Mentre Anna Magnani pensa alla regia, Luciano Emmer ripara gli errori di Rossellini

Anna Magnani pensa sempre a quella compagnia drammatica con la quale dovrebbe esibirsi a Parigi e Londra insieme a Vittorio Gassman e Walter Chiari

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Marzo 1950

Anna Magnani pensa sempre a quella compagnia drammatica con la quale dovrebbe esibirsi a Parigi e Londra insieme a Vittorio Gassman e Walter Chiari; repertorio italo-franco-inglese: La signora dalle camelie, La figlia di Iorio, Pigmalione. Pare che Anna ha curato personalmente il montaggio del film Vulcano e da questo abbiamo capito che non le spiacerebbe assumere la regia di un film.

In questi giorni, Luciano Emmer, che ha diretto molti cortometraggi e recentemente un film, è partito alla volta di Maiori, sulla costa amalfitana, per riparare vecchi errori di Roberto Rossellini. Rossellini era stato a Maiori nel luglio del ’48 saturo di gloria e di celebrità recentissime, per girarvi La macchina ammazzacattivi. V’era stato un anno prima per girarvi Paisà e tutti lo conoscevano, i pescatori lo chiamavano confidenzialmente Berto. Aveva comperato una frazione rurale, tre casette aggrappate ad uno strapiombo sotto il paesino di Furore, proprio alla foce di un torrente che passa sotto un ponte di molte arcate e si getta nel mare davanti ad un banco di corallo e venti metri sul fondo. Tutto il giorno girava con la sua Chevrolet da Amalfi a Ravello, da Ravello a Maiori, passava il tempo all’albergo dei Capuccini, la sera ballava alla Marina. Era considerato il regista geniale che improvvisa. Di giorno in giorno, quando gli veniva l’estro, inventava un brano di sceneggiatura, chiamava d’un tratto tutti a raccolta dalle rupi e dalla spiaggia e ordinava di girare. Raccoglieva i discorsi dei paesani e li introduceva tali e quali nel film, ammirava i tipi più originali dei paesi e li scritturava facendoli recitare al naturale. Pensava ed era certo di fare un capolavoro. Un giorno, mentre al paese aspettavano che egli costruisse un orfanotrofio del quale era già pronto il progetto che lui stesso aveva sollecitato, montò con Anna Magnani sulla sua Chevrolet, disse «Arrivederci» e partì. Arrivato a Roma per dei mesi i più grandi esperti di montaggio esaminarono i brani di pellicola: era impossibile montare La macchina ammazzacattivi, girata disordinatamente e senza raccordi. Per un anno e mezzo le pizze della pellicola rimasero nei magazzini. In questi giorni, finalmente, anche per consiglio della Bergman, Rossellini ci ha ripensato: e Luciano Emmer è partito per Amalfi, per riparare agli errori di Rossellini.

Vulcano di William Dieterle

Anna Magnani (ex donna perduta) è la colonna principale su cui poggia l’edificio di Dieterle

Anna Magnani in Vulcano

Roma, Febbraio 1950

Ricordate il gran parlare che si fece l’estate scorsa sulle isole Eolie? Sembrava a un certo momento che il nostro cinema dovesse ridursi in cenere e lapilli. Le gazzette si erano trasformate  in crateri eruttanti pettegolezzi. Nella grande regata verso le coste di Stromboli e di Vulcano erano impegnate alcune fra le più notevoli personalità del nostro cinematografo. Il pubblico, imbaldanzito dai reportages sensazionali, era in preda ad un autentico «tifo» sportivo. Scelto il proprio idolo, ognuno smaniava e da lontano cercava di far giungere sulle coste delle isolette mediterranee l’incoraggiamento più appassionato.

Adesso molta acqua è passata sotto i ponti e della cosiddetta «battaglia delle Eolie» non rimane che un modesto ricordo. Si è creata insomma un’atmosfera respirabile per poter accogliere con serenità il primo dei due film vulcanici, quello —per intenderci — diretto a tempo di primato dal tedesco-hollywoodiano William Dieterle e interpretato da Anna Magnani.

