Giulietta Masina ed Anna Magnani nel film Nella città l’inferno

Qualcuno ha detto che Castellani, in questo film, sia rimasto affascinato dalla Magnani. Se fosse vero, non vi sarebbe troppo da meravigliarsene

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Nella città l'inferno di Renato Castellani

Anna Magnani e Giulietta Masina, sono le due protagoniste del film Nella città l’inferno, prodotto da Peppino Amato e diretto da Renato Castellani. La contemporanea presenza in un film delle nostre più grandi artiste, entrambe insignite dall’Oscar, rappresenta un avvenimento importantissimo nella storia del cinema italiano. Il soggetto è tratto da romanzo Roma, via delle Mantellate di Isa Mari; la vicenda si svolge in un reclusorio femminile, dove Egle, una vecchia e incallita recidiva (Anna Magnani), incontra Lina, una timida servetta veneta (Giulietta Masina) che per dabbenaggine ha favorito un cattivo soggetto in cui si riteneva fidanzata, incorrendo così nei rigori della legge. Egle non sopporta la quieta mansuetudine di Lina e si fa in quattro per svegliarla: ci riesce così bene che, dopo un po’, ritrova la servetta grottescamente elegante e traviata, quando essa ritorna ancora in carcere da un breve periodo di libertà. Il dramma si matura a questo punto: Egle comprende il suo errore e con furia selvaggia si scaglia contro la ragazza perché ritrovi l’antico candore ed eviti l’inferno delle reclute. Il carcere è stato ricostruito fedelmente negli stabilimenti Palatino (SS. Giovanni e Paolo) di Amato. Il regista Renato Castellani ha dato in questi giorni l’inizio alla lavorazione del film, che è prodotto dalla RIAMA Film. Gli interpreti, oltre alla Masina e alla Magnani, sono Myriam Bru, Maria Cristina Gajone, Mylli Manti, Virginia Bonati, Angela Portaluri e Gina Rovero. L’architetto Scotti ha ricostruito un’intero braccio di un carcere femminile. Nella città l’inferno è realizzato in bianco e nero in Cinemascope. Inizio di lavorazione 23 giugno 1958.

Settembre 1958. Renato Castellani ha terminato, negli stabilimenti Amato, la lavorazione del film Nella città l’inferno. La lavorazione è durata dieci settimane tra riprese in esterni ed interni. Il film è passato al montaggio a cura di Jolanda Benvenuti.

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Nel suo “inferno”, Castellani si è gettato a capofitto e senza dubbio avrebbe potuto riportare immagini molto più sconvolgenti se non vi avesse incontrato Giulietta Masina e, soprattutto, Anna Magnani. Il romanzo di Isa Mari Roma, via delle Mantellate, dal quale  ha avuto origine il film, era una narrazione assolutamente corale, in cui ciascun personaggio di maggior rilievo emergeva senza però sopraffare gli altri. La materia, sia nella sceneggiatura che nella realizzazione del film, ha subito un radicale spostamento: i personaggi degli altri sono venuti ad asservirsi del tutto a quelli delle due donne, ingaggiate in un così fatale, decisivo duetto.

Qualcuno ha detto che Castellani, in questo film, sia rimasto affascinato dalla Magnani. Se fosse vero, non vi sarebbe troppo da meravigliarsene. La Magnani offre qui una delle sue tipiche, rivelatrici, impressionanti interpretazioni. È una forza della natura, prima che dell’arte, una personalità talmente irrompente da stritolare, da polverizzare anche l’ambiente e il materiale narrativo che la circonda, che pure non è di certo uno dei più teneri! Guardate ad esempio, come finisce col diventare pallido ed esile il personaggio, tuttavia tremendo della madre infanticida che tenta follemente il suicidio in una vasca, affidato all’ottima interpretazione di Miriam Bru! Dinnanzi alla Magnani si scoloriscono ed appaiono incerti anche attori della forza e della personalità di Alberto Sordi, che qui mima uno di quei personaggi viscidi, di cui ha l’inimitabile chiave!

