Ho creduto di essere Nannina

Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero.

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Roma, città aperta
Anna Magnani

Non è facile far parlare Anna Magnani di Roma, città aperta: a chi le domanda quanto ha contato sulla sua storia di attrice recitare in uno dei film più importanti del cinema italiano, la Magnani è solita rispondere con il caldissimo imbarazzo della sua ben nota voce che «non sa cosa dire», che «è difficile parlare di una cosa così importante».

Le abbiamo chiesto se crede che Roma, città aperta sia ancora un film attuale, per il pubblico di oggi, per i gusti e i sentimenti dei giovani del ’70: «Magari ce ne fossero ancora di questi film — ha esclamato l’attrice con impeto —. Del resto lo vediamo tutti: ogni anni Roma, città aperta viene dato in qualche sala o alla televisione ed ha sempre successo. Ciò vuol dire che è ancora attuale».

Il neorealismo deve molto alla Magnani, ma la Magnani deve molto al neorealismo. Ci sono esperienze che una attrice si porta dietro in ogni inflessione di voce ed in ogni piega del suo corpo: Anna Magnani, uno dei più interessanti esempi di anti-diva, rappresenta tutta un’epoca della nostra cultura cinematografica: «Prima ancora di fare il film di Rossellini, io me la sentivo dentro questa voce di recitare come si vive, di parlare con il cuore, con la schiettezza della gente vera».

«Il neorealismo — ci dice con semplicità ma con convinzione — io lo avevo nel cervello: avevo sempre pensato che fosse giusto farla finita con il tempo del “telefoni bianchi”, con i dialoghi ipocriti di attrici belle ma vuote. Era giusto, invece, guardarsi intorno, vedere i fatti e i sentimenti della gente umile, di una donna non bella, ma con una dramma vero nella sua vita».

Abbiamo tentato di farla parlare su quei giorni del 1945, sulla sua lavorazione con Rossellini, su quei tempi unici del nostro cinema. Ma Anna Magnani non ricorda, oppure non vuole ricordare: una vera attrice, e la Magnani è davvero una grande attrice, ha il pregio ed il destino di rinnovarsi, di mutare, di rendersi capace di nuove dimensioni in tempi nuovi. Il passato di una attrice si può ricostruire solo nella sua ultima interpretazione.

Ciò che ha voluto ricordare riguarda molto più la sua ricchezza di donna sensibile, istintiva, autentica per come è fatta e come si comporta: «Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero. Io stessa ho creduto di essere veramente quella donna».

«La ricostruzione era così realistica che gli attori partecipavano della stessa paura e sgomento che avrebbero provato quelli del pubblico. Io nel creare il mio personaggio ho operato in funzione della mia emozione».

Parlando con Anna Magnani segue un suo ritmo, un suo moto interno: ama le frasi semplici ed immediate ed è praticamente impossibile registrare sulle colonne di un giornalista le sfumature psicologiche delle sue brevi frasi. È una donna che è veramente nata per il cinema e Rossellini questo lo aveva capito.

Roma, Gennaio 1970

Lettera ad ignoto per Anna Magnani

Chiamare Anna Magnani alla TV, farla uscire d’un colpo dalla sua reclusione, dal “ghetto” nel quale era stata relegata, è un atto d’amore dell’Italia

Compagnia Totò Magnani 1944
Compagnia Totò Magnani 1944, caricature di Onorato

Illustre Signore,

io non conosco il suo nome, non so proprio a chi sia destinata questa lettera che sto scrivendo con tutto il cuore: sono sicuro però di scrivere ad un uomo degno, valoroso; dico di più, ad un italiano che ama questo Paese. Chiamare Anna Magnani alla TV, farla uscire d’un colpo dalla sua reclusione, dal “ghetto” nel quale era stata relegata, è un atto d’amore dell’Italia: e siamo un Paese che ha bisogno d’amore, pochi o nessuno ci ama al di fuori e fra noi, in casa, ci detestiamo.

Il caso di Anna Magnani è, appunto, una storia di disamore nazionale, perché questa meravigliosa italiana, questa attrice lodata, premiata in tutto il mondo, simbolo vivente di tanta storia nostra e della creatività italiana in arte, c’era, c’è stata sempre, per tutti gli anni del suo silenzio, in qualche angolo de Roma o in casa sua ar Circeo, l’ho sentito dire, non so dove; eppure Anna Magnani era dimenticata, in una prigionia di silenzio, lei con tutta la sua voce, nata per comunicare, dire, gridare le verità dell’arte scenica: e non è stata questa una esperienza da sottovalutare, bensì un gran fatto amaro da rifletterci sopra.

Un fatto analogo a quello d’una industria dello spettacolo che non seppe avvalersi di Totò (fino al suo incontro con Pasolini che non fu certo un fatto… industriale); con la differenza che Totò, negli ultimi anni, lavorava in condizioni fisiche difficoltose e l’aggiunta d’un’altra differenza, quella del significato più netto, più alto, direi (senza sminuire in nulla il valore e il caso di Totò), della presenza viva fra noi, con noi, in noi, nella storia nostra d’italiani di questo tempo, di Anna Magnani.

