Anna Magnani è bella

Anna Magnani e Peppino De Filippo in Campo de' Fiori (1943)
Anna Magnani e Peppino De Filippo in Campo de’ Fiori (1943)

Anna Magnani, finalmente, mi è piaciuta: la sua semplicità trasteverina di Campo de’ Fiori ha un carattere. Se la fiera Anna sapesse quanto guadagna nell’abbandonare certe pose serpentine, non farebbe altro che parti di popolana, venditrice di caldarroste o d’arance, come nel film di Bonnard.
Mi pare persino che in vesti di cotonina o col liso soprabito d’impiegatuccia o la blusetta candida di commessa cambi figura: perdendo sussiego e pompa si snellisca e si trovi a suo agio. Di certo, si fa più espressiva. Di certo, si fa anche più giovane. E persino gli occhi, quando scapoleggia, divengono maliziosi; non più volpini e astuti, ma soavi e morbidi, occhi che sospirano. Allora questa attrice insegna quello che mai e poi mai avrei supposto che potesse insegnare: il pudore. Una delle due sole virtù che Napoleone, il grande, riconosceva nella specie umana: le courage chez l’homme et la pudeur chez la femme. Ma perché Anna Magnani si mostri pudica bisogna che dimetta la toletta, gli abiti sgargianti, le vesti da sera, bisogna che non bazzichi la gente in frac.
È un po’ difficile che ci ascolti. Chi scrive la ricorda presso che debuttante in un atto unico al Teatro Arcimboldi di Milano — titolo: Un uomo, una donna e un milione — strappare applausi da non dire in una parte di “cantoniera” (diciamola con l’Aretino) tutta vezzi smorfie e mignognole; un’interpretazione dosata con intelligenza sottile ed una seducentissima orchestrazione di toni. Dissero allora esperti e pubblico: “questa sarà una grande attrice comica!”. Il vaticinio non si è avverato perché la tempestosa Anna non ha voluto che si avverasse. Si è sbandata, si è spersonalizzata. Non fu né comica né drammatica. Dapprima sulle scene di prosa si diede arie da vamp, di recente con Totò rasentò la soubrette, mossa non esclusa. La snaturò l’ambizione di essere maliarda, di essere passionalmente travolgente e furba, troppo furba.
Anna ha due modi si socchiudere gli occhi: quello che sfoggiava con Totò scarrucolando doppi sensi e sottintesi e quello che palesa in Campo de’ Fiori, dolce come la dolcezza di un palpito. Io opto per il secondo anche se non sgorga da malizie, anche se fluisce soltanto dalla ignorante ingenuità di una venditrice di arance — col grembiule — nel clima fragrante di un pubblico mercato.
Campo de’ Fiori, a proposito, è un film che si distingue per una spiccata attualità. Lo direi un film annonario che imbrocca un aspetto del tempo nostro il quale tanto valorizza i distributori dell’alimentazione.
Questa è la guerra che riscatta ed esalta la manualità ed il prodotto, il fumista e le patate. Questa è l’epoca d’oro dei macellai, dei droghieri, dei salumieri, dei pescivendoli che non avrebbero mai sognato di trasformarsi in personaggi tanto cospicui in un mondo che li colma di lusinghe e sorrisi. I padroni diventano servi al cospetto delle loro ceste e delle loro bilance; sono accolti come si accoglie la Provvidenza con porte che si spalancano, inchini e ossequi e persino le dame non arricciano il naso se qualcuno odora di castrato ed un altro di freschino. Avanti, avanti anche nei saloni con tappeti, anche se rimangono le orme dei passi spietati. Campo de’ Fiori è il peana di questa gente: di Aldo Fabrizi e di Anna Magnani con le arance di Paternò palpeggiate tra le mani.
Ma non per questo, no, che Anna Magnani è bella. È bella (e non mi stancherò di ripeterlo) perché in questa pellicola è pudica, vergognosa, umile e trepida. È bella perché la bellezza è un punto di vista. È bella perché il bello è una cosa di cui è più facile dire ciò che non è, che dire ciò che è.

