Rome ville ouverte

Des visages comme ceux d’Aldo Fabrizi, Anna Magnani, l’étonnante Maria Michi, le petit Vito Annicchiarico, Harry Feist, viennent peupler et hanter le souvenir du spectateur

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Rome ville ouverte
Pina (Anna Magnani) et Don Pietro (Aldo Fabrizi) dans Rome, ville ouverte, une réalisation de Roberto Rossellini

On a parlé d’une renaissance du film italien. A ce point de vue, Rome, ville ouverte est mieux qu’une promesse: une véritable révélation. Nous nous souvenons de l’époque, pas bien lointaine, lorsqu’on se contentait de filmer sous l’admirable ciel d’Italie de grandes machines vides de sens comme Scipion l’Africain ou des niaiseries musicales, ou encore des mélos tapageurs, jouées avec emphase. Le film de Roberto Rossellini, lui, fait table rase  de tous ces procédés désuets et combien poussiéreux. Voici la vie talle qu’elle est. Voici des êtres humains qui souffrent, pleurent, agissent “normalement”. Voici encore un cadre magnifique: la Ville Eternelle; une toile de fond dont on a beaucoup abusé mais qui reste singulièrement émouvante lorsqu’on s’en sert comme l’a fait Rossellini: la guerre, les derniers jours de l’occupation allemande.

Par plus d’un point, Rome, ville ouverte est un film remarquable. Il a du style, un style sobre, bouleversant même à force de simplicité. Ces images ont souvent l’éloquence surprenante d’un film d’actualité. C’est dire que l’écueil du chiqué est évité. Il y a parfois une émotion un peu facile, mais on ne sombre jamais dans la grandiloquence ou l’exagération. Et c’est là qu’éclatent les mérites d’un jeune cinéaste qui n’a pas craint de nous montrer brutalement ce jeu de la vie et de la mort tel qu’il est vraiment. Il n’y pas, ici, d’espionne super-photogénique, de douce et immatérielle héroïne, de jeune premier-tombeur de cœurs. Il y a des visages durs, tendus par la volonté, tordus par l’anxiété, des visages de tous les jours qui ne recherchent pas les éclairages savants, mais qui s’offrent tels qu’ils sont: derrière ces visages il y a une âme.

Le sujet? Y a-t-il un sujet proprement dit? Sergio Amidei a regardé ce qui s’est passé autour de lui; il a tissé solidement ensemble le destin de plusieurs “petites gens” à la veille de se libérer du joug nazi qui les oppresse. Les Alliés ne sont pas loin. Rome a été déclarée ville ouverte. Mais innombrables sont les petits drames qui se jouent fans les rues et ruelles de l’antique cité. Et non moins poignants sont ceux qui se déroulent dans le cœur de cette poignée d’individus sur lesquels le scénariste a centré son attention.

Roberto Rossellini a exploité à fond les possibilités du cinéma; le rythme nerveux de son film, sa façon de conte, de cueillir tel détail pittoresque, d’éclairer tel décor, tout cela nous émeut et nous enchante. Et l’interprétation aussi. Des visages comme ceux d’Aldo Fabrizi, Anna Magnani, l’étonnante Maria Michi, le petit Vito Annicchiarico, Harry Feist, tant d’autres encore, viennent peupler et hanter le souvenir du spectateur. Il n’est pas beaucoup de films dont on peut en dire autant.

Paul Deglin
Paris, Février 1947

Anna Magnani risponde

Mi fanno piacere tutte le lettere degli ignoti amici che mi scrivono per comunicarmi le loro impressioni o per inviarmi il loro saluto.

Anna Magnani migliore attrice 1946

Gennaio 1947

Mario Spadone (Bari) Non soltanto la sua lettera non mi ha importunato, ma mi ha fatto piacere, così come mi fanno piacere tutte le lettere degli ignoti amici che mi scrivono per comunicarmi le loro impressioni o per inviarmi il loro saluto.
È per questo che tengo a rispondere personalmente a tutte: è un modo come un’altro per avvicinarmi al mio pubblico. Il mio debutto in arte non avvenne in un film, ma sul teatro, appena uscita dalla scuola di recitazione di Santa Cecilia a Roma. Fui scritturata dalla compagnia Niccodemi; ma ero ancora una ragazzina e facevo delle piccole parti di cui nessuno, credo, si ricorderà. Poi alternai la prosa alla rivista fino a che De Sica mi scelse per fare la protagonista in un film da lui interpretato. Il mio film preferito è naturalmente Roma città aperta: mi ha dato troppe soddisfazioni perché non lo ami. Essere proclamata da una commissione di critici americani  la migliore attrice internazionale dell’anno è una cosa tanto grande e commovente che non potrò mai dimenticare l’occasione che mi ha procurato un tale riconoscimento. Spedirò la fotografia.

