La Lupa al teatro La Pergola

Il volto della Magnani ha, come gli spettatori di tutto il mondo sanno, la intensità, la forza, la ragione di una espressività dolorosa

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Anna Magnani (La lupa di Giovanni Verga, regia di Franco Zeffirelli 1965)
Anna Magnani (La lupa di Giovanni Verga, regia di Franco Zeffirelli 1965)

Un grande successo, e per Anna Magnani un trionfo, la rappresentazione de La lupa di Giovanni Verga al maggio musicale fiorentino, con la regia di Franco Zeffirelli. Un pubblico da grande occasione — bei nomi del cinema in testa — non si è stancato di tributare applausi e affetto alla Magnani che infine apparve commossa, stordita da quella calda ondata di battimani.

Ho voluto mettermi subito la coscienza in pace con la cronaca, perché la mia idea sullo spettacolo di Zeffirelli, se non sulla interpretazione di Anna Magnani, è del tutto diversa da quella, così calorosamente consenziente manifestata dal pubblico del Teatro della Pergola.

Di fronte al dramma della donna assettata e dannata, di fronte alla densa illustrazione veristica nella cui cornice matura e si compie il destino di Gnà Pina e di Nanni Lasca, Zeffirelli si è posto con l’intenzione evocativa di chi si accinge a sfogliare un album di immagini, per entrare nel gusto e nello stile di un’epoca, di una stagione. Il suo spettacolo, a cominciare dalle scene minuziosamente realistiche da lui stesso disegnate, si consegna, con un totale abbandono, ad una convenzionale definizione de La lupa, e sembra quasi di sentire vicina, nel calderone delle passioni e degli istinti, in quella religiosità fatta di mito e di superstizione, la esplosione dannunziana. Persino la composizione dei quadri scenici sembra ispirarsi agli illustratori de un ottocento colorito e manierato.

Ma in questo gran quadro, accesamente evocativo, corrono delle profonde contraddizioni e su di esso pesa, persino, qualche caduta di gusto. Così, quando l’illustrazione si anima, sfrenandosi nel gioco o nel ballo o nella rissa, altre suggestioni compositive vengono sovrapponendosi allo sfondo veristico, e balenano, allora scatti di violento realismo, che riportano al regista di Giulietta e Romeo, alle risse ed ai duelli  dei giovani veronesi. E ancora, quando il regista indugia puntigliosamente sul versante farsesco — appoggiato, assai inopportunamente su una processione portata sullo sfondo della scena —, o accentua il dato realistico — Gnà Pina e Nanni Lasca cadono avvinghiati sulla paglia, al termine del primo atto, invece che allontanarsi nella notte, come l’autore suggerisce — ci si può domandare a quale “tempo” dello spettacolo corrispondono queste derivazioni.

Ma la contraddizione insuperabile è quella che isola Gnà Pina dal quadro in cui si compie il suo dramma.

La storia raccontata nel dramma, (e tratta, come si sa, insieme con la più diretta Cavalleria Rusticana dalle novelle di Vita dei campi) è quella di una vedova non più tanto fresca ma viva e rapace di sensualità, che si innamora di un giovane bracciante, Nanni Lasca e che averlo gli dà in moglie la figlia Mara. Questo rapporto scomunicato è uno scandalo nel paese, un dolore senza fine per la giovane sposa (Anna Maria Guarnieri fa di Mara una figura di nitida sensibilità, componendo un carattere significativamente vicino, a mio avviso, al fondo tragicamente religioso del dramma). Per i due amanti è l’inferno; un inferno verso il quale Gnà Pina conduce Nanni Lasca, incitandolo a darle la morte, quando sente di poterlo perdere. E il giovane, attratto senza scampo anche questa volta, la uccide.

Ora, Zeffirelli ha scelto per la Magnani la strada dell’affinamento interiore del personaggio, ha collocato desiderio e disperazione in fondo al cuore della donna, lasciando che dolore e passione demoniaca trasparissero dagli occhi duri e accessi dell’attrice. E il volto della Magnani ha, come gli spettatori di tutto il mondo sanno, la intensità, la forza, la ragione di una espressività dolorosa: la Gnà Pina di Anna Magnani guarda fin dalla sua apparizione, l’inferno in cui vive.

