Anna Magnani interpreta a Parigi la storia di Josefa la droghiera

Anna Magnani e Bourvil durante una pausa delle riprese di Le magot de Josefa.
Anna Magnani e Bourvil durante una pausa delle riprese di Le Magot de Josefa.

Parigi, maggio 1963

L’altipiano ondulato intorno alla Marna come fondale, un pugno di case con l’intonaco sbrecciato, una chiesa dalle linee incerte, un campanile tozzo, un cimitero gremito di tombe con epigrafi solenni, e tutt’intorno il verde tenero di questa tardiva primavera. È il settimo giorno di lavorazione del Magot de Josefa, una mattina piena di vento e di pioggia. Anna Magnani riceve nel gabinetto del sindaco. Lo hanno trasformato per lei in un camerino, c’è una rozza specchiera con tutta una serie di inutili pettini e un ruvido divano.

«Spero che almeno lei», incomincia l’attrice, «non mi chieda se mi piacciono gli uomini francesi. Me lo domandano tutti, sembra che si siano passati la voce. E poi scoprono che ho un brutto carattere, che sono insolente…».

Era appena arrivata a Parigi quando la intervistarono quelli della televisione. Il servizio andò in onda con il telegiornale. «E così, signora Magnani, con il suo temperamento impetuoso…», cominciò l’intervistatrice.

Non ebbe neppure il tempo di completare la frase che Nannarella sbottò: «Ah, ma senti questa! Ma chi ve le racconta queste cose? È mai possibile che io debba passare agli occhi di tutti come la donna che trascorre le sue giornate a fare la faccia feroce, a spaccare stoviglie, a terrorizzare il prossimo mio? Ma io, ragazza mia, sono una donna come tutte le altre: io canto, penso, rido, leggo e mi arrabbio anche, come ora per esempio. Ma è assurdo e ingiusto pensare che io passi la mia vita a ringhiare…».

«Il fatto è», mi spiega, «che io a queste cose non sono più abituata, se mai vi ho fatto l’abitudine in passato. L’altro giorno è venuto un giornalista e mi ha chiesto se ero contenta della faccia che mi trovavo. Io mi chiedo se sono domande da fare, ma pazienza. “Sì”, ho risposto facendomi forza, “per me va bene così”».

«Credevo che fosse finita lì, ma quello, imperterrito: “Così, signora Magnani, e lei non piacerebbe avere la faccia di Elizabeth Taylor?”. “A me no”, risposi spingendo all’eroismo il mio fair play. Il giorno dopo ci hanno pubblicato il titolo: La Magnani non vorrebbe avere la faccia di Liz. Ormai», continua «non mi arrabbio neanche più. A parte il fatto che vorrei proprio vederlo questo trapianto: la testa della Taylor su questo basamento qui», e si dà delle manate sul petto.

Come rispondendo a un richiamo, un uomo si affaccia alla porta: ha gli occhi azzurri e pungenti, in naso ingobbito, una carnagione rosea da poppante, una pettinatura rossiccia. «Venga qui, Bourvil, amico mio», dice la Magnani, «mi aiuti lei, mi suggerisca cosa devo rispondere ai giornalisti quando mi chiedono se mi piacciono gli uomini francesi». Bourvil ha una battuta fulminante, sapida e irripetibile.

Non si erano mai incontrati prima di sette giorni fa, Anna Magnani e Bourvil. Si sono visti per la prima volta sul set. «È bastata una occhiata e ci siamo capiti subito», mi dice l’attrice. «Bourvil ce l’ha scritto in fronte che è un uomo leale e sincero, tutto cuore, come me».

Bourvil mi racconta che fino a qualche attimo prima dell’incontro aveva avuto una crisi di panico, uguale a quella che lo sconvolse durante i primi approcci con Gabin, quando girarono La traversata di Parigi, il film che li procurò la coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile al festival di Venezia del 1956. «Io», mi ha confessato, «ho un po’ il terrore dei mostri sacri; mi lascio assalire da un’inquietudine, da un disagio che mi riesce difficile da debellare. La Magnani poi», ammette con un senso di colpa, «non l’avevo mai vista neanche al cinema. Forse anche per questo la sua fama, la sua reputazione, la sua leggenda di attrice insuperabile e di donna terribile erano ai mie occhi ancora più ingigantite. Vederla, parlare qualche attimo e capire subito che la Magnani è tutto meno che un mostro sacro, scoprire che in fondo venivamo da una stessa matrice di spontaneità, di sincerità, di umanità fu tutt’uno».

Parigi, 26 giugno 1963

Anna Magnani ha finito da poco di girare gli esterni del Magot de Josefa, ma si è buscata una sequela di reumatismi e mal di reni a causa del cattivo tempo dei giorni scorsi, dell’umidità e delle interminabili pioggerelle che sono di casa a Parigi in ogni stagione. Ora si è rimessa, e attende che il film sia finito per poter rientrare in Italia, non a Roma, ma a San Felice Circeo, nella sua villa di fronte al mare (a Roma, che detesta, come detesta tutte le grandi città, dovrà pure tornarci, ma dopo essersi riposata, per girare Caino e Abele sotto la direzione di Alessandrini).

Se si toglie qualche corsa al marché aux puces e a Montmartre, la grande attrice non si sposta dagli studi di Saint-Maurice, dove viene appunto girato il Magot de Josefa; la sera rientra saggiamente a casa, nel suo appartamento a rue Bassano, a Parigi, e si mette a letto di buon’ora. Insieme con un’altra nostra attrice, Monica Vitti, che gira qui Castello in Svezia, della Sagan, sotto la direzione di Vadin, essa offre poca materia ai compilatori di pettegolezzi che si devono limitare a segnare la sua presenza a Parigi e basta. I francesi si sbagliano, dice, se credono che tutte le italiane sono Gina Lollobrigida o Sophia Loren.

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