Angelo Timponara (Catania) Grazie del saluto e delle gentili parole. Le ricambio gli auguri. Ho spedito la fotografia.

Luigi Gallinucci (Cesena) Mi dispiace di dare una delusione a lei e ai suoi conterranei: non sono nata a Cesena, ma a Roma e precisamente a Porta Pia. Grazie per le congratulazioni: vincere il Premio Lido è stata per me una grande gioia e, naturalmente, vedrò di meritarlo anche nell’anno prossimo. Le spedirò a parte la fotografia.

Lino Aleto (Napoli) A quindici anni ero una studentessa anch’io e anch’io sognavo di diventare quello che sono diventata: un’attrice. Ma non si faccia troppe illusioni. Non è facile recitare e soprattutto non è facile diventare qualcuno. Ad ogni modo le auguro sinceramente di poter realizzare il suo desiderio. Chissà che un giorno non ci si possa trovare insieme davanti alla macchina da presa! Non so ancora quando il film di cui mi parla verrà presentato al pubblico, come non so ancora quando comincerò a girare il mio prossimo film. Spero presto. Le ricambio i saluti; ma Zora Piazza non è mia sorella. Spedirò la fotografia.

Anna Magnani 

Anna Magnani e Rossellini i migliori del mondo

Per la prima volta il cinema italiano balza agli onori di una classifica internazionale imponendosi con una sua attrice, un suo film e un suo regista fra la migliore produzione di tutto il mondo

Anna Magnani e Rossellini

Roma, gennaio 1947

Qualche giorno prima di Natale è arrivata da New York la seguente notizia:

«L’attrice italiana Anna Magnani è stata classificata la migliore attrice della produzione cinematografica dell’annata per il film Città aperta. La classifica è stata fatta dallo speciale Comitato Nazionale che ogni fine d’anno passa in rassegna la produzione cinematografica mondiale.

Il film giudicato migliore è Enrico V. Lo stesso riconoscimento ha avuto il suo interprete Laurence Olivier. La migliore regia è stata giudicata quella di William Wyler per il film americano I migliori anni della nostra vita. I quattro film giudicati migliori sono nell’ordine, i seguenti: Enrico V, Città Aperta, I migliori anni della nostra vita e Breve incontro. Quest’ultimo film, al pari di Enrico V è di produzione britannica»

Per la prima volta il cinema italiano balza agli onori di una classifica internazionale imponendosi con una sua attrice, un suo film e un suo regista fra la migliore produzione di tutto il mondo. È un fatto nuovo che ci riempie di legittimo orgoglio. La cosa è tanto più confortante in quanto un così alto riconoscimento ci giunge al termine di un anno particolarmente amaro i cui avvenimenti indicevano a credere che gli italiani, circondati dalla generale diffidenza se non proprio dalla generale ostilità, fossero tenuti al bando da ogni attività internazionale. La decisione del National Board of Review of Motion Pictures costituisce il primo segno pratico e disinteressato di una incoraggiante e ragionevole giustizia nei nostri riguardi.

Il National Board (Comitato nazionale di critica del film) è un’istituzione tipicamente americana che si propone lo studio dei problemi cinematografici sotto il duplice aspetto del benessere pubblico e della pubblica educazione: un ente cioè che si occupa di tutto quanto riguarda il cinema con fini culturali e moralistici.

Esso svolge la sua complessa attività attraverso varie commissioni. Una di queste, che è composta da circa cinquecento uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni, si propone, per esempio, di rappresentare nell’esame dei film la media della pubblica opinione: le sue decisioni servono per l’aggiornamento del Production Code, vale a dire del codice di censura seguito da tutti i produttori consorziati nel MPPDA.

Un’altra commissione, composta da duecento critici e studiosi, si occupa di cinema sotto l’spetto puramente artistico. Essa premia le pellicole più interessanti , il regista, l’attrice e l’attore artisticamente migliori.

