Anna Magnani in sei episodi per cento anni

avete pensato quanto il viso della Magnani e la sua recitazione non siano “datati”, appunto perché non è una diva né il volto di un’epoca, ma una grande attrice?

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Anna Magnani 1969

Roma, dicembre 1969

E così, vedremo Nannarella in televisione. Snobbata dal teatro, dimenticata dal cinema, farà la sua rentrée più degna — con il mezzo, e ne sono sicuro da tempo, che le è più congeniale — davanti alle telecamere. Conoscendola, sono convinto che non si offuscherà se ho detto snobbata e dimenticata dal teatro e dal cinema italiani: non ci sono giustificazioni per la sordità, l’apatia e la mancanza di sensibilità dimostrate nei confronti di Anna Magnani, l’attrice più autentica e completa che abbiamo. Né valgono le accezioni, che semmai, come sempre, confermano la regola. So già che cosa potrebbe rispondere la cattiva coscienza di registi e produttori, impresari e capocomici: che la Magnani è un mostro sacro, che la sua presenza è così autorevole e straripante da mettere in imbarazzo e in soggezione, che è difficile perciò trovare ruoli adatti per lei, per il suo temperamento, eccetera. Sciocchezze. Il mito Magnani, alla rovescia, è nato proprio da tanta imprevidenza e aridità: il suo antidivismo e la sua naturale ritrosia sono stati contrabbandati come sdegnoso arroccamento di un carattere difficile, così come si è accreditata la convinzione (anche se non dichiarata) che fosse un’attrice a senso unico, di una esasperata, incoercibile drammaticità che le precludeva altri ruoli, più sommessi, più sfumati, meno viperini. Proprio a lei che aveva fatto anche anni e anni di sanguigna e sardonica rivista, a lei la cui risata omerica e irriverente potrebbe farla individuare fra mille, insieme con la cupa, fulminea dolorosità dello sguardo.

Del resto non è un caso se il primo personaggio femminile del rinnovato cinema italiano doveva essere suo, in Ossessione di Visconti (ma era in attesa di un figlio, e il ruolo fu dato alla Calamai), e se la grande stagione del nuovo realismo si aprì con la Magnani di Roma città aperta di Rossellini, fino alla Maddalena Cecconi di Bellissima, sempre di Visconti. Ritratti di donne vere. (Avete mai pensato quanti pochi ritratti femminili — di donne vere, dico, nelle quali le italiane abbiano potuto identificarsi — ci sono nel nostro cinema che pure ha lasciato largo spazio alle donne e, più recentemente all’erotismo e al sesso?). Scriveva Corrado Alvaro: «Ella può darci un ritratto esemplare di donna italiana, di quelle che hanno spazientito tanta letteratura e che è stato sempre ambizione di scrittori italiani e stranieri poter raffigurare». Che splendido verbo quello spazientire riferito, sia pure indirettamente, a Nannarella: quel suo essere, insieme, personaggio semplice e scomodo, estroverso e spigoloso, aperto come un cielo sereno e pieno di lampi, corrucci e bagliori.

Come in fondo tutto ha una sua logica interna, una estrema coerenza: ancora una volta non fu un caso che Pasolini, il quale aveva attinto quasi sempre a volti presi dalla strada, a un certo momento ricorresse proprio alla Magnani per Mamma Roma. Scrive di lei in un suo diario lo scrittore-regista: «Stava davanti allo specchio, con la sua angosciata tranquillità, la sua scontentezza, il suo impeto. Quello che doveva chiedermi era se quel giorno poteva recitare senza la parrucca (che di solito si mette, per comodità), in quanto voleva avere la faccia “sua”, completamente “sua” per recitare l’ultima scena del film. La scena in cui le viene annunciato che suo figlio Ettore è morto e lei fugge urlando verso casa. Voleva chiedermi solamente questo. E l’ha fatto con un’aria talmente infantile, talmente sospesa, che mi ha commosso. Aveva capito perfettamente il mio desiderio di vederla ingenuamente così com’è — quasi senza trucco, con la sua faccia vera — nel momento più tragico e doloroso del film».

«Io non sono un’attrice», dice spesso la Magnani, «detesto questa parola, io sono un animale istintivo». Un animale istintivo della razza dei Gabin, per intenderci, come una sorta di viscerale tumulto espressivo inalveato nei canali del raziocinio. Ecco perché, a un certo momento, Strehler aveva pensato a lei per quella Madre coraggio e i suoi figli di Bertolt Brecht tante volte annunciata e altrettante rimandata. L’annuncio dei telefilm che farà per la televisione italiana è una bella notizia: non è solo una valutazione e rivalutazione doverose della «attualità» di Anna Magnani (avete pensato quanto il viso della Magnani e la sua recitazione non siano “datati”, appunto perché non è una diva né il volto di un’epoca, ma una grande attrice?), ma può essere anche la ripresa di un discorso col quale ampliare la galleria di “ritratti” femminili di cui ha tanto bisogno la nostra cultura. Le premesse sono stimolanti: sei momenti della storia e della società italiane visti attraverso la tipicità di una donna del tempo, appunto Anna Magnani. Insomma, una verifica, attraverso la bussola Magnani, del costume inquieto o tempestoso di cento anni di vita italiana. Non è facile, né semplice: ma a Nannarella, che ha sempre rifiutato le offerte di ordinaria amministrazione, le banali attrazioni del cinema di routine o le ovvie comparse in palcoscenico, piacciono appunto le imprese facili né semplici.

Il primo episodio è datato 1870, l’anno della formazione del Regno d’Italia. Anna Magnani è una popolana romana convinta che i piemontesi che stanno per prendere Roma siano dei diavoli. Un personaggio assolutamente negativo, che non ha capito niente né di Dio né del diavolo.

1910 – Anna Magnani sarà una contadina calabrese in procinto di seguire il marito giovane e entusiasta sulla strada dell’emigrazione. Ma l’attaccamento della donna per la sua terra sarà così forte da impedirle di partire.

1915-1918 – Un personaggio buffo per un momento tragico della storia d’Italia. Protagonista di questo episodio sarà una cantante di caffè-concerto senza scritture e affamata, invitata a cantare per i soldati al fronte. Convinta che questo sarà il suo grande ritorno alle scene, la cantante accetta, portando in prima linea i suoi capricci e le sue manie. Ma si troverà a cantare davanti ad una platea composta da mutilati, di soldati ciechi e senza gambe né braccia. E lei canta, ma solo dopo essersi spogliata di tutti i fronzoli che porta addosso.

