Mamma Roma 1962

Ettore Garofolo ed Anna Magnani in una scena di Mamma Roma

Ottobre 1962

Mamma Roma accentua e approfondisce i difetti che già erano presenti nel precedente film di Pasolini, senza peraltro riuscire a ritrovare la forza drammatica di quello. Il difetto principale di quest’opera, pur per molti versi pregevole, sta proprio, a nostro giudizio, nel suo impianto drammatico: che sfiora, e spesso oltrepassa, i limiti del melodrammatico. È chiaro, tuttavia, che non parliamo in questo caso di melodramma nel senso “verdiano”: se così fosse avrebbe ragione Pasolini quando afferma che anche Chaplin, in Luci della città, è dichiaratamente melodrammatico. Ciò che noi invece intendiamo dire è che Pasolini resta stranamente ancorato a personaggi e situazioni fumettistiche, in cui i sentimenti e il nodo stesso della vicenda, per voler essere a ogni costo popolari, finiscono per trasformarsi in cliché da troppo tempo superati. In Mamma Roma vi sono troppi elementi legati a questo tipo deteriore di letteratura, per non pesare sulla costruzione generale del racconto e appesantirla in modo determinante: la prostituta sostanzialmente buona e soprattutto “mamma”, il figlio in apparenza cinico e amorale, in realtà tanto legato alla madre da morire come un Cristo in croce, quasi per assumersi simbolicamente i peccati di lei, e via via gli altri personaggi minori, gli amici del ragazzo (copie un po’ sbiadite di lui), le due prostitute Bruna e Biancofiore, lo sfruttatore, impersonato da Citti, sorta di deus ex machina della vicenda.

Pasolini, tuttavia, è un artista sincero, appassionato: le vicende che egli racconta, le soffre veramente, il suo slancio assai più populista che rivoluzionario, è autentico: e in questo modo egli riesce spesso a decantare una materia così pesante, così grezza, perfino retorica, con e istanti di raggiunta poesia, di commozione intensa e non fittizia. Purtroppo si tratta soltanto di momenti: e la recitazione esagitata e standardizzata della Magnani non lo aiuta certamente a trasformare questi singoli istanti in un clima generale che riscatti il film nel suo insieme.

Forse anche a causa del particolare momento psicologico in cui ha diretto Mamma Roma (nel massimo scatenarsi dell’offensiva di tutti i suoi nemici, personali e politici, all’epoca del processo per la “rapina” al benzinaio) Pasolini si è lasciato sfuggire di mano questo film e non ha saputo mostrare in esso quel rigore stilistico che, pur con tutti i difetti tecnici, costituiva il merito di Accattone.

I personaggi mancano così, tranne in alcuni momenti, di una loro umanità autentica, e i rapporti fra madre e figlio non sono sufficientemente sviluppati e chiariti. Così certi atteggiamenti del ragazzo appaiono troppo bruscamente presentati, senza una necessaria preparazione psicologica.

Se può d’altra parte apparire talvolta fastidioso il bagaglio culturale dell’autore, presente in maniera quasi ossessiva (il commento musicale di Vivaldi, le inquadrature ispirati a celebri quadri del Mantegna, di Antonello da Messina e di altri pittori), quando Pasolini si lascia trascinare dalla sua commozione, dall’amore per i suoi personaggi (e per la umanità in genere), il film sale all’improvviso di tono, assume un’essenzialità assoluta: come nella sequenza, bellissima, in cui Anna Magnani, vedendo il suo ragazzo servire i clienti del ristorante dove lavora, scoppia improvvisamente, e senza una ragione apparente, in un pianto irrefrenabile.

