Anna Magnani divorzierà da Alessandrini

Anna Magnani Goffredo Alessandrini 1934
Tempi felici: Anna Magnani e Goffredo Alessandrini sulla copertina della rivista il dramma nel 1934

Roma, luglio 1950

Si torna a parlare in questi giorni di un eventuale divorzio Magnani-Alessandrini che permetterebbe ai due di sistemare una situazione familiare molto complicata.

«Il cinema non è per te: la tua strada è il teatro!» E se Anna Magnani avesse ascoltato il marito, se il suo matrimonio con il regista Goffredo Alessandrini fosse stato un matrimonio felice, oggi probabilmente avremmo una grande interprete di Pirandello o di Shaw, ma non avremo Nannarella.

La Magnani e Alessandrini si conobbero quando lei non era che una generica: uno di quei nomi che sui manifesti teatrali confinano con il nome del suggeritore. Alessandrini invece era già qualcuno nel mondo del cinema italiano, un mondo che risorgeva lentamente dopo gli splendori del muto.

Si conobbero in un ristorante, come avviene spesso tra artisti. Anna, allora, cercava una strada, ed i suoi occhi grigi erano stranamente inquieti. Forse Alessandrini non li dimenticò, quegli occhi: e quando, due anni dopo, rivide l’attrice in un camerino del vecchio Teatro Argentina di Roma, dove Anna reggeva sulle spalle il peso di una mediocre commedia che, assieme ad Aristide Baghetti, era riuscita a portare al successo, sentì che quella donna sarebbe stata qualcosa per lui, avrebbe occupato un posto importantissimo nella sua vita.

Quanto durò quell’amore, per quanto tempo furono felici l’attrice e il regista? Forse non saprebbero dircelo nemmeno loro: certo si è che quando, pochi mesi dopo, accompagnati da due testimoni reclutati in fretta e furia fra i conoscenti, si recarono in Campidoglio per sposarsi, la serenità aveva già disertato da un pezzo la loro unione. Le liti si susseguivano, le scenate davano il cambio a brevi periodi di serenità. Anna Magnani era una moglie fedele, affettuosa, comprensiva, ma affettuosa e comprensiva a suo modo. V’era qualcosa in lei, che non le dava pace, che non le dava un istante di tregua. Era forse l’artista alla ricerca della sua personalità, era forse un tormento interiore a procurarle tanta irrequietezza, certo è che l’accordo tra lei e il marito era fragile come un oggetto in vetro soffiato.

Al matrimonio civile seguì, per espresso desiderio dei genitori di Alessandrini, il matrimonio religioso: ma nemmeno dopo la cerimonia, celebrata davanti a pochi intimi nella chiesetta di San Bellarmino, i due ebbero quella tranquillità che cercavano.

Si erano trasferiti, intanto, da via Margutta in una bella casa in via Amba Aradam. In fondo al suo temperamento di artista, Alessandrini aveva un’anima borghese: e sognava una casa sua, una sua famiglia, una sua vita serena, accanto ad una moglie comprensiva ed affettuosa. Anna non era fatta per lui: l’amava, ma a suo modo. E per diversi anni le liti punteggiarono la loro unione: si lasciarono e si unirono di nuovo almeno trenta volte.

Fu in questo periodo che Alessandrini trovò una donna che faceva per lui: Regina Bianchi, una giovanissima attrice (17 anni) che conobbe a Cinecittà e con la quale capì di poter avere quella pace, quella quiete che la Magnani non poteva dargli.

Dopo un anno dall’incontro con Regina, nacque ad Alessandrini la prima figlia. Fu la fine del matrimonio Magnani-Alessandrini: Anna capì che ormai aveva perduto per sempre l’uomo che aveva amato: e chiese al regista di non abbandonarla del tutto, di recarsi almeno una sera nella casa di via Amba Aradam: si sarebbe sentita troppo sola, altrimenti.

A poco a poco Anna divenne una amica, un’amica buona, che aveva bisogno di confidarsi con qualcuno, che raccontava al marito le pene e le gioie della sua giornata. Ed anche per lei venne l’amore, o almeno quello che in un primo momento credette potesse essere l’amore atto a farle dimenticare le disavventure di moglie fallita: un giovane attore del cinema da cui ebbe un bellissimo bambino, Luca.