Anna Magnani finisce col diventare il film, col far passare in seconda linea perfino le delicatezze e le perfezioni di Giulietta Masina. Mai la definizione di «sacro mostro» si è tanto attagliata ad un attrice! La Magnani sostiene non soltanto le scene forti e complesse ma anche quelle apparentemente vuote, passeggia e canticchia riempendo di sé lo schermo anche senza far nulla di sostanziale, nulla che «mandi avanti la storia». È una esibizione, la sua, da serata d’onore, da «recital». Vien fatto di avvicinarla a quella del film di Rossellini a lei interamente dedicato, Amore, nel quale tuttavia non erano presenti i toni panici, parossistici e sotterranei, autenticamente diabolici, che ella sfoglia  in questo singolare, non facilmente identificabile film!

Benché affascinato dalla sua protagonista, Castellani ha saputo mantenere il suo equilibrio, direi quasi la sua freddezza da narratore, narratore magari più di un «fenomeno interpretativo» che di una vicenda. La mano del regista si avverte in tutte le scene, la precisione formale è sempre quella alla quale Castellani non deroga, la cura dell’ambientazione e delle parti minori è quella estrema che gli conosciamo.

Renato Castellani ha pertanto affrontato il dramma — il dramma realistico, pieno e senza bivalenze — sotto l’insegna di una gran de attrice, che ne aveva a sua volta dinanzi a sé un’altra. Potrebb’essere materia di vivo interesse vederlo proseguire ora in questa nuova strada con le sue sole forze, con l’ausilio, cioè, unicamente di quegli attori «improvvisati», che riflettevano soltanto il suo insegnamento e la sua volontà.

 

Anna Magnani: One of the wonders of the modern world

Anna Magnani brings far more sheer passion to the screen than any other actress has done for a very long time

Anna Magnani in "Wild is the Wind"

London, March 1958

Signorina Anna Magnani, might, I feel, be rated one of the wonders of the modern world: this superbly vital Italian actress has defeated Hollywood. Other Continental stars have been known to be groomed and gossiped out of existence in the celluloid city —not so Signorina Magnani. She remains magnificently herself—a strong, vibrant personality, dominating every film in which she appears. She refuses to be glamorized and, as the song crudely puts it “she won’t dish the dirt with the rest of the girls”: that’s to say, she snubs the columnists who try to pry into her private affairs. I think she is terrific.

In Wild is the Wind she is splendidly partnered by M. Anthony Quinn, who plays a prosperous Nevada sheep-farmer—a widower who brings Signorina Magnani to America as his second wife. His first wife was her sister and he seems to take it for granted that she will be as gentle and docile as the woman he lost. He does not understand her impulsive, passionate temperament and though, with clumsy tenderness, he tries to give her everything she wants, he wounds her deeply by his efforts to make her a carbon copy of her dead sister.

Fiercely desiring to be loved for herself, Signorina Magnani finds herself responding to the ardent advances of Mr. Quinn‘s adopted son, Mr. Anthony Franciosa. They become lovers. Mr. Quinn‘s anger on discovering this boils up volcanically. Mr. Franciosa, who will never forgive himself for the wrong he has done to the man he has regarded as a father, leaves the farm —and Signorina Magnani, shattered by his desertion, prepares to return to Italy. Mr. Quinn‘s rage subsides into grief and self-reproach: he begs her to stay with him.

I could not quite believe in the last minute reconciliation, with is optimistic suggestion that they will live happily ever after—but the acting, at least, is entirely convincing throughout and over Signorina Magnani‘s emotional range I am, as usual, lost in admiration. The Nevada landscape, photographed in black and white, is rugged and beautiful and the film has been impeccably directed by Mr. George Cukor.

Elspeth Grant

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A fortnight ago I intimated how enjoyable I found Wild is the Wind, vividly directed by George Cukor and still more vividly acted by Anna Magnani, Anthony Quinn, and Anthony Franciosa among the wild horses and not very tame sheep of Nevada. It is to be enjoyed because it deal with the human beings in emotional upset, in daring, in anger, and in distress.

