All’inferno con Anna Magnani

Nella città l’inferno ha avuto un’accoglienza superiore al normale da parte della critica. C’è chi ha accolto il film come un tardo fiore del migliore neorealismo.

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Anna Magnani Nella città l'inferno 1959
Nella città l’inferno di Renato Castellani (1959)

I Nastri d’argento, al solito, hanno chiuso un bilancio. Nella città l’inferno di Renato Castellani non è uscito in tempo per partecipare al concorso: ne riparleremo nel febbraio del ’60. Intanto però il film ha avuto un’accoglienza superiore al normale da parte della critica. C’è chi ha accolto il film come un tardo fiore del migliore neorealismo, e ne ha parlato con entusiasmo. Si sono scomodati raffronti con Roma città aperta, con Sciuscià, con La terra trema. Troppa grazia davvero per un film senz’altro ben fatto, ma che si risolve tutto sommato nel “recital” di un’attrice. Anna Magnani vi si scatena con l’irruenza di un fenomeno naturale. Gli spettatori, esterrefatti sulle prime, finiscono per subirla con la timorosa rassegnazione di chi si è visto spazzar via casa e roba da un tifone. In questo sentimento entra, senza dubbio, anche una punta di ammirazione sgomenta. Perché dal momento in cui campeggia sullo schermo un paio di piedi, e la macchina comincia la sua lenta panoramica sulla massiccia figura di Anna Magnani addormentata sulla branda delle Mantellate, il resto del film non conta più. L’ambiente, gli altri personaggi e perfino il senso della vicenda si spiaccicano su uno sfondo neutro: e campeggia solitaria, con una selva di capelli in disordine, e una generosa sottoveste nera, la mattatrice.

Anna Magnani ride, piange, urla, canta, balla, schiamazza, abbraccia le compagne, le sfotte, le aggradisce, le schiaffeggia. È un perpetuo atteggiamento di sfida verso il mondo: le si legge in volto, trasparente, il gusto della provocazione nei confronti del regista, del film e del pubblico.“Sono fatta così”, sembra dire. “E così dovette prendermi”. È ormai un’attrice che non concede alternative. Le radici ben piantate in una tradizione dialettale che non ha perso il gusto dell’invettiva pittoresca del Belli, la Magnani può in qualsiasi momento trascinare il pubblico dalla sua.

Purtroppo l’occhio della macchina da presa registra quasi tutto, il bene e il male: e accanto al segno fresco, ti fa vedere il calcolo arbitrario; accanto alla spontaneità, mette in luce l’ambizione sfrenata. Sicché, da un film come questo, esce il ritratto di un’attrice piuttosto che quello di un personaggio. Ci sono dei momenti nei quali Anna Magnani costringe il pubblico a una resa divertita e senza condizioni: quando azzecca la battuta giusta, l’occhiata espressiva, il tono spiritoso. Ma il personaggio di Egle, la veterana del carcere, si scarica in una serie di particolari felici. In conclusione, bisogna dire che tanta fatica approda a ben poco: di Egle non sappiamo niente, di dove viene, perché è in prigione, perché gioca a far la cattiva quando invece ha un cuore d’oro. La Magnani non riesce a “vedere” il personaggio di Egle come qualcosa che abbia un principio e una fine: lo frantuma in tanti piccoli pezzi, in una successione di gesti e di espressioni.

Renato Castellani non era il regista che potesse fronteggiare un tale “mostro sacro”. Non riuscendo a far calare di tono la Magnani, ha alzato il livello di tutto il resto, portando il concertato al parossismo: con il risultato che, in molte scene del film, la cagnara sovrasta le battute del dialogo e la comprensione diventa difficile. L’affresco di Castellani ha tuttavia una certa forza d’insieme: il clima, specialmente nelle scene tranquille, ci sembra quello giusto. Ma la vicenda è articolata dalla sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico secondo i canoni della “tranche de vie” e annacquata da una buona dose di moralismo. Ogni accenno polemico è stato accuratamente espunto. Che cosa abbia spinto l’autore di Due soldi di speranza a fare questo film, non si capisce. Da A San Francisco di Salvatore Di Giacomo fino all’ultimo film del genere fatto a Hollywood, la letteratura carceraria non offre possibilità sensazionali a chi l’affronta con i criteri del feuilleton. A meno di non chiamarsi Bresson e di non fare Un condannato a morte è fuggito: dove il minuto realismo dell’avocazione riscatta ogni banalità e dà forza a una impressionante allegoria sul peccato e sulla grazia.