Ma che senso può avere questa intensa presenza, se intorno ad essa è bandito il sortilegio fosco della notte sull’aia, con la zia Filomena che evoca antiche storie di magia impastandole con la preghiera cristiana? La zia Filomena di Ave Ninchi è una estroversa massaia rurale, una gran chioccia naturalistica. E ancora, la esaltazione di Gnà Pina, il suo destinarsi all’unione di sangue con l’uomo sempre desiderato, come può nascere così dolorosamente dal  cuore, se intorno si espande il ritmo esterno del melodramma? E nel secondo tempo il Nanni Lasca di Osvaldo Ruggeri è un affannato eroe rusticano, consumato tutto in uno sterile impeto esteriore.

Insomma, si avverte in questo spettacolo l’amaro di una occasione perduta: quella di ritrovare alla storia verghiana una dimensione capace di restituirla ad una sensibilità moderna, ad un giusto modo di raccontarla.

È inutile proporre questo capolavoro del verismo italiano, assente da oltre quarant’anni dai nostri palcoscenici, se non si lavoro su di esso nel senso di una prospettiva critica che si capace di suggerire il peso del Verga — l’unico poeta di teatro, dopo Manzoni, che abbia avuto l’Italia dell’Ottocento — sosteneva D’Amico — nella storia della nostra letteratura drammatica; estraneo ad una simile intenzione, lo spettacolo di Zeffirelli ha addensato su La lupa tutta un’antica serie di equivoci veristici e naturalistici.

E, infine, è difficile scacciare la sensazione che a guidare il regista sia stata, soprattutto l’idea di fare uno spettacolo, come si dice, da Festival: tanto che i palati facili, tanto per i pubblici stranieri, tanto per la mondanità. Ma c’è il volto stupendo, indimenticabile, della Magnani a suggerire la possibilità di tensione tragica che il dramma di Verga contiene e che Zeffirelli ha disperso nella gran ruota del colore e del movimento.

Mario Raimondo, Firenze 6 giugno 1965

La Lupa di Giovanni Verga al XXVIII Maggio Fiorentino

La Magnani torna alla prosa con La Lupa che Zeffirelli ha allestito con l’entusiasmo, il calore e il colore con cui, nel 1949, mise in scena Cavalleria e Pagliacci al Covent Garden di Londra

Anna Magnani in La Lupa di Giovanni Verga
Anna Magnani in La Lupa di Giovanni Verga

Con successo e autorità, Anna Magnani è tornata al teatro di prosa interpretando La Lupa di Giovanni Verga, al XXVIII Maggio Fiorentino, per la regia di Franco Zeffirelli. Come molto frequentemente capita, nonostante la bravura, statura e larghi riconoscimenti internazionali — e forse proprio per questo — produttori e registi sembravano essersi dimenticati di un’attrice del calibro di Anna Magnani. Nonostante l’indimenticabile interpretazione di Roma città aperta, nonostante gli episodi di Amore di Rossellini-Fellini, Bellissima di Visconti, Nella città l’inferno di Castellani, nonostante l’Oscar americano per la migliore attrice, Anna Magnani era stata messa da parte oppure veniva invitata a esporsi in filmetti, che costituivano per l’attrice più umilianti infortuni che possibilità d’interpretazioni. Di questo passo sarebbe tornata agli stentati inizi dei film tipo La cieca di Sorrento, Teresa Venerdì, L’ultima carrozzella, Campo de’ fiori, ecc.

