L’œil de Rossellini

Rome ville ouverte (1945)
… et elle tombait dans la rue, le ventre à l’air, abattue comme une pauvre chienne pleine

Mai, 1948

(…) C’est le succès inattendu et révélateur de Roma città aperta qui attira sur ce jeune réalisateur l’attention généralement distraite de la critique. Quel est donc le secret de Rossellini?

Si nous examinons Rome ville ouverte, nous lui découvrons une certaine faiblesse, là où le film, dans sa construction, dans ses péripéties et ses personnages a encore quelque parenté avec les films ordinaires. Et l’on pourrait être tenté de regretter ce manque d’habilité à user des moyens mécaniques les plus éprouvés pour provoquer l’émotion. Mais c’est exactement sous tous ces défauts que germait la puissance d’un artiste prêt à accomplir una espèce de révolution et qui, dans Paisà, jetant aux orties quarante ans de routine cinématographique et de procédés narratifs coagulés, se lança à la poursuite de la vérité.

La poétique nouvelle qu’il a créée prend sa source dans son inquiétude: quand il recherche, à travers mille histoires, l’histoire la plus simple, évidente jusqu’à paraître banale pour qui la juge d’après son contenu en “effets”; quand il fouille les aspects extérieurs d’un monde qui, à d’autres yeux, pourrait apparaître inerte et sans voix; quand il choisit, parmi cent visages, celui qui sera le plus éloquent et, dans l’histoire de ce visage, l’expression qui en révèlera la vérité, soudain, comme dans un éclair de magnésium; enfin lorsqu’il découvre au milieu des plaies apparemment toutes semblables d’un paysage dévasté, le détail clinique où la tragedie s’est mystérieusement condensée.

Ainsi, on peut dire que son objectif ne saisit pas l’occasion de photographier l’apparence extérieure des choses mais cherche à atteindre le fantôme qui s’y cachait et qu’il fallait savoir trouver. Toute la partition de son film, en somme, est déjà écrite dans sa tête quand il commence à tourner, — confiée à l’infaillible mémoire de son instinct . Au contact de la réalité extérieure, il ne fait qu’ordonner les motifs de l’orchestration; et les images, qui semblent parfois de simples et faciles vues d’actualités, transmettent sans effort l’émotion première qui a fécondé son imagination.

Rossellini ne se laisse jamais submerger par la réalité qu’il affronte. Ce dragon épouvantable, armé de mille tentacules et dont tant de cinéastes sont la proie, lui, nouvel archange, il ne craint pas de l’aller débusquer de son antre pour le transpercer dans sa masse et en extraire, à la pointe de son épée, un cœur insoupçonné que lui seul avait entendu battre…

Fabrizi et Magnani avaient déjà joué ensemble; et sur un fond romain, le fond classique. Rossellini, hardiment, d’instinct, retourna la médaille de leurs interprétations de farce en dialecte et habilla le paysage touristique de la Ville éternelle de son plus sombre et plus moderne aspect de misère et de souffrance. La Magnani parlait toujours romanesque mais non plus pour faire rire; et elle tombait dans la rue, le ventre à l’air, abattue comme una pauvre chienne pleine.

Il y avait là du nouveau, mais du nouveau pris sur le vif et que seul Rossellini, certainement, pouvait retirer de la rubrique des faits divers pour le montrer dans la terrible vérité morale qu’il recélait. Les circonstances de la résistance à l’occupation de Rome, qui réunissent dans le sacrifice un prête et un communiste, élevées par le jugement de l’artiste sur le plan universel de la lutte entre le bien et le mal, se présentèrent, intactes dans leur bestialité ou leur noblesse, à la conscience des spectateurs qui oubliaient complètement qu’ils étaient au cinéma.

Antonio Pietrangeli

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Città aperta di Rossellini a Torino

“C’è molta poesia in questo film, poesia genuina che si effonde la figure reali del nostro popolo e che è destinata a commuovere il cuore si chiunque”

Anna Magnani Aldo Fabrizi Roma città aperta
Anna Magnani ed Aldo Fabrizi in “Roma città aperta”

