Mamma Roma 1962

Ettore Garofolo ed Anna Magnani in una scena di Mamma Roma

Ottobre 1962

Mamma Roma accentua e approfondisce i difetti che già erano presenti nel precedente film di Pasolini, senza peraltro riuscire a ritrovare la forza drammatica di quello. Il difetto principale di quest’opera, pur per molti versi pregevole, sta proprio, a nostro giudizio, nel suo impianto drammatico: che sfiora, e spesso oltrepassa, i limiti del melodrammatico. È chiaro, tuttavia, che non parliamo in questo caso di melodramma nel senso “verdiano”: se così fosse avrebbe ragione Pasolini quando afferma che anche Chaplin, in Luci della città, è dichiaratamente melodrammatico. Ciò che noi invece intendiamo dire è che Pasolini resta stranamente ancorato a personaggi e situazioni fumettistiche, in cui i sentimenti e il nodo stesso della vicenda, per voler essere a ogni costo popolari, finiscono per trasformarsi in cliché da troppo tempo superati. In Mamma Roma vi sono troppi elementi legati a questo tipo deteriore di letteratura, per non pesare sulla costruzione generale del racconto e appesantirla in modo determinante: la prostituta sostanzialmente buona e soprattutto “mamma”, il figlio in apparenza cinico e amorale, in realtà tanto legato alla madre da morire come un Cristo in croce, quasi per assumersi simbolicamente i peccati di lei, e via via gli altri personaggi minori, gli amici del ragazzo (copie un po’ sbiadite di lui), le due prostitute Bruna e Biancofiore, lo sfruttatore, impersonato da Citti, sorta di deus ex machina della vicenda.

Pasolini, tuttavia, è un artista sincero, appassionato: le vicende che egli racconta, le soffre veramente, il suo slancio assai più populista che rivoluzionario, è autentico: e in questo modo egli riesce spesso a decantare una materia così pesante, così grezza, perfino retorica, con e istanti di raggiunta poesia, di commozione intensa e non fittizia. Purtroppo si tratta soltanto di momenti: e la recitazione esagitata e standardizzata della Magnani non lo aiuta certamente a trasformare questi singoli istanti in un clima generale che riscatti il film nel suo insieme.

Forse anche a causa del particolare momento psicologico in cui ha diretto Mamma Roma (nel massimo scatenarsi dell’offensiva di tutti i suoi nemici, personali e politici, all’epoca del processo per la “rapina” al benzinaio) Pasolini si è lasciato sfuggire di mano questo film e non ha saputo mostrare in esso quel rigore stilistico che, pur con tutti i difetti tecnici, costituiva il merito di Accattone.

I personaggi mancano così, tranne in alcuni momenti, di una loro umanità autentica, e i rapporti fra madre e figlio non sono sufficientemente sviluppati e chiariti. Così certi atteggiamenti del ragazzo appaiono troppo bruscamente presentati, senza una necessaria preparazione psicologica.

Se può d’altra parte apparire talvolta fastidioso il bagaglio culturale dell’autore, presente in maniera quasi ossessiva (il commento musicale di Vivaldi, le inquadrature ispirati a celebri quadri del Mantegna, di Antonello da Messina e di altri pittori), quando Pasolini si lascia trascinare dalla sua commozione, dall’amore per i suoi personaggi (e per la umanità in genere), il film sale all’improvviso di tono, assume un’essenzialità assoluta: come nella sequenza, bellissima, in cui Anna Magnani, vedendo il suo ragazzo servire i clienti del ristorante dove lavora, scoppia improvvisamente, e senza una ragione apparente, in un pianto irrefrenabile.

Pasolini, in una sua intervista, ha dichiarato di essere, esplicitamente, un uomo del passato, legato a certe tradizioni; sospettoso, per natura, verso certi sperimentalismi, sia in letteratura che nel cinema. In questa sua posizione un po’ anacronistica forse, ma del tutto rispettabile, sono da ricercarsi le origini dei limiti che abbiamo cercato di indicare. Ma anche le premesse — e non vi è affatto, come potrebbe sembrare, contraddizioni di termini — per un ulteriore affinamento, per un possibile sviluppo.