Chi era quella Magnani messa “fuori del giro”? Già, perché di questo si tratta, in questa società che noi tutti formiamo: a un certo punto uno si trova “messo fuori”; si faceva un gioco di società negli anni Sessanta, attorno a un tavolo, nei salotti, quando qualcuno pronunciava un nome di scrittore o pittore o artista o magari un filosofo, e gli altri decretavano a maggioranza “dentro” o “fuori”. E cioè “nel giro” o escluso ormai “dal giro”.

Per tanti anni la Magnani è stata “fuori”, fino a quando lei, amico sconosciuto, persona nobile e degna, ha deciso di chiamarla a interpretare spettacoli televisivi. Vorrei sottolineare addirittura a questo punto che la sua iniziativa è stata resa possibile anche dal fatto che la TV è azienda a capitale pubblico, statale: un caso palese di superiorità, di maggiore libertà nelle scelte a confronto con la celebrata, consacrata iniziativa “privata”. Quella stessa che fece tacere per anni la Magnani e ignorò Totò, e altri e altri, come cercheremo di dire più innanzi.

Si prova vergogna ricordando che Anna Magnani “esclusa” s’è trovata persino alla mercé delle furbizie di cronisti mondani che avevano l’aria di “proteggerla” o di “valorizzarla” parlando magari dei suoi gatti.

Ma non fu in cattiva compagnia, Anna Magnani, nella storia di questo nostro Paese, messa “fuori”, in disparte: in quel limbo del “fuori” incontrò di sicuro Italo Svevo che poté stampare il suo romanzo più importante soltanto a sue spese, magari anche Ezra Pound maestro di Elliot ma oggi ancora tenuto in sospetto, in un suo ghetto o gabbione particolare, qui da noi come nella grande America del Nord: ha certo incontrato in quel limbo Massimo Bontempelli maestro in “realismo magico” anche del postumo Vittorini (con Gente nel tempo, e nessuno se n’è accorto); tra i “fuori gioco”, Anna Magnani ha incontrato Corrado Alvaro, tanto per dirne un altro.

Così si vive qui da noi e fra noi: sempre nel pericolo di trovarsi “esclusi”, e nella necessità di rincorrere continuamente una “convalida”.

Nel campo della Magnani, e cioè dello spettacolo, l’esclusione, l’isolamento, è derivato, come in quello della letteratura, dell’invadente irruzione dell’ingombrante, prepotente presenza degli Azzeccagarbugli della sedicente “avanguardia”: avanguardia che tale non è, ma moda, epidermica prurigine, atre mercificata secondo le norme più sottili del consumismo, depravazione, in fondo.

Vogliamo completare il discorso sulla “esclusione” di Anna Magnani rilevando che il fenomeno si è verificato in concomitanza dell’irrompere di quell’Azzeccagarbugli avanguardiero con un distacco (una amnesia) dalla Resistenza: perché lei, Anna, resterà sempre legata alla coscienza della Resistenza e non soltanto per Città aperta ma per quanto ancora prima aveva fatto sulla scena. Io non rammento ora come si chiamava lo spettacolo al Cinema Savoia, verso piazza Fiume, a Roma, dato in piena occupazione nazista dalla Magnani e da Totò; so che siamo andati a vedere lo spettacolo, eravamo un gruppetto di clandestini, invitati non so neppure da chi: e nella grande sala fumosa presso Piazza Fiume la Magnani faceva d’un brano di D’Annunzio un grido della Resistenza, prima che Totò esclamasse: «Ma viva, chi? abbasso chi?». riuscendo a farci ridere!

Tu, Anna Magnani, in quello stesso spettacolo o avanspettacolo mettevi in caricatura un produttore o sovvenzionatore “amico”, nella parte d’una canterina o sciantosa, con una strofetta che ricordo ancora provata e riprovata per compiacere un direttore di scena, sempre fissando il “produttore”: «Qui nel cuor qui nel cuor, c’è il mio amor c’è il mio amor, qui sul sen qui sul sen, c’è il mio ben c’è il mio ben» e negli sguardi scambiati con “lui”, il ricco, il sovvenzionatore, c’erano i quattrini e il disprezzo: cara Anna Magnani, quella tua scenetta di venticinque anni fa basterebbe ancora adesso, essa sola, a far precipitare nel ridicolo tutto l’apparato del canzonettismo amorevole, che invece dura e tiene il campo, occupa il video e i festivals d’intere stagioni, e fa da lotteria nazionale delle passioni e del “destino”.

Grazie dunque a lei sconosciuto, nobile, colto dirigente della TV che ha tratto Anna Magnani fuori dalla prigione del silenzio ed evviva, evviva Nannarella nostra.

Roma, gennaio 1970

Anna Magnani: La morte a me fa paura

Io sto molto più a mio agio in mezzo ai giovani che non con la gente matura

Anna Magnani

Roma, giugno 1970

La vecchiaia, ha detto una volta, non la spaventa, mentre teme “le grinze al cervello”. Non pensa che queste “grinze” vengano per il fatto non fosse altro di non capire più i giovani?