In Nella città l’inferno non ci sono secondi fini. La visione neorealistica (ma sarebbe meglio parlare di naturalismo) delimita la portata del film. Lo rende anche sgradevole, con una sfilata di brutte donne discinte, di bidoni della spazzatura, di vasellame sporco, in un’atmosfera afosa e sudata. La ricerca del particolare vero, tuttavia, è più esterna che sostanziale. Basti dire che alla bolognese Giulietta Masina (sopraffatta, del resto, dall’invadenza della Magnani) è stato imposto di parlare in veneto; e che interpretare la breve parte di un “pappone”, seduttore incallito di cameriere, si è ricorsi a un’apparizione, assai poco “straordinaria”, di Alberto Sordi.

Tullio Kezich
Marzo 1959

Nannarella non sei più tu!

La cura di Hollywood ha cambiato la Magnani

Anna Magnani 1959
Anna Magnani 1959

Roma, ottobre 1959

Se non fosse stato per gli occhi, forse non la avrei riconosciuta. Ma come? Era Anna Magnani quella distinta signora vestita a nero, ben pettinata, piena di sussiego, che mi veniva incontro sorridendo garbatamente? O non era piuttosto la moglie di un vecchio generale a riposo, una di quelle signore della nostra buona borghesia, che dividono il loro tempo fra canaste di beneficenza, riunioni di dame della carità e visite  agli asili infantili delle borgate? No; era Anna Magnani. Me lo dissero gli occhi, i suoi grandi occhi profondi; quegli occhi che sanno parlare anche se la bocca resta muta. Gli indimenticabili occhi di Nannarella ai quali sembra dedicata quella stupenda canzone napoletana che dice: «Uocchie che arraggiunate…».

Della Magnani che noi tutti conosciamo ed amiamo, Hollywood ci ha restituito questa volta soltanto gli occhi. Tutto il resto è cambiato. Non c’è più l’Anna Magnani esplosiva, interprete de L’Onorevole Angelina; non c’è più l’Anna Magnani piena d’umanità popolare che ha interpretato Bellissima; non c’è più l’Anna sguaiata, violenta, simpaticamente volgare, che tutti ricordiamo. Hollywood l’ha cambiata. Sono bastati tre films negli Stati Uniti, per darci una Magnani nuova, paziente, affabile, senza scatti e senza impennate; e per di più una Magnani che parla un italiano a bocca stretta, come se prima di parlare la avessero costretta ad addentare un limone.

Anche fisicamente è cambiata: ha il viso scavato, i lineamenti tirati: e gli occhi campeggiano su questo viso sempre mobilissimo; e dicono a volte più di quanto la bocca non voglia dire.

Le domande che le si vogliono rivolgere, quando si parla con Anna Magnani, sono tante che fanno ressa sulla bocca; e ciascuna vorrebbe uscire per prima.

— Che ne dice di Marlon Brando?

— È un delizioso compagno di lavoro ed un attore insuperabile…

Anna ha girato accanto a Marlon Brando il suo ultimo film americano, tratto come i precedenti, da una commedia di Tennessee Williams,

—  È vero che ha un mucchio difetti?

Ecco; adesso sono i suoi occhi a parlare; prima che la bocca vi dia una risposta. Ammiccano con malizia, quegli occhi; ed Anna Magnani risponde:

— Anche io sono piena di difetti… Ma ad un grande artista come Marlon Brando, si perdona volentieri qualunque cosa…

— Ha sentito parlare, ad Hollywood, di Sophia Loren?

È senza dubbio una domanda a doppio taglio: serve anche a saggiare il terreno; la risposta confermerà la prima impressione, mi dirà se la Magnani è affettivamente cambiata o no.

— Ad Hollywood, durante le riprese del mio ultimo film, lavoravo dalle sette della mattina fino alle sette della sera. Tutti avevamo, quindi, troppo da fare per occuparci di Sophia Loren

L’ha detto con naturalezza; e con quel suo accento italiano da vecchio zio di America.

Proviamo ancora a punzecchiarla? Benissimo; ecco la domanda:

— È vero che girerà in Italia un film diretto da Rossellini?

Non si scompone, non si inalbera, non ribatte con una rispostaccia. È sempre molto pacata e molto composta.

— L’avete scritto voi giornalisti… — Dice. E dopo un attimo aggiunge: — Girerei volentieri un film diretto da Rossellini, se si presentasse l’occasione per fare un grande film, poiché ritengo Rossellini un grandissimo regista…

Toccati! No; Anna Magnani non è più lei. Ma ecco, improvvisamente, riaffiorare Nannarella.