Franco Valobra

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Mamma Roma e la critica

Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini il suo più felice personaggio.

Anna Magnani in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini

Venezia, Settembre 1962

… Però, il nostro filmone, il nostro pezzo forte, era stavolta Mamma Roma di Pasolini, vera summa del mondo e dell’estetica pasoliniana, che ci ha dato, oltre il resto, un folgorante ritorno di Anna Magnani, in uno dei suoi personaggi più complessi e più torturati.
Filippo Sacchi

A noi Mamma Roma è piaciuto soprattutto nelle intuizioni episodiche che si risolvono in fatto visivo di grande suggestione. Ci basterà accennare a due punti. L’aneddoto iniziale con la protagonista che assiste durante il banchetto nuziale, al trionfo della ragazza che le ha portato via l’amante, un classico pappa, frutto malaticcio delle borgate. L’ambiente è rustico, le galline vengono a razzolare tranquillamente nello stanzone della rozza bisboccia. Un tantino ebbra, infelice ma superba, l’abbandonata improvvisa stornelli schernevoli. L’altro episodio è di più sottile bellezza, più lirico che drammatico. Ricciuto, glorioso, sicuro di sé, il giovane trascorre tra i tavoli nell’osteria tipica dov’è cameriere. Persuasa d’averlo sistemato, Mamma Roma lo contempla nell’ombra. Felice come una regina che veda il figlio in trono.
Pietro Bianchi

… In tal modo autentici valori indifesi vengono soverchiati ed annullati. È il caso di Anna Magnani, un’attrice che meritava — non per deferenza ma per valore — un largo omaggio.
Tommaso Chiaretti

Vi sono in Mamma Roma eccellenti brani, v’è il respiro di un autore. Ma è anche un film dilatato nella concitazione e nella misura al di là del punto limite. Il film di Pasolini è però tra i più importanti di quelli visti a Venezia che, tra l’altro, si riducono a quattro: oltre a Mamma Roma, Vivre sa vie, L’infanzia di Ivan, Cronaca familiare e Smog. Si può amarlo o non amarlo questo Mamma Roma, ma discordiamo col giudizio distratto e sommario con cui è stato accolto, e dispiace che la giuria non l’abbia registrato tra le opere premiate.
Maurizio Liverani

Non si potrebbe dire del film di Pasolini senza sciogliere prima un inno a lei (Anna Magnani) madre per eccellenza, come lo fu altre volte. Mai di maternità intensamente sofferta come questa — però mai — come nel felice film di Pier Paolo Pasolini, una madre di eccezione, nel cinema supremamente tragica ed infelice. Il primo ad unirsi all’inno è stato Pier Paolo Pasolini. La grande attrice gli ha offerto la possibilità di ravvivare con la sua partecipazione umana la tematica della proletariat. I ragazzi di vita e i bulli di periferia, hanno finalmente trovato una grande madre.
Riccardo Marchi

È un film come non se ne vedono tutte le settimane: si potrà non amare la vicenda, sopportare male i personaggi, sperare che Pasolini autore di romanzi e di film rivolga la sua attenzione a un mondo diverso. Eppure sarà difficile dimenticare gli antichi misteriosi ruderi della sua periferia, i carrelli a procedere sui lunghi monologhi della Magnani, la beccatissima battuta della ragazza che segue i suoi violentatori con la passiva rassegnazione di un animale, il giovane che serve i pasti in trattoria quasi danzando. Insomma tutta l’osservazione minuta, attenta, felicissima, che si traduce in punte stilistiche di straordinario vigore: e, dietro, il dolore autentico, severo, compatto, che è la tremenda vocazione di Pasolini, il porto infernale da cui partono e al quale arrivano tutte le sue esperienze.
Tullio Kezich