1930 – Isola di Lipari. Un confinato politico riesce a intrecciare una storia d’amore con la proprietaria di uno spaccio nell’isola, una donna ignorante, sola con un figlio. Lei crede a questo amore, e continuerà a crederci anche quando capirà quali sono i motivi che hanno spinto l’uomo a interessarsi di lei: un tentativo di fuga che potrà avverarsi solo con l’aiuto della donna. E il confinato politico lascerà l’isola portando con sé non solo l’amore della donna, ma anche suo figlio, lasciandola completamente sola.

1944 – Occupazione tedesca. Anna Magnani sarà al centro di un gruppo di sbandati, che lei nasconde e sfama. Ma durante una di queste spedizioni alla ricerca di cibo per tutti, il gruppo di sbandati si ricongiunge con un gruppo di partigiani e, mentre gli uomini andranno a combattere sulle montagne, la donna tornerà sola a Roma e senza carne, per non aver avuto il coraggio di uccidere l’unica mucca che avrebbe potuto assicurarle di che mangiare da tanto tempo.

Giorni nostri – Personaggio principale è una vecchia e malandata donna di strada convinta che, dentro un’automobile, magari piccola, potrebbe ancora trovare dei clienti. Con questa speranza compra un’utilitaria che diventa la sua vera casa. La lava, mette le tendine ai finestrini, i fiori finti, la riempie di cuscini. Ma durante un’uscita domenicale, la donna resta vittima di un incidente stradale che blocca il traffico della via al mare. E, nonostante i lamenti della proprietaria che avrebbe bisogno solo di un po’ di comprensione e di pazienza per dimostrare che ha ragione, prima che sgombrino la strada del relitto che è ormai la sua automobile, l’utilitaria viene sollevata dalla marea di gitanti e gettata nel fosso.

Amore e solitudine

Anna Magnani è una donna fragilissima nell’anima; una fragilità provocata dalle difficili esperienze di lavoro e di vita

Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di "1943: un incontro" (1969)
Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di “1943: un incontro” (1969)

L’amore e la solitudine. Su questi due elementi si basano soprattutto i miei racconti televisivi che segnano il debutto di Anna Magnani in TV. Si tratta di tre storie legate ad altrettanti personaggi femminili a cui la Magnani dà vita, in ognuna, con sfumature ed angolazioni diverse, ma in tutte con una tendenza, una esigenza a manifestare questi due sentimenti. Le storie di Tre donne rappresentano tutti i ricordi veri, che si riferiscono alla mia visione forse spesso scolastica e di fantasia delle epoche in cui si svolgono, anche se non le ho naturalmente vissute materialmente. Nella Sciantosa, la guerra del ’15-’18, ma rivolta agli aspetti popolari, in mezzo ai soldati che l’hanno vissuta direttamente e in modo sofferto e tragico; e poi la retorica dell’intervento e l’eroismo manifestato attraverso le tavole di Beltrame nella Domenica del Corriere.

Nel secondo episodio, ho ripensato al 1943, che per gli uomini della mia generazione ha rappresentato un periodo storico particolarmente importante per i fermenti ed i valori che la Resistenza ha suscitato; infine i giorni d’oggi nell’Automobile, dove viene descritto il vizio degli uomini-consumatori della nostra civiltà. La storia racconta i momenti eccitanti di una donna semplice che dopo molte fatiche riesce ad acquistare un’utilitaria, nel confronti della quale inizia un rapporto di amore come per una cosa cara, come per un figlio; è un rapporto che fa sentire la protagonista — come lei stessa afferma nel film — una donna normale. Abbiamo realizzato questo lavoro sottoponendoci ad un ritmo stressante, girando anche per 12 ore al giorno, e realizzandolo in sedici settimane che è un record per una produzione di impegno come questa.

Devo affermare che Anna Magnani è stata anche questa volta veramente straordinaria, per la disponibilità, senso di responsabilità e per il contributo che ha fornito al lavoro, sia come idee che suggerimenti di alcune soluzioni sceniche, al limite del perfezionismo. Al termine di una faticosa giornata di lavoro, Anna ripeteva spesso: «Avrei potuto fare meglio». Non era mai contenta di se stessa.

Anna è una donna fragilissima nell’anima; una fragilità provocata dalle difficili esperienze di lavoro e di vita. È una donna che ha paura nel senso migliore: ha paura di sbagliare soprattutto nel lavoro, perché ha la grave responsabilità, alle spalle, di difendere una grande e sofferta carriera che ha raggiunto punte altissime. La rivista, il teatro, e il cinema, dove ha rappresentato il personaggio di punta del neorealismo. In tutto il mondo, ancora oggi Anna Magnani si identifica con il neorealismo, e con l’Oscar della Rosa tatuata. Anna Magnani è personaggio suo malgrado, anche se compie una vita riservatissima, lontana dai rumori sollecitati frequentemente, e spesso artificiosamente, dal mondo dello spettacolo. È un personaggio perché è stata ed è una protagonista della nostra epoca. Forse nei momenti di serenità e di simpatia, alla Magnani fa ancora piacere essere chiamata “Nannarella”, ma io credo che questo diminutivo affettuoso e familiare, non sempre sia una cosa positiva. Io nel periodo di lavoro insieme a lei, durante la realizzazione dello special televisivo ho tentato di contribuire a toglierle di dosso questo diminutivo, per farla essere soltanto Anna Magnani. Tre donne, infatti, ha una dimensione particolare, ma non a causa della sua destinazione televisiva, in quanto io ho scritto le storie come faccio per il cinema, senza preoccuparmi eccessivamente se lo schermo sul quale doveva essere proiettate sarebbe stato più piccolo del solito; ma perché conferma il mio discorso sulla TV. Io ritengo infatti che il pubblico si debba ritrovare nelle storie che vengono rappresentate. La televisione per me è una forma di spettacolo nel quale la gente oltre a divertirsi si deve ritrovare, riconoscere.

Ora che questo nostro lavoro sta per andare in onda, vorrei ricordare il contributo preziosissimo che vi ha apportato l’operatore Leonida Barboni scomparso da poco. Era malato, durante la lavorazione, ma nonostante il ritmo faticoso del nostro impegno, non ha fatto mai pesare la sua condizione. Ha lavorato con estrema serenità, portando la sua esperienza così preziosa, soprattutto nel riprendere la Magnani, che con il suo volto particolare ed unico ha delle precise esigenze fotografiche.