Cara, le grinze al cervello ce le creiamo noi con le angosce perché, se no, non esisterebbero. Alcune purtroppo le dà l’età avanzando, ma le atre… eh, quelle ce le vogliamo noi! A me le angosce vengono dall’insicurezza. Oppure mi prendono… ecco, se faccio qualcosa che poteva essere diversa. Ma poi io direi che l’angoscia è davvero in tutti. Oggi la vita non è delle più rosee e certo vent’anni fa io non mi tormentavo allo stesso modo. In quanto ai giovani, non è vero che da un certo momento in poi non si riesce più a seguirli. Io sto molto più a mio agio in mezzo a loro che non con la gente matura. Con gente cioè già egoista, già corazzata, prudente. Esseri diplomatici, calcolatori, mentre i ragazzi — comunque agiscano, anche negli errori — sono sempre freschi. Li capisci meglio. Almeno: io li capisco subito.

In che misura tiene ai vestiti, al denaro, alle comodità? E, su un altro piano, che graduatoria stabilisce tra i valori come: amore, famiglia, lavoro e successo?

Guardi, io ai vestiti non ci tengo per niente. Quanto ai soldi… eh, purtroppo la vita deve camminare. Diciamo che ci tengo in misura di non essere in imbarazzo. Di avere una esistenza tranquilla. Lussuosa no, perché del lusso non me ne importa assolutamente. Certo che, di fronte ai soldi e a una grande soddisfazione artistica, prendo i pochi soldi. È già successo. Io, per fare il teatro, ho rifiutato l’offerta di un grosso produttore e il teatro, lei lo sa, non rende certo quanto un film. Gli altri valori? Sono un po’ tutti sullo stesso piano. Anche se la mia… se il mio più grande difetto è il bisogno di sentirmi voler bene. Perciò ho delusioni. Ho… che oggi l’unico a non avermi mai deluso è il pubblico. L’amore? Ma, cara, se io avessi trovato veramente il grande amore, avrei rinunciato benissimo a lavorare. Ah, se me l’avesse chiesto, sì. Gliel’ho spiegato. Io l’ho chiamato difetto, ma sarebbe la mia più grande ambizione, la più grande gioia sentirmi voler bene.

La dicono incapace di accettare “un vero uomo” accanto a sé. Non è in contrasto, questo, con il suo bisogno d’affetto, con la ricerca del grande amore?

Ma io posso anche sembrare una contraddizione, cara. Quando parlo di avere un affetto, di qualcuno che mi ami, non penso affatto a una vita in comune. Perché la mia casa è un mondo che mi appartiene e non posso dividerla. La mia casa… Diciamo, la mia atmosfera. D’altra parte, se è vero che ho questa grossa personalità, vicino a un uomo di altrettanto peso cosa succederebbe? Che sarebbe lui a essere disturbato da me. Per questo è un’unione che non vedo facile. Ed è per questo, anche, che non credo al grande amore. Perché quand’è che una si sente donna? Quando si sente dominata. Allora è piacevole la femminilità, no? Ma chi si avvicina a donne con una forte impronta personale, sono sempre persone che non… Sono uomini carucci, insomma.

“Qualche lacrima” allora “e li hai già dimenticati.” Soprattutto se veramente l’amore, secondo lei, “è un girare a vuoto, una cosa che disturba.”

Qualche lacrima molto lunga, però! Poi alla fine ti accorgi che erano sproporzionate ma, mentre piangi, sono sempre lacrime. Un po’ lunghe ugualmente. L’amore disturba? Beh, in fondo sì. Perché sai già che finirà. Per questo è un girare a vuoto. Logicamente è un rischio che bisogna correre ma, anche se sei innamorata, dentro di te lo sai. Del resto, cos’è che dura in eterno? Niente. E allora? Si spera sempre, d’accordo, ma senza fondamento. Nel tuo subcosciente, ripeto, anche quando credi in una possibilità di durata, lo senti che un giorno finirà.

Amore e morte sono i poli intorno ai quali in genere ruota l’arte. Anche quella dei grandi interpreti…

Non… non mi è chiara la domanda. Perché? Come donna, in me, questi temi ricorrono. Come attrice, no. La morte a me, essere umano, fa paura in quanto la trovo ingiusta. È ingiusta soprattutto la maniera in cui si muore. Si viene al mondo con tanta facilità e c’è gente che, per andarsene, veramente… Tutti santi dovrebbero poi diventare, quando fanno certe morti! L’amore. Certo è importante nella vita, ma non credo che oggi ci sia più dell’amore autentico. Ho la sensazione… sì, che non ce n’è. Tra i giovani? Questo non lo so, perché è una cosa di cui non mi sono mai occupata. Perciò, parlo di me. Io l’amore vero, ripeto, non l’ho mai incontrato. Me l’immaginavo! Lo creavo io nella fantasia come avrei voluto che fosse: siamo sempre lì. Le ricorda Alla ricerca di Gregory, questo? Che però era un brutto film. Balordo. Perché lei, la protagonista, chi sogna? Un Gregory che, fisicamente, sia come quello visto sopra un manifesto. Allora, è una stupida, ‘sta ragazza. Se “vole” un dato fisico: ecco, ce l’ha lì. Lo incontra persino. Cosa pretende ancora? Il discorso mio è più importante perché io vedo, cerco e immagino un essere con quella sensibilità, con quella… Che penso abbia certe emozioni. È la ricerca, insomma, di qualcosa che faccia parte di noi. Comunque, l’amore lo si trova più in loro — nei giovani, dico — che nelle persone adulte. Nei giovani può esistere l’amore. Esiste senz’altro. C’è. Ogni tanto di dànno un’aria da cinici, però sono convinta che, quando poi prendono una scuffia, ci finiscono dentro fino al collo. Ma se Dio “vole”. Se Dio “vole”. Noi… mah, forse noi eravamo più romantici. Ed è un male.

