L’ultima carrozzella 1943

La Magnani, che non recita ma vive la sua parte come se si trattasse di un caso suo personale, s’è sfogata e «ci ha dato dentro» fino che ha avuto fiato in gola

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Ultima carrozzella

Venezia, Maggio 1944

Con L’ultima carrozzella seguita la serie dei film che non bisogna, a mio avviso, giudicare su un piano d’arte. Non voglio con questo negare che il regista Mario Mattoli e l’attore-autore-sceneggiatore Aldo Fabrizi siano artisti. Infatti il primo è un regista che con la sua flemma, con la sua arguzia, con la sua esperienza fa indubbiamente dell’arte; e Fabrizi, con quel suo volto da ranocchio tutto cuore, con quella sua vocina ingozzata da romano che si infischia del cielo, delle stelle, degli elementi tutti perché il cielo, le stelle, gli elementi tutti hanno, prima o poi, da obbedire al suo Cupolone, è un artista fuori giudizio, cioè fuori concorso. Ma l’arte è misura ed è proporzione, e nell’Ultima carrozzella la misura e la proporzione è meglio lasciarle col pastrano in guardaroba. In alcune scene non c’è più limite all’istrionismo e al «soggetto»; chi più ne ha, più ne mette. Tino Scotti fa, strafà, ristrafà, senza che una sola voce si sia mai alzata per frenare il suo impeto; e la Magnani, che non recita ma vive la sua parte come se si trattasse di un caso suo personale, s’è sfogata e «ci ha dato dentro» fino che ha avuto fiato in gola. Chi s’è contenuto quasi sempre — figuriamoci — è proprio Fabrizi, il protagonista, il deus ex machina del film. Infatti la sua abilità, la sua comunicativa, nascono proprio da questo grande pregio, il pregio del romano che non si sbraccia, che non si scompone, che in mezzo alle grida di tutti sbotta in una parola sola e chiude la bocca a cento persone. Fabrizi, purtroppo, è anche il soggettista del film; peccato, perché avrebbe dovuto tenere più fede alla grandezza di Roma e del romano e non fare, come spesso gli accade in questa vicenda, con rispetto parlando e con buona pace di coloro che arrossiranno leggendo questa parola, il «troppo buono». Generoso ha da essere il romano, sì, generoso fino alla follia, ma mai, mai, e poi mai troppo buono. E qui Fabrizi ha tradito sé stesso. Il protagonista di un film realizzato sotto quel cielo, tra quelle mura, con quella luce, nel miracolo di quella Roma che mai come adesso, che ne siamo lontani e che la sentiamo vivere la sua giornata più grave, abbiamo adorato tanto, non può farsi prendere in giro dal suo prossimo.

Paola Ojetti

E dalla prosa alla rivista…

Roma, Teatro Quirino, 27 novembre 1944. Jegor Bulyciov e gli altri di Maxim Gorkij (traduzione di Ettore Lo Gatto). Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi.
L’esecuzione è stata eccellente da parte di tutti gli attori guidati e affiatati con mano sicura ed esperta, con intelligenza penetrante e animatrice dal regista Vito Pandolfi che si è rivelato maturo per le più ardue prove. Carlo Ninchi ci ha dato in Jegor la sua migliore interpretazione, intensa, umana, concreta, sorretta da un’intima passione e da una controllata semplicità espressiva. Anna Magnani si è presa una bella rivincita, dopo la non troppo convincente prova della Carmen; un po’ bambineggiante al primo atto, ha trovato al secondo e al terzo una vibrante adesione alla vivente realtà del suo personaggio.

Roma, Teatro Quirino, 6 dicembre 1944. Così per gioco di Armand Salacrou. Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi.
Così per gioco è la rivendicazione dei mariti e la condanna degli amanti, l’affermazione categorica di una netta superiorità di destini dei primi sui secondi: due mogli che in circostanze analoghe e per analoghi impulsi e nostalgie tornano dopo il tradimento ai loro mariti; due amanti che che si scoprono d’un tratto inutili e ridicoli; un’amicizia fraterna che si spezza; un giovane innamorato che si uccide. Questi gli elementi della vicenda che il talento di Salacrou ha intessuto con un equilibrio drammatico, un senso vero del teatro di primissimo ordine. Grottesco e dramma, commedia e tragedia si fondono e identificano qui nella chiara limpida verità dell’arte. La recitazione è stata garbata e molto spesso efficace da parte di tutti. Ninchi, la Magnani, Scandurra, Lupi, la Gherardi, la De Roberto e sopratutto Tieri, chiamato due volte a scena aperta, hanno raccolto applausi prolungati e cordiali.