— Del resto, — conclude — penso che Rossellini, dal canto suo, abbia una gran voglia di fare un film con me…

E ride: ma pianamente, discretamente. Non è più la sua risata larga, sincera, spontanea; quella risata di un tempo, che ricordava una cascatella alpina, tanto era fresca e chiara.

— Si fermerà molto in Italia?

— Girerò un film diretto da Monicelli: un film comico, tratto da due racconti dello scrittore Alberto Moravia. Dopo non so. Comunque più in là tornerò ad Hollywood. V’è, ad attendermi; una commedia si Tennessee Williams, che attualmente si recita a Broadway con enorme successo. Gli sceneggiatori sono già al lavoro: appena tutto sarà pronto, partirò.

— E il teatro? Non tornerà mai più a recitare in teatro?

— Sarebbe necessaria una lunga preparazione: manco da troppo tempo dal palcoscenico, e senza una preparazione adeguata non mi sentirei di affrontare il giudizio del pubblico…

Questa volta è lei; è l’attrice cosciente, che ha un grande senso della responsabilità, che ha il massimo rispetto per il pubblico, che ha una vera e propria venerazione per l’arte.

— È contenta di essere di nuovo a Roma?

Allarga le braccia: come se volesse abbracciarla, la sua città. E gli occhi, i suoi occhi espressivi si riempiono di lacrime: commozione, gioia, affetto: c’è tutto questo, e c’è altro ed altro ancora in quello sguardo. E mi sembra di veder riflessi negli occhi profondi di Anna, Trinità dei Monti e Santa Maria in Trastevere, il Pincio, il Campidoglio e San Pietro.

— Qual’è il suo programma per i prossimi giorni?

— Parto subito per il Circeo. Ho tanto bisogno di riposo e tranquillità; ho tanto desiderio di azzurro…

La chiacchierata è finita. Mentre mi congedo da Anna Magnani, qualcuno, passando la urta inavvertitamente. Ecco — penso — ora esplode; adesso torna ad essere Nannarella… Invece niente. L’uomo che l’ha urtata si scusa; e Nannarella lo guarda e sorride, come per dire: «Non è niente, le pare?».

È un’altra. Decisamente è un’altra. Ma no! Non è così! Non ho tenuto conto degli occhi. Nannarella ha sorriso, è vero; ha mormorato anche, a mezza bocca, con il suo nell’accento verniciato da esotismo «Ma le pare?»; però i suoi occhi, gli occhi di Nannarella, hanno detto qualche altra cosa. I sembra — o mi sbaglio? — che abbiano mandato il passante distratto e frettoloso, a…

Avrei voluto incominciare il pezzo, scrivendo: Nannarella non sei più tu! Ma dopo quell’occhiata, penso che ciò non sia più possibile. Sì, è vero, è cambiata. Può sembrare la moglie di un vecchio generale, dedita alle canaste di beneficenza, ed alla raccolta di fondi per i cagnolini orfani. Ma gli occhi di Anna Magnani, hanno sempre lo sguardo ironico di Nannarella. E, forse, tra un mese o due, quando i suoi polmoni avranno immagazzinato un po’ di quest’aria del Cupolone, tornerà ad essere lei, Nannarella, anche nel modo di parlare, e nelle esplosioni di collera.

Nella città l’inferno

Anna Magnani e Cristina Gajoni in una scena del film Nella città l'inferno
Anna Magnani e Cristina Gajoni in una scena del film Nella città l’inferno

Roma, gennaio 1959

Se vogliamo considerare questo film come una specie di serata d’onore di Anna Magnani, ci togliamo tanto di cappello, ci inchiniamo e confessiamo di non saper trovare le parole adatte per esprimere la nostra ammirazione. Poche volte, nella storia del cinema, un’attrice, per quanto grande, ha compiuto l’eccezionale exploit di reggere e sorreggere quasi esclusivamente con le sue forze e con la sua recitazione un film della durata di un’ora e tre quarti che, senza di lei, si sarebbe afflosciato come un sacco vuoto dopo il primo quarto d’ora di proiezione. Nella città l’inferno, infatti, non dice nulla di nuovo né tanto meno di interessante socialmente o spettacolarmente in fatto di penitenziari, al punto che a volte lo spettatore dimentica che l’azione si svolge in una prigione. E anche i vari personaggi, a parte quello reso da Anna Magnani che assume speciale risalto per merito dell’interpretazione, raramente appaiono ben delineati. Citeremo tuttavia alcuni buoni momenti di Giulietta Masina e di qualche altra attrice di contorno.