Pasolini, in una sua intervista, ha dichiarato di essere, esplicitamente, un uomo del passato, legato a certe tradizioni; sospettoso, per natura, verso certi sperimentalismi, sia in letteratura che nel cinema. In questa sua posizione un po’ anacronistica forse, ma del tutto rispettabile, sono da ricercarsi le origini dei limiti che abbiamo cercato di indicare. Ma anche le premesse — e non vi è affatto, come potrebbe sembrare, contraddizioni di termini — per un ulteriore affinamento, per un possibile sviluppo.

Franco Valobra

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Cerimonia per Camilla (Magnani)

In un sventolio di piume iridescenti, di nastrini rossi e di capelli neri, Anna (pardon: Camilla), sale nella “Carrozza” e parte al trotto di quattro superbi cavalli bianchi, verso i regni dell’Arte e della Chimera

Anna Magnani e Jean Renoir

Febbraio 1952

A Piazza Colonna, lunedì, due lussuosi autopullman attendevano il loro carico umano, fatto per l’occasione di giornalisti italiani e stranieri e di amici della Panaria Film: dall’alto della colonna aureliana S. Paolo tendeva la mano aperta e protettrice verso il sottostante brulicame. Ognuno di noi era da qualche giorno in possesso del rotolino di pergamena con l’invito per le N.N. S.S. illustrissime, dipinto a caratteri gotici e dorati, nonché legato da un bel nastrino color blu, diremmo Savoia.

La cerimonia è in onore della signora Camilla, al secolo Anna Magnani. Nel teatro di posa, Camilla (in grigio e nastrino rosso al collo e nei capelli raccolti a mazzo sulla nuca) era già sotto il fuoco dei riflettori, vicina a Jean Renoir, cappellone grigio e bastone. Le signore, entrate coi giornalisti ed invitate d’onore, occupavano quasi tutto il cortile di una settecentesca osteria di campagna del vecchio Perù e il primo giro di manovella stava per aver luogo; schierati sotto l’arco rustico c’erano gli attori della Commedia dell’Arte, fra cui abbiamo riconosciuto Odoardo Spadaro nelle vesti del capo-comico don Antonio con tricorno e una gran cetra dorata: il gagliardo Felipe, fortunato amante di Camilla, bel ragazzo e noto attore inglese (Paul Campbell) che riscuote la particolare ammirazione delle dame presenti; un variopinto Pulcinella e William Tubbs, l’oste panciuto. Tutti gli sguardi convergono sulla protagonista; le signore impellicciate, scintillanti di autentiche gemme, si affollano verso Camilla per vedere meglio, per sentire cosa dirà. Il «silenzio si gira» è già scattato e il ronzio del motore fa ammutolire i più irrequieti. Anna apre la bocca, la chiude; anzi, si copre la bocca con la mano e ride, ride e dice che non può parlare, perché «signori, signore, io dovrei dire guardando lo spazio che voi occupate “Ma che porcile!”; e come faccio e dirvelo?». Un applauso, molte risate cordiali accolgono le parole di Anna Magnani, e Renoir, placido, bonario, si è fatto avanti per dire allo scelto e divertito pubblico che si ripeterà la scena domani, con le parole d’obbligo, quando il cortile sarà vuoto!

Ora tutti si riversano all’esterno del teatro, nel viale adiacente, dove la Carrozza d’Oro brilla sotto le luci violente dei fari, tutta oro zecchino al di fuori e croccato di raso lilla di dentro, e nelle divise del cocchiere e degli staffieri. In un sventolio di piume iridescenti, di nastrini rossi e di capelli neri, Anna (pardon: Camilla), sale nella “Carrozza” e parte al trotto di quattro superbi cavalli bianchi, verso i regni dell’Arte e della Chimera. Si è dileguata nella notte la carrozza che fu del principe di Butera, primo pari del Regno di Sicilia, e poi del principe di Trabia (è il produttore del film, principe Francesco Alliata che parla) e che era ormai un relitto. Restaurata, rimessa tutta a nuovo dai famosi artigiani del legno di Palermo, è divenuta il segno palese dei favori vicereali alla commediante Camilla, l’unico suo bene terreno ch’ella donerà al Vescovo perché serva a portare il S.S. Sacramento e nessuno muoia più senza viatico. Ascoltando queste parole, ci avviamo col principe Alliata, la principessa, cappellino di piume celesti e collana di brillanti e stupendo mantello di lontra, il barone Correale padre e il presidente dell’Anica, avvocato Eitel Monaco, per i viali gelidi di Cinecittà verso il grande ristorante che splende di luci nel buio.