Torino, dicembre 1945

Città aperta è stato il primo dei due film italiani prescelti per il recente Festival del Cinema di Roma, dove vi ha ottenuto un eccellente successo. È apparso un ottimo lavoro, e al pubblico è piaciuto soprattutto per il senso della misura usato da Roberto Rossellini nel trattare la così difficile e delicata materia del soggetto e nel guidarla con sicura mano per i sentieri della obiettività là dove poteva facilmente scivolare per i vicoli della retorica. Nel secondo tempo la cruda ed aspra visione delle torture di via Tasso immerge il film in un clima di potente realismo che profondamente ha impressionato gli spettatori. Bene ha fatto Rossellini a servirsi per le parti principali di persone prese dalla vita e non dal palcoscenico: due interpreti professionisti però, Aldo Fabrizi nell’inaspettata parte di un sacerdote che muore fucilato, e Anna Magnani, nel ruolo di una generosa popolana magnificamente vissuto dalla grande attrice, fanno eccezione e portano il contributo della loro arte commovente e convincente a questa vicenda davvero ispirata a tragici eventi del tempo di Roma tiranneggiata dai nazisti. Il film è tra i migliori che vedremo quest’anno.

Impressioni del pubblico torinese all’uscita del cinematografo dopo la visione di Roma città aperta.

In ben 42 impressioni formulateci, non troviamo che espressioni entusiastiche ed elogiative. E non possiamo non condividere noi pure, codesto plebiscitario tributo di lodi per quello che troviamo giusto definire uno dei film italiani più belli, più significativi, più sinceri. La regia di Rossellini è «sicura ed altamente ispirata».
Il soggetto «è profondamente umano e non sciupato mai da retoriche infiltrazioni propagandistiche». «C’è molta poesia in questo film, — dichiara una delle spettatrici — poesia genuina che si effonde da figure reali del nostro popolo e che è destinata a naturalmente commuovere il cuore di chiunque abbia un minimo di sensibilità».

Sull’interpretazione, particolarmente intelligente ci parve questo commento che riportiamo per intero: «Fabrizi è il protagonista e la sua figura campeggia qui come non mai: ma, tranne il finale, dove diventa mirabilmente ed efficacemente sobrio, quasi sempre egli sembra preoccuparsi fin troppo di mettere in evidenza la sua bravura; la Magnani invece è più grande di lui perché la misura eccelsa della sua arte essa rivela facendoci dimenticare addirittura che sia un’attrice, tanto riesce a persuaderci che sia una vera popolana romanesca, tanto sono convincenti le espressioni del suo dramma umanissimo e desolante. Ma degno di questi due sommi sono, nel loro meraviglioso debutto il Pagliero, colla sua maschera pensosa e potente e colla sua recitazione controllatissima; la Michi che disegna in modo mirabile il suo personaggio psicologicamente malato, e il Feist, raffinato ufficiale delle S.S. che gioca il suo ruolo con uno stile incisivo ed impeccabile».

Ma il giudizio che più ci è piaciuto è questo: «questo film, il cui tono elevato con cade mai, racchiude nel finale alcune pagine di vero cinematografo puro e di arte squisita. Tutte le scene della fucilazione ci avvincono e ci commuovono, ma quel che più ci resta scolpito nella memoria è l’espressione profondamente naturale patetica con cui i bambini assistono alla morte brutale del loro sacerdote. Trapela dai loro occhi incupiti più che piangenti, un giudizio precocemente severo sulle umane ingiustizie, già confortato però dalla cosciente certezza che solo in un mondo più alto regna la vera giustizia, e quel loro muto accorato sgomento par che ci dica: meditate». Ecco la sintesi poetica e morale di questo umanissimo film.

Ho creduto di essere Nannina

Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero.

Roma, città aperta
Anna Magnani

Non è facile far parlare Anna Magnani di Roma, città aperta: a chi le domanda quanto ha contato sulla sua storia di attrice recitare in uno dei film più importanti del cinema italiano, la Magnani è solita rispondere con il caldissimo imbarazzo della sua ben nota voce che «non sa cosa dire», che «è difficile parlare di una cosa così importante».

Le abbiamo chiesto se crede che Roma, città aperta sia ancora un film attuale, per il pubblico di oggi, per i gusti e i sentimenti dei giovani del ’70: «Magari ce ne fossero ancora di questi film — ha esclamato l’attrice con impeto —. Del resto lo vediamo tutti: ogni anni Roma, città aperta viene dato in qualche sala o alla televisione ed ha sempre successo. Ciò vuol dire che è ancora attuale».