Avrebbe desiderato degli altri figli?

Eh, sì. Sì, perché uno solo non è facile… Si viziano. Magari! Sì. Sarebbe stato meglio. Forse, con molti figli, veniva fuori una vera famiglia. Molti… Almeno altri due, ecco.

Floriana Maudente

Anna Magnani: Sono molto vulnerabile

Praticamente l’uomo di casa, diciamo, sono io. Devo mandare avanti la baracca. Difenderla.

Anna Magnani

Roma, giugno 1970

Montanelli l’ha definita «una creatura timida, irresoluta, e umbratile».

Timida lo sono. Umbratile pure. Ma irresoluta? Forse come donna, come attrice no. Come attrice sono risolutissima, so quello che voglio. Ha detto giusto, però, Montanelli. Siccome lui non specifica fra la donna e l’attrice, la definizione è esatta. Ho due facce io e, sotto un certo aspetto, sono la persona più insicura del mondo. Da che cosa dipende? Ah, non lo so! E poi non amo parlare di me in quanto donna perché, a mio giudizio, non è assolutamente vero che il pubblico ha voglia e diritto di seguire un’attrice nella sua vita privata. Questo è un violentare una personalità, che non concepisco. Al pubblico interessa vedere se e come un’interprete funziona. Se dà delle emozioni. Non credo che lo riguardi sapere perché io sono così o perché ho questa maniera di vivere. No! Soprattutto, io sono molto gelosa della mia intimità. Non capisco i colleghi che raccontano tutto di sé. Della loro esistenza. Proprio non li capisco. Comunque, io le ho detto quello che sento.

«Voglio che si dica che la Magnani ha un cattivo carattere». A me, questa sua frase, sembra dettata soprattutto dal bisogno di difendersi attaccando. Dal fatto che dev’essere molto facile farle del male.

Siccome lo dicono tutti, tanto vale che lo dica anch’io. Ma ha ragione lei. A me è facile, sì, fare del male. Sono molto vulnerabile. Sensibile. Una piccola cosa mi può colpire infinitamente di più di un gesto… di un’azione, diciamo evidente. Perché l’azione spesso riesco a capirla. Magari le trovo delle attenuanti. La piccola cosa invece, nella quale d’altra parte non c’è — proprio come qualità umana —  quello che volevo, che pensavo io, mi ferisce. Oh, però, quando sono ferita oppure mi attaccano in maniera un po’ troppo… beh, allora mi difendo. Con un brutto carattere, veramente. Dopo, insomma, divento estremamente dura. No. Questo no, non mi fa male. C’è anche soddisfazione nel punire le persone.

I torti che subisce, in altre parole, non li dimentica; non li perdona ma, anzi, tende a…

No. Non mi vendico, se è questo che voleva dire. Non mi so vendicare. Gli individui che mi fanno certe cose, li allontano. E basta. Perché non ci posso più stare insieme. Non li sento nemmeno più proprio fisicamente. No, nessuna traccia. Quando è chiuso, è chiuso. Ossia: vedi la persona nella sua realtà e, com’è, non ti piace più. Forse me la sono immaginata io, con la fantasia. Magari questo è un po’ pirandelliano, ma è così. Me la sono fabbricata io, nel modo che l’avrei voluta: bella, nobile, affettuosa. Piena d’emozione. Poi di colpo avviene qualcosa — perché avviene sempre, quando il rapporto non è autentico — qualcosa per cui scopri dove sta l’errore. E te ne vai. Un po’ è colpa mia però perché, ripeto, io alla gente attribuisco troppi lati belli. Cos’è… cos’è che dicono? Che la mia autocritica sconfina sempre nell’autolesionismo? Oddio… Se faccio qualcosa che la mia coscienza non reputa giusta, mi torturo: questo sì. Mi giudico molto duramente. Se compio un’azione sgradevole… a tutti può succedere… non è che ci passo sopra. Mi sento in colpa, ecco. Ma questo avviene quando il mio gesto ormai è irreparabile. Allora mi viene una crisi. E questo mi crea… mi condanno molto severamente.

Come vive fuori dal set, fuori dal teatro?