Vulcano (il titolo deriva dal nome dell’isoletta in cui la vicenda si svolge) è un’opera che , pur avendo degli squarci di indiscusso valore, non riesce a pervenire — come racconto cinematografico — a convincenti risultati. Soprattutto manca nel film di Dieterle la calda e persuasiva partecipazione umana. La drammaticità degli avvenimenti narrati risulta esteriore, non si amalgama col sangue e con l’anima dei protagonisti. Questa sostanziale debolezza del film va addebitata non tanto al regista, quanto all’autore del soggetto e — in minor misura — agli sceneggiatori. (…)

Tenendo conto che l’opera fu girata con l’orologio alla mano (l’estate scorsa, per molteplici motivi, esisteva la psicosi della fretta), possiamo assolvere William Dieterle. Che volete, presto e bene raro avviene; soprattutto poi nel caso di Vulcano, in cui il regista sbaglia strada e invece di imboccare quella dell’arte, s’avvia a passo bersaglieresco proprio nella direzione opposta.

Vi sono nel film gli squarci notevoli a cui abbiamo accennato in principio. Tutta la sequenza della tonnara è di una eccezionale efficacia cinematografica. Un pezzo di bravura, da ritagliare e mettere in disparte una eventuale antologia. Ma giova questo “do di petto” al tessuto narrativo del film? È una sequenza che potrebbe essere inserita in qualsiasi pellicola girata sulle coste siciliane. Alla stessa stregua vanno considerate le scene della pesca subacquea. Invece l’unico momento veramente originale, che in certo modo fa presa sul corpo del racconto, è quello riguardante le cave di pomice. Qui il paesaggio non resta fine a se stesso, ma diventa elemento espressivo di una particolare psicologia del dramma umano.

E veniamo agli interpreti. Anna Magnani (ex donna perduta) è la colonna principale su cui poggia l’edificio di Dieterle. Non è certamente questa la migliore interpretazione della nostra “diva”, però bisogna riconoscere che senza di lei il film sarebbe stato un’altra cosa. Anna Magnani in Vulcano recita con gli impeti di una leonessa: o fate largo o vi sbrano tutti. Con un’attrice così scatenata, il regista deve tramutarsi a un certo momento in domatore. Eppure la star romana nella sua foga (che talvolta porta a strafare) raggiunge momenti di entusiasmante efficacia. Se questo film avrà successo fra il pubblico, gran parte del merito sarà suo.

Maria è impersonata dall’americana Geraldine Brooks, Non le si può certo offrire serti trionfali, ma non le si può neppure gettare una croce sulle spalle. Ha un corpicino scattante come una puledra, un sorriso vorace, due occhi espressivi. Non chiedetele troppo: tenete conto che doveva impersonare una giovane e ardente siciliana, e non dimenticate la sua origine yankee.

Per il terzo interprete principale, meglio intonare il coro “delle bocche chiuse”. Ci dispiace per Rossano Brazzi, ma la sua rentrée, dopo la sfortunata parentesi hollywoodiana, non ha certo sprizzato scintille. Però nei panni di quel personaggio “nè carne nè pesce” chi se la sarebbe cavata?

Ezio Colombo

Amore di Roberto Rossellini Teverfilm 1948

«Sogno realtà» è stato appunto definito dallo stesso Rossellini questo Amore

Anna Magnani nell'episodio La voce umana del film Amore (1948)
Anna Magnani nell’episodio La voce umana del film Amore (1948), diretto da Roberto Rossellini

Febbraio 1950

Amore, per la sua atmosfera rarefatta, per il suo tono liricizzante, ha indotto qualcuno a parlare di morte del “neorealismo”, mentre del “neorealismo” il film di Rossellini è una conseguenza diretta e necessaria. I nuovi registi italiani infatti, spinti da una tragica esperienza a rivolgersi alla vita di ogni giorno quale unica fonte d’ispirazione, si sono ben presto accorti che essa è più fantastica di ogni fantasia. Lo schermo è divenuto per loro una finestra spalancata sul reale, di cui l’artista deve cogliere il movimento interno ed invisibile. «La realtà — ha detto ultimamente Ugo Spirito — si è fatta tutta romanzesca». Si spiega così come un Rossellini o un De Sica siano potuti arrivare dalla loro prime opere documentaristiche alle favole moderne di La macchina ammazzacattivi e Totò il buono.