Questa classifica, che precede di qualche settimana l’altra più generalmente noto dell’Accademia cinematografica (premi Oscar), è particolarmente importante perché non tiene affatto conto di quegli elementi commerciali e di successo che negli Stati Uniti formano così spesso la base di ogni giudizio critico; essa si ispira esclusivamente a criteri estetici. Il fatto che tutti i membri del National Board sono per statuto estranei all’industria cinematografica è la migliore garanzia di un’assoluta obiettività i giudizio.

Era dal 1939 che National Board non premiava film stranieri: in quell’anno il primo premio era stato dato a Quai des brumes di Carné. Nel ’38 era stato assegnato alla Grande illusion di Renoir; nel ’37, nel ’36 e nel ’35 non fu premiata nessun film straniero; nel ’34 e nel ’33 erano stati premiati i due film tedeschi Blue light con Leni Riefenstahl e Herta’s erwachen con Van Eyck; nel ’32 A nous la liberté di Clair e nel ’31 L’opera da quattro soldi di Pabst.

Ad Anna Magnani erano già stati assegnati, nell’estate scorsa, il Nastro d’argento del Sindacato dei giornalisti cinematografici per la migliore caratterista e il Premio Lido di Fotogrammi per la migliore attrice: può dunque considerarsi l’attrice più premiata dell’anno. Scritturata dal produttore americano Geiger, associato alla Metro-Goldwyn-Mayer, la Magnani si appresta a interpretare Cristo fra i muratori che, come è noto, sarà diretto da Roberto Rossellini con attori italiani e americani. Gli esterni del film saranno girati dal vero in America mentre gli interni verranno realizzati in Italia, a Napoli.

Terminato Cristo fra i muratori, Rossellini dovrà far fronte ad un contratto che lo impegna a realizzare due film per conto di un gruppo del quale fanno parte l’americano Geiger, la casa francese Discina e la casa italiana Scalera.

Mentre andiamo in macchina ci arriva la notizia che Roma, città aperta ha vinto un altro importante premio americano. L’Associazione del critici cinematografici di New York, che ogni anno, dal 1935, stabilisce una classifica dei migliori film proiettati, ha assegnato al film italiano il primo posto nella produzione straniera del 1946. In tal modo Roma, città aperta si è assicurata i due migliori premi che vengono conferiti negli Stati Uniti ai film esteri. Gli altri film stranieri premiati dai critici di New York sono stati nel ’39 Mietitura prodotto in Francia, nel ’38 La grande illusione di Renoir, nel ’37 Mayerling con Charles Boyer e nel ’36 La kermesse eroica di Feyder.

Assunta è tornata tra i carabinieri

Anna Magnani riporta sullo schermo la protagonista del dramma di Salvatore Di Giacomo

Anna Magnani e Eduardo De Filippo, Assunta Spina 1947
Anna Magnani, nella parte di Assunta Spina, e Eduardo De Filippo, in quella del suo amante, Michele Boccadifuoco, mentre girano una scena del film

Napoli, ottobre 1947

La via dei Tribunali col suo antico tracciato nell’area della città greco-romana ha un’anzianità di parecchie migliaia di anni. Ma è tutt’altro che una strada stanca, i secoli non le hanno tolto carattere, né vitalità. È affollatissima in ogni ora del giorno. Un tempo i napoletani andavano per questa strada a teatro e vi fischiarono Nerone. Oggi vanno a Castel Capuano ad applaudire gli avvocati celebri. È proprio presso Castel Capuano che, nei giorni scorsi, una figurina muliebre in abito nero, un abito chiuso fino al collo e ai polsi e uno scialletto negligente sulle spalle ha suscitato col suo passaggio timido e furtivo un moto di curiosità nei pressi del Palazzo di Giustizia. Trent’anni fa, vestivano così tutte le ragazze del popolo, e avrebbe provocato invece un putiferio il passaggio di una ragazza in pullover d’angora. La giovane in abito nero riproduceva il costume di una stiratrice napoletana, una stiratrice che fece parlare tanto di sé con i suoi amori ed i suoi capricci, una Carmen partenopea. A costei Salvatore Di Giacomo dette il nome di Assunta Spina.

