Mamma Roma e la critica

Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini il suo più felice personaggio.

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Anna Magnani in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini

Venezia, Settembre 1962

… Però, il nostro filmone, il nostro pezzo forte, era stavolta Mamma Roma di Pasolini, vera summa del mondo e dell’estetica pasoliniana, che ci ha dato, oltre il resto, un folgorante ritorno di Anna Magnani, in uno dei suoi personaggi più complessi e più torturati.
Filippo Sacchi

A noi Mamma Roma è piaciuto soprattutto nelle intuizioni episodiche che si risolvono in fatto visivo di grande suggestione. Ci basterà accennare a due punti. L’aneddoto iniziale con la protagonista che assiste durante il banchetto nuziale, al trionfo della ragazza che le ha portato via l’amante, un classico pappa, frutto malaticcio delle borgate. L’ambiente è rustico, le galline vengono a razzolare tranquillamente nello stanzone della rozza bisboccia. Un tantino ebbra, infelice ma superba, l’abbandonata improvvisa stornelli schernevoli. L’altro episodio è di più sottile bellezza, più lirico che drammatico. Ricciuto, glorioso, sicuro di sé, il giovane trascorre tra i tavoli nell’osteria tipica dov’è cameriere. Persuasa d’averlo sistemato, Mamma Roma lo contempla nell’ombra. Felice come una regina che veda il figlio in trono.
Pietro Bianchi

… In tal modo autentici valori indifesi vengono soverchiati ed annullati. È il caso di Anna Magnani, un’attrice che meritava — non per deferenza ma per valore — un largo omaggio.
Tommaso Chiaretti

Vi sono in Mamma Roma eccellenti brani, v’è il respiro di un autore. Ma è anche un film dilatato nella concitazione e nella misura al di là del punto limite. Il film di Pasolini è però tra i più importanti di quelli visti a Venezia che, tra l’altro, si riducono a quattro: oltre a Mamma Roma, Vivre sa vie, L’infanzia di Ivan, Cronaca familiare e Smog. Si può amarlo o non amarlo questo Mamma Roma, ma discordiamo col giudizio distratto e sommario con cui è stato accolto, e dispiace che la giuria non l’abbia registrato tra le opere premiate.
Maurizio Liverani

Non si potrebbe dire del film di Pasolini senza sciogliere prima un inno a lei (Anna Magnani) madre per eccellenza, come lo fu altre volte. Mai di maternità intensamente sofferta come questa — però mai — come nel felice film di Pier Paolo Pasolini, una madre di eccezione, nel cinema supremamente tragica ed infelice. Il primo ad unirsi all’inno è stato Pier Paolo Pasolini. La grande attrice gli ha offerto la possibilità di ravvivare con la sua partecipazione umana la tematica della proletariat. I ragazzi di vita e i bulli di periferia, hanno finalmente trovato una grande madre.
Riccardo Marchi

È un film come non se ne vedono tutte le settimane: si potrà non amare la vicenda, sopportare male i personaggi, sperare che Pasolini autore di romanzi e di film rivolga la sua attenzione a un mondo diverso. Eppure sarà difficile dimenticare gli antichi misteriosi ruderi della sua periferia, i carrelli a procedere sui lunghi monologhi della Magnani, la beccatissima battuta della ragazza che segue i suoi violentatori con la passiva rassegnazione di un animale, il giovane che serve i pasti in trattoria quasi danzando. Insomma tutta l’osservazione minuta, attenta, felicissima, che si traduce in punte stilistiche di straordinario vigore: e, dietro, il dolore autentico, severo, compatto, che è la tremenda vocazione di Pasolini, il porto infernale da cui partono e al quale arrivano tutte le sue esperienze.
Tullio Kezich

La battaglia per Mamma Roma non c’è stata. La maggioranza dei critici si sono trovati d’accordo nel pollice verso; la reazione del pubblico, dell’elegante pubblico del Palazzo del Cinema, nonostante il patologico per le parolacce e il dialetto romanesco, è stata, invece, più generosa delle previsioni. Anche a noi il secondo film di Pier Paolo Pasolini piace fino a un certo punto, meno di Accattone comunque; ma perbacco, sebbene sia così coccolato dal suo milieu letterario, questo petroliere della cultura italiana che spiace a Dio e ai nemici suoi, che è combattuto ferocemente da destra perché è un marxista, e evidentemente da sinistra perché lo è a modo suo, questo cantore della miseria romana che ha soltanto il torto di essere un cattolico senza saperlo (o, forse, lo sa, lo sa ma non riesce a risolvere la contraddizione), orbene questo Pasolini ha il diritto di essere giudicato con maggiore intelligenza e rispetto.
an.

