Assunta è tornata tra i carabinieri

Anna Magnani riporta sullo schermo la protagonista del dramma di Salvatore Di Giacomo

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Anna Magnani e Eduardo De Filippo, Assunta Spina 1947
Anna Magnani, nella parte di Assunta Spina, e Eduardo De Filippo, in quella del suo amante, Michele Boccadifuoco, mentre girano una scena del film

Napoli, ottobre 1947

La via dei Tribunali col suo antico tracciato nell’area della città greco-romana ha un’anzianità di parecchie migliaia di anni. Ma è tutt’altro che una strada stanca, i secoli non le hanno tolto carattere, né vitalità. È affollatissima in ogni ora del giorno. Un tempo i napoletani andavano per questa strada a teatro e vi fischiarono Nerone. Oggi vanno a Castel Capuano ad applaudire gli avvocati celebri. È proprio presso Castel Capuano che, nei giorni scorsi, una figurina muliebre in abito nero, un abito chiuso fino al collo e ai polsi e uno scialletto negligente sulle spalle ha suscitato col suo passaggio timido e furtivo un moto di curiosità nei pressi del Palazzo di Giustizia. Trent’anni fa, vestivano così tutte le ragazze del popolo, e avrebbe provocato invece un putiferio il passaggio di una ragazza in pullover d’angora. La giovane in abito nero riproduceva il costume di una stiratrice napoletana, una stiratrice che fece parlare tanto di sé con i suoi amori ed i suoi capricci, una Carmen partenopea. A costei Salvatore Di Giacomo dette il nome di Assunta Spina.

Anna Magnani gira a Napoli con Eduardo De Filippo un film del dramma digiacomiano. La prima interprete di Assunta Spina sullo schermo fu Francesca Bertini. La bella Francesca (quando scriveva a Salvatore Di Giacomo firmava “la vostra Checchina”), divenuta poi Contessa Cartier, recitò anche nella “prima” che fu data al Teatro Nuovo nel 1909. Recitava in una particina, e neanche in un ruolo così modesto, il direttore della compagnia, Gennaro Pantalena fu contento di lei. «Tu sei una bella ragazza, ma non sai parlare», le disse. E fu profeta, perché di lì a poco la bellissima Bertini divenne una stella dell’arte che allora si disse muta. In sala vi erano Luigi Capuana e Domenico Oliva, Roberto Bracco e Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao e Renato Simoni: più che un “parterre” di re.

Assunta Spina, come è noto, trascina il suo amante in tribunale per un colpo di rasoio, lo “sfregio”, il famigerato “sfregio” che, come prova d’amore, gli amanti segnano sulla faccia della donna amata. Giudici e carabinieri, uscieri e agenti di pubblica sicurezza hanno un ruolo rilevantissimo nella rapida e drammatica vicenda. Ma soprattutto i carabinieri. I pennacchi dei capelli a tricorno passano e ripassano in mezzo alla folla, agli imputati e ai giudici e rosseggiano più del sangue che apre e chiude il violento dramma. Per le ampie scalee di Castel Capuano (un tempo reggia, poi carcere, e infine sede dei tribunali) e per i tetri saloni, la percentuale dei carabinieri è inverosimilmente aumentata in questi giorni, e passando in mezzo a loro, a patto di non essere un frequentatore matricolato, non è facile discernere i veri dei falsi. Per il fatto che i nuovi interpreti frequentano quasi ogni giorno questo ambiente giudiziario, era corsa voce, se non di vere e proprie liti fra loro, di dissensi. «Il napoletano sono io», avrebbe affermato Eduardo. «Ma la protagonista sono io», avrebbe ribattuto Anna. Niente di tutto ciò. Anna e Eduardo, con Rossellini e Mattoli, di giorno girano in Castel Capuano e di notte per i ritrovi e i ristoranti nel più perfetto accordo.

A tavola non si invecchia e tanto meno si litiga, e, dopo tutto, sotto i tavoli vi è sempre accovacciato il cane di Anna che morde senza discriminazione, perché una notte afferrò finanche la mano di Rossellini. È smentita anche la voce corsa di difficoltà da parte della Magnani di esprimersi in dialetto napoletano. Parla, invece, e canta benissimo.

Napoli ha operato profondamente e con rapidità generosa sulla perspicace sensibilità di Anna Magnani. Nelle strade, nei vicoli, nelle piazze della periferia, Anna si è confusa con la folla, si è smarrita volontariamente nei vicoli, lasciando che Mattoli andasse a rintracciarla con l’automobile. Ma Mattoli, però, rispettoso dei divieti di transito, si smarrì a sua volta, arrestato, nel febbrile inseguimento, a due o tre “sensi proibiti”. Alla fine un popolano che aveva riconosciuto la Magnani dinanzi ad un “basso”, pose sulla buona strada Mattoli, e, alla obiezione del regista che lì, all’angolo, c’era scritto tanto di divieto sul disco rosso, il popolano rispose: «Signore mio, se date retta a tutte le cose proibite, voi non camminerete più».

Nel frattempo la Magnani prendeva contatto col popolo. Si intratteneva con gente minuta, con le donne vestite di stracci appena decorosi. Ma queste donne, a vederla passare avvolta nelle volpi argentate, non manifestarono né invidia né rancore sociale. «Signurì», le dissero, «pe’ cient’anne» (Godetevele per cento anni le vostre pellicce!). Un augurio tenero e commovente.

A Roma, invece, ricordava la Magnani, allorché l’attrice girava in carrozzino, una vecchia borsara nera in Via dell’Impero, l’apostrofava sempre così: «Ha da fenì!».

I registi, tra le indispensabili interpolazioni, hanno dovuto inscenare un ritorno della festa di Montevergine e una processione di San Gennaro. Il film va anche all’estero, e queste consuetudini, queste tradizioni, questo pittoresco che non muore mai, è desiderato e atteso. È stata inscenata così la processione di San Gennaro sulla collina del Vomero. A un certo momento la gente che era in strada, nel vedere passare il simulacro del Santo, si è messa al seguito e voleva fare anche offerte in danaro. Fu detto ai fedeli che non si trattava della processione del Patrono. Ma quella brava gente, indicando il busto di San Gennaro disse: «Non fa niente, lo accompagnamo lo stesso».

Carlo Nazzaro