimmed considerably by that authority — but because of the frank truth with which the picture handles its men and women. Heavenly and profane love are equally real and therefore equally unacceptable in The Open City. What these men and women do or have done is true-to-life and understandable and to be forgiven. In total effect it is deeply moving. But it is not the sort of thing that can go into that catch bucket of childhood and dotage, adolescence and maturity, the American movie theater.
The story of The Open City is told with humor, the humor of reality. It is set in real streets and what seem real rooms — a technical expedient the French have just used again in the pungent It Happened at the Inn, and a expedient we have almost forgotten since the silent days. The film is acted and directed just as realistically, and most effectively. There are  no Hollywood eyelashes pasted on the women, and, if the feminine agent of the Germans seems a little too much of a Brunhilde, just recall Miss Belsen of 1945.

Kenneth Macgowan
(from “Summer Films, Imported and Domestic”, Hollywood Quarterly) 

Roma città aperta a Locarno

Anna Magnani 1946

Agosto 1946

Il 22 agosto s’è inaugurato a Locarno il Festival internazionale del film, al quale partecipano oltre alla Svizzera, la Francia, l’Inghilterra, l’America, la Russia e l’Italia. Il nostro paese è rappresentato da Roma città aperta e da altri film della recente produzione. Una delegazione italiana, guidata da Vittorio Calvino, Vinicio Marinucci e Alberto Albani-Barbieri, è stata invitata e ospitata dal comitato organizzatore per la durata della manifestazione che si protrarrà fino al 1° settembre. Della delegazione italiana fanno parte Alida Valli, Anna Magnani, Carla del Poggio, Elisa Cegani, Maria Mercader, Gino Cervi, Paolo Stoppa, Vittorio De Sica, Alessandro Blasetti, Alberto Lattuada e Mario Soldati.

E’ terminata la preparazione del film Abbasso la ricchezza! che la Ora Film produrrà prossimamente per il noleggio della Lux Film. Questo film riprende il motivo di Abbasso la miseria! che ebbe grande successo di pubblico. La sceneggiatura è stata tratta da un soggetto di G. Righelli, con la collaborazione di V. Calvino, V. De Sica, N. F. Neroni, G. Righelli, F. Sarazani e P. Solari.
Interpreti principali del film saranno Anna Magnani, Vittorio De Sica, Virgilio Riento, Laura Gore, il baritono americano Garson e il bambino Vito Chiari. Sono ancora scoperti alcuni ruoli, per i quali si fanno i nomi di Porelli, di Glori, di Barnabò, di Ruffini e della giovane De Marchi.
Negli stabilimenti Safir presso ponte Milvio sono quasi terminate le costruzioni: una ventina di ambienti. Mezzi tecnici di Cinecittà, esterni a Roma.
La regia sarà di Gennaro Righelli e la fotografia di Aldo Tonti. Il film presenterà alcune “canzonette” originali.