Roma, Teatro Quirino, 15 dicembre 1944. Scampolo di Dario Niccodemi. Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi. Serata in onore di Anna Magnani.
Quest’attrice molto genuina e forte ci ha dato uno Scampolo romanesco assai diverso da quello che vedemmo vent’anni fa da Dina Galli. Essa ha interpretato Scampolo in modo più lontano dai modelli francesi da cui Niccodemi derivò la sua monella. Scampolo è diventata realmente più italiana, più romanesca, più verista. Nessuna imbellettatura da pastorella travestita da stracciona. Nessuna imbellettatura posticcia, ma una specie di bruttezza ardita, che è quella normale dell’autentica miseria, e non della miseria vista poeticamente da filantropici occhi borghesi. Gli stracci sono stracci. Il riso della monella trasteverina è più beffardo più rozzo di quella lombarda e parigina, e il suo singhiozzo più profondo. Siamo stati impressionati da un lungo discorso tra i singhiozzi che ci pare di aver già sentito un giorno quasi identico passando per una strada. A occhio e croce, ci pare di vedere nella Magnani il coraggio non comune di far a meno dei trucchi e di gettar via il fardello quasi sempre inutile della bellezza posticcia, che in fondo non dice gran che all’occhio moderno il quale apprezza soprattutto l’espressione e il movimento.

Roma, Teatro Quattro Fontane, 13 gennaio 1945. soffia, so’… rivista in due tempi di Pietro Garinei e Sandro Giovannini. Compagnia Zabum. Regia di Mario Mattoli.
Anna Magnani chiude l’anno teatrale con la rivista, ma non è il desiderio di trovare un facile successo che l’ha spinta al “ritorno”. Entrata in arte a sedici anni, Anna Magnani ha rivelato subito la sua speciale personalità e in breve ha raggiunto posizioni di primo piano. Tra le sue migliori interpretazioni basta ricordare Anna Christie di O’Neill e La foresta pietrificata di Sherwood. Ottima Fifina in Maya di Simon Gantillon, affronterà nella prossima stagione il ruolo della protagonista nella medesima commedia che, con altri lavori d’impegno, figurerà nel cartellone della sua Compagnia.
Trionfatrice indiscussa nel campo dello spettacolo musicale, recitando in prosa ella non ha tentato l’avventura, perché i suoi primi successi, alcuni dei quali non ancora superati, li conobbe proprio sulla scena di prosa.
La “maschietta” di Scampolo è stata una creazione viva e ricca di umanità e prosa, che Anna Magnani non si accontenta di adagiarsi in un repertorio comodo e privo di difficoltà, ma preferisce impegnarsi in interpretazioni che si distacchino con una propria fisionomia dalle precedenti.
Quindi, se di ritorno si deve parlare, il termine è riferito alla prosa e non alla rivista, che l’esperimento recentemente conclusosi non deve essere considerato come una scappatella, ma come l’attuazione di un vecchio e mai sopito desiderio di un’attrice di esprimere intere le sue possibilità e cimentarsi in un campo in cui può figurare degnamente.
Il pubblico che ha imparato ad amarla come interprete di rivista potrà oggi ritrovare la “Nannarella” cui è affezionato: per la verità, anche per lei non è facile dimenticare il genere e il pubblico che finora, le hanno dato maggiori soddisfazioni.

Ritorno al teatro di prosa: Carmen

Roma, 15 novembre 1944. La Compagnia Anna Magnani – Carlo Ninchi darà oggi alle ore 16.30 al Teatro Quirino la prima rappresentazione dalla Carmen dalla novella di Prosper Mérimée, riduzione scenica di Gherardo Guerrieri.

Soltanto con una audace ed aggressiva caratterizzazione, come quella conferita al personaggio dal temperamento e dall’ingegno di Anna Magnani, si può salvare Carmen dalla convenzionale oleografico della vecchia tradizione. Il successo dell’attrice è stato eccellente. Benissimo anche Roldano Lupi e Carlo Ninchi nelle rispettive parti di Josè e Garcia. Bene tutti gli altri. Ricche e pittoresche le scene di Cesare Pavani e bellissimi i costumi della Magnani ideati da Leonor Fini.