Anna Magnani gira a Napoli con Eduardo De Filippo un film del dramma digiacomiano. La prima interprete di Assunta Spina sullo schermo fu Francesca Bertini. La bella Francesca (quando scriveva a Salvatore Di Giacomo firmava “la vostra Checchina”), divenuta poi Contessa Cartier, recitò anche nella “prima” che fu data al Teatro Nuovo nel 1909. Recitava in una particina, e neanche in un ruolo così modesto, il direttore della compagnia, Gennaro Pantalena fu contento di lei. «Tu sei una bella ragazza, ma non sai parlare», le disse. E fu profeta, perché di lì a poco la bellissima Bertini divenne una stella dell’arte che allora si disse muta. In sala vi erano Luigi Capuana e Domenico Oliva, Roberto Bracco e Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao e Renato Simoni: più che un “parterre” di re.

Assunta Spina, come è noto, trascina il suo amante in tribunale per un colpo di rasoio, lo “sfregio”, il famigerato “sfregio” che, come prova d’amore, gli amanti segnano sulla faccia della donna amata. Giudici e carabinieri, uscieri e agenti di pubblica sicurezza hanno un ruolo rilevantissimo nella rapida e drammatica vicenda. Ma soprattutto i carabinieri. I pennacchi dei capelli a tricorno passano e ripassano in mezzo alla folla, agli imputati e ai giudici e rosseggiano più del sangue che apre e chiude il violento dramma. Per le ampie scalee di Castel Capuano (un tempo reggia, poi carcere, e infine sede dei tribunali) e per i tetri saloni, la percentuale dei carabinieri è inverosimilmente aumentata in questi giorni, e passando in mezzo a loro, a patto di non essere un frequentatore matricolato, non è facile discernere i veri dei falsi. Per il fatto che i nuovi interpreti frequentano quasi ogni giorno questo ambiente giudiziario, era corsa voce, se non di vere e proprie liti fra loro, di dissensi. «Il napoletano sono io», avrebbe affermato Eduardo. «Ma la protagonista sono io», avrebbe ribattuto Anna. Niente di tutto ciò. Anna e Eduardo, con Rossellini e Mattoli, di giorno girano in Castel Capuano e di notte per i ritrovi e i ristoranti nel più perfetto accordo.

A tavola non si invecchia e tanto meno si litiga, e, dopo tutto, sotto i tavoli vi è sempre accovacciato il cane di Anna che morde senza discriminazione, perché una notte afferrò finanche la mano di Rossellini. È smentita anche la voce corsa di difficoltà da parte della Magnani di esprimersi in dialetto napoletano. Parla, invece, e canta benissimo.

Napoli ha operato profondamente e con rapidità generosa sulla perspicace sensibilità di Anna Magnani. Nelle strade, nei vicoli, nelle piazze della periferia, Anna si è confusa con la folla, si è smarrita volontariamente nei vicoli, lasciando che Mattoli andasse a rintracciarla con l’automobile. Ma Mattoli, però, rispettoso dei divieti di transito, si smarrì a sua volta, arrestato, nel febbrile inseguimento, a due o tre “sensi proibiti”. Alla fine un popolano che aveva riconosciuto la Magnani dinanzi ad un “basso”, pose sulla buona strada Mattoli, e, alla obiezione del regista che lì, all’angolo, c’era scritto tanto di divieto sul disco rosso, il popolano rispose: «Signore mio, se date retta a tutte le cose proibite, voi non camminerete più».

Nel frattempo la Magnani prendeva contatto col popolo. Si intratteneva con gente minuta, con le donne vestite di stracci appena decorosi. Ma queste donne, a vederla passare avvolta nelle volpi argentate, non manifestarono né invidia né rancore sociale. «Signurì», le dissero, «pe’ cient’anne» (Godetevele per cento anni le vostre pellicce!). Un augurio tenero e commovente.

A Roma, invece, ricordava la Magnani, allorché l’attrice girava in carrozzino, una vecchia borsara nera in Via dell’Impero, l’apostrofava sempre così: «Ha da fenì!».

I registi, tra le indispensabili interpolazioni, hanno dovuto inscenare un ritorno della festa di Montevergine e una processione di San Gennaro. Il film va anche all’estero, e queste consuetudini, queste tradizioni, questo pittoresco che non muore mai, è desiderato e atteso. È stata inscenata così la processione di San Gennaro sulla collina del Vomero. A un certo momento la gente che era in strada, nel vedere passare il simulacro del Santo, si è messa al seguito e voleva fare anche offerte in danaro. Fu detto ai fedeli che non si trattava della processione del Patrono. Ma quella brava gente, indicando il busto di San Gennaro disse: «Non fa niente, lo accompagnamo lo stesso».