Alfredo Giannetti
Roma, settembre 1971

 

Quattro storie per la Magnani in TV

I soggetti originali di Giannetti coprono un secolo di vita italiana puntando su quattro momenti cruciali: la presa di Roma nel 1870, la guerra 1915-’18, Roma occupata nel 1943 e la civiltà meccanizzata del 1970.

Alfredo Giannetti con Anna Magnani
Roma 1971: Alfredo Giannetti con Anna Magnani.

Roma, settembre 1971

Se si dovesse scegliere un’attrice, fra le molte pur degne che annovera la nostra scena, per impersonare la tipica donna italiana — forse sarebbe più proprio dire: italica — cioè quella che ci figuriamo, idealizzandola, come la “summa” dei caratteri femminili più autentici del nostro paese, un nome s’imporrebbe di forza: quello di Anna Magnani.

Ed è alla Magnani, infatti, che automaticamente, necessariamente, si è pensato quando ha preso forma l’idea di realizzare una serie di episodi della storia italiana con una donna per protagonista. L’idea venne ad Alfredo Giannetti, regista, soggettista, sceneggiatore cinematografico assai noto e stimato (Premio Oscar per Divorzio all’italiana e più volte Nastro d’argento), autore televisivo popolarissimo (La famiglia Benvenuti prima e seconda serie). Per la Magnani basti ricordare, a testimonianza delle sue mirabili qualità, film come Roma città aperta di Rossellini, Bellissima di Visconti, La carrozza d’oro di Jean Renoir, La rosa tatuata dalla commedia di Tennessee Williams (che le valse il Premio Oscar, il più prestigioso fra i numerosi riconoscimenti ricevuti) e in teatro La lupa di Verga per la regia di Zeffirelli.

Il racconto che Giannetti fece ad Anna Magnani delle storie che aveva immaginato — poco più che spunti narrativi, allora, canovacci appena sbozzati — riuscì a interessare l’attrice. Storie tagliate su misura per lei, piene di fantasia e di verità, intessute di sentimenti genuini, drammatiche, patetiche e talvolta divertenti; storie così autentiche da convincerla ad accettare, lei tanto severa e perfino diffidente nel giudicare i soggetti che le vengono proposti e fermissima nel rifiutare le offerte pur economicamente allettanti se ritiene non convengano perfettamente alla sua personalità artistica.

La Rai decise subito di realizzare in coproduzione con le società cinematografiche Excelsior e Garden alla realizzazione della serie di film. È ormai da tempo che l’ente radiotelevisivo ha adottato con notevole successo la formula della coproduzione per opere di elevato livello artistico e spettacolare sfruttabili sul piccolo e sul grande schermo, ma realizzate secondo i sistemi cinematografici per quanto riguarda gli uomini, la tecnica e l’organizzazione. Ecco dunque, che mentre il cinema attraversa una fase di congiuntura sfavorevole, la TV si fa avanti per offrire e per ricevere enormi vantaggi mediante questo novo tipo di collaborazione.

Se ne ricordano, fra l’altro, alcuni esempi di grande rilevanza: Socrate di Rossellini, Diario di una schizofrenica di Nelo Risi, I clowns di Fellini, La strategia del ragno di Bertolucci, I recuperanti di Ermanno Olmi.

Una notevole riduzione dei costi, l’elevata qualità del prodotto e la partecipazione di nomi fra i più prestigiosi del cinema italiano sono i risultati più interessanti e vistosi di questa operazione culturale e popolare. I quattro film televisivi imperniati sull’interpretazione della Magnani (uno verrà prima immesso nel circuito cinematografico e apparirà sul video successivamente; gli altri tre, di cui uno in due puntate, saranno trasmessi dalla TV a partire  dal 26 settembre prossimo) presentano un cast d’eccezione in cui fanno spicco, come protagonisti maschili, attori famosi quali Marcello Mastroianni, Enrico Maria Salerno, Massimo Ranieri e Vittorio Caprioli. Caratteristiche che assicurano un ulteriore sfruttamento del programma di vendite all’estero.

I soggetti originali di Giannetti coprono un secolo di vita italiana puntando su quattro momenti cruciali: la presa di Roma nel 1870, la guerra 1915-’18, Roma occupata nel 1943 e la civiltà meccanizzata del 1970. Ma evitando ogni intenzione celebrativa e storicistica, questi grandi temi fanno soltanto supporto a vicende di palpitante e incisiva umanità, episodi legati all’ambiente, all’atmosfera, alla psicologia dei vari personaggi, ma dai quali emergono commoventi e persuasivi il senso dell’epoca e i caratteri vivi degli italiani.

Il primo film della serie, destinato a uscire nelle sale cinematografiche prima che in TV, vede, a fianco di Anna Magnani, Marcello Mastroianni. Ambientato nella Roma papalina alla vigilia del XX settembre 1870, racconta storia  di una popolana il cui marito è finito in carcere perché liberale.

La sciantosa, in cui il partner della Magnani è Massimo Ranieri, è la storia di una diva decaduta del caffè-concerto in tournée nelle retrovie del fronte durante la prima guerra mondiale.

In 1943: un incontro, storia di un amore insolito nella Roma occupata dai tedeschi, il protagonista maschile, accanto alla Magnani, è Enrico Maria Salerno.

Infine, L’automobile è una storia di oggi, una storia della società dei consumi, nella quale il mito della macchina diventa sostitutivo di ogni altra relazione umana, si fa dominante e soffocante. Con la Magnani, nel ruolo della “Contessa”, un’anziana mondana che nell’acquisto d’una vetturetta fuori serie vede il punto d’arrivo di una rispettabilità e di una normalità affettiva che non ha mai posseduto, partecipa Vittorio Caprioli.

Come si vede da queste brevi note riassuntive, si tratta di storie che vogliono essere esemplari di un modo tutto italiano di sentire e di agire, una costante dei sentimenti che si ritrova intatta nei pur diversi tempi, situazioni e caratteri. Anna Magnani ne rende tutte le modulazioni in una sorta di saggio di bravura offerto ai telespettatori, dal quale i personaggi rappresentativi della donna italiani balzano con singolare efficacia grazie alla graffiante e commossa, popolaresca e sensibilissima carica espressiva dell’attrice.