Giuseppe Bevilacqua

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Anna Magnani la menandresca

Anna Magnani e Aldo Fabrizi in Campo de' Fiori
Anna Magnani e Aldo Fabrizi in Campo de’ Fiori (1943)

Un poeta antico, Menandro, nella sua commedia nuova, s’era invaghito del tipo della irregolare buona-diavola, che finisce sempre col fare assai più bene che male al suo uomo, aiutandolo con disinteresse e generosità. No: non ci siamo più. Troppo buono il nostro Menandro; ma c’è, indubbiamente qualcosa di fine e di menandresco anche nelle figure grezze di irregolari, che la Magnani ci presenta nella commedia nuovissima dello schermo: qualcosa che si potrebbe chiamare una simpatia ilare e spregiudicata e mai immorale, tutto sommato.
E mi guardo bene dal pensare che Anna Magnani sia una di quelle artiste che non possono mai uscir dal loro genere senza fare un po’ la figura di pesci fuor d’acqua. Tutt’altro! Più scantinerà, più evaderà giudiziosamente dal genere che l’ha rivelata, più apparirà un’artista matura, perfetta e sorprendente.

Può dircene qualcosa l’erbivendola che abbiamo vista testé in Campo de’ fiori; ma, prima di parlarvene, vorrei mi permetteste di precisare le mie idee su quel film. Debbo confessarvi ch’io adoro il romano ma ho una sottile antipatia per il romanesco, con cui anche in quel film si tenta di confonderlo. Io vivo insomma nella Roma che parla all’anima, ma in quella dialettale, popolaresca, epicurea, mi sento sempre un tantino come un pesce fuor d’acqua. E quel film, non esclusa anzi prevalente la figura del Fabrizi troppo dialettale e paesana, ci dava dentro forse un po’ troppo in cotesta Roma volgare. Peppino De Filippo, pareva, in quanto non romanesco, fresco e riposante come un’oasi.
L’erbivendola romanesca non aveva dunque alcunché che mi predisponesse in suo favore: ma fin dai primi istanti la Magnani m’ha colpito come il vero capolavoro, la vera artista del film, assai più geniale e viva che il Fabrizi. La Magnani solo aveva capito che cosa popolo veramente significhi, a Roma come a Venezia o in altre città che hanno più serbato del vecchio costume. La vera ragazza popolana, in quelle città, non è quasi mai volgarità: è, al contrario, anche e soprattutto nelle faccende del cuore, stile severo, pieno di sprezzature e disdegni, di scatto e d’altera magnificenza. Pare un paradosso: ma, nel costume standarizzantesi d’oggi, non ci sono più che certe giovani popolane che abbiano ancora questo individuale senso dello stile e della maestà.
Come l’ha indovinato la nostra menandresca, e con che verità l’ha fatto vivo, parlante, imperioso e scultoreo nella sua desolazione! Ella qui è alla grande arte, alla grande commedia un cui, nell’umile quotidiano, la farsa tiene per mano la tragedia saltando a piè pari il borghese dramma.
Ecco un carattere non certo di prostituta ma di umile e fiera benefattrice dell’amato, che vorrei avesse veduto il nostro poeta Menandro. La sua commedia nuova ha oggi una barba assai lunga: ma oso presumere che il cinema non sarebbe affatto dispiaciuto ad un greco, e che Menandro avrebbe particolarmente amati certi tipi idealizzati e stilizzati, serbatisi, attraverso il popolo d’oggi, nella commedia umana.
Non rammento altra immagine di Menandro, che quella intraveduta come sua al Museo Laterano. Un buon diavolo seduto e barbuto, accanto alla musa della commedia, se non erro. A voi, amatissimo lettore, ricordare il nome di quella musa. In ogni modo, è un personaggino dolce e sedentario quello che passa per Menandro, e che potrebbe senza vostro fastidio alcuno sedervi vicino nel cinema e guardar con voi la Magnani di Campo de’ fiori.
Le cose vecchissime sono talvolta così vicine a quelle che passano per nuove fiammanti! Chi vi dice che la Grecia così poco tenera per le ragazze, non avesse già, nei suoi mercati, tipi d’erbivendole innamorate e burrascose e fiere a quel modo: in una maniera cioè, mutatisi mutandis, umanamente analoga a quella che la Magnani scolpiva nell’erbivendola di Campo de’ fiori?
La faccia pallida e intenta e involontariamente regale della Magnani in Campo de’ fiori! Ma è una perfetta maschera classica, risuscitata nel grigiume dello schermo. Niente come il nostro effimero più volgare passa ogni giorno vicino alle idee ed alle maschere senza mutamento.