«Sogno realtà» è stato appunto definito dallo stesso Rossellini questo Amore che, indicativo del processo evolutivo del nostro regista, risulta non sempre convincente sul piano artistico. Il film, come è noto, consta di due episodi. Il primo è tratto dall’atto unico di Cocteau, La voce umana: una donna ancora innamorata dà, attraverso il telefono, l’ultimo addio all’amante stanco di lei. Rossellini ha inteso servirsi dalla «camera» come di un microscopio. Egli ha voluto ricostruire attraverso il volto bruciato della Magnani la tragedia di una passione che deve e non sa spegnersi. Ma il tentativo può considerarsi fallito. Il lavoro risulta nell’insieme statico, ondeggiando fra una velata melodrammaticità ed un raffinato intellettualismo. Solo all’inizio il regista è riuscito a suggerire una torbida atmosfera esasperata attraverso la fotografia dai grigi «malati», la scenografia di un gusto quasi espressionista ed il materiale plastico (un letto in disordine in una assurda camera ingombra, che richiama alla memoria Les enfants terribles de Cocteau, la cui influenza, più che altro negativa non va trascurata).

Risolto invece su un piano puramente cinematografico è l’episodio della pastora pazza, che nella sua follia mistica crede di portare in seno il figlio di Dio, e che, sbeffeggiata dalla folla, dà alla luce  il frutto della sua «colpa senza peccato» in un solitario santuario a picco sul mare. Ne Il Miracolo Rossellini, pur non avendo saputo evitare  una certa forzatura d’accenti ed una discontinuità narrativa, è riuscito a creare una potente figura di pazza, che in Anna Magnani ha avuto una splendida interprete. Per lungo tempo non potremmo dimenticare la sua smarrita disperazione dinanzi alla folla che le grida «Ave Maria» e che la incorona con una catinella sporca; il suo lamento, orrendo perché senza rancore, rivolto all’unica creatura che avrebbe dovuto comprenderla e che invece la insulta; il mendicante demente come lei; la sua corsa per le scale (scale simboliche: che si alzano verso il cielo), su, fino alla chiesa, dove la pazza grida ai santi immobili sugli altari, ma vivi per lei, il suo ringraziamento in umiltà.

Funzionante, come al solito, l’accompagnamento musicale di Renzo Rossellini.

Vittorio Taviani

Alla premiere di Vulcano tutti parlavano di Rossellini

Mentre sullo schermo, infatti, la Magnani viveva magistralmente il dramma di Maddalena, nelle redazioni dei giornali piombava inattesa e folgorante la «prematura» notizia della nascita del figlio di Ingrid

Manifesto per il film Vulcano di William Dieterle
Manifesto del film

Roma, febbraio 1950

Serata sismica quella del 2 febbraio u. s. al cinema Fiamma di Roma, durante la «gala» per il film Vulcano. Le prime «scosse» furono avvertite alle ore 10,30, le ultime alle ore 1,40.