È assecondata dalle eccellenti prestazioni di tutti gli attori e soprattutto dai suoi quattro partner: Salerno, interprete straordinariamente dotato e professionista esemplare, sempre prontissimo, preparato disponibile; Mastroianni così istintivo e così sorvegliato, che ha voluto accettare la parte malgrado fosse carico d’impegni; Ranieri, dapprima emozionatissimo a lavorare al fianco della celebre attrice e poi sempre più disinvolto nel ruolo tagliato apposta per lui, al punto di potersi doppiare da solo; e Caprioli, la cui deliziosa interpretazione del laido personaggio toccatogli ha costituito un vero divertimento per lui e la Magnani che, essendo amici di lunga data, sembravano recitare sul palcoscenico d’un vecchio varietà.

Il programma è stato portato a termine in un tempo di lavorazione quanto mai ridotto: quattro settimane per i film più lunghi e tre per L’automobile. Un vero record, ottenuto grazie all’impegno dei componenti il cast artistico e quello tecnico, tutti di primissimo ordine e fra cui si contano ben tre premi Oscar: la protagonista Anna Magnani, il regista Giannetti e il direttore della fotografia De Santis. Va ricordato, inoltre, l’impareggiabile apporto dato da Leo Barboni che, sebbene fosse affetto da un male inesorabile, ha voluto prestare la sua opera finché è riuscito a tenersi in piedi. Al termine del terzo film, dovette ricoverarsi in clinica, dove si spegneva poco dopo. Le ultime sue immagini, quelle della spaventosa notte che conclude 1943, sono le più belle da lui realizzate.

Le riprese sono state effettuate in interni negli studi De Paolis e in esterni soprattutto a Roma e nei dintorni, durante l’estate scorsa. Girare a Roma è stato un’impresa pure se tutte le autorità cittadine, grazie anche al nome della Magnani che funzionava da eccellente passe-partout, hanno agevolato il più possibile il lavoro. Il direttore di produzione e gli altri responsabili dell’organizzazione hanno rischiato l’esaurimento nervoso per ripulire strade e monumenti, dal Campidoglio al Colosseo, degli elementi della civiltà contemporanea: bloccato il traffico, spostate le auto, cancellate le strisce pedonali, rimossi i cartelli della segnaletica stradale, mascherate le antenne televisive, coperte le insegne pubblicitarie, fino a restituire alla città l’aspetto che aveva al tempo dell’azione. C’è uno episodio curioso da segnalare, avvenuto durante la lavorazione: mentre a ferragosto, all’interno dei Marcati Traianei, si girava la scena finale di 1870 con Mastroianni morente e la Magnani accanto a consolarlo, una gran folla di turisti stranieri si è assiepata intorno e, dopo aver seguito in perfetto silenzio tutta la ripresa, è scoppiata in un applauso scrosciante. Una testimonianza spontanea dell’ammirazione suscitata dall’intensità interpretativa dei due attori e il più bel premio, forse, per coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa serie di film per la TV.

La Magnani riceve poco e malvolentieri

Anna Magnani vive, con sette gatti e una cameriera, in un attico di Palazzo Altieri, disperso fra i tetti e le cupole di Roma.

Anna Magnani e Massimo Ranieri
Anna Magnani e Massimo Ranieri, La sciantosa (1971) realizzazione di Giovanni Bertolucci, regia di Alfredo Giannetti.

Roma, settembre 1971

«Perché mi sono decisa solo adesso a comparire sui teleschermi? Perché solo adesso mi hanno offerto un copione decente. Tutto ciò che mi è stato proposto prima non mi piaceva e non mi interessava. Volevano che rifacesse in TV La voce umana di Cocteau, che avevo interpretato in cinema: era uno dei due episodi del film Amore di Rossellini. Ho risposto che non vedevo la ragione di ripetere un’interpretazione su cui nessuno aveva trovato da ridire. “Prendete il film e mettetelo in onda”, ho detto al funzionario della Rai che mi aveva interpellata. Poi cosa crede che mi abbiano proposto? Mi hanno chiesto parecchie volte di fare l’ospite d’onore nei varietà musicali: cose senza senso, apparizioni inutili. Era logico che dicesse di no». Anna Magnani, che domenica 26 settembre è apparsa per la prima volta in TV, parla di sé e dei suoi rapporti con la televisione con la franchezza abituale, che le ha già procurato molti nemici e l’ha ridotta nella sua situazione attuale di attrice famosissima e praticamente disoccupata. L’ultimo film la Magnani l’ha girato tre anni fa; si chiamava Il segreto di Santa Vittoria.

Parla con entusiasmo dei film che il regista Giannetti ha scritto appositamente per lei e delle fatiche sostenute per portare a termine la lavorazione nei tempi prestabiliti. «Abbiamo lavorato eroicamente», spiega. «Venti giorni per ognuno dei quattro film: un ritmo di lavoro traumatizzante». Ricorda con cortesia i suoi partner: «Con Mastroianni e con Salerno qualunque impegno diventa facile; Ranieri è carino, sorridente, affettuoso. Farà bene anche come attore se gli affideranno parti adatte». Delle quattro storie girate per la TV (ma una apparirà prima nelle sale cinematografiche) dice di preferire quella intitolata L’automobile. «Ma sono soddisfatta anche degli altri film», precisa per non far torto a nessuno.

Anna Magnani vive, con sette gatti e una cameriera, in un attico di Palazzo Altieri, disperso fra i tetti e le cupole di Roma. Si tratta con tutta evidenza di una sopraelevazione aggiunta alle strutture dell’antico palazzo patrizio. In un altro appartamento contiguo, vive il figlio della Magnani, Luca.

Non ci vuol molto a capire che Luca, nonostante la sua intelligenza, la sua autonomia e la sua laurea, è ancora l’unica persona al mondo cui la Magnani dedichi la sua protezione e il suo affetto. Con il resto del mondo l’attrice ha tagliato i ponti. Sono poche, forse si contano sulle dita di una mano, le persone ammesse a frequentare l’attico di Palazzo Altieri: tutte derivano l’amicizia con la padrona di casa da anni lontani. Negli ultimi tempi la Magnani è diventata più difficile e polemica nei confronti del prossimo, ha reso più evidenti certe sue antiche ritrosie e gelosie, certe spigolosità ben note del suo carattere. Ha finito con l’asserragliarsi in casa come in un fortilizio, munito di diaboliche difese a cominciare dal cartello “fuori servizio” che preclude ai curiosi e ai disturbatori l’uso dell’ascensore che dal cortile porta all’ultimo piano. Si tratta di un cartello bugiardo: per i visitatori che dimostrino di aver già vinto la diffidenza della padrona di casa l’ascensore funziona benissimo. Ma per espugnare il fortilizio occorrono circostanziate domande e autorevoli raccomandazioni: la Magnani riceve poco e malvolentieri.