La battaglia per Mamma Roma non c’è stata. La maggioranza dei critici si sono trovati d’accordo nel pollice verso; la reazione del pubblico, dell’elegante pubblico del Palazzo del Cinema, nonostante il patologico per le parolacce e il dialetto romanesco, è stata, invece, più generosa delle previsioni. Anche a noi il secondo film di Pier Paolo Pasolini piace fino a un certo punto, meno di Accattone comunque; ma perbacco, sebbene sia così coccolato dal suo milieu letterario, questo petroliere della cultura italiana che spiace a Dio e ai nemici suoi, che è combattuto ferocemente da destra perché è un marxista, e evidentemente da sinistra perché lo è a modo suo, questo cantore della miseria romana che ha soltanto il torto di essere un cattolico senza saperlo (o, forse, lo sa, lo sa ma non riesce a risolvere la contraddizione), orbene questo Pasolini ha il diritto di essere giudicato con maggiore intelligenza e rispetto.
an.

Anche Mamma Roma (soggetto e sceneggiatura dello stesso regista) è destinato a dividere gli spettatori: tra osannanti ed esecranti non ci sarà posto per gli indifferenti. Perché è un film, nonostante la maschera spregiosa, di buoni sentimenti e di netta impronta italiana e cattolica, la cui vicenda di madre e figlio ha per posta la salvezza dell’anima e finisce con l’adombrare, nella prima la Mater Dolorosa, e nel secondo il Crocifisso. Ma quanti sapranno penetrare oltre quella maschera? Quanti non si lasceranno irritare dalla crudezza delle situazioni e dalla violenza del linguaggio?
Leo Pestelli

Mamma Roma è ugualmente un film d’autore, e diciamo subito che è più organico, più equilibrato, e molto più completo di Accattone. Non ha infatti sbavatura, e senza l’andamento picaresco che diventa facilmente barocchismo è compatto e stringato, disperato e malinconico anche nelle brevi aperture al sorriso ricavate dalla scaltrezza popolana. Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma il suo più felice personaggio. È attrice grande, epperciò non fa da mattatrice, tanto da non sopravanzare il ragazzo Ettore Garofolo, un capolavoro di spontaneità. Giunta oggi a metà strada la ventitreesima Mostra del Cinema non poteva girare di boa meglio di così.
Libero Mazzi

Un film d’arte a cui il nome di Anna Magnani e un dialogo molto forte garantiscono un’ottima distribuzione in Italia e all’estero. Sarà certamente uno tra i migliori e più discussi film italiani della nuova stagione. L’adattamento di alcuni brani di musica classica, elaborato da Carlo Rustichelli, fa da sfondo all’azione e ne enfatizza gli effetti drammatici.
Robert Hawkins

Mamma Roma alla XXIII Mostra di Venezia

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni

 

Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini alla XXIII Mostra di Venezia 1962

Venezia, 25 Agosto 1962. Mostra del trentennale. Da tempo si va ripetendo che questa edizione sarà eccezionale, che festeggerà in maniera degna la decana delle competizioni cinematografiche. Lo schieramento, sulla carta, favorisce rosee previsioni e sul traghetto del Lido già si fanno previsioni sulla battaglia finale per il Leone. Tornano ripetutamente, i nomi di Welles, di Zurlini, di Pasolini, e, in particolare, degli esordienti: Bertolucci, Visconti jr., Orsini. La 23a edizione propone 18 nuovi autori: le cifre sono qualcosa di più di una semplice curiosità statistica. Sul piazzale del Palazzo i primi arrivati passano ai nuovi le primizie: defezioni di Eva e del Processo, contrasti violenti in seno alla commissione di selezione, agitazione in alto loco per tappare le falle. Neppure questa sarà una Mostra tranquilla.