Anche Mamma Roma (soggetto e sceneggiatura dello stesso regista) è destinato a dividere gli spettatori: tra osannanti ed esecranti non ci sarà posto per gli indifferenti. Perché è un film, nonostante la maschera spregiosa, di buoni sentimenti e di netta impronta italiana e cattolica, la cui vicenda di madre e figlio ha per posta la salvezza dell’anima e finisce con l’adombrare, nella prima la Mater Dolorosa, e nel secondo il Crocifisso. Ma quanti sapranno penetrare oltre quella maschera? Quanti non si lasceranno irritare dalla crudezza delle situazioni e dalla violenza del linguaggio?
Leo Pestelli

Mamma Roma è ugualmente un film d’autore, e diciamo subito che è più organico, più equilibrato, e molto più completo di Accattone. Non ha infatti sbavatura, e senza l’andamento picaresco che diventa facilmente barocchismo è compatto e stringato, disperato e malinconico anche nelle brevi aperture al sorriso ricavate dalla scaltrezza popolana. Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma il suo più felice personaggio. È attrice grande, epperciò non fa da mattatrice, tanto da non sopravanzare il ragazzo Ettore Garofolo, un capolavoro di spontaneità. Giunta oggi a metà strada la ventitreesima Mostra del Cinema non poteva girare di boa meglio di così.
Libero Mazzi

Un film d’arte a cui il nome di Anna Magnani e un dialogo molto forte garantiscono un’ottima distribuzione in Italia e all’estero. Sarà certamente uno tra i migliori e più discussi film italiani della nuova stagione. L’adattamento di alcuni brani di musica classica, elaborato da Carlo Rustichelli, fa da sfondo all’azione e ne enfatizza gli effetti drammatici.
Robert Hawkins

Mamma Roma alla XXIII Mostra di Venezia

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni

 

Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini alla XXIII Mostra di Venezia 1962

Venezia, 25 Agosto 1962. Mostra del trentennale. Da tempo si va ripetendo che questa edizione sarà eccezionale, che festeggerà in maniera degna la decana delle competizioni cinematografiche. Lo schieramento, sulla carta, favorisce rosee previsioni e sul traghetto del Lido già si fanno previsioni sulla battaglia finale per il Leone. Tornano ripetutamente, i nomi di Welles, di Zurlini, di Pasolini, e, in particolare, degli esordienti: Bertolucci, Visconti jr., Orsini. La 23a edizione propone 18 nuovi autori: le cifre sono qualcosa di più di una semplice curiosità statistica. Sul piazzale del Palazzo i primi arrivati passano ai nuovi le primizie: defezioni di Eva e del Processo, contrasti violenti in seno alla commissione di selezione, agitazione in alto loco per tappare le falle. Neppure questa sarà una Mostra tranquilla.

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni. Alla Mostra, Nannarella non aveva nessuna voglia di andarci. È noto che i festival l’annoiano e che sempre di meno sopporta l’invadenza di giornalisti e fotografi. Infatti appena arrivata a Venezia ha preferito chiudersi in albergo: inutile l’odio esploso tra due cronisti che erano accorsi per intervistarla. Nella sua stanza ha fatto salire soltanto due o tre amici. Nannarella giunge alla conferenza stampa con un’ora di ritardo; risponde distrattamente alle domande; si accosta al suo regista. Sembra intimidita e preoccupata dell’esito della sua rentrée. «Qual’è la più grande attrice straniera, secondo lei?», le ha chiesto uno. Anna Magnani si è aggiustata la spilla di brillanti e ha detto Edith Piaf. «E la più grande attrice italiana?». Altra pausa, poi la sua voce un pò bassa ha pronunciato il nome della Duse. Allora il giornalista ha cambiato argomento. «Ricorda qual’è stato il giorno più bello della sua vita?». «No». «E quello più triste?»; «Senta,» ha detto a questo punto Nannarella alzandosi per andarsene, «me lo ricordo benissimo, ma non glielo dico».