Diana Lante

Mamma Roma e la critica

Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini il suo più felice personaggio.

Anna Magnani in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini

Venezia, Settembre 1962

… Però, il nostro filmone, il nostro pezzo forte, era stavolta Mamma Roma di Pasolini, vera summa del mondo e dell’estetica pasoliniana, che ci ha dato, oltre il resto, un folgorante ritorno di Anna Magnani, in uno dei suoi personaggi più complessi e più torturati.
Filippo Sacchi

A noi Mamma Roma è piaciuto soprattutto nelle intuizioni episodiche che si risolvono in fatto visivo di grande suggestione. Ci basterà accennare a due punti. L’aneddoto iniziale con la protagonista che assiste durante il banchetto nuziale, al trionfo della ragazza che le ha portato via l’amante, un classico pappa, frutto malaticcio delle borgate. L’ambiente è rustico, le galline vengono a razzolare tranquillamente nello stanzone della rozza bisboccia. Un tantino ebbra, infelice ma superba, l’abbandonata improvvisa stornelli schernevoli. L’altro episodio è di più sottile bellezza, più lirico che drammatico. Ricciuto, glorioso, sicuro di sé, il giovane trascorre tra i tavoli nell’osteria tipica dov’è cameriere. Persuasa d’averlo sistemato, Mamma Roma lo contempla nell’ombra. Felice come una regina che veda il figlio in trono.
Pietro Bianchi

… In tal modo autentici valori indifesi vengono soverchiati ed annullati. È il caso di Anna Magnani, un’attrice che meritava — non per deferenza ma per valore — un largo omaggio.
Tommaso Chiaretti

Vi sono in Mamma Roma eccellenti brani, v’è il respiro di un autore. Ma è anche un film dilatato nella concitazione e nella misura al di là del punto limite. Il film di Pasolini è però tra i più importanti di quelli visti a Venezia che, tra l’altro, si riducono a quattro: oltre a Mamma Roma, Vivre sa vie, L’infanzia di Ivan, Cronaca familiare e Smog. Si può amarlo o non amarlo questo Mamma Roma, ma discordiamo col giudizio distratto e sommario con cui è stato accolto, e dispiace che la giuria non l’abbia registrato tra le opere premiate.
Maurizio Liverani

Non si potrebbe dire del film di Pasolini senza sciogliere prima un inno a lei (Anna Magnani) madre per eccellenza, come lo fu altre volte. Mai di maternità intensamente sofferta come questa — però mai — come nel felice film di Pier Paolo Pasolini, una madre di eccezione, nel cinema supremamente tragica ed infelice. Il primo ad unirsi all’inno è stato Pier Paolo Pasolini. La grande attrice gli ha offerto la possibilità di ravvivare con la sua partecipazione umana la tematica della proletariat. I ragazzi di vita e i bulli di periferia, hanno finalmente trovato una grande madre.
Riccardo Marchi

È un film come non se ne vedono tutte le settimane: si potrà non amare la vicenda, sopportare male i personaggi, sperare che Pasolini autore di romanzi e di film rivolga la sua attenzione a un mondo diverso. Eppure sarà difficile dimenticare gli antichi misteriosi ruderi della sua periferia, i carrelli a procedere sui lunghi monologhi della Magnani, la beccatissima battuta della ragazza che segue i suoi violentatori con la passiva rassegnazione di un animale, il giovane che serve i pasti in trattoria quasi danzando. Insomma tutta l’osservazione minuta, attenta, felicissima, che si traduce in punte stilistiche di straordinario vigore: e, dietro, il dolore autentico, severo, compatto, che è la tremenda vocazione di Pasolini, il porto infernale da cui partono e al quale arrivano tutte le sue esperienze.
Tullio Kezich