Carlo Nazzaro

Revenge with Anna Magnani

Anna Magnani Un uomo ritorna (1946) Max Neufeld
Anna Magnani nel film Un uomo ritorna (1946) regia di Max Neufeld

New York, December 1947

Anna Magnani is one of the players who made Open City the fine dramatic entertainment it was and here again she acquits herself of another powerful, poignant performance that is worthy of some of the best screen tragediennes of the time.

Revenge (original title: Un uomo ritorna) has an almost documentary clarity about it as it unfolds a story of post war Romans, their smoldering hatred and distaste for the aftermath of conflict and its resultant impress on once decent, fine people.
Strong dialogue and situations form the dramatic substance here as the scenario takes up the return of a prisoner of war to find the woman he loves almost on the point of derangement over concern for her son who was taken for slave labor. Then, too, his sister, is running around with the wrong kind of company. His young brother lurks precariously on black market fringes. The soldier, Gino Cervi, finds his home town in suburban Rome fairly destroyed but sets about to restore it to productivity by putting an electric power plant into action. He is thwarted for a time by bureaucracy. Meanwhile, Miss Magnani learns the collaborator responsible for her son’s disappearance, is in nearby hiding. He is taken and stands trial. In court she learns her son was murdered. She becomes maniacal in her desire for the man’s death and unable to achieve this end she visits his home in a moment of passionate rage intending to kill his children. She comes to her senses before she can make the horrible error. Cervi induces all concerned to go to his home. The family seems headed for happier times at the conclusion with the problems of the various individuals set to rights once more.
It is not a pretty spectacle, this revealing of inner emotional upheavals. It was not intended to be. Performances are genuine, direction realistic.

There are some highly dramatic sequences in Revenge, highlighted by the magnificent acting of Anna Magnani, which seems to have become a yardstick by which to measure motion picture product coming from Italy. Revenge is no Open City, but is an interesting drama of Italy during 1945 and 1946 during which the people of bombed towns and villages were confronted with the seemingly impossible task of starting their lives over again almost from scratch. It is when Anna Magnani finds that her son had been murdered by a collaborator who had eventually received a sentence of “only” 20 years that she sets out to kill his children so that he, too, can know something of the way she and other parents felt about her own. And it is this sequence that almost raises the collective hair of audiences.

Sodalizio tra Anna Magnani e Roberto Rossellini

Roma, novembre 1947

Terminati gli esterni a Napoli di Assunta Spina, la lavorazione prosegue alla Titanus-Farnesina.

Anna Magnani e Roberto Rossellini, Roma 1947
Anna Magnani e Roberto Rossellini, Roma 1947