Al Palazzo del Cinema, quando appare tutta corvina, un’autentica ovazione l’accoglie. È sempre Nannarella e lei si sbraccia a salutare ed a gettare baci. Poi le luci si spengono, ed ancora piovono applausi. Alla fine il pubblico è tutto per lei; per questa ineguagliabile Mamma Roma cui si vorrebbe offrire una simbolica Coppa Volpi. Le polemiche, all’uscita, s’accendono più del consueto e il match AccattoneMamma Roma prosegue sino a notte alta nelle poltrone dell’Excelsior.

Mamma Roma è un film in certo modo complementare ad Accattone: dove là era istinto, fantasia, improvvisazione stilistica, colore, qui è costruzione meditata, ricerca di stile espressivo, dramma articolato. Ciò che questo film rivela di importante, Pasolini è un vero autore cinematografico, padrone del linguaggio: cosa su cui un’opera come Accattone, per il suo carattere, poteva lasciare qualche dubbio. Mamma Roma è un ottimo racconto: e di stupendo ha poi l’invenzione figurativa figurativa e psicologica del giovane protagonista, un ragazzo chiuso, introverso, sensibilissimo ricco di un nascosto calore.

Mamma Roma partecipa della stessa eccezionalità di Vivre sa vie. Perfettamente al suo posto in una selezione di film da Mostra d’Arte, non si può non rilevare la sua esuberanza, che in Pasolini è visiva, come nella allusione plastica — in lui frequente — al “povero” Cristo (del Mantegna) nell’episodio della della morte dei giovane detenuto (altrettanto ha fatto Godard paragonando Nanà a Giovanna d’Arco), ma soprattutto verbale, come nella stornellata nuziale: la cui intenzione spregiosa, in teoria al servizio esclusivo di una funzionalità drammatica, finisce per colpire anche il pubblico che al Palazzo del Cinema, in abito da sera, si è disposta ad assistere, compunto, a uno spettacolo contrappunto da una nobilissima musica di Vivaldi, ed ha finito per ascoltare un più prosaico “fiore”…

V’è una certa sciatteria nello scenario del film, con trapassi bruschi, capovolgimenti immotivati, personaggi incompleti (soprattutto quello di Franco Citti, le cui fugaci apparizioni non si capisce come riescano a piegare così rapidamente una virulenta, così difficilmente domabile Mamma Roma); ma, come in Vivre sa vie, esplode, a tratti, la genialità dell’autore: ad esempio nella straordinaria passeggiata-monologo della Magnani, che si accompagna e si accomiata, uno dopo l’altro, coi suoi clienti, che sono gli stessi della Nanà di Godard.

Anna Magnani aggiunge un altro “ritratto” eloquente alla galleria delle sue interpretazioni di popolana romana: da Angelina alla Maddalena di Bellissima, da Egle, inoubliable “monumento” alla carcerata romana, a Mamma Roma. È, qui, una popolana che cerca di conquistare, per amore del figlio, una dignità di mestiere — vorrebbe essere soltanto venditrice di frutta — e che vede il proprio figlio perdersi per sfiducia nella vita, nella società, e nella famiglia. naturalmente Pasolini la causa della morte del giovane Ettore — prima diventato ladruncolo, poi associato ad un carcere — non è condotta dalla madre, ma piuttosto va ricercata in una responsabilità collettiva.

Anna Magnani at the Venice Film Festival

Compared with Anna Magnani Brando is like a normal all-American college boy

Anna Magnani Venice Film Festival 1956
Anna Magnani, Venice Film Festival 1956

Venice, September 1956

Who is the Queen of the Film Festival here — a busty blonde with flexible hips and sun-bronzed limbs? Not this time.

She is a fifty-three-year-old woman with straggly hair and dark ringed eyes who can swear prodigiously in six different languages — and is learning fast. Her name is Anna Magnani. I regard her as the greatest actress on any screen today.

The Italians love her, idolize her, worship her — with the sacrificial adoration Lollobrigida can never enjoy.

Look what happened when Anna walked through the Hotel Excelsior foyer on to the sunlit terrace here today.

The sun — worshipping producer — chasing teenagers reclined hopefully and horizontally on the beach. Suddenly Magnani swept in and sat down at a table. There was a general stampede. Nearly every Italian on the beach, on the terrace and in the foyer rushed to get near her. Thirty kissed her hand in about as many seconds. One man fell on his knees. The smiling Magnani yelled (in Italian) “Arise, Sir!” — although not quite like a queen at an investiture.