«Non mi piace parlare di me stessa e della mia vita privata», comincia tanto per scoraggiare la indiscrezione del visitatore. «Che cosa si può dire ancora sul conto di Anna Magnani? Che vuol sapere? Perché mi si vede così raramente sugli schermi? La spiegazione è semplice: lavoro poco perché nel più dei casi i film che mi propongono non mi sembrano adatti a me. Sarò viziata, forse, sarò più esigente e puntigliosa di altre: il fatto è che se un soggetto non mi convince del tutto preferisco rifiutare. Alla televisione si tentò tempo fa di realizzare una Madame Sans-Gêne con me nei panni della protagonista. Lessi la sceneggiatura e decisi che era meglio non farne niente. Non era una sceneggiatura da correggere o da rivedere: era una sceneggiatura da buttare».

Un progetto analogo fu realizzato, per la verità senza grandi risultati, da Carlo Ponti: il ruolo di Catherine Heubscher, la lavandaia diventata marescialla, fu affidato ovviamente alla Loren. Forse Anna Magnani rifiutò la proposta televisiva per evitare il sospetto d’aver preso l’imbeccata dalla collega di Pozzuoli? «Non diciamo sciocchezze», protesta «ed è inutile che lei faccia nomi e cognomi. Non riuscirà a farmi dire cose sgradevoli». Questa prudenza serve probabilmente a evitare che vecchi malumori tornino a galla: fece qualche rumore a suo tempo l’indignazione della Magnani per i soggetti che Sophia le aveva “soffiato” con l’aiuto dell’influente marito. «Da quando Ponti ha scoperto che i personaggi che ho sempre fatto io li può fare anche Sophia Loren, per me non c’è posto nel cinema», disse cinque anni or sono la Magnani e la sua protesta parve fornita di validi argomenti. Aveva rifiutato di fare Judith, e la Loren aveva preso il suo posto: le era stata offerta la parte della madre nella Ciociara, e alla fine l’offerta era stata accettata da Sophia; più o meno la stessa cosa era accaduta per l’edizione cinematografica di Filumena Marturano. Ma oggi la Magnani considera chiusa la polemica.

«Mi sono fatto molti nemici», spiega «e non è il caso che me ne procuri di nuovi. A molti non piace il mio carattere, lo so, ma non posso fare niente per cambiarlo», Proprio questo carattere difficile, questa sua riluttanza agli accomodamenti la isola dall’ambiente cinematografico; il cinema, com’è fatto oggi in Italia, le piace sempre meno. «A parte le opere di alcuni registi, Fellini, Antonioni, Visconti e qualche altro, la cinematografia italiana produce opere di qualità scadenti», dice la Magnani. «I produttori preferiscono ripetere fino all’esasperazione le formule e i generi che hanno avuto successo. Così c’è il filone western, il filone comico, il filone sexy: mi ci vede in un film di spogliarelli?». Pare di capire che Anna rimpianga altri tempi e altri registi: i tempi in cui il suo regista era Roberto Rossellini, per esempio. «Peccato», sospira «che Rossellini non faccia dei film, a parte certi lavori particolari come il Socrate televisivo». Lo vede ancora o l’ha perso di vista definitivamente? «L’ho visto tre o quattro anni fa per l’ultima volta», risponde. «Mi pare a Parigi. Siamo in ottimi rapporti, creda. È venuto molte volte qui a casa mia, anche con Sonali».

Quanti anni ha la Magnani? Certamente un’età in cui ogni domanda a riguardo è considerata indiscreta. Nell’enciclopedia dello spettacolo si può leggere una data di nascita: 7 marzo 1908. Se la data è esatta, sono sessantatré anni compiuti: ma egregiamente portati. Dall’epoca rosselliniana la Magnani è cambiata pochissimo, ha gli stessi occhi vivissimi, gli stesso capelli corvini, la stessa aggressività: solo i fianchi leggermente appesantiti testimoniano che tra Roma città aperta e La sciantosa sono trascorsi venticinque anni, l’arco di una generazione. Come vive, quali sono i suoi interessi, i suoi hobby, i suoi amici? «Vivo chiusa qui dentro», risponde. «Esco raramente di casa: uscire mi costa fatica, il traffico, il posteggio, gli ingorghi sono problemi per me gravissimi. Non mi piace neppure camminare a piedi in questo caos che è ormai Roma, centro e periferia. Quassù vivo in pace, la casa è silenziosa e il panorama riposante. Anche se lavoro poco, non ho tempo libero: devo leggere, occuparmi dei miei affari, esaminare i copioni che mi propongono. I miei amici? Sono pochi, sempre meno. Non credo all’amicizia, ho avuto abbastanza delusioni». Molte di queste delusioni hanno un volto e un nome: la storia sentimentale di Anna Magnani è del resto notissima, troppo lunga a complessa per essere rievocata a distanza di qualche decennio.

«Spero di cambiar casa presto», dice Anna Magnani. «Penso di trasferirmi in campagna, di abitare in una fattoria con i miei gatti, i cani, le galline. Voglio fare davvero la contadina». Il luogo è stato già scelto, è alla periferia di Roma, sulla via Laurentina, ma la data del trasloco è ancora da fissare. Dopo, sarà ancora più difficile rivedere questa attrice che è stata fra le più grandi del cinema e del teatro italiano e oggi rifiuta il cinema, il teatro, la gente fra cui è vissuta e si è affermata negli ultimi quaranta anni. Dice che il mondo è cambiato, che son cambiati i film, i produttori, i registi; ma è probabile che sia cambiata anche lei, che questa Magnani degli anni settanta sia ancora più intransigente, più fiera, più isolata di quella d’una volta. «Lo so», ripete «di avere un carattere difficile».

Anna Magnani la Duse della TV

È un mestiere da matti, una faccenda nel complesso piuttosto squallida, che mi attira sempre meno. No, recitare non è necessario, vivere e fregarsene è necessario.