Anna Magnani aveva lavorato negli stabilimenti della Farnesina per sette ore di seguito. Le si leggeva la stanchezza negli occhi. Poco prima, a cena, aveva mangiato con fame, come un operaio, e di questo suo appetito se ne faceva una pena. Le basta, per solito, un pasto al giorno, leggerissimo. Ma la fame, certe volte, la piglia a tradimento.
Avevo osato dirle che dopo otto ore di lavoro un bel piatto di mascheroni ci vuole, ma Anna, in certi momenti, vuole avere ragione per forza, e a darle torto, si corre il pericolo di indispettirla.
Dopo eravamo saliti a Villa Borghese, con Micia, la cagna lupa che ha lavorato con lei nella Voce umana, solo personaggio vivo di quel film raccolto, come si sa, nella magica drammaticità della cornice chiusa di una stanza, e Pippo il barboncino bianco, aristocratico e miope. “Quando morirò voglio andare nel paradiso delle bestie”. Questi due cani Anna li ha comprati in Francia. Ma Anna preferisce Micia. A Pippo vuole un bene distaccato, come ad una persona di famiglia.
Anna a guardarla vivere da vicino ti appare sempre come una creatura in bollore. Attenta a sé stessa, come uno scrittore o un poeta o quelli che all’arte e alla poesia credono per davvero. Trova pace soltanto quando la macchina da presa l’ipnotizza: l’occhio fisso e lucido dell’obiettivo su di lei, personaggio. Uscita dalla finzione ritrova a stento sé stessa, e cade in una timidezza distratta, in una indifferenza fredda e ostile. Ecco perché è difficilissimo esserle amico.
Ma all’amicizia crede: con una fedeltà mafiosa, siciliana. Sopratutto all’amicizia dei compagni di lavoro, pura, senza ipocrisie. Tra Anna e Roberto Rossellini è nato un sodalizio, una realtà umana di collaborazione. Una curiosa alleanza è tra loro, perché entrambi sono armati di caratteri senza chiaroscuri.
Dopo Roma città aperta, Rossellini e Anna Magnani si ritrovarono vicini nel breve film La voce umana. Quaranta minuti di cinematografo: visioni legate ai particolari di una stanza. Se il paragone non sfiorasse i termini di un paradosso, si potrebbe dire che quel film rispetta i limiti e le leggi metriche di una lirica raccolta in un sonetto. Rossellini ha intenzione di fare un cortometraggio tratto dalla novella Il muro di Sartre che egli vorrebbe poi aggiungere a La voce umana da Cocteau.
Sul piano dell’arte, più che sul campo aperto della umana e realistica simpatia, è avvenuto l’incontro di Anna Magnani e Roberto Rossellini. Si può dire che essi siano i due soli artisti della settima arte italiana per i quali si può ripetere una frase di André Gide: “Un artista ha una sola preoccupazione: quella di diventare il più umano possibile”.
Alla sera, ritrovandosi dopo una giornata di lavoro, Roberto Rossellini e Anna Magnani iniziano una seconda fatica, riprendendo il filo di una conversazione che si scioglie nel labirinto di una continua ricerca. Cercano drammi umani, nel tempo, calati come sono nel fondo di questa nostra esistenza inquieta, uscita dal naufragio della guerra con i sentimenti taglienti come lame di rasoio.
Veder vivere da vicino questi due artisti è già uno spettacolo. Alla sera io mi accompagno spesso con loro per i viali deserti di Villa Borghese. Anna si riposa per qualche minuto, come una ragazzina. È fiera di Micia che salta, come un cavallo di razza, staccionate e siepi di mortella. Sono pause brevissime. Poi riprendono a parlare di lavoro. Il lavoro che bisognerà fare e non quello già fatto. A proposito dell’Onorevole Angelina, regista e produttore hanno dato un dispiacere ad Anna, la quale aveva, con perfetto intuito, consigliato entrambi il taglio di alcune scene e l’abolizione di talune battute inutili. Non aver accettato il suo consiglio è stato per Anna un tradimento. E ne parla offesa, con nella voce il tono di una rabbia accorata.¹
L’altra sera in una trattoria la trovai sola. Le sedeva di fronte la giornalaia che strilla le ultime edizioni della notte. Anna parlava con lei, in tutta confidenza, con un’aria di curiosità innocente, e s’informava del suo lavoro. Tra le due donne si era stabilito un accordo, una comprensione umanissima, la medesima che talvolta stringe Trilussa agli umilissimi personaggi della strada.
Poi sopraggiunse Roberto Rossellini. Trasse dalla tasca una rivista inglese e lesse l’estratto di un articolo apparso sul Times a proposito di Roma città aperta. Anna lo ascoltò indifferente, seguitando a mangiare lentamente, e non commentò le parole di lode che gli inglesi avevano scritto per lei. Si limitò a dire: “A noi tocca sempre ricominciare da capo”.
Questi due artisti si somigliano. Curioso incontro di amicizia nel clima rarefatto di un’arte che si accende al fuoco di una medesima ispirazione.
Roberto Rossellini la guarda vivere, con una attenzione poetica. Dice di lei: “È così brava che mi fa paura”.

Fabrizio Sarazani

¹ Lettera dell’avv. Francesco Soro a Vittorio Mottini della Soc. Lux Film, Roma, 15 novembre 1947: “A nome e nell’interesse della mia Cliente, Sig.ra Anna Magnani, Vi contesto quanto appresso: la Sig.ra Anna Magnani ha appreso che nel film L’Onorevole Angelina (che è stato proiettato stamane in visione privata al Cinema Rivoli) è stato nuovamente inserito, al principio del film, l’episodio del risveglio della famiglia di Angelina, nella quale scena questa appare a letto. Ora questo è contrario agli accordi presi, perché, dopo una lunga e animata discussione con la Sig.ra Magnani, e con l’assenso del regista, di tale scena era stata decisa, per la migliore riuscita del film, specialmente dal punto di vista artistico, la soppressione: per contro era stato deciso che la prima entrata del personaggio di Angelina nel film coincidesse con la scena in cui Angelina appare fuori dalla porta di casa, voltata di spalle, mentre lava la faccia al figliolo. Così montato, e con tale taglio, il film è stato presentato al Festival Cinematografico di Venezia. Pertanto la Sig.ra Magnani, mentre protesta per tale arbitrio, a mezzo mio Vi diffida ad astenerVI da ulteriori proiezioni sia pubbliche che private del film medesimo contenente la sequenza di cui sopra. Inoltre la Sig.ra Magnani ha constatato che nei titoli di testa dello stesso film L’Onorevole Angelina è stato omesso il suo nome quale collaboratrice alla sceneggiatura e quindi coautrice del film (…)”.