La battaglia per Mamma Roma non c’è stata. La maggioranza dei critici si sono trovati d’accordo nel pollice verso; la reazione del pubblico, dell’elegante pubblico del Palazzo del Cinema, nonostante il patologico per le parolacce e il dialetto romanesco, è stata, invece, più generosa delle previsioni. Anche a noi il secondo film di Pier Paolo Pasolini piace fino a un certo punto, meno di Accattone comunque; ma perbacco, sebbene sia così coccolato dal suo milieu letterario, questo petroliere della cultura italiana che spiace a Dio e ai nemici suoi, che è combattuto ferocemente da destra perché è un marxista, e evidentemente da sinistra perché lo è a modo suo, questo cantore della miseria romana che ha soltanto il torto di essere un cattolico senza saperlo (o, forse, lo sa, lo sa ma non riesce a risolvere la contraddizione), orbene questo Pasolini ha il diritto di essere giudicato con maggiore intelligenza e rispetto.
an.

Anche Mamma Roma (soggetto e sceneggiatura dello stesso regista) è destinato a dividere gli spettatori: tra osannanti ed esecranti non ci sarà posto per gli indifferenti. Perché è un film, nonostante la maschera spregiosa, di buoni sentimenti e di netta impronta italiana e cattolica, la cui vicenda di madre e figlio ha per posta la salvezza dell’anima e finisce con l’adombrare, nella prima la Mater Dolorosa, e nel secondo il Crocifisso. Ma quanti sapranno penetrare oltre quella maschera? Quanti non si lasceranno irritare dalla crudezza delle situazioni e dalla violenza del linguaggio?
Leo Pestelli

Mamma Roma è ugualmente un film d’autore, e diciamo subito che è più organico, più equilibrato, e molto più completo di Accattone. Non ha infatti sbavatura, e senza l’andamento picaresco che diventa facilmente barocchismo è compatto e stringato, disperato e malinconico anche nelle brevi aperture al sorriso ricavate dalla scaltrezza popolana. Anna Magnani ha trovato in Mamma Roma il suo più felice personaggio. È attrice grande, epperciò non fa da mattatrice, tanto da non sopravanzare il ragazzo Ettore Garofolo, un capolavoro di spontaneità. Giunta oggi a metà strada la ventitreesima Mostra del Cinema non poteva girare di boa meglio di così.
Libero Mazzi

Un film d’arte a cui il nome di Anna Magnani e un dialogo molto forte garantiscono un’ottima distribuzione in Italia e all’estero. Sarà certamente uno tra i migliori e più discussi film italiani della nuova stagione. L’adattamento di alcuni brani di musica classica, elaborato da Carlo Rustichelli, fa da sfondo all’azione e ne enfatizza gli effetti drammatici.
Robert Hawkins

Mamma Roma alla XXIII Mostra di Venezia

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni

 

Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini alla XXIII Mostra di Venezia 1962

Venezia, 25 Agosto 1962. Mostra del trentennale. Da tempo si va ripetendo che questa edizione sarà eccezionale, che festeggerà in maniera degna la decana delle competizioni cinematografiche. Lo schieramento, sulla carta, favorisce rosee previsioni e sul traghetto del Lido già si fanno previsioni sulla battaglia finale per il Leone. Tornano ripetutamente, i nomi di Welles, di Zurlini, di Pasolini, e, in particolare, degli esordienti: Bertolucci, Visconti jr., Orsini. La 23a edizione propone 18 nuovi autori: le cifre sono qualcosa di più di una semplice curiosità statistica. Sul piazzale del Palazzo i primi arrivati passano ai nuovi le primizie: defezioni di Eva e del Processo, contrasti violenti in seno alla commissione di selezione, agitazione in alto loco per tappare le falle. Neppure questa sarà una Mostra tranquilla.

