Città aperta di Rossellini a Torino

“C’è molta poesia in questo film, poesia genuina che si effonde la figure reali del nostro popolo e che è destinata a commuovere il cuore si chiunque”

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Anna Magnani Aldo Fabrizi Roma città aperta
Anna Magnani ed Aldo Fabrizi in “Roma città aperta”

Torino, dicembre 1945

Città aperta è stato il primo dei due film italiani prescelti per il recente Festival del Cinema di Roma, dove vi ha ottenuto un eccellente successo. È apparso un ottimo lavoro, e al pubblico è piaciuto soprattutto per il senso della misura usato da Roberto Rossellini nel trattare la così difficile e delicata materia del soggetto e nel guidarla con sicura mano per i sentieri della obiettività là dove poteva facilmente scivolare per i vicoli della retorica. Nel secondo tempo la cruda ed aspra visione delle torture di via Tasso immerge il film in un clima di potente realismo che profondamente ha impressionato gli spettatori. Bene ha fatto Rossellini a servirsi per le parti principali di persone prese dalla vita e non dal palcoscenico: due interpreti professionisti però, Aldo Fabrizi nell’inaspettata parte di un sacerdote che muore fucilato, e Anna Magnani, nel ruolo di una generosa popolana magnificamente vissuto dalla grande attrice, fanno eccezione e portano il contributo della loro arte commovente e convincente a questa vicenda davvero ispirata a tragici eventi del tempo di Roma tiranneggiata dai nazisti. Il film è tra i migliori che vedremo quest’anno.

Impressioni del pubblico torinese all’uscita del cinematografo dopo la visione di Roma città aperta.

In ben 42 impressioni formulateci, non troviamo che espressioni entusiastiche ed elogiative. E non possiamo non condividere noi pure, codesto plebiscitario tributo di lodi per quello che troviamo giusto definire uno dei film italiani più belli, più significativi, più sinceri. La regia di Rossellini è «sicura ed altamente ispirata».
Il soggetto «è profondamente umano e non sciupato mai da retoriche infiltrazioni propagandistiche». «C’è molta poesia in questo film, — dichiara una delle spettatrici — poesia genuina che si effonde da figure reali del nostro popolo e che è destinata a naturalmente commuovere il cuore di chiunque abbia un minimo di sensibilità».

Sull’interpretazione, particolarmente intelligente ci parve questo commento che riportiamo per intero: «Fabrizi è il protagonista e la sua figura campeggia qui come non mai: ma, tranne il finale, dove diventa mirabilmente ed efficacemente sobrio, quasi sempre egli sembra preoccuparsi fin troppo di mettere in evidenza la sua bravura; la Magnani invece è più grande di lui perché la misura eccelsa della sua arte essa rivela facendoci dimenticare addirittura che sia un’attrice, tanto riesce a persuaderci che sia una vera popolana romanesca, tanto sono convincenti le espressioni del suo dramma umanissimo e desolante. Ma degno di questi due sommi sono, nel loro meraviglioso debutto il Pagliero, colla sua maschera pensosa e potente e colla sua recitazione controllatissima; la Michi che disegna in modo mirabile il suo personaggio psicologicamente malato, e il Feist, raffinato ufficiale delle S.S. che gioca il suo ruolo con uno stile incisivo ed impeccabile».

Ma il giudizio che più ci è piaciuto è questo: «questo film, il cui tono elevato con cade mai, racchiude nel finale alcune pagine di vero cinematografo puro e di arte squisita. Tutte le scene della fucilazione ci avvincono e ci commuovono, ma quel che più ci resta scolpito nella memoria è l’espressione profondamente naturale patetica con cui i bambini assistono alla morte brutale del loro sacerdote. Trapela dai loro occhi incupiti più che piangenti, un giudizio precocemente severo sulle umane ingiustizie, già confortato però dalla cosciente certezza che solo in un mondo più alto regna la vera giustizia, e quel loro muto accorato sgomento par che ci dica: meditate». Ecco la sintesi poetica e morale di questo umanissimo film.