Meanwhile, all the bikini babes were left deserted on the beach — very glum in the sun.

Finally, with a huge crowd chanting “Anna Anna!” the fifty-three-year-old actress sailed off in a motor-boat with a twenty-year-old boy friend.

Anna Magnani has burst upon this funereal festival looking like a guerrilla leader at a fancy dress party — or, alternatively, like an animated hand grenade from which the pin has just been removed.

The “magnificent Magnani,” and Oscar winner with her first Hollywood film, Rose Tattoo got a bigger reception than Lollobrigida from the fans. She went through them like a tank, scowling furiously.

Everybody was amazed that she had come including Magnani herself. Junketing in the sand is not her speciality. She signs autographs with as much relish as if they were death warrants. She could get claustrophobia in the middle of the Pacific.

Yet when she came out on the sun terraces the whispers were that Hollywood made Magnani more reasonable.

It was said with an air of disappointment, for nobody expects or wants a great eccentric to be reasonable.

When Magnani was first asked to come here she refused out-right. She said, with splendid arrogance: “If they wish to give me the prize they can do it without me being there. They gave me the Oscar without my being Hollywood.”

Sandro Pallavicini, the producer of her latest film, pleaded with her to change her mind, but she was adamant. The matter was referred to Tennessee Williams for arbitration. He said she should go to the festival, so she came.

Magnani arrived with her young friend, Gabriele Tinti, a 22-year-old actor, who is said to be the James Dean of Italy.

After the showing of her film Sister Letizia, she had dinner with Tinti, Pallavicini and his wife, and James Mason and his wife, but that junior eccentric, Portland Mason, was not there.

In the middle of the dinner there was a typical Magnani incident.

She began to upbraid her young friend, Tinti. He comes from Bologna and his accent is not purely Roman as Magnani would like it to be.

“You have to learn to speak properly,” she told him fierce’y. “You must learn to get rid of that terrible accent if you wish to be a star you must pay attention to what I say.”

The others were a little pained by this scene, but after all this was Magnani and with her there is no knowing what she will do or say next. To be a genius and a woman is a formidable combination. Italy is well aware of this.

Now that she is becoming and international star the rest of the world will have to preparate itself for a new  personality who, by comparison, makes Brando look like a normal all-American college boy.

I offer you this introduction to Magnani so that you will know what to expect. For three years she has not made an Italian film. This is partly because she had not found a worthwhile subject and partly because most of the directors are terrified of her.

A famous, but none the less disconcerting Magnani phrase during the making of a film is “I do not feel to work to-day.”

I was told by Pallavicini that for a time nobody wished to make a film with her. There is always a quarrel between her and the director. She will have to become a director herself. It is the only solution.

Fir three years she had to sit back and watch all the other little actresses like Lollobrigida and Loren go up and up while she had to wait and wait.

“What does she think od Lollobrigida and Loren?” I asked. “It is better not to tell you.” he said. He added: “You should not misunderstand. She is very reasonable with people she trusts. The trouble is that she does not trust anybody. She always thinks they want to cheat her.”

I asked: “Is she arrogant?”

“Yes,” he said, “she is a woman of arrogance. She has no humility at all. For an artist I think this is not a bad thing. For a woman — well, it can make life difficult sometimes. For the men, her arrogance comes out of a complex. When she meets somebody new she is always very cold, but later, if she is happy, she warms up.”

“Is she often happy?”

“No, not often, perhaps fifty per cent of the time. But she likes to be happy because when she is happy she knows she can look beautiful.”

“Does she think she is a beautiful woman?” “No, but she thinks she has a great sex appeal.”

“Does she dress well?” “Jewelry, big huge diamonds. She is a very rich woman. She has jewelry worth.”

I said: “She sounds fascinating. I have admired her enormously. I would like to meet her.” “That,” said Pallavicini “is impossible. She is sick.  When she does not want to do something she becomes sick.”

He looked at me and gave a worried smile. “If you ask her what you ask me, she will have a relapse.”

Suor Letizia di Mario Camerini alla Mostra di Venezia

Anna Magnani ha dato ancora una volta una prova delle sue doti eccezionali in ogni momento dell’azione.