Gli spettatori, tra i quali erano Vittorio Emanuele Orlando, Zellerbach, ministri, senatori, deputati, registi, attrici, attori e filantropiche marchese, cominciarono a considerare la possibilità di un sabotaggio del film quando, dopo venti minuti di continue interruzioni a salti, tacque il sonoro. Tornò la luce in sala e Renzo Avanzo, soggettista e aiuto regista del film, salì sul palcoscenico piroettando alla Harry Feist, Quindi, fra lo stupore generale, il singolare presentatore dichiarò: «Questo che state vedendo non è il film che abbiamo fatto. Comunque abbiate pazienza: si deve riparare un guasto alla macchina del sonoro». Anche dopo il lungo intervallo, la proiezione non riprese regolarmente e, prima di giungere alla sospirata fine, si verificarono altre due interruzioni. Al termine della proiezione Sandro Pallavicini disse ad uno dei produttori del film, Ferruccio Caramelli: «Non capisco perché hai preso Roberto Rossellini come operatore di cabina». Era una gustosa malignità. Secondo voci più accreditate il «sabotaggio» sarebbe stato invece di natura politica, essendo la «gala» a beneficio del «villaggio del fanciullo giuliano».

Nel corso della serata inoltre la signora Calvino veniva derubata della borsetta; Luchino Visconti e Massimo Girotti si scontravano con un fotografo, ostinato nel fare scattare il lampo della sua macchina più volte durante la proiezione, e l’attore Folco Lulli fu aggredito da un inesorabile mal di denti e costretto ad abbandonare la sala.

Il destino volle che Rossellini fosse a tutti i costi il protagonista della serata. Mentre sullo schermo, infatti, la Magnani viveva magistralmente il dramma di Maddalena, nelle redazioni dei giornali piombava inattesa e folgorante la «prematura» notizia della nascita del figlio di Ingrid. Il collega GianLuigi Rondi, che ha preso nella «corte» di Rossellini il posto del compianto Mariano Cafiero, si trovava tra noi al cinema Fiamma ma, riuscendo a dominare l’emozione, teneva ben celata nel cuore la notizia appresa pochi minuti prima delle 21, e alle ore 23,30, in preda a viva agitazione abbandonava il suo posto di critico per recarsi alla Clinica Margherita a visionare il neonato. Poi, avute disposizioni dall’alto, ne dava la comunicazione ufficiale alle redazioni dei giornali. Fra l’altro, il portavoce di Rossellini si è premurato di dichiarare che i genitori del Rossellini junior erano concordi nel battezzare ed allevare il bimbo secondo la religione cattolica.

 

 

Vulcano

Bisogna aver visto Anna Magnani al lavoro, un lavoro assiduo, senza riserve, snervante, che le ha permesso di assorbire il suo personaggio con prodigiosa facilità.

Anna Magnani in Vulcano
Anna Magnani in Vulcano foto Maraini

Gennaio 1950. Per la prima volta un celebre regista americano, William Dieterle, ha diretto, in Italia, un film interpretato da una nostra celebre attrice, Anna Magnani, da un nostro attore popolarissimo, Rossano Brazzi, e da una giovane americana già celebre, Geraldine Brooks; un esempio di collaborazione internazionale che apre nuove vie al nostro cinema.

Chi conosce l’arcipelago delle Eolie, nude e ardue isolette vulcaniche rose dalle maree, ha già molti punti di vantaggio sulla gran massa del pubblico per arrivare a comprendere quale potrà essere l’atmosfera in cui si muovono i protagonisti del film Vulcano, quale la psicologia di Maddalena, eroina della vicenda, il cui destino è il destino stesso delle genti dell’arcipelago; uomini, donne, bambini che, come il flusso e il riflusso del mare, ogni settimana i piroscafi strappano alla loro povera terra verso lunghi anni d’emigrazione, o a quelle rocce riconducono dalle terre più lontane, segnato il viso dal lavoro. Ma avere idea della vita dell’arcipelago non basta.

Come conciliare Anna Magnani quale la conosciamo, così esuberante e naturalmente portata al riso, con la scarna, disperata nudità dell’ambiente, con Maddalena, infine, che porta il peso di tante amare esperienze, di un’infelicità ancor più grave perché è di tutti oltre che sua?