Anna Magnani

Ci eravamo dimenticati di avere in Italia una delle più grandi attrici del mondo. Adesso una serie di telefilm ha portato in tutte le case il volto fremente di Nannarella, che presto vedremo al cinema in un film con Mastroianni realizzato per la stessa serie Donne italiane. “Sarei lusingata di aver avuto gli stessi indici di gradimento di Mike Bongiorno”. “Perché dovrei girare le pellicole che vengono a propormi? Ripetono fino alla nausea sempre gli stessi temi”. “Il mio è un mestiere da matti, una faccenda nel complesso piuttosto squallida. Recitare non è necessario”

Roma, ottobre 1971

Anna Magnani non lavorava più (rifiutava le offerte che le facevano) da alcuni anni, viveva appartata, anzi “dimenticata”, come dice lei stessa, non per civetteria e nemmeno con dispetto, ma con sincera umiltà, perché umiltà e timidezza sono le caratteristiche salienti di questa grande attrice che vedemmo superbamente aggressiva sullo schermo e in palcoscenico. Ora è apparsa per la prima volta in un programma televisivo, come protagonista di tre storie (Tre donne) che Alfredo Giannetti ha ideato e realizzato apposta per lei. Ha avuto un successo enorme il cui significato e valore vanno oltre i pur altissimi indici di gradimento, ha dato una forte emozione ai telespettatori, anche a quelli che in genere si appagano dei distensivi programmi di quiz e di canzoni. Non si aspettava d’essere sommersa da valanghe di calorosi e affettuosi messaggi da parte di anonimi telespettatori e di colleghi famosi. Anche all’estero, si sa, hanno di lei altissima opinione; per esempio Grace Kelly, che fu attrice e vinse un Oscar prima di diventare principessa di Monaco, è del parere che la Magnani rappresenti «come donna e come attrice un fatto veramente sensazionale». E Burt Lancaster, che le fu partner nel film La rosa tatuata, dice: «È la migliore attrice attrice con la quale ho lavorato». Mentre Jack Lemmon, che non ha mai avuto il piacere di lavorare con lei, deve limitarsi a dire: «È la più grande attrice che ho visto».

L’altra sera è stata ospite d’onore al teatro Sistina per l’annuale assegnazione delle Maschere d’argento, cosa di per sé piuttosto banale perché di Maschere d’argento se ne distribuiscono ogni anno a palate e meno male che a lei l’hanno data d’oro: assolutamente fuori dal normale è stato invece il comportamento del pubblico (artisti e bella gente) che al suo apparire le ha tributato un applauso tanto sincero e commosso («Nannarella sei sempre tu, sei unica, stupenda, ti vogliamo bene», s’è udito gridare) che molti poi si sono trovati con gli occhi lucidi. C’è chi ricorda una cosa del genere (ma bisogna sia uno spettatore non minore di anni settanta) quando giusto mezzo secolo fa Eleonora Duse tornò trionfalmente in teatro, dopo essere rimasta per parecchi anni lontana dalle scene. E si direbbe che Anna Magnani abbia oggi dagli italiani proprio quel particolare tipo di ammirazione imbevuta di affetto che Eleonora Duse ebbe nell’Italia dannunziana (tutt’altra cosa dall’ammirazione asciutta di cui usufruirono o usufruiscono tante altre brave e belle attrici.

Il fenomeno non è di facile spiegazione e fors’anche opinabile, ma la più acuta indicazione è forse in questo sintetico giudizio di Carlo Lizzani: «Con Roma città aperta, la Magnani, attrice tragica, diede un volto all’Italia» (e questo in un periodo amarissimo, nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia era davvero senza volto, non aveva neanche gli occhi per piangere se vogliamo dirlo poeticamente; o diciamo addirittura che aveva perduto la faccia?).

Anche Alfredo Giannetti è partito dalla considerazione che «se si dovesse scegliere un’attrice per dare un volto alla donna italiana, o diciamo più propriamente italica, cioè a una idealizzata immagine femminile che delle donne italiche riassuma in sé tutti i caratteri più autentici e la passione e le tribolazioni», quell’attrice, pur fra le molte che abbiamo, non potrebbe essere che Anna Magnani. E poiché aveva in mente una serie di storie italiane ambientate in varie epoche, ma tutte aventi a protagonista una donna in disperata lotto contro una certa condizione sociale, ha interpellato Anna Magnani e proprio su misura per lei ha poi ideato e realizzato questi film per la televisione.

Grazie alla televisione e a Giannetti, Anna Magnani, che si considerava “dimenticata”, ha avuto ora un improvviso e vasto rilancio di popolarità. In passato fu ben nota la sua caparbietà nel rifiutare interviste e la sua abilità nell’evitare incontri con giornalisti. Ma ora è colta di sorpresa e si arrende, ci accoglie in casa con un vago sgomento ma con estrema cordialità e cortesia. La sera innanzi alcuni amici hanno voluto farle festa e Luchino Visconti l’ha convinta a trangugiare un bicchierino di grappa versato da una bottiglia che conteneva una grossa pera. Dimenticando completamente il tema dell’intervista si finisce per discutere questo problema dell’enorme pera nella bottiglia dal collo sottilissimo. Richiesto del mio parere dichiaro che a mio avviso il sistema più razionale per ottenere quel risultato è quello di “fabbricare” le bottiglie attorno alle pere, faccio anche uno schizzo, pere che scorrono su una catena di montaggio e le due metà di una bottiglia che si uniscono e si saldano imprigionando la pera. Ma Anna Magnani dice di sapere per certo che le pere vengono infilate nelle bottiglie quando sono piccolissime, poi lasciate là a maturare, nelle bottiglie legate al ramo soprastante.

«Ecco, vede, dicono che coi giornalisti sono scorbutica, mi sono attirata tante antipatie, ma mica è vero che non mi piace parlare coi giornalisti, anzi, ci parlerei delle ore, perché sono simpatici, se si trattasse di discutere il problema delle pere, o tanti altri argomenti, ma quando cominciano a chiedermi perché non faccio questo e perché faccio quello, se mi considero più o meno brava di quella certa attrice, se dovendo interpretare il ruolo di Giulietta preferirei avere come Romeo Massimo Ranieri o Aldo Fabrizi, insomma cose così, alle quali non so rispondere, ecco, io mi sento male, ma proprio male, così passo per scorbutica, mentre sono soltanto spaventata. E adesso anche lei comincerà a interrogare, tenterà di farmi dire…»

«Niente… avrà sentito l’altra sera al Sistina il pubblico come si sgolava a gridare che lei è bravissima, unica e insostituibile.»