Venezia, Sabato 1 settembre 1956. Il buon nome del cinema italiano nel campo del film a soggetto è affidato quest’anno all’anziano Mario Camerini. Quando si pensava che questo regista non avesse più niente da dire dopo la brillante vena che lo aveva caratterizzato nell’anteguerra e dopo qualche impennata, subito smorzata, nei primi del dopoguerra (in cui metteremo quel Due lettere anonime, d’ambiente partigiano, che ha fatto l’altra sera cadere la romana Mancuso a Lascia o raddoppia, eccolo, in un periodo in cui Venezia era diventata dominio di giovani come Fellini, Antonioni, Maselli, tornare nuovamente alla ribalta con Suor Letizia interpretato da Anna Magnani.

È un gradito ritorno che ci apre più di un ricordo simpatico e che ci auguriamo abbia sul serio un esito positivo.

Domani sera, quando il grande schermo del Palazzo si illuminerà vorremmo che cadessero immediatamente tutte le dicerie di questi giorni che attribuiscono a questo film un invito nato soltanto per l’impossibilità di altre scelte nell’arido panorama della produzione italiana degli ultimi mesi; oppure per un doveroso atto di omaggio ad una attrice come Anna Magnani. Vorremmo, insomma, che Camerini non abbia fatto soltanto «il film della Magnani», ma soprattutto il «suo» film, magari con quella freschezza e semplicità di racconto dei suoi primi lavori, che fecero addirittura parlare di uno stile «cameriniano».

È in arrivo Anna Magnani per assistere alla presentazione del suo film Suor Letizia diretto da Mario Camerini. In onore della grande attrice, premio Oscar 1956, sarà offerto un cocktail al Golf Club del Lido.

Anna Magnani durante il cocktail 1956

Venezia, Domenica 2 settembre 1956. Alla presenza di Anna Magnani, di Eleonora Rossi Drago e di Mario Camerini, del piccolo Boccia e dei produttori, ha avuto luogo l’attesa proiezione di Suor Letizia, secondo e ultimo film italiano di questa Mostra. Dalla prima sera non si era vista la sala del Palazzo del Cinema tanto affollata di pubblico elegante e quanto mai ben disposto, malgrado le non poche delusioni date dai film presentati finora.

Suor Letizia è un film evidentemente ed ovviamente ideato e costruito su misura per la nostra grande attrice. Ma giova riconoscere che esso, malgrado questa specie di vizio di origine, non si limita a dar modo alla Magnani di sfoggiare le sue eccezionali doti di spontaneità e di comunicativa. C’è senz’altro qualche cosa di più della ricerca del facile effetto umoristico o sentimentale; c’è qualche cosa di umano che è anche abbastanza insolito e che in alcuni momenti rasenta l’audacia, sempre, beninteso, in limiti ben definiti. Nell’insieme il film appare fatto con molta pulizia e in maniera più che decorosa, tenuto conto delle non lievi difficoltà che offriva il soggetto e della possibilità di ricorrere a toni eccessivamente melodrammatici.

È superfluo dire che il film non avrebbe potuto essere quello che è senza la presenza di Anna Magnani, che ha dato ancora una volta una prova delle sue doti eccezionali in ogni momento dell’azione. Accanto a lei gli altri quasi scompaiono; ma ciò non ha impedito ad Eleonora Rossi Drago di ben figurare in una parte breve, ma importante, al piccolo Piero Boccia di dimostrare la sua simpatica spontaneità, e ad Antonio Cifariello di sostenere con molta misura il suo ruolo.

Mario Camerini ha svolto con estrema cura ed onestà il suo lavoro. Una evidente stonatura, dato il genere del soggetto, è la presenza di ben undici sceneggiatori, cosa che rasenta il ridicolo e che troppo spesso si verifica nella nostra produzione anche per film di modesto impegno.

Successo vivissimo, malgrado le mote riserve della critica; successo che si ripeterà certamente nelle visioni in pubblico, in Italia e all’estero. Non occorre dire che Anna Magnani è stata festeggiatissima prima, durante e dopo la proiezione.