Bisogna averlo visto girare, Vulcano, per capire. Bisogna aver visto Anna Magnani al lavoro, un lavoro assiduo, senza riserve, snervante, che le ha permesso di assorbire il suo personaggio con prodigiosa facilità. Preferendo riposare al mattino, dedicava il pomeriggio e la notte, ogni giorno, allo studio e alla preparazione del suo animo d’artista. Con l’aiuto di una amica americana, ha saputo persino mettersi in grado, in pochi giorni, di recitare in lingua inglese con perfetta efficacia. Né mai si è stancata di provare e riprovare, sotto il sole spietato o alla luce abbagliante dei riflettori, pur di riuscire a dare il meglio di sé stessa, nella duplice versione in italiano e in inglese.

Il regista William Dieterle, è entusiasta di lei. Subito un’intesa artistica quasi istintiva si è stabilita fra l’attrice e il regista, e non v’è scena che non sia stata studiata e attuata in comune accordo; insolitamente tolleranti e comprensivi l’uno dell’altra, hanno sempre saputo riconoscere ciascuno i propri errori ed emendarli.

Così non è stato difficile lavorare a Vulcano. Duro, durissimo, sì, ma in perfetta armonia con gli uomini e con la natura, la quale è, in fondo, la grande protagonista del film. Una natura primordiale, aspra e minacciosa, e perciò ardua da affrontare e da ridurre — contaminandola il meno possibile — alla stregua delle umane passioni, siano pur esse le più istintive ed essenziali.

Costante, dominante, è stato lo sforzo d’inchinarsi alla natura. Ed è questo scopo che la Società produttrice, Artisti Associati – Panaria Film, ha deciso fin dall’inizio di realizzare l’opera nei luoghi stessi dove si svolge la vicenda, trasferendo l’intera compagnia all’isola di Vulcano. Buona parte delle scene, anche fra le più importanti, avrebbe potuto essere girata nei teatri di posa; ma il pubblico sa ormai per esperienza che gli artifici degli studios, anche quando sono perfettamente mascherati, infondono inevitabilmente una certa freddezza nella scena, e che essa si trasmette innanzitutto agli interpreti stessi.

Perciò non si è esitato di fronte ad alcuna difficoltà tecnica, ad alcun disagio fisico o morale. Dopo aver effettuato le riprese a Vulcano, l’intero cantiere è stato trasferito all’isola di Lipari, in località Canneto, ove si è continuato il lavoro fra le rocce bianche e roventi, nelle cave di pomice dove gli operai devono lavorare quasi soffocati dell arido pulviscolo. Un quadro naturale invero apocalittico la spietata ferocia del sasso infuocato a picco in un mare decisamente nemico.

A Volcano Called Anna

Her name is Anna Magnani, and I met her in Rome. Hers is about the best-known face in Italy. She is a film star.

Anna Magnani in Volcano (1950)

Rome, January 1950

A new film called Volcano will be show in Rome next week. Il will tell the story of a woman. But it is the story of the woman behind the film which I’d like you to hear.

Her name is Anna Magnani, and I met her in Rome. Hers is about the best-known face in Italy. She is a film star.

Once, she used to play comedy stuff. She used to carry around quite a few pounds of weight that weren’t absolutely necessary. She used to say that her face was her fortune “because it is ugly and ridiculous.”

When I sat talking to her in her flat the other day, she was slim and had a curious sort of beauty. She had also become a passionate, dramatic actress, and had made a movie which she privately thinks will kick the movie world sideways with surprise.

And thereby hangs the tale I’m going to tell you.

A year ago this month, she was lunching in the Excelsior Hotel, Rome, with a film director called Roberto Rossellini. This Rossellini had directed her in pictures, and had gone as far to indicate — in the modest way Italians have — that he was her inspiration. The way Rossellini figured it to his pals was that while Miss Magnani was a pretty good actress, she needed his direction to add the genius touch.

During lunch they were talking about a film which Rossellini was to direct — and in which Miss Magnani might star — called Stromboli.

Miss Magnani was pretty happy. She had told her friends that, in her opinion, she and Rossellini might even be married as soon as they were both divorced.

She didn’t know that Rossellini had in his pocket a letter saying that Ingrid Bergman would like to work for him.