Il neorealismo deve molto alla Magnani, ma la Magnani deve molto al neorealismo. Ci sono esperienze che una attrice si porta dietro in ogni inflessione di voce ed in ogni piega del suo corpo: Anna Magnani, uno dei più interessanti esempi di anti-diva, rappresenta tutta un’epoca della nostra cultura cinematografica: «Prima ancora di fare il film di Rossellini, io me la sentivo dentro questa voce di recitare come si vive, di parlare con il cuore, con la schiettezza della gente vera».

«Il neorealismo — ci dice con semplicità ma con convinzione — io lo avevo nel cervello: avevo sempre pensato che fosse giusto farla finita con il tempo del “telefoni bianchi”, con i dialoghi ipocriti di attrici belle ma vuote. Era giusto, invece, guardarsi intorno, vedere i fatti e i sentimenti della gente umile, di una donna non bella, ma con una dramma vero nella sua vita».

Abbiamo tentato di farla parlare su quei giorni del 1945, sulla sua lavorazione con Rossellini, su quei tempi unici del nostro cinema. Ma Anna Magnani non ricorda, oppure non vuole ricordare: una vera attrice, e la Magnani è davvero una grande attrice, ha il pregio ed il destino di rinnovarsi, di mutare, di rendersi capace di nuove dimensioni in tempi nuovi. Il passato di una attrice si può ricostruire solo nella sua ultima interpretazione.

Ciò che ha voluto ricordare riguarda molto più la sua ricchezza di donna sensibile, istintiva, autentica per come è fatta e come si comporta: «Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero. Io stessa ho creduto di essere veramente quella donna».

«La ricostruzione era così realistica che gli attori partecipavano della stessa paura e sgomento che avrebbero provato quelli del pubblico. Io nel creare il mio personaggio ho operato in funzione della mia emozione».

Parlando con Anna Magnani segue un suo ritmo, un suo moto interno: ama le frasi semplici ed immediate ed è praticamente impossibile registrare sulle colonne di un giornalista le sfumature psicologiche delle sue brevi frasi. È una donna che è veramente nata per il cinema e Rossellini questo lo aveva capito.

Roma, Gennaio 1970

Nannina

Nannina, impersonata da Anna Magnani con acuta sensibilità, ha il volto problematico della donna italiana, della donna del popolo

Anna Magnani in Roma città aperta 1945
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Il cinema del dopoguerra nasce sotto il segno della Popolana. Con Nannina, la generosa patriota del Quartiere Prenestino in Roma, città aperta di Rossellini, erompe nel cinema nostrano l’aria nuova recata dal clima della Resistenza.

Nannina, impersonata da Anna Magnani con acuta sensibilità, ha il volto problematico della donna italiana, della donna del popolo, coi suoi infiniti dolori: le guerre imposte di continuo dagli urti economici, i cui dolori, le cui rovine ricadono soprattutto sulla classe «subordinata»; una vita di miseria, riscattata con la lotta aperta contro l’invasore nazista e contro i servi dell’invasore, i fascisti, nei mesi dell’occupazione di Roma; i limiti femminili di riverenza al maschio, suggeriti da una morale tradizionale, superati, lungo la battaglia comune, da una solidarietà che avvicina i sessi opposti, fino al sacrifico della morte, nel balenio di una raffica di mitra. Si guardi la pienezza dei sentimenti femminili nei rapporti d’amore di Nannina con l’operaio antifascista Francesco, nei rapporti di scabro affetto, da adulti a adulti, senza smancerie ipocrite, tra Nannina e il figlio Marcello. D’altra parte, nello stesso film, altre due figure di donne, altrettanto problematiche e storicamente precise appaiono: Marina, la ballerinetta, che non ha saputo lottare e che i sogni di evasione dalla miseria hanno corrotto, fino al punto che, per un pizzico di cocaina e una pelliccia, tradisce il suo amante, membro del C.L.N. Manfredi, e al viziosa tedesca al soldo delle S.S., tenace nel suo cosciente pervertimento dei sensi.

Aldo Scagnetti
Roma, 30 Novembre 1954

Postilla a Roma città aperta

In diversi momenti di questo film ci si serra la gola e, quando la visione è finita, ci rimane il campo aperto a discussioni senza fine

Roma città aperta 1945

Milano, novembre 1945

Uscire dai cinema Diana o Filodrammatici, Meravigli e Corso, dove in questa settimana si rappresentano i film di cui sopra, e capitare nuovamente all’Odeon, dove da alcuni giorni con crescente successo si proietta un film, Roma città aperta, che è un film italiano, è una delle soddisfazioni di questi mesi, una soddisfazione così bella che forse è anche, del film stesso, il primo chiaro significato. Film per il quale siamo contenti di rifiutare una critica oggettiva e fredda.