Presentazione di Suor Letizia alla Mostra di Venezia 1956

Vogliamo bene a tutti perché questa sera abbiamo veduto Suor Letizia con Nannarella vostra (io mica son romano) che è una cannonata anche se il soggetto è un po’ alla “padrone delle ferriere” per via che c’è un bambino figlio di una tale che poi si sposa con un altro tale che mica vuole il ragazzino d’un altro; ma per fortuna ci si mette la Magnani che anche lei gli voleva bene tanto tanto perché si sentiva spiritualmente sua madre; ma poi il senso del dovere e la democrazia cristiana ci pensano loro e tutto finisce bene fuorché per Nannarella che se la chiamavano Suor Tristezza era molto meglio.
Il cronista

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La vicenda della realizzazione di Suor Letizia, come ce la racconta Camerini, spiega, almeno in parte, i difetti più vistosi del film, e più insistentemente sottolineati dalla critica. Anche se non li giustifica — ciò che del resto Camerini riconosce — accollandosi lealmente tutta la responsabilità: «È il regista che mette la firma a un film, anche se la sua opera si avvale necessariamente di numerosi collaboratori: a lui quindi il merito o la colpa dei risultati».

Inizialmente la pellicola doveva intitolarsi Suor Camilla, e narrare semplicemente la storia della monaca di molte imprevedibili risorse, che riesce a rabberciare e far navigare la stanca navicella di un vecchio convento in condizioni fallimentari e prossimo a chiudere; doveva trattarsi di un film brillante, anzi quasi comico, praticamente un duplicato in versione femminile di Don Camillo, che si proponeva di sfruttare il largo successo del lavoro di Duvivier, con lo scoperto richiamo dell’analogo titolo, e di puntare sulla moltiplicata post-oscariana popolarità di Anna Magnani, impegnata in un ruolo fin troppo rispondente al suo più tipico e risaputo cliché.

Al momento di redigere la sceneggiatura però, come spesso accade, il soggetto apparve agli autori troppo esile e inconsistente, per reggersi da solo. Fu allora che nacque l’idea di immettere nella trama un elemento patetico con la storia del ragazzino abbandonato e l’improvviso insorgere dell’affetto materno nella protagonista; episodio che in un primo tempo doveva essere una sorta di contrappunto alla fondamentale comicità del lavoro, poi andò via via sviluppandosi fino ad assumere funzione di primo piano, e riassorbire completamente —così almeno nelle intenzioni del regista — l’idea iniziale, rappresentando anziché un personaggio comico, un personaggio drammatico: la monaca che, negata a qualunque legame terreno, si scopre capace di affetti come ogni altra donna, e, lungamente inibita nei propri istinti più vitali, non può che concepire un sentimento eccessivo, tortuoso, ambiguo, complicato di sensi segreti e inconfessabili.

Una storia dunque senza alcuna intenzione edificatoria, a differenza di quanto si possa credere dai risultati, e anzi al limite dell’ortodossia. Tali intenzioni però oltre a essere esposte al rischio di restare nella penna, di fronte allo spettro onnipresente delle lunghe forbici della censura, sempre pronta a raggiungere la celluloide senza alcun rispetto per i risultati estetici e la stessa coerenza della produzione cinematografica, si trovarono, prima di essere realizzate, a doversi misurare con l’imperiosa volontà della Magnani, già contrattualmente impegnata, e per nulla disposta a rinunciare al ruolo di Fernandel in sacre bende che le era stato proposto e che le si addiceva perfettamente.

In tali condizioni il lavoro procedete tra continui compromessi e reciproche concessioni, tra il regista costretto a conservare parte della iniziale sceneggiatura brillante, e la protagonista impegnata in una parte a lei poco congeniale; recando al risultato di un personaggio incerto, discontinuo, assai poco credibile. Questa coesistenza, anzi giustapposizione di due film in uno ha provocato, a dire di Camerini, anche la scarsa caratterizzazione dei personaggi di contorno; per quanto riguarda poi la madre del bimbo e l’amante di lei, il regista aveva pensato parti di ancora minor rilievo — pretesto e giustificazione della vicenda più che veri personaggi con un peso nell’economia del film —, che avrebbe voluto affidare ad attori improvvisati.

L’interpretazione della Rossi Drago e di Cifariello invece, imposti anch’essi dalla complicata cucina degli interessi di Cinecittà, ha comportato uno sviluppo delle parti, insufficiente a farne rilevare la debolezza. Infine Camerini dichiara che Suor Camilla-Letizia non è nato con grosse ambizioni; è stato pensato come film di successo, impostato su un dramma d’effetto sicuro, destinato alle facili lagrime delle grandi platee e ai conseguenti rilevanti incassi. Prodotto commerciale, che non aveva mai aspirato all’onore della Mostra veneziana.
Carla Ravaioli