Postilla a Roma città aperta

In diversi momenti di questo film ci si serra la gola e, quando la visione è finita, ci rimane il campo aperto a discussioni senza fine

Roma città aperta 1945

Milano, novembre 1945

Uscire dai cinema Diana o Filodrammatici, Meravigli e Corso, dove in questa settimana si rappresentano i film di cui sopra, e capitare nuovamente all’Odeon, dove da alcuni giorni con crescente successo si proietta un film, Roma città aperta, che è un film italiano, è una delle soddisfazioni di questi mesi, una soddisfazione così bella che forse è anche, del film stesso, il primo chiaro significato. Film per il quale siamo contenti di rifiutare una critica oggettiva e fredda.

Hanno detto che Rossellini, il regista, muove e manovra Pagliero, l’attore che interpreta la figura dell’ingegnere comunista, un po’ sulla linea di Gabin. (Potevano anche dire che l’inizio del film arieggia quello di Pepé le Moko. Chi ha parlato di una scissione tra la prima e la seconda parte, rilevando della retorica e del sadico irrisolto nelle scene di tortura (forse il film è stato ridotto nell’edizione milanese, e così va bene): chi ha ricordato l’inserirsi di Rossellini (regista, non dimentichiamolo, di opere discrete quali La nave bianca e Un pilota ritorna) nella tradizione documentaristica di De Robertis, nella vena di Uomini sul fondo e di Alfa Tau, affidandolo così al novero dei nostri migliori, sui quali potrà sempre contare il cinema italiano (anche di fronte all’estero, dal momento che Roma, città aperta è stato celermente acquistato dagli americani). Ma che senso ha tutto questo? Che cos’hanno in comune i vasti problemi umani agitati da questo film con il gusto un po’ sordido, pignolesco, persino raffinato degli emenderai quasi perfetti di De Robertis, con quella che Teofrasto direbbe forse sua classica “piccineria morale”? Perché in diversi momenti di questo film ci si serra la gola e, quando la visione è finita, ci rimane il campo aperto a discussioni senza fine, non sul film e per il film, ma che dal film hanno origine, e seguendo le quali ci porteremmo a discutere addirittura della nostra posizione umana e delle ragioni di essa, e delle necessità e soddisfazioni e inutili e vacue disperazioni ad essa connaturate e reali? perché il film non ci lascia crogiolare in una sua parabola, più o meno valida e raggiunta, di stile, ma ci perseguita dopo, e ci dice qualche cosa che ci entra dentro e che non possiamo più ignorare?

So che Rossellini non è un Pabst, so che non ha fatto e non potrà fare mai un Kameradschaft. So benissimo che molta parte del film è su un piano quasi mediocre. Ma, suvvia, non dimentichiamo che con queste immagini Rossellini parla al pubblico italiano parole chiare, prende una posizione decisa, afferma delle cose incontrovertibili che noi stessi abbiamo sofferto e soffriamo sulla nostra carne e sul nostro spirito, e le afferma con una recisa convinzione, e con una tale chiarezza che bisognerebbe essere ciechi, o insensibili, per non avvertirle. Non ha fatto della retorica e ci ha dato, a noi italiani, quella retorica che, se vogliono, rimane la nostra, e che siamo ben lieti di accettare. E proprio i tedeschi, i piatti, rigidi, obbligatissimi tedeschi che hanno troppo spesso accusato noi per la nostra anima e per il nostro cuore, essi stessi si sono sempre mossi sopra un piano di tale esagitata, assoluta, vuotissima retorica, da trovare adesso il vuoto dentro di sé, ora che hanno sciupato quelle esteriorità, che hanno perduto quei gonfi ideali: non sanno più dove dirigersi, adesso veramente non capiscono più che cosa vivono e come e perché e fin quando vivono. Ma per noi non è così: per noi rimane quel tanto che, lo so, non è ancora risolto: ma che nella sua estrema dialettica è segno di vitalità, che ci concede un poco di vera fiducia per cui possiamo ancora sperare nell’avvenire.