Come? Eh, non ho una vita facile. Perché praticamente l’uomo di casa, diciamo, sono io. Devo mandare io avanti la baracca. Difenderla. Oggi è un po’ dura… con queste tasse balorde, specialmente. Con un sistema proprio da… che insomma, sì, esiste solo qui in Italia. Beh, questo mi crea una certa angoscia, sempre. «Volete prendervi le tasse?» dico io. «E pigliatevele quando dànno i soldi». Soprattutto a un attore che non fa un lavoro continuativo. «Levateglieli subito e basta». Invece no. Di colpo ti arriva roba da sei, sette anni fa! E questa è una. Poi le crisi domestiche: altra cosa che mi dà angoscia. Altrimenti oggi sarei una donna abbastanza tranquilla. Serena. Perché anche quando non lavoro davanti alla macchina da presa, il modo di occuparmi io lo trovo sempre. Faccio sempre qualcosa io. O innaffio la terrazza o metto in ordine i vestiti o scrivo delle lettere. Oppure leggo copioni. Insomma, non ho paura della solitudine perché fin da bambina adoravo stare per conto mio. Il mio più grande piacere era nascondermi in camera mia, sdraiarmi sul letto e a occhi chiusi cominciare a immaginare. A viaggiare con la fantasia. Anche adesso: passo giorni e giorni in casa. Non esco quasi mai. Ah no; io parlo della solitudine in senso mondano, mica della clausura. Non sono una che va fuori tutte le sere, che ha bisogno di dieci persone, della baraonda. Preferisco due gatti che giocano.

L’amicizia per lei che importanza, che significato ha?

Ah io, per un amico-amico che mi sento vicino, sono veramente capace di grossi gesti. Perché l’amicizia è un sentimento meraviglioso. Più che l’amore. Solo che oggi è molto rara. Non esiste, guardi. C’è troppo egoismo, calcolo. C’è troppo cinismo. Non si è più capaci di emozioni, capisce? Insomma, per me un’amica o un amico vero è l’essere al quale ti presenti disarmato senza bisogno del mitra in mano per difenderti. Invece di andare dallo psicoanalista, come preferisce in genere la gente, parli con un amico e ti senti, sollevato. Uno si apre. Si scarica. E fa bene. Fa bene a noi: ossia è una forma di egoismo, no? Dunque, pensi lei che miracolo! Ma amici così, dove stanno? Io non ne vedo in giro. Per lo meno io posso dire quasi di non averne, da quando l’unica amica mia — grande, emozionante — è morta. Ed è brutto, sa? È un brutto segno, questa scomparsa dell’amicizia.

(segue)

La tv, i giovani registi, La ciociara, Filumena Marturano, la Medea di Pasolini

Per il debutto in TV penso a quello che mi ha scritto una donna: “Son così felice che tu vieni a recitare a casa mia”

Anna Magnani "L'automobile" di Alfredo Giannetti 1970
Anna Magnani nell’episodio “L’automobile” di Alfredo Giannetti 1970)

Roma, giugno 1970

La TV le ha sempre fatto paura in quanto la giudicava un mezzo più tecnico che artistico. Come mai adesso si è decisa a comparire sul video?

Effettivamente io l’ho, questa paura. Perché so da miei colleghi che lavorare per la televisione in, come si dice?, “presa diretta” è legato a posizioni ben precise. Con dei segni in terra. Dei limiti prestabiliti. Una cosa, insomma, che mi paralizza. Se io mi sento condizionata in questo modo, non funziono più. Come un cavallo che deve correre, vede un’ombra davanti e si ferma. I motivi per cui adesso ho accettato? Perché non si tratta di televisione vera e propria, ma di girare quattro film. In pratica, siamo una “troupe” cinematografica alla quale la TV ha commissionato alcuni film. Poi diventeranno tante puntate su una serie di figure femminili, ma rimaniamo nel cinema. Che le posso dire… a me, fin da bambina, l’essere condizionata non è mai piaciuto. Sbaglierò, ma credo che sono stata la prima a contestare. Contestavo sempre le cose che non m’andavano dritte. Durante la guerra, per me, il fascino della rivista consisteva in questo. Entravo in scena e mi sentivo libera. Libera! Di sera in sera io, abituata al rigore del teatro, cambiavo tutto. Improvvisavo. Capovolgevo l’impostazione. Secondo l’umore. Secondo il pubblico.

Chi dirigerà questo film per la televisione?

Giannetti, il regista della serie della Famiglia Benvenuti. Il tema è… Insomma, si tratta di quattro figure di donne, che rispecchiano epoche diverse. A partire del 1870. Poi c’è Roma sotto i tedeschi, che rievoca il ’43. Anzi no, prima viene l’episodio di una sciantosa che non lavora più da due o tre anni. È un po’ finita, tanto che vanno a offrirle delle cose così, piuttosto ceppe, modeste. E lei rifiuta. Si dà ancora delle arie, convinta di essere sempre la diva di una volta. Sennonché le arriva dal Comando… perché siamo nel ’18, c’è la guerra… le arriva l’invito ad andare a cantare al fronte. Questo per lei significa proprio risalire la corrente, stare ancora sulla cresta dell’onda. Persino in prima linea, chi la tiene? Cerca il pianoforte. Dice: “Dove sono gli spartiti?” ai soldati, che rispondono: “Signò, noi la possiamo accompagnare con un mandolino. Con ‘na tromba!”. Poi si barda tutta, o meglio, vorrebbe, ma i costumi non le entrano più perché s’è ingrassata. Alla fine pensa di avere una idea geniale. Prende una mantella da ufficiale, mi mette un capello da bersagliere, apre questa specie di sipario che le hanno combinato… e cosa vede? Quello che ho visto io in uno spettacolo fatto durante la guerra e che non dimenticherò mai. Perché le prime cinque o sei file erano di ragazzi senza braccia, senza gambe. Ciechi. Di colpo, davanti a questo, la sciantosa diventa finalmente umana nel senso che le passano tutte le fisime. Le fantasie. Allora si leva la mantella e canta. Canta la canzonetta che le aveva chiesto un soldatino nel portarla al fronte su un’auto sgangherata. Questo è lo sketch. Il secondo, che si conclude con un bombardamento nel quale lei, vedendo arrivare un aereo in picchiata, si butta sul soldatino. Gli si butta addosso e si fa ammazzare. Perché l’ha visto così fresco, giovane, pieno di vita. Appena sposato… L’ultimo episodio è attuale, su una donna che fa un po’ il mestiere e la sua voglia grande è “de fasse ’n’automobile”. Ma questo è meglio che se lo vede: le gags, a raccontarle, perdono sapore.