Alessandrini era allora a Misurata, dove dirigeva Giarabub: e da Misurata tornò a Roma per tranquillizzare la moglie sulla sorte del bimbo. Alessandrini disse ad Anna di non preoccuparsi: egli avrebbe riconosciuto come suo il bimbo che stava per nascere, ed avrebbe dato alla moglie tutto il suo appoggio morale. Anche Regina aspettava un altro bimbo: e pochi giorni dopo la nascita di Luca nacque Mirella.

Ma così non si poteva andare avanti per molto tempo ancora: Alessandrini aveva due bambine, sue, che non potevano portare il suo nome, poiché un bimbo, porta ancor oggi il nome del regista.

Si tentarono varie vie per sanare la situazione, gli avvocati studiarono il caso paradossale, finché non si giunse a quella che potrebbe essere la soluzione tanto attesa, ma che si trascina da anni: Alessandrini ha iniziato la pratica di disconoscimento della paternità di Luca, impegnandosi con Anna ad adottarlo in un secondo tempo, sempre che il padre del bimbo non intenda dargli il suo nome. Ottenuto il disconoscimento, Alessandrini potrebbe adottare le sue due bambine.

La pratica legale va avanti da sette anni, ed ancora non è stata risolta; ed Anna Magnani, che vive ora insieme al suo Luca a Palazzo Altieri dove ha comperato un magnifico appartamento, è la prima a volere che in qualche modo la cosa venga appianata. Non si preoccupa di sé, che per lei tutto può continuare così come è andato avanti fino ad oggi: si preoccupa delle due piccole di Alessandrini; e di Regina, la donna che ha dato a Goffredo quella tranquillità che lei non ha saputo o potuto dargli.

È ancora affezionata al regista, Nannarella, gli vuol bene, ne apprezza le qualità umane. E spesso mette di fronte l’atteggiamento umano, comprensivo, affettuoso del marito, con quello di Rossellini che, a dire l’attrice, l’ha abbandonata con una telefonata, così come si farebbe con un’avventura di nessun peso e di nessuna importanza.

La soluzione di questo strano ménage è forse in Egitto: Alessandrini, infatti, che è nato ad Alessandria, è partito recentemente alla volta di Egitto: sembra che voglia abbracciare la religione musulmana, per aver modo così, grazie alla legge islamica, di ripudiare la moglie e legittimare finalmente le due bambine.

Anna Magnani tornerà presto al cinema come protagonista del film La carrozza del Santissimo Sacramento, tratto dall’opera omonima di Merimée, che verrà realizzato dalla Panaria in Sicilia, allo scopo di sfruttare lo scenario del barocco siciliano che tanto ricorda la Spagna del ‘600. In questo nuovo film, Anna Magnani ballerà e canterà; per entrare nel carattere e nella parte, l’attrice ha assistito per molte sere agli spettacoli di danza della celebre coppia spagnola Rosario e Antonio, che si esibisce in un teatro della Capitale, e di cui è una grande ammiratrice.

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Anna Magnani querela un settimanale

La grande attrice vuole tutelare il suo onore di attrice e il nome di suo figlio dopo una pubblicazione pettegola

Anna Magnani querela un settimanale

La grande attrice vuole tutelare il suo onore di attrice e il nome di suo figlio dopo una pubblicazione pettegola

Roma, luglio 1950

«Con vero dolore mi sono indotta a far questo passo, mi creda, avevo sin qui sopportato tutto, ma quando è venuto in ballo l’avvenire di mio figlio sono stata costretta a reagire». Così ha detto Anna Magnani al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, nell’atto in cui, assistita dai suoi legali, sporgeva querela per diffamazione contro il direttore dell’Europeo Arrigo Benedetti e contro Flora Antonioni per un articolo apparso nell’ultimo numero del settimanale predetto. L’attrice, che è stata ricevuta dal magistrato nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia, appariva particolarmente emozionata.

L’articolo incriminato, che non reca firma, ha per titolo “Per divorziare di Anna Magnani Alessandrini vuol farsi musulmano”.

Nel suo sposto al Procuratore della Repubblica la querelante dichiara di rivolgersi con dolore ma per “insopprimibile necessità morale” al magistrato del suo paese per la tutela della sua dignità e del suo onore e per l’avvenire del figlio Luca. Nella narrativa l’attrice ricorda di essere stata tempo fa riservatamente avvertita che sul settimanale L’Europeo sarebbe apparso, a firma di Flora Antonioni, un articolo a carattere scandalistico sulla sua persona e sui rapporti passati e attuali col marito, il regista Goffredo Alessandrini, in relazione alla nascita del loro figlio Luca. Informata di ciò, ella provvide, a mezzo dei suoi legali, a diffidare il giornale perché non si azzardasse a fare una pubblicazione simile. Nella querela è riprodotto anche il telegramma di diffida. Senonché la pubblicazione avvenne egualmente, sia pure alcune settimane dopo, senza la firma dell’autore.