Questo mi pare sia il senso più evidente di Roma, città aperta. In questo film manca Roma, ma la Magnani è riuscita a non farci odiare il dialetto romano. E i tedeschi erano così convenzionali nella realtà, che riportarli tali e quali significava renderli convenzionali anche sullo schermo! Ma colui che ha cospirato veramente, io credo debba fremere a sentire le loro voci, quelle voci aspre, rotolanti, irrimediabili per le quali Dovgenko ha detto: battono nelle nostre anime. Tuttavia, adesso che quelle voci hanno finito di risuonare, è forse il caso di chiederci: come si sono svegliate queste nostre anime, dove si sono indirizzate, quale giovamento hanno tratto dalle passate esperienze?
Ecco perché quei bambini (per il resto abbastanza convenzionali) che nel finale del film camminano nell’alba, dopo l’esecuzione del prete che ha cospirato, ci sembrano veramente muovere i primi passi, e donano a quelle inquadrature un volto di appassionante attualità.

an.

Roma città aperta a Milano

Anna Magnani in Roma città aperta 1945
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Milano, novembre 1945

Con questo film riaffiora un indirizzo cinematografico che, dimostrando di essere la migliore strada per uno stile italiano delle immagini, già si era fatto manifesto all’epoca di Uomini sul fondo, dei documentari di Paolucci e Cerchio, di alcuni brani del più attento Genina. Un indirizzo, cioè, che tiene soprattutto conto dei valori ambientali “reali”, dell’impiego di figure umane non sempre professionali nella recitazione, d’una fotografia scarna e non ricercata, d’un montaggio piano e aderente alla rappresentazione realistica, con i conseguenti rapporti di emotività su un livello che necessariamente tiene lontano dalla fantasia. Attraverso questo indirizzo, e per mezzo di esso soltanto, è stato dimostrato che si può effettuare una ricerca dello stile italiano nel cinema; poiché i valori concreti nostri sono nel tipico carattere scenografico di un paesaggio e nelle fotogenia dei tipi in relazione non con la falsa luce di ambienti mondani (una vera “mondanità” nel senso francese ed internazionale della parola non esiste assolutamente in Italia) ma con quella positiva e piena d’anima del popolo, delle sue aspirazioni, del suo “modo” di sentire le passioni e gli avvenimenti. Su questa linea è impostato il film di Rossellini, e il film sarebbe ottimo se l’autore avesse saputo o potuto mantenerlo in quei limiti che il primo tempo del lavoro enuncia con chiarezza di racconto, di ambiente, di verità umana e sincera. Invece, all’affacciarsi del secondo tempo, quando la tensione porta al massimo sforzo verso la conclusione del dramma, incomincia a entrare in scena un esplicito intendimento di verismo (la tortura) che a poco a poco prende la mano al regista e ce lo fa apparire come un descrittore quasi compiaciuto del sadico e del grandguignol; e qui il film cade, sia per il motivo in sé troppo calcato (la verità e l’esattezza delle torture non è un buon motivo per mostrarle così crudamente; sarebbe stato assai più efficace, cinematograficamente, un sistema composto di squarci brevi e specialmente di allusioni), sia perché il fatto si prolunga in misura tale da nuocere all’unità del lavoro. La sproporzione è molto evidente, nel concetto e nella profondità di resa, cosicché la bella scena della esecuzione — con quel particolare psicologicamente indovinato dell’ufficiale tedesco che rifiuta dal repubblichino l’accensione della sigaretta — non risolleva la disarmonia già creatasi. Roma città aperta è perciò ben lontano dalla perfezione, e amaramente si potrebbe dirlo un film sbagliato. Ma di codesti film, sbagliati e disarmonici, se ne vorrebbe parecchi, dal momento che in essi traspare la via giusta per collocare in termini cinematografici lo spirito degli avvenimenti nostrani. Certe sequenze hanno un tono e un sapore visivo indimenticabili: sieda quella dell’arrivo di “rastrellatori”, con quel campo lungo che ti mostra il gruppo sparso nella strada, quel senso di desolazione stradale così efficacemente reso da darti la sensazione di vivere lo stesso destino della città nelle sue zone periferiche e più sane, in quella lotta combattuta da persone semplici e istintive, contrapposto (e qui, forse, il contrasto poteva essere maggiore o almeno diversamente descritto, con rinuncia a certo calligrafismo) alla lotta meno severa di quelli viziati all’atmosfera dei circoli ufficiali e ufficiosi, legati all’invasore tedesco come legati, già nello spirito delle loro anime, a qualunque invasore pur di conservare un tono di elevatezza esteriore lontana dai sacrifici. I personaggi, certo, non sono tutti a posto, tranne la Magnani — che è perfetta — e i ragazzini del quartiere. Anche Fabrizi e Feist, nonostante la bravura decisa con cui affrontano i personaggi, hanno qualche momento di leziosità e di gioco mimico contrario alla generale schiettezza dell’impostazione. Ma sono sfumature. Nel complesso il film regge sullo spettacolo: le pecche sono di indole stilistica, e tuttavia, come s’detto, tendono più al positivo che al negativo, perché Rossellini dice una sua parola efficace e sa fare del cinema. Questo è importante, forse la sola cosa che conti nonostante l’esperienza conclusa a metà in Roma città aperta. Il nome di Rossellini può così esser portato vicino a quelli di Visconti, Lattuada, De Sica, De Robertis e Paolucci (il suo documentario su Cassino è all’ordine del giorno, sembra, come qualità), che sono gli uomini di punta del nostro cinema. E sono poi quelli che i produttori intelligenti dovrebbero meglio appoggiare anzi che imbarcarsi ancora sugli schemi proposti dai vecchi mestieranti senza testa, Gallone e Mattioli e Mastrocinque e Stricevski, eccetera.
Guido Guerrasio