Cosa ritiene che le porterà comparire in televisione?

Mah! Non ho idea. Penso a una cosa. A quello che m’ha scritto una donna. Perché su questo ricevo un sacco di lettere, ma una specialmente m’ha fatto tenerezza. Sa, c’è gente che vive in piccoli paesi. Che magari non ha mai visto i miei film e mi conosce solo per sentito dire. Questa donna scrive: “Son così felice che tu vieni a recitare a casa mia”. E finisce ripetendo: “L’idea che tu vieni a recitare in casa mia, mi riempie di emozione”. Questo mi ha già dato, per ora, la televisione.

Lavorerebbe con un giovane regista, magari con un esordiente?

Dipende dalla storia e dal modo in cui è impostata la sceneggiatura. Ma penso che avrei fiducia in un giovane. Credo di sì. Prima di tutto perché con i professionisti già affermati succede invariabilmente che vengono da me un pochino prevenuti. “Oddio” dicono fra sé “adesso la Magnani vuol fare questo, quello”, mentre io non domando niente di più di un dialogo. Un colloquio. Non si può adoperare un attore come se fosse, semplicemente, un oggetto qualunque. A un giovane questo non capiterebbe. Sono sicura che mi concederebbe un credito diverso. Chi, io? Schiacciarlo con la mia personalità? Ma qui non si tratta di schiacciare: qui, su di me, c’è un grosso equivoco. Quando esiste una sceneggiatura ben scritta, quadrata, con situazioni precise, qual è il mio problema? Interpretare il personaggio come lo sento. E un giovane, secondo me, avrebbe meno timori. Meno suscettibilità. Troverebbe naturale mettere l’attore, o l’attrice, in condizioni di fare il meglio di se stessi. Cara, film di giovani sono venuti a offrirmene, ma la storia non m’interessava. Perché purtroppo… ecco il rovescio della medaglia… spesso i giovani vogliono fare gli originali, inventare a tutti i costi il nuovo. E non sempre ci riescono. Io le stranezze di quelli che, pur di mettersi in mostra, tirano fuori un sistema tecnico di carrellate sventagliate, rapidissime, di qua di là, che alla fine gira la testa, non le capisco. Ma questo viene fuori dallo “script”. Cioè: che la faccenda non funziona.

È vero che avrebbe voluto fare La ciociara? E che, morta Titina De Filippo, anche Filumena Marturano era un personaggio destinato a lei?

Avrei voluto fare La ciociara? Me l’hanno offerta a me per prima, La ciociara. E io ho detto subito di sì. Sennonché il tutto era condizionato dall’avere la Loren come figlia. Io avevo letto il romanzo con avidità, perché è talmente bello! E Moravia descrive questa figlia come una capretta, una cosa… In modo che dopo, quando diventa prostituta, l’effetto risulta più scioccante. Ora, la Loren è una bellissima attrice, brava in certe parti, ma l’idea di avere una figlia alta, fiorente… non so, diventa tutta una faccenda ibrida. E allora ho rifiutato. Filumena Marturano? Guardi, io non voglio metter bocca, lì. Lì entrano questioni commerciali, di soldi. Sembra un personaggio tagliato su di me? E lo so, ma evidentemente s’è trattato di un affare grosso.

Nel suo repertorio figura Medea di Anouilh. Avrebbe interpretato questo personaggio nel film di Pasolini?

Beh, credo di sì. Anche nella sua chiave perché, in fondo, è un bel film. Con delle cose suggestive dentro. La stessa Callas in un paio di scene è molto… molto positiva, ecco. Ha lavorato proprio come ama Pasolini. I suoi personaggi sono sempre tutti un po’ ieratici e lei, in Medea, è così. Statica. Forse al momento del finale, della ribellione, si poteva fare qualcosa di più. Vedere una Medea scatenata: perché diventa come una belva, no? Però, per esempio, trovo molto bella l’uccisione dei bambini… con quella dolcezza. Senza violenza. La violenza è necessaria in ultimo, quando poi parla a Giasone. E lì Pasolini ha piuttosto sorvolato. Comunque, è un film che ho sentito. Che avrei accettato. Forse perché Medea è un personaggio che mi affascina.