Hanno detto che Rossellini, il regista, muove e manovra Pagliero, l’attore che interpreta la figura dell’ingegnere comunista, un po’ sulla linea di Gabin. (Potevano anche dire che l’inizio del film arieggia quello di Pepé le Moko. Chi ha parlato di una scissione tra la prima e la seconda parte, rilevando della retorica e del sadico irrisolto nelle scene di tortura (forse il film è stato ridotto nell’edizione milanese, e così va bene): chi ha ricordato l’inserirsi di Rossellini (regista, non dimentichiamolo, di opere discrete quali La nave bianca e Un pilota ritorna) nella tradizione documentaristica di De Robertis, nella vena di Uomini sul fondo e di Alfa Tau, affidandolo così al novero dei nostri migliori, sui quali potrà sempre contare il cinema italiano (anche di fronte all’estero, dal momento che Roma, città aperta è stato celermente acquistato dagli americani). Ma che senso ha tutto questo? Che cos’hanno in comune i vasti problemi umani agitati da questo film con il gusto un po’ sordido, pignolesco, persino raffinato degli emenderai quasi perfetti di De Robertis, con quella che Teofrasto direbbe forse sua classica “piccineria morale”? Perché in diversi momenti di questo film ci si serra la gola e, quando la visione è finita, ci rimane il campo aperto a discussioni senza fine, non sul film e per il film, ma che dal film hanno origine, e seguendo le quali ci porteremmo a discutere addirittura della nostra posizione umana e delle ragioni di essa, e delle necessità e soddisfazioni e inutili e vacue disperazioni ad essa connaturate e reali? perché il film non ci lascia crogiolare in una sua parabola, più o meno valida e raggiunta, di stile, ma ci perseguita dopo, e ci dice qualche cosa che ci entra dentro e che non possiamo più ignorare?

So che Rossellini non è un Pabst, so che non ha fatto e non potrà fare mai un Kameradschaft. So benissimo che molta parte del film è su un piano quasi mediocre. Ma, suvvia, non dimentichiamo che con queste immagini Rossellini parla al pubblico italiano parole chiare, prende una posizione decisa, afferma delle cose incontrovertibili che noi stessi abbiamo sofferto e soffriamo sulla nostra carne e sul nostro spirito, e le afferma con una recisa convinzione, e con una tale chiarezza che bisognerebbe essere ciechi, o insensibili, per non avvertirle. Non ha fatto della retorica e ci ha dato, a noi italiani, quella retorica che, se vogliono, rimane la nostra, e che siamo ben lieti di accettare. E proprio i tedeschi, i piatti, rigidi, obbligatissimi tedeschi che hanno troppo spesso accusato noi per la nostra anima e per il nostro cuore, essi stessi si sono sempre mossi sopra un piano di tale esagitata, assoluta, vuotissima retorica, da trovare adesso il vuoto dentro di sé, ora che hanno sciupato quelle esteriorità, che hanno perduto quei gonfi ideali: non sanno più dove dirigersi, adesso veramente non capiscono più che cosa vivono e come e perché e fin quando vivono. Ma per noi non è così: per noi rimane quel tanto che, lo so, non è ancora risolto: ma che nella sua estrema dialettica è segno di vitalità, che ci concede un poco di vera fiducia per cui possiamo ancora sperare nell’avvenire.

Questo mi pare sia il senso più evidente di Roma, città aperta. In questo film manca Roma, ma la Magnani è riuscita a non farci odiare il dialetto romano. E i tedeschi erano così convenzionali nella realtà, che riportarli tali e quali significava renderli convenzionali anche sullo schermo! Ma colui che ha cospirato veramente, io credo debba fremere a sentire le loro voci, quelle voci aspre, rotolanti, irrimediabili per le quali Dovgenko ha detto: battono nelle nostre anime. Tuttavia, adesso che quelle voci hanno finito di risuonare, è forse il caso di chiederci: come si sono svegliate queste nostre anime, dove si sono indirizzate, quale giovamento hanno tratto dalle passate esperienze?
Ecco perché quei bambini (per il resto abbastanza convenzionali) che nel finale del film camminano nell’alba, dopo l’esecuzione del prete che ha cospirato, ci sembrano veramente muovere i primi passi, e donano a quelle inquadrature un volto di appassionante attualità.

an.