Il fatto è che in Italia per starsene al caldo dentro l’uovo occorre far parte di particolari sindacati cui si è ammessi soltanto se si dimostra di appartenere a un dato livello di aurea mediocritas non ché perfettamente omogeneizzati, condizionati, integrati e assimilabili. Chi possiede  forte e distinta personalità è obbligato a starsene fuori del guscio. Gli outsiders sono dunque destinati alla fame e all’oblio, fatta eccezione per coloro che resistono fino a sottomettere la massa degli integrati, sempre ben lieti, questi ultimi, di credere, obbedire e combattere per chi glielo imponga con le buone o, meglio, con le cattive. In Italia, il tempo, di solito, da ragione agli outsiders, a meno che questi non si addormentino, nel qual caso il brulicante lavorio dei topi finirà di nuovo per escluderli. È appunto il caso di Anna Magnani. Quando nella stagione 1939-40 Anton Giulio Bragaglia le affidò il ruolo di protagonista, a fianco di Carlo Tamberlani, in Anna Christie di O’Neill al Teatro delle Arti, il pubblico fu immediatamente conquistato ed esaltato dall’eccezionale forza drammatica dell’attrice che disegnò stupendamente quel personaggio (già interpretato in film da Greta Garbo nel 1930). Di fronte alla rivelazione di Anna Magnani, attrice drammatica, la critica del tempo non si sbilanciò; dopotutto — si disse — Anna Magnani proveniva dalla rivista e i suoi autori erano Biancoli, Falconi e Galdieri? Per sei anni Bragaglia di sbracciò nel vuoto affermando che la Magnani era una grandissima attrice. Il tempo, come al solito, gli diede ragione, anche se l’altrui senno di poi è sempre più amaro del proprio.

Dopo venticinque anni, dunque, la Magnani torna alla prosa con La Lupa che Zeffirelli ha allestito con l’entusiasmo, il calore e il colore con cui, nel 1949, mise in scena Cavalleria e Pagliacci al Covent Garden di Londra; spettacoli quelli che sbalordirono gli inglesi e che gli aprirono le gelose porte dell’Old Vic. Da quel momento Zeffirelli, dopo quindici anni di oscuro e durissimo tirocinio, in gran parte agli ordini di Visconti, entrò nella King’s society’s dei registi, dimostrando, in seguito, con Romeo e Giulietta e con Chi ha paura di Virginia Woolf?, di valere assai più dello stesso Visconti. Se il conte maestro esauriva il suo genio quasi esclusivamente nello splendore veristico della scenografia, Zeffirelli usciva dai troppo facili schemi della recitazione naturalistica e nervosa per obbligare gli attori non più a recitare ma a interpretare i loro personaggi. Per il personaggio di ‘gna Pina (cioè La Lupa) il nome di Anna Magnani veniva spontaneo a Zeffirelli (che nel 1947 era stato oscuro attore a fianco dell’attrice nel film L’onorevole Angelina) l’ha chiamata rompendo con spontaneità, coraggio e fantasia quei diaframmi mentali che impediscono i normali rapporti di lavoro con gli outsiders.

Franco Zeffirelli, affascinato dalla verità delle passioni che agitano i personaggi della tragedia, non ha voluto porsi a priori problemi d’indole filologica estetica e storica. Ha messo da parte ogni diatriba  sul Verismo e sul Naturalismo e si è gettato alla realizzazione guidato unicamente dal suo istinto. N’è sortito uno spettacolo indubbiamente affascinante cui però non giova la scena dello stesso Zeffirelli pedissequamente veristica nei particolari (stile viscontiano) non ché un piglio ch’è più vicino al melodramma (del resto la prima stesura de La Lupa era in versi e destinata alla musica di Puccini) che alla tragedia rusticana; i personaggi arrivano a conclusioni che non sembrano del tutto giustificate almeno sul piano drammaturgico. ma questo s’è detto, è un difetto del testo tra l’altro manipolato dal regista. Lo spettacolo è ricco, mosso e colorato con lampi sgargianti e morbide venature, zone d’ombra, trasalimenti, furori e chiaroscuri. Di statura imponente, la Magnani si mangia tutti gli altri interpreti, dalla labile, artefatta e sofisticata Anna Maria Guarnieri — sua figlia e rivale in amore — al belloccio e burbanzoso Osvaldo Ruggieri — marito e genero animato da un moralismo contadino così esplosivo da costringerlo alla fine spaccare la testa con una scure alla suocera provocante, lupigna, ingorda e passionale. Molto bene Ave Ninchi (in una parte comica), Giannini, Mantesi, Duse e tutti gli altri, paesani, villani, coristi, danzatori, pifferai e scacciapensieristi su musiche di Testa e Nicolaj. Naturalmente i consensi sono stati trionfali.

Alberto Perrini
Firenze, Maggio 1965