(fine terza parte)

La Magnani-Magnani e non una Magnani Hollywood

“Se l’impostazione del lavoro ha un certo cliché, io posso essere libera finché mi pare, ma il film rimane quello”

Burt Lancaster Anna Magnani The Rose Tattoo

Roma, giugno 1970

Si è detto che Vulcano, da lei interpretato nel ’50, fosse un po’ una concorrenza a Stromboli, il primo film della coppia Bergman-Rossellini.

Ma certo che lo era. Certo. Come mai l’ho fatto? Per i soldi. Perché mi hanno pagata in maniera… molto brillante. Ah be’, viene un momento in cui posso anche essere cinica. La storia però era bella e se non è riuscito un grosso film, dipende da Dieterle, il regista. Un uomo adorabile, guardi. Una persona perbene. Fine, sensibile. Ma che cosa poteva capire lui dell’isola, dell’ambiente italiano in cui si svolgeva la vicenda? Solo le cose che si sanno bisogna raccontare, no? Lui invece veniva dall’America e le scene le vedeva sempre in una data maniera… Tipo Hollywood, diciamo.

A posteriori non pensa che i suoi film americani abbiano tutti una patina un po’ di maniera?  

Eccetto La Rosa tatuata, gli altri due sì. Selvaggio è il vento e Pelle di serpente, sì. Un po’… Sebbene anche lì debbo dire che mi hanno lasciata liberissima. Però, se l’impostazione del lavoro ha un certo cliché, io posso essere libera finché mi pare, ma il film rimane quello. Con Daniel Mann, invece, il regista di Rosa tatuata, abbiamo parlato la stessa lingua ed è venuta fuori una cosa non tanto Hollywood. S’immagini che un giorno Mann s’è seduto vicino alla macchina da presa e ha detto a me e a Burt Lancaster: «Fate voi. Vediamo cosa combinate». Ora questo, per un regista americano, è la fine del mondo. In Rosa tatuata poi ho avuto la fortuna di trovare un produttore… duro eh, durissimo, ma molto intelligente. I primi giorni mi sentivo tutta squilibrata, fuori ambiente, no? Quando mi ha vista così, è venuto da me con il regista e mi hanno fatto questo discorso. Che per me è magnifico. «Noi ti sentiamo infelice, dentro. Noi vogliamo che tu sei la Magnani Magnani, e non una Magnani Hollywood. Perciò butta fuori quello che hai e sentiti te stessa». Forse il mio Oscar è nato anche da lì. Da quella comprensione.

(fine della seconda parte)

Anna Magnani nell’arte e nella vita

Roma città aperta non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male

 

Anna Magnani in Roma città aperta (1945)
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Roma, giugno 1970

«È la più grande attrice oggi vivente». L’ha detto un americano, Tennessee Williams, che per lei ha scritto tre commedie. Ma resta ugualmente prigioniera di un «cliché». Nell’arte e nella vita. Non se l’è certo scelto lei, questo schema, ma siccome ha funzionato, ecco che non le è più possibile venirne fuori. Produttori e pubblico continuano a vederla in vesti di popolana, con l’accento romanesco. Nell’arte e nella vita. «Beh» commenta Anna Magnani «è un poco un’ottusaggine, diciamo. Io sarei felice se qualcuno mi offrisse di fare lady Macbeth. Di interpretare un personaggio che appartenesse a qualsiasi ambiente, a qualunque zona della società. Vero però, autentico, perché io sento subito il cartone». Tempo fa, in un impeto di ribellione, disse: «Non sono un’attrice presa dalla strada. Una certa preparazione scolastica l’ho ben avuta: ho fatto fino alla seconda liceo, ho studiato otto anni pianoforte, ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia». Adesso si limita a sorridere. «È inutile che continui a ripeterlo. Com’è inutile seguitare con la storia che non sono nata in Egitto, ma qui a Roma. Io, in Egitto, sono andata che avevo quattordici, quindici anni, e per pochi mesi. Forse sarà uscita da questo l’idea che, di origine, sono egiziana. O dal mio matrimonio con Goffredo Alessandrini, che è italianissimo, ma nato al Cairo. Certo che lo hanno scritto: enciclopedie, storie del cinema. Italiane, inglesi, americane. E io che ci posso fare: pubblicare il passaporto? Comunque, lei dica che ha visto la mia patente dov’è segnato… che c’è segnato? Nata a: Roma».

Cinema, teatro, un Oscar, premi a non finire e adesso il primo approccio con la TV non hanno intaccato la sua immediatezza. I suoi entusiasmi. Gli occhi soltanto sono quelli di chi ha visto e capito tante cose, traendone un’amarezza che ha scavato a fondo. Chiarissimi, forse grigi, forse color acqua, sotto il nero scarmigliato dei capelli, sono una finestra che si apre d’improvviso sul passato. Ricordano i grandi titoli sulla vicenda Bergman-Magnani-Rossellini, primi pettegolezzi urlati dopo vent’anni di silenzioso moralismo. Riportano all’epoca che l’Italia faticava a cancellare il suo passato, ad acquistare dignità e una nuova dimensione. Poi, di colpo, si fermano ancora più lontano. E sono gli occhi di “Nannarella” che, in Roma città aperta, ha riassunto la fame e la miseria della povera gente, le sofferenze di una generazione vissuta o addirittura venuta su fra crolli e macerie non soltanto materiali. Diventano occhi indimenticabili, che tutti i giovani dovrebbero conoscere per essere, se possibile, più duri nella loro implacabile condanna alla guerra e alla violenza. E poi anche per imparare la pietà.