«Che la storia narrata nell’articolo dell’Europeo — si legge nell’esposto della querela — sia la storia della tristezza di una vita, oppure innesto di malsana immaginazione su fatti purtroppo certi, poco importa; certo è ignobile  gettare in pasto a centinaia di migliaia di persone quello che è intimo dolore o frutto di disgraziati incontri sentimentali. È vile infangare il nome di un bambino additandolo quale bastardo, quando giuridicamente invece è considerato legittimo, anche se in proposito vi sia una contestazione giudiziaria in sede civile ».

È infatti di questo che maggiormente si duole Anna Magnani nel suo esposto al Procuratore della Repubblica, che cioè, prendendo lo spunto di un giudizio civile, si sia voluto fare non un articolo di cronaca giudiziaria, ma un articolo di cronaca scandalistica, “senza riguardo per le vittime”. «Che si trascini da sette anni — prosegue l’atto di querela — una causa di disconoscimento di paternità da parte di Goffredo Alessandrini, non significa che si possa annunciare al mondo che il figlio Luca non è legittimo. La legge circonda di rigorosa tutela la condizione di legittimità dei figli ed esiste una laboriosissima indagine e l’assunzione di  severe prove prima che si possa pronunciare un mutamento si stato. Nel caso in esame, il magistrato, malgrado il tempo trascorso, non ha nemmeno iniziato la deliberazione della domanda giudiziale dello Alessandrini. Ora con quale diritto un giornale si occupa di questa questione con un racconto insidioso e artificioso, pretendendo di stabilire ed affermare senz’altro, agli occhi del pubblico, una verità circa la legittimità di mio figlio Luca che è tuttora sottoposta alla indagine e al giudizio del magistrato civile?».

Il fatto che la fonte informativa sia stata lo stesso Alessandrini non potrebbe — si afferma più oltre nella denuncia — essere invocato a difesa del giornale querelato, perché il giornalista deve saper vagliare la gravità di quanto si racconta ed essere quindi primo giudice della responsabilità cui va incontro.

Anna Magnani dichiara di querelarsi, oltre che nei confronti del direttore del settimanale, anche di Flora Antonioni, malgrado che l’articolo sia stato pubblicato senza firma, perché ritiene che l’articolo stesso sia, con lievi adattamenti, quello predisposto ad opera della scrittrice.

Il primo palcoscenico di Anna Magnani

L'Accademia di Santa Cecilia, Via dei Greci 18, Roma
L’Accademia di Santa Cecilia, Via dei Greci 18, Roma

«Il cinema non è per te», disse un giorno il regista Goffredo Alessandrini a sua moglie Anna Magnani. Erano ancora agli inizi dei loro anni di vita coniugale, e abitavano a via Margutta.

Fino a quel momento si erano susseguiti tempi tutt’altro che facili per la Magnani. Ma lei aveva sempre reagito con la caparbietà del suo carattere, con l’energia del suo temperamento, che era la caratteristica più spiccata della giovanissima allieva della “Reale Scuola di recitazione Eleonora Duse”:

«Una bella maschera e un certo impeto ha la signorina Magnani (2° corso), che dalla passionalità della stessa Caccia al lupo passò, con bella sicurezza, alle ben disegnate grazie di Rosaura e, in altra giornata, alla stizza di Beatrice, la moglie irritata del Poeta fanatico»
Silvio D’Amico (La Tribuna, 16 dicembre 1927)

Facciamo un piccolo passo indietro fino all’autunno del 1926. A quei tempi, la “Reale Scuola di recitazione Eleonora Duse”, la “fabbrica degli attori” di Silvio D’Amico dopo il 1935, era soltanto una branca dell’Accademia di Santa Cecilia dove Anna Magnani studiava pianoforte, la sua grande passione, prima del teatro. Gli esami di ammissione alla scuola di recitazione si erano tenuti il 2 ottobre, come ricorda Orazio Costa:

«Ho cominciato facendo gli esami con un testo di Goldoni, facevo Pantalone ne La famiglia dell’antiquario. Fui accolto benevolmente da una commissione formata da Liberati che era il direttore, D’Amico, insegnante di storia del teatro, e Ida Carloni Talli, la “moglie del povero Talli”, come dicevamo allora noi giovani. Fra gli allievi trovai Anna Magnani, che poi si è divertita spesso a dire di essere stata allieva dell’Accademia: in realtà aveva studiato alla “Eleonora Duse”, ma diceva quella piccola bugia evidentemente per calarsi qualche anno. D’altra parte, così dicendo era istintivamente nel giusto, perché quella è stata in un certo senso l’anticamera dell’Accademia»
(Diventeranno famosi, di Anna Canitano e Luciano Lucignani, Rai 2 1985)

Anna rimase alla scuola due anni, invece dei tre regolamentari. Silvio D’Amico ricorderà sempre quanto fosse svogliata la sua allieva alle lezioni di Storia del Teatro, mentre il suo talento già si manifestava nelle esercitazioni pratiche di recitazione. La direzione dell’Accademia di Santa Cecilia aveva messo a disposizione per le recite una sala al pianterreno, il primo palcoscenico di Anna Magnani:

«Sarebbe bello se i luoghi potessero conservare i suoni delle voci di chi li ha frequentati; e se le voci potessero restare indelebilmente impresse sulle pareti, come le incisioni su certi alberi secolari, dove trovi date antichissime accanto a due nomi e un cuore. Un luogo sarebbe allora da visitare con l’animo commosso di chi sfoglia vecchie memorie in un fondo di biblioteca.
Un luogo che si affaccia in una strada stretta, fra piazza di Spagna e il Corso Umberto; luogo unico ed emblematico, ove si sarebbe potuto perdere e ritrovare il protagonista del romanzo di Roberto De Monticelli, quel giovane in cerca dell’Educazione teatrale, pellegrino stupito nell’antro oscuro di un teatro.
Ecco, quel luogo è appunto un piccolo teatro molto speciale, che per quasi tutti è stato il primo palcoscenico, il primo riflettore, il primo suggerimento, l’avvio di una battuta, che sarebbe continuata per tutta una vita. Li, su quella esigua ribalta, in tanti riconobbero, dentro se stessi, la gioia e la difficoltà, il bisogno di esprimersi, di uscire dal mucchio degli altri che guardano e ascoltano; il bisogno di essere attori. E li furono attori prima di essere attori.
Dalle voci di molti conserviamo il ricordo, di tante esistono registrazioni. Ma chi potrebbe dire di ricordarle tutte, quando erano giovani? La voce forte di Gabriele Lavia, il falsetto artificioso di Carmelo Bene, la sapiente nasalità di Gassman, il tono basso di Aroldo Tieri; e ancora su su nel tempo, l’accento romanesco di Anna Magnani, quel taglio appena strascicato di Paolo Stoppa, il nitore della parlata di Sergio Tofano…
Quale luogo ha sentito tutte queste voci a vent’anni? Quale teatro ha visto tanti talenti prima che fossero conosciuti al loro pubblico?
Questo piccolo teatro ha volte altissime e una pianta a forma di croce: era una chiesa, annessa ad un convento di monache, un vecchio ed austero edificio, con larghi corridoi e piccole stanze. Il convento era diventato l’Accademia di Santa Cecilia, ove tante generazioni di musicisti hanno imparato a suonare il pianoforte e il violino. La chiesa era diventata teatro e scuola alla fine degli anni ’10, la “Regia Scuola di Recitazione” intitolata alla grande Eleonora Duse. E lì cominciò ad insegnare storia del teatro, a metà degli anni ’20, il giovane professore Silvio D’Amico. (…) Fra i suoi allievi c’erano stati Anna Magnani e Paolo Stoppa; prima di loro vi avevano studiato Sergio Tofano, il critico Achille Fiocco, il fotografo storico del nostro teatro Gastone Bosio.
(…) La Regia Scuola era comunque un passo in avanti, rispetto a ciò che l’aveva preceduta, come la scuola fiorentina di Luigi Rasi. Lo stesso D’Amico descrive il funzionamento della scuola nel suo Tramonto del Grande Attore (1929): l’insegnamento che parte dalla sillabazione e arriva all’interpretazione; i saggi organizzati con cura, le lezioni di Storia del Teatro e i contraddittori sugli spettacoli, che si andava a vedere nelle sale romane.»
Maurizio Giammusso (La Fabbrica degli attori, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1988)