A Castel Capuano si gira Assunta Spina

Antonio Centa e Anna Magnani in Assunta Spina, regia di Mario Mattoli
Antonio Centa e Anna Magnani in Assunta Spina, regia di Mario Mattoli

Napoli, ottobre 1947

In un angolo della 1 corte di Appello a Castel Capuano v’è un tavolo di legno grezzo con una sedia ed un paio di scanni attorno, alla parete pende un cartello con la scritta “Diodato Sgueglia ufficiale giudiziario”. Diodato Sgueglia vi si trova ad intervalli, ha un paio di baffoni corvini che gli fasciano mezzo viso e l’indolente e indifferente contegno di chi, a contatto per mestiere con l’umanità, ne conosce tutte le più intime debolezze. Il suo viso non è poi ignoto a buona parte dei napoletani, perché appartiene a Giovanni Amato, uno dei più efficaci attori della compagnia De Filippo, quello che recitò la parte del portiere in Questi fantasmi. Come si sa, nella gran sala della 1 Corte di Appello del Tribunale di Napoli si stanno girando alcune scene del film Assunta Spina ed il tavolo riservato a Don Diodato, l’impaziente ufficiale giudiziario del lavoro di Di Gacomo, è, in un certo modo, il punto di riunione di tutti quelli che partecipano all’azione, dal regista Mattoli ad Anna Magnani, da Eduardo a Titina De Filippo ad Antonio Centa e a buona parte degli attori della compagnia teatrale De Filippo tra cui i due Pisani, il Furia, e molti altri.
Intorno a quel tavolo, dunque, gli attori si danno consiglio, Mattoli elargisce i suoi sorrisi concilianti, Anna Magnani i suoi rabbuffi, quando le cose con vanno come lei desidera. In un vestito d’epoca, di un colore che va al marrone, stretto alla vita, Anna Magnani, l’ultima Assunta Spina del cinema, in parrucca, è sempre attenta con lo sguardo dritto e senza sottintesi, le sue improvvise risate, le sue inattese imbronciature. Quest’attrice, piena di personalità, dà l’impressione di sapere d’esser stata, non è molto, sia in America che in Europa, considerata come la più grande attrice cinematografica del tempo, ma della grande attrice non ha smarrito la più notevole e la più difficile qualità: una certa perplessità dinanzi al personaggio che deve interpretare, una continua ricerca di dare ad esso una particolare fisionomia, adatta al gusto dei tempi. “Dopo che il mondo ha subito tanti disastri — essa dice — dopo che intere famiglie sono state travolte dai malanni della guerra, anche le nostre tragedie sono andate in un certo modo sbiadendosi. L’Assunta Spina che vorrei creare deve, quando si costituisce alla giustizia per salvare Boccadifuoco, non sentirsi indirettamente colpevole dell’assassinio di Funelli, ma, in un certo modo, colpita essa stessa dal destino, per quanto è avvenuto”. Mentre parla si toglie lentamente parrucca e gli arruffati e corti capelli le si impennano dispettosamente sul capo, come ai tempi di Roma città aperta, la pronuncia che fino ad allora è stata volutamente ed apertamente napoletana (quasi tutto il film è girato in dialetto) riprende l’accento romanesco. La Magnani sembra non esser più perplessa, riacquista lo sguardo diritto e la risata aperta. Intanto intorno si girano le ultime scene a Castel Capuano. Oramai molti esterni sono terminati. Una processione in onore di S. Gennaro, intercalata nel lavoro cinematografico dalla sceneggiatura di Eduardo De Filippo, che recita la parte di Michele Boccadifuoco, sembra esser riuscita oltremodo efficace. Tanto che una popolana, mentre al statua del santo le passava accanto, volle offrire un suo obolo di dieci lire ed a chi le andava dicendo che la processione era una semplice finzione cinematografica spiegò: “Nun fa niente, ce’ ddongo o stesso, issa sape chelle ca fa”.

Paolo Palomba