Rome ville ouverte

Des visages comme ceux d’Aldo Fabrizi, Anna Magnani, l’étonnante Maria Michi, le petit Vito Annicchiarico, Harry Feist, viennent peupler et hanter le souvenir du spectateur

Rome ville ouverte
Pina (Anna Magnani) et Don Pietro (Aldo Fabrizi) dans Rome, ville ouverte, une réalisation de Roberto Rossellini

On a parlé d’une renaissance du film italien. A ce point de vue, Rome, ville ouverte est mieux qu’une promesse: une véritable révélation. Nous nous souvenons de l’époque, pas bien lointaine, lorsqu’on se contentait de filmer sous l’admirable ciel d’Italie de grandes machines vides de sens comme Scipion l’Africain ou des niaiseries musicales, ou encore des mélos tapageurs, jouées avec emphase. Le film de Roberto Rossellini, lui, fait table rase  de tous ces procédés désuets et combien poussiéreux. Voici la vie talle qu’elle est. Voici des êtres humains qui souffrent, pleurent, agissent “normalement”. Voici encore un cadre magnifique: la Ville Eternelle; une toile de fond dont on a beaucoup abusé mais qui reste singulièrement émouvante lorsqu’on s’en sert comme l’a fait Rossellini: la guerre, les derniers jours de l’occupation allemande.

Par plus d’un point, Rome, ville ouverte est un film remarquable. Il a du style, un style sobre, bouleversant même à force de simplicité. Ces images ont souvent l’éloquence surprenante d’un film d’actualité. C’est dire que l’écueil du chiqué est évité. Il y a parfois une émotion un peu facile, mais on ne sombre jamais dans la grandiloquence ou l’exagération. Et c’est là qu’éclatent les mérites d’un jeune cinéaste qui n’a pas craint de nous montrer brutalement ce jeu de la vie et de la mort tel qu’il est vraiment. Il n’y pas, ici, d’espionne super-photogénique, de douce et immatérielle héroïne, de jeune premier-tombeur de cœurs. Il y a des visages durs, tendus par la volonté, tordus par l’anxiété, des visages de tous les jours qui ne recherchent pas les éclairages savants, mais qui s’offrent tels qu’ils sont: derrière ces visages il y a une âme.

Le sujet? Y a-t-il un sujet proprement dit? Sergio Amidei a regardé ce qui s’est passé autour de lui; il a tissé solidement ensemble le destin de plusieurs “petites gens” à la veille de se libérer du joug nazi qui les oppresse. Les Alliés ne sont pas loin. Rome a été déclarée ville ouverte. Mais innombrables sont les petits drames qui se jouent fans les rues et ruelles de l’antique cité. Et non moins poignants sont ceux qui se déroulent dans le cœur de cette poignée d’individus sur lesquels le scénariste a centré son attention.

Roberto Rossellini a exploité à fond les possibilités du cinéma; le rythme nerveux de son film, sa façon de conte, de cueillir tel détail pittoresque, d’éclairer tel décor, tout cela nous émeut et nous enchante. Et l’interprétation aussi. Des visages comme ceux d’Aldo Fabrizi, Anna Magnani, l’étonnante Maria Michi, le petit Vito Annicchiarico, Harry Feist, tant d’autres encore, viennent peupler et hanter le souvenir du spectateur. Il n’est pas beaucoup de films dont on peut en dire autant.

Paul Deglin
Paris, Février 1947

Anna Magnani e Rossellini i migliori del mondo

Per la prima volta il cinema italiano balza agli onori di una classifica internazionale imponendosi con una sua attrice, un suo film e un suo regista fra la migliore produzione di tutto il mondo

Anna Magnani e Rossellini

Roma, gennaio 1947

Qualche giorno prima di Natale è arrivata da New York la seguente notizia:

«L’attrice italiana Anna Magnani è stata classificata la migliore attrice della produzione cinematografica dell’annata per il film Città aperta. La classifica è stata fatta dallo speciale Comitato Nazionale che ogni fine d’anno passa in rassegna la produzione cinematografica mondiale.