In Roma città aperta com’è riuscita a dare una così sconvolgente verità alla sua morte?

Cara, le spiego subito perché sono morta bene, lì. Io, di quella scena, non ho fatto prove. Con Rossellini, che è stato quel grande regista che è stato, non si provava: si girava. Lui sapeva che, preparatomi l’ambiente, io poi funzionavo. Durante l’azione del rastrellamento, quando sono uscita dal portone, all’improvviso ho visto le cose… Sono ripiombata al tempo in cui per Roma portavano via i giovani. I ragazzi. Perché era popolo-popolo quello che stava addossato ai muri. I tedeschi erano tedeschi-tedeschi, presi da un campo di concentramento. Di colpo non sono stata più io, capisce? Ero personaggio, insomma. Eh sì, Rossellini aveva preparato la strada in maniera veramente allucinante. Le donne, sa che erano pallide nel risentire i nazisti mentre parlavano fra loro ? Questo m’ha comunicato l’angoscia che ho reso sullo schermo. Ah no, guardi: terribile. Un’emozione del genere chi se l’aspettava? Così lavorava Rossellini. E almeno con me, ripeto, il sistema funzionava.

Lei nel ’43 doveva interpretare Ossessione, mentre più tardi per Roma città aperta sulle prime venne chiamata Clara Calamai. Come successe che le parti risultarono invertite? 

Ai tempi di Ossessione ero incinta, aspettavo mio figlio. Non so i motivi per cui il film ha tardato tanto: so che, sempre in attesa del via, son rimasta a Ferrara per un mese, un mese e mezzo. Intanto però la mia pancia cresceva ed è finita che han dovuto prendere la Calamai. Quanto a Roma città aperta, la Calamai ci ha effettivamente lavorato dieci giorni. Ma questa è una delle storie più comiche della mia vita. Io da anni urlavo quasi: «Ma possibile che non si può girare un film su una donna qualunque, che non sia bella, non sia giovane…». D’accordo, allora ero giovane, comunque: «Perché?», ripetevo. «Perché non un film su una donna della strada, che non sia diva, falsa?». Quando vennero a leggermi il copione di Roma città aperta: «Ci siamo», dissi. «Questo è meraviglioso». Sennonché io a quell’epoca facevo la rivista: erano già entrati gli alleati, no?, e avevo un grosso successo. Proprio come Fabrizi, che recitava in altre cose. Ora, siccome non mi volevano dare la stessa paga che per il film davano a Fabrizi… ma guardi, una miseria: centomila lire in più… per un puntiglio, insomma, per una questione di principio, risposi: «No». Io allora nemmeno lo conoscevo Rossellini, ma so che voleva me. In questo modo cominciarono con la Calamai. Chissà, forse perché aveva fatto Ossessione. Non so, è una scelta che io non posso giudicare. Si entra nella mentalità dei produttori, in certi schemi. Sono andati avanti, le ho detto, dieci giorni e poi hanno cercato di nuovo me. Per fortuna, perché per una fregnaccia del genere avrei perso il film più importante della mia carriera. Riconosco che ho sbagliato, ma che vuole… Sì, è un film sempre molto bello. Solo che non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male. Tanto che, quando lo riprendono, dico: «Non m’invitate. Non mi chiedete d’intervenire: non mi va più».

Il declino del neorealismo ha coinciso, fra l’altro, con il successo delle “maggiorate”: si ritiene un po’ vittima anche lei di questo processo?

Non ho capito, scusi. O, almeno, il discorso è molto ampio e non me la sento di entrarci in merito. Al più direi che, nel fondo, esiste sempre una questione di produzione. Lei capisce che oggi tutto è condizionato dal fatto di incassare dei soldi e questo va a detrimento della qualità. Difatti, si vede che cosa è diventato il nostro cinema, salvo poche eccezioni. Si scopre il filone del western e per due anni ci cibiamo di western; poi si scopre il sesso e avanti con questo. Perciò i film realistici sono tutti finiti un po’ in ombra: non è un problema che riguarda me personalmente. O solamente me. Ogni tanto, se Dio vuole, salta fuori qualche eccezione: La battaglia di Algeri, per esempio, e quello è realismo. Insomma, secondo me, il realismo non muore; si tratta che i produttori dovrebbero essere un po’ meno commercianti, perché è possibile fare dei film belli e nello stesso tempo di cassetta. Però la loro mentalità è così, è ristretta, per cui il cinema sta in crisi: eccolo qui il risultato. La gente poi ormai ne ha abbastanza: sempre sesso, sempre western, sempre… Lei mi dirà: «Anche Antonioni ha portato il sesso sullo schermo in Zabriskie Point», ma lì diventa poesia, diventa… è un’altra cosa. Del resto, Easy Rider che è, se non realismo? È il realismo d’oggi, del momento in cui viviamo, ed è anche logico. Mica si può continuare con il realismo dei tempi di mia nonna.

(fine della prima parte)