Maya di Simon Gantillon

Anna Magnani ha posto ancora una volta le sue superbe qualità al servizio di un testo inadeguato

Anna Magnani in Maya, Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945
Anna Magnani in “Maya” di Simon Gantillon, Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945

Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945

Anche nelle sale dei teatri romani ha cominciato a soffiare il “vento del nord”: lo ha suscitato, infatti, all’Eliseo, la Compagnia di Anna Magnani con la ripresa di Maya di Simon Gantillon. Raffiche e sibili da neutralizzare i poderosi impianti di riscaldamento del locale — e pienamente giustificati. La vecchia antologia di vita postribolare del Gantillon, infatti, non ha più neppure la giustificazione tecnica che vent’anni addietro, rappresentata anche in Italia (Compagnia di Dario Niccodemi, interprete Vera Vergani) le conciliò una meno burrascosa ma pur sempre contrastata accoglienza. È una successione di quadri, con relativa presentazione di “tipi” e tratteggio di sentimenti e di vicende, che muta con l’avvicendarsi dei clienti nella camera di una prostituta. Altre legge non ha, o meglio non dimostra di avere, ché la pretesa, rivelata dal titolo, sarebbe di giungere, per via analitica ed esemplificativa, a raffigurare il mistero della donna, che è “nessuno e centomila”, che è “come tu mi vuoi”, che è “maya”, illusione. Ma non avendo il Gantillon il respiro e la statura del poeta, il suo assunto è scaduto in un romanticume oleografico da edicola periferica o è rimasto addirittura inavvertibile, sì che il susseguirsi dei “bozzetti” — come avrebbe detto il buon De Amicis, del cui saccarinoso patetismo è impregnato il sottofondo dell’opera — è apparso privo di qualsiasi giustificazione e pertanto insopportabilmente noioso. La regia di Orazio Costa, peraltro sensibilissima, non ha ovviato a tali difetti di costituzione, anzi, accentuando “artisticamente” l’impostazione diremo così ciclica del lavoro, ne ha posto in maggior rilievo i caratteri di gratuita frammentarietà. Assolutamente sconsigliato, poi, stato un suo intervento recitativo, in cui la dizione sommessa ha provocato in definitiva il rincrudire della reazione del pubblico. Questo, a sua volta, ha avuto il grave torto di far muovere le sue proteste più da un farisaico moralismo verso le situazione e le espressioni verbali dell’opera — a loro volta di un verismo senza trascendenza — che non da una valutazione e da una condanna di ordine estetico. Si è parlato anche di “educazione” degli spettatori, in quanto questi dovrebbero limitarsi a reagire a sipario calato: ma, per chi ha speso oltre duecento lire per una poltrona, l’insofferenza mi sembra, se non ammissibile, per lo meno giustificabile. Anna Magnani ha posto ancora una volta le sue superbe qualità al servizio di un testo inadeguato. Il temperamento di quest’attrice, plasmabile come può essere essere plastica una lava fluente, insieme alle sue scorie e alle sue paurose défaillances, rendono oltremodo complessa l’opera di qualsiasi regista e la scelta stessa dei personaggi da interpretare.
Vinicio Marinucci