Anna Magnani brings far more sheer passion to the screen than any other actress has done for a very long time. She is essentially the Italian peasant-woman, scornful of make-up, powerful of voice, uninhibited in her ways of communicating her deeply-felt emotions. She is a kind of poor man’s Duse, and she makes more than might be thought possible of her very congenial part in Wild is the Wind, where she is a Nevada sheep-farmer’s second wife, newly brought from Italy to replace her dead sister.

Alan Dent

Anna Magnani fra cinema e teatro

Ritornerebbe sul palcoscenico, ma solo per interpretare personaggi impegnativi e se l’organizzazione teatrale in Italia fosse diversa.

Anna Magnani Wild is The Wind

Febbraio 1958

Anna Magnani, giunta oggi al punto più alto della sua parabola artistica, considerata e proclamata in tutto il mondo una delle migliori attrici attuali, accarezza, ancora più o meno segretamente, quello che deve essere stato il suo sogno di partenza: dare al pubblico e alla critica l’esatta misura del suo talento di attrice di prosa.

Nel corso di una recente conversazione non ci ha nascosto questo suo desiderio così come, molto sinceramente com’è suo costume, non ha passato sotto silenzio le ragioni che le rendono difficile il gran passo. «Da quando sono tornata in Italia dopo avere interpretato a Hollywood Wild is the Wind per la regia di George Cukor — ci ha detto — ho ricevuto molte proposte interessanti. Mi hanno offerto dieci volte La figlia di Jorio, e Ungaretti mi ha chiesto, parlando alla televisione: Annarella perché non interpreti la Fedra? Ma ho puntato tutte le mie carte su un cavallo sbagliato. Mi sono dedicata alla preparazione di un film tratto da due novelle di Moravia e ora mi accorgo che il film non si farà mai, che ho perso troppo tempo, che il mese di agosto, cioè il momento in cui dovrò ritornare in America, è più vicino di quanto non sembri. Così mi trovo costretta a un involontario riposo».

In America interpreterà la riduzione cinematografica dell’Orpheus di Tennessee Williams e, forse, un lavoro che Williams sta scrivendo per lei, a Broadway. Sbaglieremo il pronostico, ma saremmo disposti a scommettere dieci contro uno che Annarella riceverà il suo secondo battesimo come attrice di prosa sui palcoscenici americani. Autori, produttori, registi teatrali se la stanno contendendo da anni e se, finora, il grande ritorno non c’è stato, lo si deve più che ad altro al timore che la Magnani ha di dover recitare in inglese. Per questa ragione ha rifiutato di portare sulle scene La rosa tatuata, quando ormai Williams credeva di averla convinta al gran passo. Staremo a vedere se l’Orpheus o la riduzione che Williams sta curando di un suo lungo racconto intitolato La primavera romana di Mrs. Stone, troveranno la nostra attrice più preparata e sicura. Comunque, lo ripetiamo, saremmo disposti a scommettere che il ritorno della Magnani al palcoscenico avverrà in America anziché in Italia. E lei stessa, indirettamente, ce ne ha dette le ragioni quando ha dichiarato: «Vede, lavorare per il teatro in Italia è troppo faticoso. Io sono fuori allenamento  e avrei bisogno di poter contare su un lungo periodo di prove: due mesi o tre non saprei. E questo, lo riconosco è un grave handicap per una Compagnia italiana che non si può permettere un così lungo periodo di prove per le note ragioni. D’altra parte, un’artista non può sottoporsi ad orari ferrei come un ragioniere. Come si fa a dire: si prova dalle otto a mezzogiorno e dalle quattro alle dieci di sera? E se uno non se la sente di provare, di recitare, in quelle ore? Certo il lavoro di base lo si può fare ugualmente, ma ai fini della interpretazione artistica si combinerà ben poco. È inutile che le dica che se decidessi di ritornare sul palcoscenico accetterei solo personaggi molti impegnativi che mi impegnerebbero completamente dal punto di vista artistico…». Anna Magnani fa una lunga pausa poi aggiunge: «E poi, recitare tutte le sere una parte impegnativa come La figlia di Jorio o la Fedra è bestiale. Anche le donne di servizio sono riuscite ad ottenere un giorno di riposo la settimana, ma agli attori di teatro questo non è concesso. E lei sa quanto ne avrebbero bisogno, per respirare, per ricaricare le batterie».

