Con La Rosa Tatuata Anna Magnani consolida definitivamente la sua fama

Bisogna vedere questa intrepida e focosa Serafina al centro della vicenda, con le sue manie ossessive, con l’amore devoto e quasi fanatico che la unisce ancora alla memoria del marito

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La Rosa Tatuata di Tennessee Williams

Chi andrà a vedere La Rosa Tatuata, incuriosito anche dagli elogi incondizionati espressi dalle più alte personalità della cinematografia americana, resterà piacevolmente sorpreso. In questo film, dove una vedova impulsiva e severa con tutti anche con se stessa, è l’anima del racconto, la Magnani ha modo di rivelare in pieno tutta la sua arte di interprete impetuosa e travolgente. Abbiamo detto travolgente e non sapremmo quale altro termine adoperare; ella travolge due ragazze stupide che l’hanno insolentita, travolge il vicinato, il mito del marito morto che l’aveva ossessionata, travolge in un primo tempo l’uomo che le fa la corte, il sacerdote che cristianamente e pazientemente tenta di contenere il suo impeto, travolge i pregiudizi che l’avevano imprigionata, i capricci della figlia, è insomma una forza irruente che trova un argine soltanto in se stessa, nei propri poteri inibitori, quando funzionano. Nulla da fare: è un filo ad alta tensione, pericoloso e intoccabile.

La sua mimica ha la mutevolezza, l’espressività tipica dei caratteri mediterranei; la sua psicologia approfondita da una immedesimazione sorvegliata e sensibile, ci viene rivelata attraverso le manifestazioni del suo carattere abbastanza complesso, con una logica tutta sua , è di una coerenza impeccabile. Ecco perché questo film, a nostro giudizio, supera tutti quelli interpretati fin qui dalla Magnani; essa con questa Rosa Tatuata consolida definitivamente la sua fama, si porta su un piano talmente elevato da poter guardare all’avvenire da un’altezza unica, forse irraggiungibile, data la sua eccezionale versatilità.

Bisogna vedere questa intrepida e focosa Serafina al centro della vicenda, con le sue manie ossessive, con l’amore devoto e quasi fanatico che la unisce ancora alla memoria del marito; con i suoi principi rigorosamente morali che derivano anche dalla mentalità italiana (meridionale) rimasta ancorata alle leggi della sua antica razza: con il sentimento della fedeltà che si protrae oltre la morte del marito come per una dedizione totale, delirante, senza limiti di tempo, senza condizioni di sorta; posizioni nette, inequivocabili, refrattarie ad ogni compromesso, ad ogni oscillazione. Si vedrà poi attraverso quali processi intimi, vere e proprie lievitazioni insospettate, la Serafina rigorosa e moraleggiante, distrugge il mito dell’eterna fedeltà, fino a rompere materialmente l’urna che contiene le ceneri del marito, e con questa distruzione essa effettivamente si ribella, spezza il nodo che l’avvinceva alla tirannia dei ricordi, in altre parole, fracassa il mito, che si è rivelato falso e indegno di adorazione: e una volta postasi sulla via della liberazione, scioltasi dalle pastoie dei fanatismi e dei pregiudizi, il suo animo si apre alla speranza di una nuova vita. Questo riscoprirsi donna e amante, legata a una vita terrena contessuta di gioie materiali e anche umane, e non a un mito astratto, questo risveglio da un letargo durato parecchi anni è forse il punto culminante del film, quello che dà la misura della vera, grande arte della Magnani. Al suo risveglio contribuisce indubbiamente la somiglianza fisica tra il camionista che si è invaghito di lei e il marito: ma questa concomitanza, questa sottigliezza psicologica se depone in favore della vedova e ne giustifica il turbamento non determina il fenomeno del risveglio cha ha una derivazione più complessa: è, se mai una concausa, perché non bisogna dimenticare lo sdegno, la collera di Serafina quando essa viene a scoprire che l’uomo da lei idolatrato in vita e in morte, la tradiva con una donna che si era tatuata in petto una rosa per imitarlo.

Bisogna anche dire che accanto alla Magnani, Burt Lancaster ha scolpito mirabilmente il personaggio del camionista Alvaro. Lancaster “il gigante buono” ha recitato da grande attore; è facile interpretare se stessi perché basta essere presenti e il resto viene da sé: ma quando si deve creare un “tipo” occorre dimenticare se stessi e assurgere altre sembianze, il che, presuppone per lo meno uno spiccato talento naturale.

Ora, chi vede questo Alvaro Mangiacavallo non può non ammirare, insieme con la maschia figura di Lancaster la sua studiata ingenuità, la sua divertente  goffaggine, la sua vena burlesca e insieme generosa, la sua chiassosa espansività, tipica degli uomini che proprio a causa della loro mole restano sempre un po’ fanciulli.

La regia di Mann è stata all’altezza del compito: ha saputo anzitutto descrivere con rapidi quanto efficaci tocchi l’ambiente italo-americano, aggiungendovi delle note di colore brevi e significative senza mai eccedere nella dosatura: l’ambiente si intuisce prima ancora di sentirne il gergo: lo si intuisce dal vestiario, dall’acconciatura, dalla mobilità dei gesti, e dei volti; la vecchia Italia è presente con i suoi tratti caratteristici, retaggio di una civiltà mediterranea che non si è ancora disciolta nel grande crogiolo americano.

Daniel Mann peraltro è riuscito a disciplinare con raro equilibrio una materia per se stessa rovente e staremmo per dire, sfuggente, costituita da disparati elementi e ne è derivata un’opera che regge al vaglio rigoroso di qualsiasi critica, un’opera che è un capolavoro di armonizzazione