Anna Magnani nel ricordo di Alfredo Giannetti

Anna Magnani aveva per me una sorta di affetto, soggezione e odio.

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Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di
Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di “1943: un incontro” (1969)

Con lei ho girato quattro film e ho avuto modo di conoscerla a fondo. Un momento prima del ciak era impaurita, anonima, come una debuttante. Al via, partiva e improvvisava, inventava, raccoglieva suggerimenti al di là della macchina, con l’orecchio perennemente teso, eseguiva e trasformava le battute del copione in motivi scenici.

Molti registi, che pure oggi la celebrano, non l’hanno capita. Anzi, l’hanno tradita. Su ottanta film, Anna ne ha fatti almeno sessanta da dimenticare, davvero brutti, compresi quelli americani che hanno creato l’immagine della Magnani da Oscar. Sì, l’Oscar l’ha avuto, ma la sua personalità di attrice ne è uscita stravolta. Che cosa c’entrava Anna con Hollywood? Niente. E, per il verso opposto, l’ha tradita anche Pasolini. Le ha dato la parte di una sottoproletaria, mentre Anna aveva aspirazioni piccolo-borghesi: una casa, una sistemazione tranquilla, il figlio. Pasolini ne fece una maschera tragica, ma senza delinearne i contorni. Fu lo stesso regista, più tardi, ad ammettere l’errore. La Magnani era una figura classica di attrice: bisognava scriverle delle storie addosso, cucite come tailleur fatti su misura. Io con lei ho fatto così.

Anna aveva per me una sorta di affetto, soggezione e odio. Apprezzava il fatto che i personaggi che le proponevo erano per lei assolutamente familiari e si sentiva in un certo senso protetta quando lavorava con me. Ma bastava che alzassi la voce, che la sgridassi per una sciocchezza qualsiasi, e lei si rinchiudeva in se stessa, come intimorita. Infine sosteneva che le mie storie erano troppo impegnative per lei, la sua parte troppo intellettualistica. Era una creatura fragile, insofferente, e perciò di sentimenti assai mutevoli.

Alfredo Giannetti