Venezia 31 Agosto 1962. L’interesse generale è rivolto alla serata che vedrà in lizza Pier Paolo Pasolini con Mamma Roma. Gran massa di giornalisti e invitati alla conferenza stampa seguito da cocktail offerto dalla produzione al Circolo degli Alberoni. Alla Mostra, Nannarella non aveva nessuna voglia di andarci. È noto che i festival l’annoiano e che sempre di meno sopporta l’invadenza di giornalisti e fotografi. Infatti appena arrivata a Venezia ha preferito chiudersi in albergo: inutile l’odio esploso tra due cronisti che erano accorsi per intervistarla. Nella sua stanza ha fatto salire soltanto due o tre amici. Nannarella giunge alla conferenza stampa con un’ora di ritardo; risponde distrattamente alle domande; si accosta al suo regista. Sembra intimidita e preoccupata dell’esito della sua rentrée. «Qual’è la più grande attrice straniera, secondo lei?», le ha chiesto uno. Anna Magnani si è aggiustata la spilla di brillanti e ha detto Edith Piaf. «E la più grande attrice italiana?». Altra pausa, poi la sua voce un pò bassa ha pronunciato il nome della Duse. Allora il giornalista ha cambiato argomento. «Ricorda qual’è stato il giorno più bello della sua vita?». «No». «E quello più triste?»; «Senta,» ha detto a questo punto Nannarella alzandosi per andarsene, «me lo ricordo benissimo, ma non glielo dico».

Al Palazzo del Cinema, quando appare tutta corvina, un’autentica ovazione l’accoglie. È sempre Nannarella e lei si sbraccia a salutare ed a gettare baci. Poi le luci si spengono, ed ancora piovono applausi. Alla fine il pubblico è tutto per lei; per questa ineguagliabile Mamma Roma cui si vorrebbe offrire una simbolica Coppa Volpi. Le polemiche, all’uscita, s’accendono più del consueto e il match AccattoneMamma Roma prosegue sino a notte alta nelle poltrone dell’Excelsior.

Mamma Roma è un film in certo modo complementare ad Accattone: dove là era istinto, fantasia, improvvisazione stilistica, colore, qui è costruzione meditata, ricerca di stile espressivo, dramma articolato. Ciò che questo film rivela di importante, Pasolini è un vero autore cinematografico, padrone del linguaggio: cosa su cui un’opera come Accattone, per il suo carattere, poteva lasciare qualche dubbio. Mamma Roma è un ottimo racconto: e di stupendo ha poi l’invenzione figurativa figurativa e psicologica del giovane protagonista, un ragazzo chiuso, introverso, sensibilissimo ricco di un nascosto calore.

Mamma Roma partecipa della stessa eccezionalità di Vivre sa vie. Perfettamente al suo posto in una selezione di film da Mostra d’Arte, non si può non rilevare la sua esuberanza, che in Pasolini è visiva, come nella allusione plastica — in lui frequente — al “povero” Cristo (del Mantegna) nell’episodio della della morte dei giovane detenuto (altrettanto ha fatto Godard paragonando Nanà a Giovanna d’Arco), ma soprattutto verbale, come nella stornellata nuziale: la cui intenzione spregiosa, in teoria al servizio esclusivo di una funzionalità drammatica, finisce per colpire anche il pubblico che al Palazzo del Cinema, in abito da sera, si è disposta ad assistere, compunto, a uno spettacolo contrappunto da una nobilissima musica di Vivaldi, ed ha finito per ascoltare un più prosaico “fiore”…

V’è una certa sciatteria nello scenario del film, con trapassi bruschi, capovolgimenti immotivati, personaggi incompleti (soprattutto quello di Franco Citti, le cui fugaci apparizioni non si capisce come riescano a piegare così rapidamente una virulenta, così difficilmente domabile Mamma Roma); ma, come in Vivre sa vie, esplode, a tratti, la genialità dell’autore: ad esempio nella straordinaria passeggiata-monologo della Magnani, che si accompagna e si accomiata, uno dopo l’altro, coi suoi clienti, che sono gli stessi della Nanà di Godard.