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Questo lavoro di Simon Gantillon non si rappresentava da anni. Fu messo in scena nel ’25 dalla compagnia Niccodemi, la compagnia dei “bauli”, per intenderci, e poi data anche da Baty l’anno successivo durante un suo giro in Italia. Dopo quella volta Maya, come molte altre cose, era stata messa in soffitta, ritenuta dalla censura un’offesa ai buoni costumi: tutta l’azione della commedia si svolge, difatti, in un postribolo e non manca un certo disegno verista dei personaggi che può insospettire, perché spesso si risolve in puro compiacimento. Ma l’Autore aveva in mente (e tutti i mezzi dovettero parergli leciti per illustrarla) una tesi, questa: che la Donna è uno e multipla, priva di anima, forma che gli uomini possono animare volta a volta col soffio delle loro illusioni. Tesi antichissima, come si vede, che ha trovato posto in tutte le mitologie, e ha ispirato da Victor Hugo a Aldous Huxley, più scrittori del necessario. Gantillon avrebbe potuto, volendo, intitolare il suo lavoro al nome di Diana (di Efeso, naturalmente, che ispirò invece Aristide Sartorio), e ha preferito Maya, per essere la dea indiana madre delle creature gli offriva l’ottimo pretesto di portare in scena anche un filosofico personaggio indiano, illustratore della tesi e “parfum éxotique” del dramma. (Intorno al ’24 l’India era in auge presso gli evasionisti per merito di Rabindranath Tagore).
Maya è qui esemplificata in una melanconica prostituta, di infimo rango, che ai vari clienti appare sempre diversa, perché è diversa l’illusione che nutre ognuno. Soltanto l’indiano (e si intenda l’Autore, il saggio) la considera per quel che vale: cosicché tolto il velo alla dea, ne resta una matrice. Orribile vista e orribile tesi che riduce la filosofia idealista allo stato di vapore o di nebbia mattutina, e concede alla donna soltanto un “animus”. Tesi che nell’altro dopoguerra, per quello scetticismo elegante che si diffuse tra gli “scrittori del giorno” piacque: e che è forse dispiaciuto lo spettacolo — ai frequentatori dell’Eliseo, i quali non hanno nascosto il loro disappunto. Le “riprese” di successi celebri diventano, dunque, sempre più sconsigliabili: e sconsigliabile soprattutto è l’indulgenza che molti registi dimostrano per i cattivi traduttori. Maya sarebbe forse arrivata in porto — perché possiede notevoli qualità drammatiche — se il dialogo, scioccamente tradotto e involgarito — (si passava da un “paturnie” a uno “scicchetone”, per tacere del resto) — non avesse fatto precipitare l’insofferenza del pubblico. Incerta e prolissa risultava inoltre la regia, dovuta ad Orazio Costa, che non ci ha risparmiato nemmeno uno dei dieci “oscuramenti”, mentre poteva benissimo ignorarli, come fece appunto Baty. Dobbiamo per altro ricordare la ottima recitazione di Anna Magnani e di Edda Albertini.
Ennio Flaiano

Anna Magnani capocomica

Roma, novembre 1945. Anna Magnani prepara una nuova Compagnia con la quale inizierà la sua attività al Teatro Eliseo di Roma, per recitare principalmente Maya di Gantillon e Gioventù malata di Bruckner.