Il film giudicato migliore è Enrico V. Lo stesso riconoscimento ha avuto il suo interprete Laurence Olivier. La migliore regia è stata giudicata quella di William Wyler per il film americano I migliori anni della nostra vita. I quattro film giudicati migliori sono nell’ordine, i seguenti: Enrico V, Città Aperta, I migliori anni della nostra vita e Breve incontro. Quest’ultimo film, al pari di Enrico V è di produzione britannica»

Per la prima volta il cinema italiano balza agli onori di una classifica internazionale imponendosi con una sua attrice, un suo film e un suo regista fra la migliore produzione di tutto il mondo. È un fatto nuovo che ci riempie di legittimo orgoglio. La cosa è tanto più confortante in quanto un così alto riconoscimento ci giunge al termine di un anno particolarmente amaro i cui avvenimenti indicevano a credere che gli italiani, circondati dalla generale diffidenza se non proprio dalla generale ostilità, fossero tenuti al bando da ogni attività internazionale. La decisione del National Board of Review of Motion Pictures costituisce il primo segno pratico e disinteressato di una incoraggiante e ragionevole giustizia nei nostri riguardi.

Il National Board (Comitato nazionale di critica del film) è un’istituzione tipicamente americana che si propone lo studio dei problemi cinematografici sotto il duplice aspetto del benessere pubblico e della pubblica educazione: un ente cioè che si occupa di tutto quanto riguarda il cinema con fini culturali e moralistici.

Esso svolge la sua complessa attività attraverso varie commissioni. Una di queste, che è composta da circa cinquecento uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni, si propone, per esempio, di rappresentare nell’esame dei film la media della pubblica opinione: le sue decisioni servono per l’aggiornamento del Production Code, vale a dire del codice di censura seguito da tutti i produttori consorziati nel MPPDA.

Un’altra commissione, composta da duecento critici e studiosi, si occupa di cinema sotto l’spetto puramente artistico. Essa premia le pellicole più interessanti , il regista, l’attrice e l’attore artisticamente migliori.

Questa classifica, che precede di qualche settimana l’altra più generalmente noto dell’Accademia cinematografica (premi Oscar), è particolarmente importante perché non tiene affatto conto di quegli elementi commerciali e di successo che negli Stati Uniti formano così spesso la base di ogni giudizio critico; essa si ispira esclusivamente a criteri estetici. Il fatto che tutti i membri del National Board sono per statuto estranei all’industria cinematografica è la migliore garanzia di un’assoluta obiettività i giudizio.

Era dal 1939 che National Board non premiava film stranieri: in quell’anno il primo premio era stato dato a Quai des brumes di Carné. Nel ’38 era stato assegnato alla Grande illusion di Renoir; nel ’37, nel ’36 e nel ’35 non fu premiata nessun film straniero; nel ’34 e nel ’33 erano stati premiati i due film tedeschi Blue light con Leni Riefenstahl e Herta’s erwachen con Van Eyck; nel ’32 A nous la liberté di Clair e nel ’31 L’opera da quattro soldi di Pabst.

Ad Anna Magnani erano già stati assegnati, nell’estate scorsa, il Nastro d’argento del Sindacato dei giornalisti cinematografici per la migliore caratterista e il Premio Lido di Fotogrammi per la migliore attrice: può dunque considerarsi l’attrice più premiata dell’anno. Scritturata dal produttore americano Geiger, associato alla Metro-Goldwyn-Mayer, la Magnani si appresta a interpretare Cristo fra i muratori che, come è noto, sarà diretto da Roberto Rossellini con attori italiani e americani. Gli esterni del film saranno girati dal vero in America mentre gli interni verranno realizzati in Italia, a Napoli.

Terminato Cristo fra i muratori, Rossellini dovrà far fronte ad un contratto che lo impegna a realizzare due film per conto di un gruppo del quale fanno parte l’americano Geiger, la casa francese Discina e la casa italiana Scalera.

Mentre andiamo in macchina ci arriva la notizia che Roma, città aperta ha vinto un altro importante premio americano. L’Associazione del critici cinematografici di New York, che ogni anno, dal 1935, stabilisce una classifica dei migliori film proiettati, ha assegnato al film italiano il primo posto nella produzione straniera del 1946. In tal modo Roma, città aperta si è assicurata i due migliori premi che vengono conferiti negli Stati Uniti ai film esteri. Gli altri film stranieri premiati dai critici di New York sono stati nel ’39 Mietitura prodotto in Francia, nel ’38 La grande illusione di Renoir, nel ’37 Mayerling con Charles Boyer e nel ’36 La kermesse eroica di Feyder.