Rossellini got up from the table and went to the airport. He stepped on a plane and flew to America.

Next day he was dining with Ingrid Bergman, arranging for Ingrid to star in his new film called Stromboli.

Anna waited for a while, at the Excelsior in Rome.

At first she didn’t quite realise what had happened. Gradually the truth became too clear to be blinked at. Rossellini was definitely taking Bergman to the lonely, volcanic island of Stromboli to make the film of that name. In fact, they were there.

For two months Anna sat quiet, thinking, doing nothing else.

Then, suddenly, she moved into action with all the passion of a Latin.

She rushed round to her script writer and producer, Renzo Avanzo. He had written Stromboli.

“I want another script for a film to be made on a lonely, volcanic island,” she said, without a smile. “And I want the theme to show what men are really like. We’ll make it on the island of Volcano. And we’ll call it Volcano.”

Now, the island of Volcano is just four miles across the sea from the island of Stromboli. If the wind is in the right direction you can shout from one to t’other.

Anna Magnani and the unit started in the film a full two months behind “the firm next door.” It seemed impossible that they could ever catch up on such a lead.

But Anna worked with a speed that nobody had ever seen her use before.

All through the shooting of the film she stayed on the side of Volcano from which it was not possible to see Stromboli.

Not until her work was done did she walk across the island and look across at Stromboli. A few friends stood by, silently. But Anna didn’t say anything. She just put her tongue in the direction of the island over the way — and blew a colossal raspberry.

She had finished her movie dead on time with Rossellini‘s. But Anna had spoken her part in Italian, and she wanted this film dubbed in English, for world showing. Dubbing by someones else would take a long time.

So Anna learned English — just like that — in about a fortnight. And she dubbed the picture herself. So she was still neck and neck with Rossellini.

Today, Anna sits in her apartment in Rome, and waits restlessly for the picture to be processed.

The Italian version will be premiered in Rome next week. Nobody has seen it yet.

Several people have seen the Rossellini-Bergman picture, Stromboli, which is still having the technical jobs finished in America. They say it’s good, astonishingly good.

Anna doesn’t sat so — but she thinks her film is better.

Noel Whitcomb

The Miracle

Rossellini need hardly have dedicated his film to the art of Magnani. The art of Magnani is the film.

Federico Fellini, Anna Magnani, Il miracolo
Federico Fellini, Anna Magnani (Il miracolo, episodio del film Amore di Roberto Rossellini 1948)

It is not the place of a film critic to enter into discussions of dogma, and the religious implications and repercussions of Roberto Rossellini‘s extraordinary new picture are things than can safely be left to others. The British Board of Film Censors, as you know, have refused to grant the film a certificate, and it is being shown in London under L.C.C. licence. Whether you align yourself with the B.B.F.C. or the L.C.C. in this case must be a matter for individual judgment; but from whatsoever angle you regard this film as doctrine, there can be little doubt, I think, of its shining merit as a film.

The Miracle is quite short; that is to say, it runs for barely forty minutes. It is a composition written for the performance of a solo actress, and the director has frankly dedicated his work “to the art of Anna Magnani.” That is one of the few advantages the cinema has over other media of interpretation — a piece designed for a certain player will continue to be performed by that player; at every show, at every time, and in every country. There can be no manhandling of the part by inferior performers, and the first reading, which is presumably just as the author wants it, remains the last.

This is particularly important in the case of The Miracle, which would be unthinkable without an actress of the power and delicacy of Magnani. What a part! What a test of perception, and accomplishment, and courage! What a test of sheer, hard, disciplined acting, which must employ every device of highly specialised technical training to give an effect of utter simplicity!

(…)

Magnani‘s command of this enormously difficult part is superb. Her grip on it never for a moment falters. She acts with her face, her limbs, her voice and every inch of her body, and it is not afraid to revert to inarticulate animal noise when the pain reaches its climax. Rossellini need hardly have dedicated his film to the art of Magnani. The art of Magnani is the film.

C. A. Lejeune
London, February 1950