«Ho sentito, sì, ma lo vuol sapere?, ho paura che a furia di sentirmelo dire un giorno o l’altro finirò per crederci…»

«Perché? Ancora non ne è convinta? Eppure molti critici fra i più autorevoli, in Europa e in America, non hanno dubbi, citano lei come-la più grande attrice vivente.»

«Sì, ma a quelli, chi gli dà retta? Magari lo dicono ma non lo pensano, lo scrivono solo per essere gentili.»

«Guardi che l’ipotesi della gentilezza e della galanteria proprio non sta in piedi: mentre sono gentili con lei, sono screanzati con un centinaio almeno di brave attrici, le quali fermamente sono convinte di meritare il titolo che quei cafoni dei critici hanno gentilmente attribuito a lei.»

«Boh, anche questo è giusto, chi ci capisce più niente in questo mondo matto? Cos’è vero e cos’è falso? Cos’è giusto e cos’è sbagliato?»

«Piuttosto, mi dica, non si sente offesa e mortificata apprendendo che gli indici di gradimento che sono stati raccolti fra la massa dei telespettatori la mettono quasi all’altezza di Mike Bongiorno

«Offesa e mortificata? Vorrà scherzare, ne sarei lusingata, se fosse vero; io sono d’accordo che “Rischiatutto” per molti aspetti è la trasmissione più seguita, piace da matti anche a me, con quei concorrenti che sono dei mostri, sanno tutto, ricordano tutto, non ne perdo una puntata. Del resto a me le trasmissioni televisive piacciono tutte. Chi me lo fa fare di uscire di sera per andare a vedere quelle schifezze di film che si vedono al giorno d’oggi nei cinema, quando posso guardarmi la televisione stando comoda in poltrona a casa mia?»

«È dunque una scelta, preferisce lavorare per la televisione che fare dei film.»

«Magari, ma il fatto è che io non riuscirei mai e poi mai a lavorare in una vera trasmissione televisiva, tutti i movimenti calcolati al millimetro… Io in teatro andavo per il palcoscenico come un cavallo matto, ogni sera cambiavo gesti e posizioni, ma in televisione ci vuole una disciplina che io non riuscirei mai a impormi. Invidio molto gli attori televisivi, tutti sono bravissimi, quelli del romanzo sceneggiato E le stelle stanno a guardare, per esempio, prodigiosi, ha visto Andrea Checchi? E la Guarnieri, deliziosa. Anna Miserocchi, poi, che brava, come la invidio. Questa sera è la vecchia del romanzo sceneggiato, domani sera la vediamo magari affascinante e giovane signora in Casa di bambola di Ibsen, e sempre coi piedi posati esattamente sui segni fatti col gesso…»

«Certo, anche a me piace molto Anna Miserocchi, ma lei dimentica che ha conquistato i telespettatori interpretando, in tre domeniche successive, tre personaggi diversissimi, in maniera superba…»

«Ma quei lavori li abbiamo fatti col metodo del cinema, il solo guaio è che Giannetti è troppo bravo, in sedici settimane abbiamo fatto quattro film, nessun altro regista ce l’avrebbe fatta in meno del doppio: però è stato terribile, per me, finito un film, entrare nel personaggio del successivo, con appena quattro giorni di sosta, per pensarci su.»

«Ma allora?, niente televisione, il cinema pare non gode più la sua stima…»

«Ma li vede i film che si fanno? Ripetono fino alla nausea sempre gli stessi temi, prima l’orgia del western, adesso il sesso, senza un minimo di buon gusto. E che dovrei fare i film che vengono ancora a propormi? Siccome una stupida leggenda vuole che io sia quella che dice a tutti “E va’ a morì ammazzato”, tempo fa mi proposero di fare un western intitolato Arriva Annarella, ehi Gringo, va’ a morì ammazzato. Ho detto di no, pensa che ho fatto male? Adesso li fermo: alt, inutile fare la proposta, perché io non accetto di apparire completamente nuda in un film, e oggi, si sa, qualunque attrice deve farlo, almeno in una sequenza. Io no, rifiuto di farlo, e non chiedetemi perché, non sono una moralista, no, semplicemente sono freddolosa, temo di prendermi un malanno. Così se ne vanno, senza illustrarmi diffusamente il film che erano venuti a propormi. Non, temo che film non ne farò mai più.»

Effettivamente il cinema italiano non ha trattato Anna Magnani secondo i suoi meriti; film veramente degni di lei ne ha fatti pochi: Roma città aperta di Rossellini, Bellissima, che se non è il capolavoro di Visconti poco ci manca, poi Mamma Roma di Pasolini, La carrozza d’oro di Renoir, La rosa tatuata, che le fece vincere l’Oscar è stato girato a Hollywood. Il resto non merita d’essere ricordato, anche se lei è riuscita quasi sempre a salvarsi, anche nei film più insulsi. Comunque il cinema italiano s’è liberato di lei con troppa fretta: era considerata una che non fa cassetta.

Ora gli esercenti stanno rivedendo la loro vecchia opinione. Dalle statistiche è risultato in modo inconfutabile (e i bollettini cinematografici ne hanno preso atto) che le domeniche in cui andava in onda uno dei film interpretati dalla Magnani gli incassi delle sale cinematografiche all’ultimo spettacolo, che è il più importante, diminuivano in modo sensibilissimo dovunque: perché la gente preferiva vedersi la Magnani in televisione, quindi la Magnani ora può fare cassetta.

È ciò che sapremo fra alcuni mesi. Giannetti ha girato quattro film della serie che s‘intitolava “Donne italiane”, uno è stato escluso dal video per accordi di produzione precedentemente stipulati: sarà immesso nel circuito delle sale cinematografiche, appunto fra qualche mese. Solo dopo due anni di sfruttamento passerà in proprietà alla televisione. Si tratta del film intitolato 1870, nel quale la Magnani ha come partner Mastroianni. È la storia di una famiglia di poveri operai nella Roma papalina, proprio al tramonto del potere temporale. ll marito, Marcello Mastroianni, viene incarcerato per attività sovversiva, la moglie deve duramente lottare per non far morire di fame suo figlio. Poi arriva la sospirata liberazione, la breccia di Porta Pia. Ma le gloriose gesta che i patrioti sognavano non ci sono, tutto si risolve in un burocratico cambio di poteri e i delusi già prevedono che tutto resterà come prima: solo le mogli dei detenuti politici agiscono, assaltano il carcere e liberano i mariti. Anche Anna Magnani libera suo marito, il quale però era già gravemente ammalato e muore, convinto che la caduta del potere temporale del papa sia avvenuta veramente in gloriose circostanze e sia foriera di un luminoso domani. Sua moglie lo aiuta a morire nell’illusione, raccontandogli fatti eroici e nobili in realtà mai accaduti. «Un brano in cui Anna Magnani è di una bravura inimmaginabile — dice Giannetti —. Nessuna attrice al mondo avrebbe saputo fare il miracolo che fa lei in questa sequenza.»