Come vedete la Magnani non ha perso la sua franchezza. Se l’organizzazione teatrale italiana non soddisfa le sue esigenze, discutibili fin che volete, ma sincere, la situazione del nostro teatro non le lascia minori perplessità. La vitalità di un teatro è direttamente proporzionale allo interesse del pubblico. Ma il pubblico attuale, assillato com’è dalle tasse, dalle cambiali, dalla necessità di assicurarsi un pranzo e una cena, non ha tempo per sognare. Che cosa si può offrire a questi spettatori? Un teatro di cronaca, immediato, scoperto. Non certo un teatro di pensiero o di poesia. Tuttavia se Anna Magnani dovesse organizzarsi un suo cartellone oltre alla Fedra e alla Figlia di Jorio ci metterebbe una Medea, una Signora dalle camelie spolverata, come dice lei, più vera, più moderna, più realista. Così come le piacerebbe una edizione del Pigmalione in dialetto romanesco.

In queste scelte si può riconoscere un indirizzo preciso e un desiderio di impegnarsi a fondo che ci fa rimpiangere il poco tempo che l’attività cinematografica lascerà — anche nel migliore dei casi — alla nostra attrice per potersi dedicare  con la serietà che giustamente  pretende al teatro.

Prima di congedarci da lei le abbiamo chiesto di rispondere ancora a una domanda che era questa: dal suo punto di vista di attrice quali sono attualmente le differenze essenziali fra il lavoro del teatro e quello negli studios?

«Nessuna differenza — ha risposto la Magnani — o meglio una differenza c’è ed è questa l’attore quando lavora per il cinema ha bisogno di un regista che faccia da accumulatore di sentimenti, emozioni, stati d’animo che, altrimenti, rischiano di disperdersi data la particolare organizzazione che sottende il lavoro cinematografico. Lo spezzettamento delle scene, la necessità di saltare da uno stato d’animo ad un altro a seconda delle esigenze tecniche e di un preciso calendario di lavorazione, rende necessaria la presenza di un regista dal quale, in definitiva, dipende il crollo o la riuscita del film. In teatro la cosa è completamente differente: queste esigenze tecniche non esistono e un vero artista non ha bisogno del regista che, anzi, rischia di soffocarlo. Jouvet diceva che la recitazione è calcolo, premeditazione, mestiere. Lui poteva permetterselo, evidentemente. I risultati che otteneva stanno a dimostrarlo; ma in generale non penso che sia possibile accettare questa teoria riferendola ad un artista. Per esempio prendete l’Actor’s Studio di Kazan di cui si parla tanto. Io durante la permanenza a New York ho avuto la possibilità di assistere come spettatrice ad alcune lezioni impartite agli allievi della celebre scuola di cui ormai conoscete i metodi. Ma poi parlando con Eli Wallach quando è venuto a Roma per illustrare il Metodo Kazan ho scoperto che lui stesso non lo condivide  in pieno. Perché? Perché Wallach è un artista nel vero senso della parola e, pertanto, non può rinunciare alla sua personalità. Del resto debbo dire che in America si lascia all’attore una grande libertà. Una delle ragioni del mio entusiasmo di lavorare in America è proprio questa: mi hanno sempre lasciato la più ampia libertà interpretativa, si sono sempre fidati del mio talento. Se così no fosse non saprei muovermi, non saprei alzarmi in piedi. Con questo non nego che si possano fare degli ottimi spettacoli di regia, che si possa recitare egregiamente “di scuola”, ma un artista non può sottomettersi a regole. E di qui nasce la difficoltà della sua collaborazione con il regista teatrale».

Franco Calderoni