Eugenio Giovanetti

Campo de’ Fiori

Campo de'Fiori (1943)
Campo de’Fiori (1943)

L’ambiente e gli interpreti

Romano non solamente per nascita, ma sopratutto per lo spirito e per l’amore che porta alla propria città natale, Fabrizi vuole Roma a sede dei film che egli interpreta, e di Roma egli fa la sua compagna, protagonista, insieme a lui, d’ogni vicenda, Avanti c’è posto! ci offrì già le più indovinate e suggestive sequenze cinematografiche dell’Urbe. Ora il nuovo lavoro di Fabrizi prende addirittura il nome da una delle più belle e classiche piazze della città: Campo de’ Fiori. La storica località non solamente dà il titolo al film, ma gli imprime il tono, gli suggerisce l’ambiente, gli offre il destro per mobilitare il massimo numero di tipi della strada.
Il mercato di Campo de’ Fiori ricostruito nei teatri di Cinecittà appare in tutti i suoi minimi particolari, denso dei suoi abituali frequentatori (autentici venditori del mercato che hanno partecipato alle riprese portandosi appresso a Cinecittà i banchi di vendita e i relativi generi), vario di scenette e sonoro di battibecchi, caleidoscopico, movimentato, attuale.
Sono accanto a Fabrizi, nel film, l’aristocratica bellezza di Caterina Boratto, il popolaresco impeto di Anna Magnani, l’inesauribile e proteiforme comicità di Peppino De Filippo, Cristiano Cristiani, un bimbo che non ha ancora due anni — un attore nato — dividerà con Fabrizi l’onore dell’applauso a schermo aperto, nelle divertentissime scene in cui il piccolo e il grande artista appariranno insieme. Il regista, come in Avanti c’è posto!, è Mario Bonnard.

Soggetto di Giuseppe Amato, sceneggiatura di Mario Bonnard, Aldo Fabrizi, Federico Fellini, Piero Tellini.  Operatore Giuseppe Latorre.

La trama

Nel mercato di Campo de’ Fiori, uno dei più caratteristici della vecchia Roma, Peppino Corradini (Aldo Fabrizi) ha la sua bancarella di pescivendolo accanto a quella di Elide (Anna Magnani) fruttarola. Peppino Corradini è un simpaticissimo uomo ormai prossimo alla quarantina, ed Elide, popolana fiorente e rude, è segretamente innamorata di lui.
Egli però non sogna altro che conquiste di dame del gran mondo e, occupato com’è a fare il ganimede con el acquirenti di riguardo, non degna uno sguardo alla bella vicina. Un giorno, fra le risate ironiche di Elide, Peppino si busca una solenne contravvenzione per aver commesso una parzialità nel turno della vendita a favore di una elegante sconosciuta (Caterina Boratto). Poco tempo dopo però egli ha la ventura di ritrovare Elsa — così si chiama la graziosa ignota — e si offre di farle prevenire a casa i prodotti più belli del suo banco. Anzi, vinta la propria timidezza, si presenta egli stesso con delle superbe triglie, chiedendo il permesso di cucinarle.
Durante il gustoso pranzetto che segue, Olga (Olga Solbelli), una amica che convive con Elsa, invita Peppino per la sera seguente. La prospettiva di chissà quali sviluppi dell’avventura insuperbisce Peppino che sbalordisce i colleghi del mercato con misteriose allusioni e suscita la gelosia di Elide.
In realtà l’avventura di Peppino ha un seguito piuttosto gramo: la casa di Elsa non è che una bisca clandestina dove  Olga e alcuni compari attirano i gonzi per spennacchiarli. E quella sera stessa, in tempo in tempo per salvare il ben gonfio portafogli di Peppino, la polizia fa un’irruzione  arrestando tutti i presenti. Peppino, incensurato, se la cava con una semplice multa. Elsa, invece, responsabile in quanto titolare dell’appartamento, deve scontare diversi mesi in carcere.
Il bancarolo, ormai decisamente innamorato, prende un’avvocato per assisterla; va a visitarla continuamente in prigione colmandola di cure e di attenzioni. Ha saputo la storia di lei, la storia comune a tante donne: Elsa ha un bimbo e non è sposata. Ma questo non è un ostacolo per Peppino. Oramai, per quanto al mercato ridano di lui, egli ha preso la decisione di sposare Elsa. Allorché sta per scadere il periodo di detenzione della donna, ha già preparato un appartamento per lei. Ed è andato in Abruzzo a prendere Carletto, il figlio di Elsa, affinché la mamma abbia subito la gioia di riunirsi con lui. Ma quando Peppino crede di aver raggiunto il proprio sogno la realtà prende i suoi diritti…