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni. Alla Mostra, Nannarella non aveva nessuna voglia di andarci. È noto che i festival l’annoiano e che sempre di meno sopporta l’invadenza di giornalisti e fotografi. Infatti appena arrivata a Venezia ha preferito chiudersi in albergo: inutile l’odio esploso tra due cronisti che erano accorsi per intervistarla. Nella sua stanza ha fatto salire soltanto due o tre amici. Nannarella giunge alla conferenza stampa con un’ora di ritardo; risponde distrattamente alle domande; si accosta al suo regista. Sembra intimidita e preoccupata dell’esito della sua rentrée. «Qual’è la più grande attrice straniera, secondo lei?», le ha chiesto uno. Anna Magnani si è aggiustata la spilla di brillanti e ha detto Edith Piaf. «E la più grande attrice italiana?». Altra pausa, poi la sua voce un pò bassa ha pronunciato il nome della Duse. Allora il giornalista ha cambiato argomento. «Ricorda qual’è stato il giorno più bello della sua vita?». «No». «E quello più triste?»; «Senta,» ha detto a questo punto Nannarella alzandosi per andarsene, «me lo ricordo benissimo, ma non glielo dico».

Al Palazzo del Cinema, quando appare tutta corvina, un’autentica ovazione l’accoglie. È sempre Nannarella e lei si sbraccia a salutare ed a gettare baci. Poi le luci si spengono, ed ancora piovono applausi. Alla fine il pubblico è tutto per lei; per questa ineguagliabile Mamma Roma cui si vorrebbe offrire una simbolica Coppa Volpi. Le polemiche, all’uscita, s’accendono più del consueto e il match AccattoneMamma Roma prosegue sino a notte alta nelle poltrone dell’Excelsior.

Mamma Roma è un film in certo modo complementare ad Accattone: dove là era istinto, fantasia, improvvisazione stilistica, colore, qui è costruzione meditata, ricerca di stile espressivo, dramma articolato. Ciò che questo film rivela di importante, Pasolini è un vero autore cinematografico, padrone del linguaggio: cosa su cui un’opera come Accattone, per il suo carattere, poteva lasciare qualche dubbio. Mamma Roma è un ottimo racconto: e di stupendo ha poi l’invenzione figurativa figurativa e psicologica del giovane protagonista, un ragazzo chiuso, introverso, sensibilissimo ricco di un nascosto calore.

Mamma Roma partecipa della stessa eccezionalità di Vivre sa vie. Perfettamente al suo posto in una selezione di film da Mostra d’Arte, non si può non rilevare la sua esuberanza, che in Pasolini è visiva, come nella allusione plastica — in lui frequente — al “povero” Cristo (del Mantegna) nell’episodio della della morte dei giovane detenuto (altrettanto ha fatto Godard paragonando Nanà a Giovanna d’Arco), ma soprattutto verbale, come nella stornellata nuziale: la cui intenzione spregiosa, in teoria al servizio esclusivo di una funzionalità drammatica, finisce per colpire anche il pubblico che al Palazzo del Cinema, in abito da sera, si è disposta ad assistere, compunto, a uno spettacolo contrappunto da una nobilissima musica di Vivaldi, ed ha finito per ascoltare un più prosaico “fiore”…

V’è una certa sciatteria nello scenario del film, con trapassi bruschi, capovolgimenti immotivati, personaggi incompleti (soprattutto quello di Franco Citti, le cui fugaci apparizioni non si capisce come riescano a piegare così rapidamente una virulenta, così difficilmente domabile Mamma Roma); ma, come in Vivre sa vie, esplode, a tratti, la genialità dell’autore: ad esempio nella straordinaria passeggiata-monologo della Magnani, che si accompagna e si accomiata, uno dopo l’altro, coi suoi clienti, che sono gli stessi della Nanà di Godard.

Anna Magnani aggiunge un altro “ritratto” eloquente alla galleria delle sue interpretazioni di popolana romana: da Angelina alla Maddalena di Bellissima, da Egle, inoubliable “monumento” alla carcerata romana, a Mamma Roma. È, qui, una popolana che cerca di conquistare, per amore del figlio, una dignità di mestiere — vorrebbe essere soltanto venditrice di frutta — e che vede il proprio figlio perdersi per sfiducia nella vita, nella società, e nella famiglia. naturalmente Pasolini la causa della morte del giovane Ettore — prima diventato ladruncolo, poi associato ad un carcere — non è condotta dalla madre, ma piuttosto va ricercata in una responsabilità collettiva.