Anna Magnani aggiunge un altro “ritratto” eloquente alla galleria delle sue interpretazioni di popolana romana: da Angelina alla Maddalena di Bellissima, da Egle, inoubliable “monumento” alla carcerata romana, a Mamma Roma. È, qui, una popolana che cerca di conquistare, per amore del figlio, una dignità di mestiere — vorrebbe essere soltanto venditrice di frutta — e che vede il proprio figlio perdersi per sfiducia nella vita, nella società, e nella famiglia. naturalmente Pasolini la causa della morte del giovane Ettore — prima diventato ladruncolo, poi associato ad un carcere — non è condotta dalla madre, ma piuttosto va ricercata in una responsabilità collettiva.

Anna la solitaria

Perché la Magnani s’è chiusa nelle proprie fortezze, accentuando di anno in anno la propria volontà di restare sola con se stessa?

Anna Magnani

Roma, Giugno 1962

All’età di cinquant’anni, Anna Magnani è la donna più sola del cinema italiano. Gli amici, naturalmente, non le mancano e fra questi i più affezionati sono Mario Monicelli, Piero Mele, Pier Paolo Pasolini, Renato Castellani, Alberto Sordi, Suso Cecchi d’Amico, Marisa Merlini, Alberto Moravia, Renato Guttuso, Roberto Rossellini e Antonello Trombadori. L’attrice, però, questi amici non li vede quasi mai. Preferisce rimanere tenacemente chiusa nella sua solitudine e passare anche le sue serate a casa, leggendo libri d’astronomia o ascoltando dischi di musica classica.

La Magnani abita in una sopraelevazione di palazzo Altieri, a piazza del Gesù, nel centro di Roma. Il palazzo è vecchio, ma il suo appartamento è nuovo, con le pareti zeppe di quadri moderni, fra cui alcune belle tele di Guttuso e Vespignani, oltre ad un gran numero di ritratti della padrona di casa. Assieme a lei abitano suo figlio Luca (diciotto anni e mezzo, studente al liceo artistico: un ragazzo molto bello e molto intelligente) e, secondo i periodi, una o due persone di servizio. In più ci sono tre bassotti a pelo lungo, un altro cane, un gatto birmano, due gatti persiani, e un certo numero di gatti randagi, ospiti vaganti, che vanno e vengono, si fermano a mangiare e qualche volta a passare la notte. Qui l’attrice trascorre la maggior parte del suo tempo, quando non lavora o non si trova nella sua villa del Circeo, anche questa abbondantemente fornita di cani e di gatti. Un po’ dappertutto nell’appartamento, ma soprattutto sul caminetto del soggiorno, stanno i premi: Oscar, Grolle d’oro, Orsi d’argento, medaglie coppe, statue. Non sono soltanto i ricordi di un passato glorioso, ma una vera collezione, che probabilmente non è stata ancora completata.

Perché la Magnani s’è chiusa nelle proprie fortezze, accentuando di anno in anno la propria volontà di restare sola con se stessa? Perché riceve così poco? Perché si mostra tanto diffidente verso i giornalisti? Sono domande a cui è facile rispondere. La ragione principale è che la Magnani si considera una incompresa. Lei ama il paese in cui è nata e vive, ma le sembra che gli italiani non l’amino. E non l’amano perché non la capiscono.