Anna Magnani è sconcertante. Non so se anche a voi fa questo effetto: a me sì. Sul palcoscenico, ad esempio, quando la seguite in una scena patetica e quasi vi lasciate commuovere, improvvisamente scoppia in una risata che vi scombussola, vi fa rabbia e al tempo stesso vi incanta.Così è a casa sua: entrate nel salotto tra mobili preziosi di stile un po’ vecchiotto e quadri dell’ottocento alle pareti, tanto che quasi vi sembra d’essere proprio in casa di Elena Muti, e poi si apre una porta e compare lei in maglietta e pantaloni, assolutamente diversa da quel che ve la siete immaginata… Ma non aspettatevi che rida dalla vostra sorpresa. Vi accorgete subito che è un po’ stanca e non ha voglia di scherzare. E’ impegnata in una grossa partita, ora, ha sulle spalle una compagnia di prosa di cui è la capocomica.
Conoscete Maya di Simon Gantillon? Tra le commedie scabrose di marca francese ha questo di buono che è schietta, calda, viva. Vi si respira l’odore del mare, vi si sente il calore del sole mediterraneo. Perché Maya è una donna di un porto, Napoli, Marsiglia, Barcellona, quello che volete, la donna che appaga i desideri e alimenta i sogni degli uomini di ogni tipo e d’ogni razza.
Anna Magnani s’è innamorata del lavoro, ha formato compagnia con Ruffini, Pilotto, Tieri, Ave Ninchi, Carlo Romano, la giovanissima Edda Albertini, un paio di giovani dell’Accademia e Randolph, un virtuoso della chitarra.
Ma il programma non è finito: c’è allo studio Pigmalione di Shaw, un lavoro che, potevate scommettere, la Magnani avrebbe prima o poi interpretato.
La stagione di prosa però non durerà molto: c’è la rivista già alle porte. Giovannini e Garinei, i due fertilissimi autori di Soffia so’… lavorano a imbastire quadri e scenette per la delizia dei romani. (I genovesi e i milanesi come ognuno sa, hanno recalcitrato un poco. Meno abituati di noi alla satira politica l’hanno presa sul serio e hanno fatto male).
E finalmente c’è il cinema. Nell’ultimo film Abbasso la miseria! Anna Magnani è in compagnia di Riento e Besozzi, animatrice d’una allegra vicenda imperniata sulla borsa nera, croce e delizia del nostro tempo. Ma la Magnani afferma che non vuole più far ridere la gente: il suo prossimo film sarà amaro, drammatico. L’idea l’è venuta in mentre girava Roma, città aperta e lei stessa, sviluppando lo spunto, ha scritto il soggetto che Rossellini girerà. E credete che questo basti? Ma no, ma no: tra cinema, rivista e teatro di prosa, Anna Magnani non sta ferma un minuto. Quando le ho chiesto se aveva per caso un lavoro a maglia iniziato perché mi sarebbe piaciuto fotografarla nell’atto di lavorare, mi ha sorpreso sentirmi rispondere di sì. Tutto m’aspettavo fuorché questo. Perché, a dire il vero, Anna Magnani seduta quieta e tranquilla a lavorare d’uncinetto non me la sarei mai immaginata. E voi? Ma, come vi dicevo, questa è una donna sconcertante, che ha sempre un’ultima sorpresa in serbo. Non mi stupirei davvero sentire un giorno che essa andrà a cantare all’Opera nella Lucia di Lammermoor… Ma no, cara Anna Magnani, io scherzo: so benissimo qual’è la sua vera passione. Basta parlarle un momento di Anna Christie o della Foresta pietrificata per risvegliare di colpo tutta la sua attenzione. Ora, veda, sarei lieto se a questi due suoi ricordi più belli, lei potesse aggiungere anche Maya.

Film di tutto il mondo a Roma

La sala era affollata, la prima sera, molta animazione, numerose le personalità del mondo politico, artistico e cinematografico, ma scarsi gli attori e le attrici, come al solito, e non posiamo non pensare che in America un’occasione simile avrebbe affidato il suo lustro proprio ad essi.