Se il film, com’è probabile, avrà vasto successo di pubblico, il cinema italiano scoprirà “finalmente” Anna Magnani, i migliori cervelli saranno mobilitati per inventare storie con personaggi femminili fatti su misura per lei, forse una vera carriera di attrice cinematografica l’attende, grazie al successo che ha avuto in televisione.

«Boh, — dice Anna Magnani —. Ci credo poco e neanche m’importa; un tempo ci mettevo una passione folle, in questo mestiere, ero ispirata, anzi invasata, o solo illusa, o tonta. È un mestiere da matti, ora l’ho capito, una faccenda nel complesso piuttosto squallida, che mi attira sempre meno. No, recitare non è necessario, vivere e fregarsene è necessario, recitare non è necessario.»

Nell’immediato dopoguerra, Anna Magnani, ha ragione Lizzani, diede un volto all’Italia: un volto tragico, eppure fremente di vitalità, di ardimento, di orgoglio. Ora Anna Magnani ha il viso composto in una rassegnazione appena un poco ironica, il viso di chi non si aspetta più niente di buono, ma nemmeno si preoccupa più che tanto la baraonda che le gira attorno: insomma, il suo volto continua ad essere il volto dell’Italia.

Luigi Cavicchioli

Anna Magnani nel ricordo di Alfredo Giannetti

Anna Magnani aveva per me una sorta di affetto, soggezione e odio.

Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di
Enrico Maria Salerno, Anna Magnani e Alfredo Giannetti sul set di “1943: un incontro” (1969)

Con lei ho girato quattro film e ho avuto modo di conoscerla a fondo. Un momento prima del ciak era impaurita, anonima, come una debuttante. Al via, partiva e improvvisava, inventava, raccoglieva suggerimenti al di là della macchina, con l’orecchio perennemente teso, eseguiva e trasformava le battute del copione in motivi scenici.

Molti registi, che pure oggi la celebrano, non l’hanno capita. Anzi, l’hanno tradita. Su ottanta film, Anna ne ha fatti almeno sessanta da dimenticare, davvero brutti, compresi quelli americani che hanno creato l’immagine della Magnani da Oscar. Sì, l’Oscar l’ha avuto, ma la sua personalità di attrice ne è uscita stravolta. Che cosa c’entrava Anna con Hollywood? Niente. E, per il verso opposto, l’ha tradita anche Pasolini. Le ha dato la parte di una sottoproletaria, mentre Anna aveva aspirazioni piccolo-borghesi: una casa, una sistemazione tranquilla, il figlio. Pasolini ne fece una maschera tragica, ma senza delinearne i contorni. Fu lo stesso regista, più tardi, ad ammettere l’errore. La Magnani era una figura classica di attrice: bisognava scriverle delle storie addosso, cucite come tailleur fatti su misura. Io con lei ho fatto così.

Anna aveva per me una sorta di affetto, soggezione e odio. Apprezzava il fatto che i personaggi che le proponevo erano per lei assolutamente familiari e si sentiva in un certo senso protetta quando lavorava con me. Ma bastava che alzassi la voce, che la sgridassi per una sciocchezza qualsiasi, e lei si rinchiudeva in se stessa, come intimorita. Infine sosteneva che le mie storie erano troppo impegnative per lei, la sua parte troppo intellettualistica. Era una creatura fragile, insofferente, e perciò di sentimenti assai mutevoli.

Alfredo Giannetti

Anna Magnani e la TV

Anna Magnani: “Ho scelto di interpretare questi soggetti perché sono stati scritti apposta per me”

Quando Anna Magnani accettò di interpretare una serie di film televisivi per la regia di Alfredo Giannetti, veniva da un lungo periodo di inattività cinematografica; aveva scelto di diradare le sue apparizioni perché, diceva “i personaggi che mi propongono non ritengo siano datti a me”. Il programma di collaborazione con la Rai doveva essere più ampio ed articolato di quanto in affetti non potè avvenire per l’incalzare della malattia. Ma la Magnani fu subito disponibile a lavorare per la televisione sulla base delle sceneggiature scritte per lei dal regista Alfredo Giannetti e realizzate dalla prima rete della Rai.

In una lunga intervista alla vigilia della messa in onda della Sciantosa dichiarò tra l’altro:

“Ho scelto di interpretare questi soggetti perché sono stati scritti apposta per me”.

Cioè, è stata indotta ad accettare dall’originalità dell’idea?

“Sì, certo. Abbiamo discusso a lungo gli spunti delle varie storie e così sono nati questi personaggi su misura per me”.

Fra le ragioni che l’hanno convinta ad essere la protagonista della serie di film per la TV c’era anche quella di fare un’esperienza nuova?

“Pensare di essere al centro di un programma destinato alla enorme platea televisiva è certamente piacevole e stimolante. Quanto a tipo di lavoro, in questo caso particolare non è stato molto diverso da quello cinematografico”.

Non ha trovato differenze?

“Direi di no. Soltanto il ritmo di lavoro: il ritmo che abbiamo dovuto sostenere per le esigenze della produzione è stato massacrante e intensissimo”.

Che differenza c’è, dal suo punto di vista, fra teatro, cinema e televisione?

“Il teatro mi appassiona enormemente più del cinema. A furia di fare l’attrice cinematografica a un certo punto si sente il bisogno di essere una cosa viva e vera a contatto immediato con il pubblico vivo e vero”.

E della TV cosa pensa?

“Per quel che riguarda la mia recente collaborazione sono più che soddisfatta. In linea generale la televisione mi interessa come resoconto di cronaca, come partecipazione diretta ai fatti d’attualità. E’ un giornale vivo”.