Queste sensazioni nascono nella Magnani soprattutto dall’insuccesso dei suoi film nel nostro paese. Insuccesso commerciale, naturalmente: perché, invece, i critici la trattano quasi sempre bene. È il pubblico che, da una decina d’anni a questa parte, sembra fermamente deciso a rifiutare ogni film che porti la Magnani sullo schermo. Grosse produzioni americane come Rosa tatuata e Pelle di serpente hanno registrato da noi un incasso infimo: il secondo anzi, è, di tutti i film di Marlon Brando, quello che ha fatto meno soldi. Degli ultimi film italiani della Magnani, la gente non sa o non ricorda neanche il titolo. C’è chi non ha dimenticato Bellissima, che tuttavia è ritenuto il più debole di tutti i film diretti da Luchino Visconti.

La Magnani dunque ha l’impressione di trovarsi in mezzo a gente che rifiuta sistematicamente ogni prodotto alla cui confezione abbia partecipato anche lei. Questo le sembra una grossa ingiustizia. Quando va a Parigi o a New York, la Magnani si sente un personaggio importante e riceve accoglienze trionfali. A Roma, invece, le sue apparizioni in pubblico non sollevano grande curiosità ed è perfino raro che le chiedano un autografo.

A tutto questo bisogna aggiungere la questione della sincerità della Magnani. L’attrice dice: «Non dico bugie manco se m’ammazzi». Ed è vero: la Magnani, nei rapporti umani, ama dire sempre la verità e riesce a tener fede a questo programma. Si tratta di un atteggiamento come un altro, ed è difficilmente criticabile. L’errore l’attrice lo commette credendo che un simile atteggiamento sia una qualità, anzi la sua migliore qualità. In nome di questa sua dedizione alla verità, la Magnani è capace di ferire profondamente anche qualcuno a cui vuole bene. Un giorno, per esempio, una sua amica gli si presenta davanti tutta contenta, orgogliosa del suo vestito nuovo fiammante: «Ti piace?», le chiede. La Magnani dà una occhiata da sotto in su e poi: «No, manco pe’ gnente». L’amica si rattrista tutta, di colpo, e se ne va con l’aria di un cane frustato. L’abito non piaceva alla Magnani, e va bene. Ma c’era proprio bisogno di dirlo, proprio così?

Succede dunque che, a forza di frasi del genere, gli amici si diradano intorno all’attrice. C’è chi la sopporta così e la trova divertente, ma c’è anche chi pensa che non è molto educata. La Magnani, dal canto suo, non si sente sgarbata, ma soltanto sincera. E ancora una volta, scopre che la gente non la capisce se la respinge proprio a causa di quella che, secondo lei, è la sua migliore qualità.

In realtà, nelle rare volte in cui esce, la Magnani non perde un’occasione di essere mordace e sgarbata con la gente. Gli unici che si salvano dalla sua offensiva sono i suoi compagni di lavoro, e in questo termine l’attrice racchiude tanto Charlot quanto il chitarrista che dice gli stornelli in un ristorante. Sono tutti uomini di spettacolo come lei, e dunque meritano il suo rispetto e la sua considerazione. Gli altri, invece, fanno parte, eccetto un gruppo ristrettissimo di amici, o del pubblico che non va a vedere i suoi film, o dei conoscenti che non apprezzano la sincerità. E quindi vengono duramente puniti.