Il film italiano Città aperta di Roberto Rossellini, su soggetto di Sergio Amidei; tranche de vie che nella tradizione di artificio, falsità, fasullismo del cinema italiano porta un accento di onestà e sincerità, e in cui ci sembra ingiusto vedere, come è stato fatto, una semplice applicazione di buone regole, piuttosto che l’analisi serena d’una condizione psicologica caratteristica qual era quella di Roma sotto l’occupazione tedesca. È, si capisce, una questione di misura; così le gesta del bambini ci sono parse, nella rappresentazione del casamento popolare, già fuori di quella misura.
I pregi del film, così obbiettivo e sobrio, sono dunque morali, prima di tutto. E poi sono artistici in senso stretto: la perquisizione del casamento da parte delle SS e l’uccisione della donna, la sparatoria contro gli autocarri e in generale tutta la parte sulle scale e nelle strade, sono veramente vigorose, specie l’uccisione, centrata in una sua essenzialità plastica e ritmica che conferma in Rossellini la sua vocazione.
Il secondo tempo, quasi tutto nell’interno di via Tasso, è più affaticato, meno genuino.
La Magnani è bravissima (il suo capitombolo, straordinario), come lo è il piccolo Annichiarico; ed anche Fabrizi riesce ad essere sincero in una parte che avrebbe potuto facilmente renderlo gigione. E poi Pagliero e Grandjacquet: due facce indubbiamente, ma per dire la verità non vi abbiamo sentito gran che dietro. Più vibrante la Michi, attrice interessante sebbene ancora inesperta. Infine la Galletti, che ci meraviglia di non vedere usata in ruoli più impegnativi. Fotografia ottima di Arata, musiche di Renzo Rossellini.

Michelangelo Antonioni

Città aperta a porte chiuse

Sul Festival al Quirino, (l’argomento del giorno), avrei voluto fare un pezzo di colore. Ma, dopo aver visto Il ladro di Bagdad, me ne è mancata la forza e mi è passata la fantasia.
Per Città aperta invece è ben diverso. Con quelli di Città aperta mi considero in famiglia e posso raccontare di tutti qualche cosa. (…)
Quei nove mesi ci sono rimasti così profondamente impressi che qualsiasi rievocazione scritta o filmata sembrava dovesse restare necessariamente al di fuori e al di sotto del ricordo ancor vivo e dolente di quelle giornate. Ma qui la realtà non ha subito alterazioni o travisamenti. Perfino l’arte e la fantasia, che pure andiamo a cercare in ogni film, sembra che siano state volutamente tenute in disparte per darci soltanto il documento di una cronaca viva.
Il dott. Geiger, soldato qualunque dell’esercito americano in Italia e fortunato importatore in America dei film francesi (e fortunatissimo con quelli di Pagnol) ha visto Città aperta e ne è rimasto entusiasta. Dopo due ore, il film veniva ceduto per l’America alla non indifferente somma di 25 mila dollari, corrispondenti a oltre cinque milioni di lire. E così a novembre (forse prima ancora che in Italia) sarà presentato — in edizione originale parlata in italiano con sottotitoli inglesi — a New York e contemporaneamente nelle altre città statunitensi.
Si deve anche dire che l’Ammiraglio Stone, pochi giorni fa, recatosi in visita dal Presidente Parri, ebbe a dirgli testualmente così: «Ho visto un film italiano, quello su Roma, città aperta. Bellissimo film».