I lati migliori del carattere della Magnani sono quelli che la gente meno conosce. Neanche i suoi amici più intimi, per esempio, sanno che, quando il suo autista s’ammalò di cancro, l’attrice spese un paio di milioni nel tentativo di strapparlo alla morte, chiamando chirurgi illustri come Valdoni. I cordoni della borsa della Magnani sono sempre molto tirati, ma lei non esita a scioglierli quando si tratta di fare della beneficenza o dell’elemosina. Tutto, naturalmente, senza nessuna pubblicità. Quando regala una carrozzella ad un ragazzo poliomielitico, non solo non chiama i fotografi ma non si fa accompagnare neanche dagli amici intimi. A questi amici, poi, l’attrice dà la propria fedeltà in maniera totale. Resta solidale con loro, voglio dire, anche se tutto il mondo li accusa. Quando l’arredatore Cesare Pavani venne arrestato su denuncia di Francesca Ruspoli per il furto di un gioiello, la Magnani si rifiutò di credere alla sua colpevolezza e lo difese in ogni occasione. Così, quando gli americani iniziarono una grande campagna contro Roberto Rossellini, a causa dell’affare Bergman, la Magnani — che pure aveva delle ottime ragioni di rancore contro di lui — andava in giro affermando: «Dite quel che volete dell’uomo, ma non toccate il regista perché è un grande artista».

Oggi Rossellini è tornato ad essere uno dei grandi amici dell’attrice, dopo essere stato un uomo importante del suo passato di protagonista cinematografica ma soprattutto di donna. Dopo il fallito matrimonio con Goffredo Alessandrini, quattro sono stati infatti i corteggiatori più assidui della Magnani: l’attore Massimo Serato, il regista Rossellini, un giovane elettricista e l’attore Gabriele Tinti. Tre di questi sono abbastanza noti, il quarto, invece — l’elettricista — è meno famoso, anche se è apparso al fianco della Magnani per quattro anni di seguito. Si trattava di un uomo tozzo, dalla mascella quadrata, i capelli biondi, gli occhi chiari. Era sempre quieto, non parlava mai, s’animava soltanto quando, qualche volta, si recava da solo alle corse di cavalli. In quelle occasioni raccontava agli amici scommettitori di interminabili serate passate assieme ad una Magnani e ad un Tennessee Williams immersi in una conversazione intellettuale che lo escludeva completamente. Con gli occhi ancora sbarrati di terrore, dava descrizioni apocalittiche di quelle ore e della sua fatica per tenere le palpebre sollevate.

Oggi l’uomo della vita della Magnani è certamente suo figlio. Nel desiderio di sfuggire gli altri c’è soprattutto il piacere di potersi dedicare di più a Luca. Nella propria intimità l’attrice, infatti, non è quella che appare in pubblico, cioè sgarbata e facile ai gesti violenti, ma è una donna di gusto, capace di arredare con intelligenza le proprie case e di ricevere la gente con grande signorilità. Per quanto piena di faccia tosta, la Magnani infatti diventa timida davanti ad una vera intelligenza, verso cui è capace di provare un rispetto quasi reverenziale. Ha la fortuna di avere oggi vicino un figlio ricco di intelligenza e di sensibilità, già autore di disegni e di quadri che mostrano un temperamento d’artista. Col buon senso di donna romana, che in questi anni di successo non le è mai mancato, la Magnani capisce che è giunto il momento di godersi il più bel premio della sua vita e cioè suo figlio.

In questi giorni la Magnani sta girando Mamma Roma. Molto ha raccontato intorno ai suoi pretesi contrasti col regista, lo scrittore Pier Paolo Pasolini; in realtà questi litigi non sono esistiti. Forse il modo di girare di Pasolini, che spezzetta tutte le scene, e non le dà mai tempo di mostrarsi spiritualmente, può anche sembrare alla Magnani assai diverso da quello degli altri registi con cui è abituata a lavorare, ma comunque, non mostra di essere urtata. Appena finito questo film, l’attrice tornerà sotto la direzione dell’uomo che le ha dato, con Roma città aperta, il suo più grande successo. Si ricostruirà  una coppia famosa del cinema italiano, a quindici anni di distanza: Rossellini-Magnani. Se anche questo film non riusciranno a sanare quel disaccordo che sembra esserci fra l’attrice e il pubblico italiano, la Magnani ha un progetto a cui pensa già da qualche tempo. Vuol prendere cioè di petto questo pubblico che non la comprende. Lo vuol guardare in faccia dal palcoscenico di un teatro.

Mino Guerrini