Vedo Rossellini e riesco a parlare un po’ con lui. Mi fa sapere che ha girato Città aperta con puntiglio, ma senza troppa fiducia, quasi per dispetto. E non già perché non credesse al soggetto (che anzi sentiva appassionatamente) ma perché ostacoli d’ogni genere e contrattempi  di organizzazione e crisi finanziarie vennero a turbare l’andamento della lavorazione che fu tirata avanti con le unghie e coi denti, nonché con la forza (è il caso di dirlo) della disperazione.
(…)
Città aperta è un soggetto di vita veramente vissuta e d’ispirazione in gran parte autobiografica. Pochi infatti sanno che i fatti che si svolgono e le persone che si vedono in tutta la prima parte del film raffigurano fatti realmente avvenuti e persone esistenti, e proprio nella casa dove abita il soggettista e sceneggiatore Amidei. Casa che non è situata, come parrebbe, in un quartiere popolare e di periferia, bensì proprio al centro di Roma.
Così, la padrona della casa che vediamo sullo schermo vuol essere proprio la brava signora Riccieri e la cameriera proprio Nannina, l’una e l’altra ben conosciute da quanti frequentavano, allora, quell’appartamento all’ultimo piano di Piazza di Spagna n. 51.
Potrei aggiungere che, nel primo precipitoso e fortunato salvataggio di Pagliero che riesce a sfuggire alla polizia fascista scavalcando nella terrazza adiacente, è fedelmente riprodotta un’avventura occorsa allo stesso Amidei. La circostanza risulterà più chiara quando saprete che, a quei tempi, fra i frequentatori di quella casa, vi erano comunisti molto ricercati. E fra i tanti che la quasi storica signora Riccieri e la cameriera Nannina si dichiarano onorate di aver ospitato e servito, basterà ricordare Celeste Negarville, Pellegrini, Giorgio Amendola, il pittore Guttuso, nonché Alicata e Ingrao che spesso venivano lì a correggere le bozze dell’Unità clandestina.
Ma la signora Riccieri e Nannina soffrirebbero troppo se trascurassi di aggiungere che nella casa ha dormito anche l’insonne Palmiro Togliatti, quando venne a Roma per il suo primo discorso al Brancaccio. Togliatti, capite, e non vi dico altro.

Pagliero attore è stato la rivelazione del film.
Come a Rossellini sia venuto in mente di pensare a lui per la parte di protagonista, io non lo so. Rossellini ha una speciale facoltà, misteriosa come quella dei rabdomanti, d’incontrare uno per la strada che pensa tranquillamente ai fatti suoi e di trasformarlo, voglia o non voglia, in attore.
(…)
Mi resta poco spazio per raccontare qualche cosa degli altri attori.
La Magnani è immensa. Attrice sensibile, intelligentissima. E non venitemi a parlare di volgarità. La Magnani va collocata, studiata e criticata sul piano del “romanesco”. Allora si vedrà che, nella sua virulenza plebea, l’attrice deriva proprio dalla tradizione popolare più pura, e quindi più nobile. Giovacchino Belli scenderebbe dal suo piedistallo e s’inchinerebbe, con la tuba in mano, davanti a lei.
C’è un momento nel film in cui il vammoriammazzato di Anna Magnani, rivolto a un tedesco, toglie il respiro e rimane nell’aria, tragicamente, come una condanna definitiva.
Anche su Fabrizi e su quello che si può chiamare «il fenomeno Fabrizi» ci sarebbe da scrivere a lungo. Anche su lui (e sempre sul piano del romanesco) ci sarebbero molte cose da dire e molte osservazioni e confronti da fare. Per oggi ne proponiamo il tema ai critici e agli specialisti.
(…)
Del gruppo dei cattivi (i tedeschi) e cioè di Giovanna Galletti, e degli inconfondibili Harry Feist e Van Hultzen, vorrei dire tutto il bene possibile. Ma lo spazio manca e preferisco lasciare a voi immaginare l’elogio.
Vi darò invece, qualche informazione sul simpatico e bravissimo ragazzino che abbiamo ammirato nel film. Si chiama Vito Annichiarico, è orfano di un sergente di aviazione  morto in guerra, ha avuto la casa distrutta nel bombardamento del Tiburtino e adesso abita alla scuola Dante Alighieri adibita a dormitorio per gli sfollati. Quando fu invitato a recitare nel film Città aperta, il piccolo Vito, all’angolo di via Veneto con piazza Barberini, esercitava, seduto per terra con la sua cassettina, il triste mestiere dello sciuscià.
(…)

Silvano Castellani