Carmen di rione

Le storie ufficiali della letteratura francese dicono di Mérimée che era anti-romantico perché era secco, era breve, un disegnatore più che un pittore. E’un luogo comune. Nessuno è nato impunemente nel 1803 e impunemente ha trascorso la sua esistenza per quasi tre quarti di quel secolo. Un obolo sia pure avaro e secco alla grande Cassa di Risparmio del romanticismo tutti quelli che sono vissuti in quegli anni lo hanno versato, né potevano non versarlo. Per di più Merimée aveva il gusto sincero dell’erudizione, dei viaggi eruditi, dei dialetti, del folclore, della filologia sul posto che è un gusto romantico per eccellenza, un gusto dal quale sono uscite molte cose eccellenti, e altre meno eccellenti, come il nazionalismo dei paesi balcanici, le manifestazioni dopolavoristiche altoatesine e la Carmen fatalmente romanesca di Anna Magnani. Voglio dire che è stato il romanticismo ad accreditare ed incoraggiare con le sue tendenziose scoperte folcloristiche quella Internazionale del cuore e del temperamento romantici, quell’imbroglio folcloristico secondo il quale ogni paese, ogni dialetto ha diritto per esempio alla sua Carmen. Perché non dovrebbe averne una anche Trastevere?
Non vorremmo che il lettore equivocasse. La riduzione che Gherardi ha fatto per le scene della celebre novella è in lingua. Ma la Magnani non ha bisogno di un testo vernacolo per ricordarci che essa non è disposta a rinnegare la riva destra del Tevere nemmeno sul Guadalquivir o sulla Senna se è vero, come si dice, che essa vuol regalarci anche una Signora dalle camelie. Interprete affezionata, sincera e spesso acuta dello spirito di quella riva destra, la Magnani deve subirne tutte le conseguenze, insieme ai vantaggi. Il romanesco non è un temperamento drammatico. Contemplativo, scettico, epigrammatico, di poche fedi e molta sfiducia, di spontanea malagrazia, e vanitosissimo del suo olimpico scetticismo e del suo sgarbo solenne, è questo il temperamento ideale per satire, couplet, macchiette, canzoni, monologhi o dialoghi “di comodo” nei quali l’interlocutore ha la sola funzione di provocare la reazione sprezzante sdegnosa, distante e tuttavia sonora e forte del “nume” romanesco. È il genere della Magnani, ma evidentemente esso ha pochissimo da spartire col dramma vero e proprio.
Eppure a un certo punto qualcuno si è detto: è un peccato che un temperamento come quello della Magnani si sprechi nella rivista, è uno scandalo che un richiamo di cassetta come il suo non sia messo al servizio di più degne ambizioni. Vediamo un poco. È già difficile, dato un testo drammatico, cercargli l’attore. Ma impressa quasi disperata è, dato un attore o una attrice, non cercargli un testo ma addirittura crearglielo su misura. Gherardi non è stato da tanto. Egli ha per prima cosa sbagliato nella scelta del personaggio. E se non è stato lui, ha sbagliato chi lo ha scelto. Come accade quasi sempre le somiglianze di maniera, i richiami superficiali non corrispondono all’intima realtà delle cose e dei raffronti.
La Magnani è lontanissima da Carmen, più lontana che da qualsiasi altro personaggio di romanzo o di dramma. “Carmen aveva l’umore com’è il tempo da noi. Mai, nelle nostre montagne, la tempesta è così vicina che allorquando il sole è più brillante”. Di queste contraddizioni la Magnani non ha né il gusto né il naturale intuito. L’umore nero della Magnani, il suo continuo sarcasmo, il suo eterno scontento, quell’aria di chi non ha da apprendere più nulla sula vita, sugli uomini, su se stessa, sono assolutamente l’opposto dell’irrequietezza sessuale, sentimentale e persino morale di Carmen. Carmen crede al destino, ma crede che alla sua iniziativa e alla sua intelligenza, e sa quel che deve al cuore e quel che deve al suo capriccio, ha una sua legge d’onore e una casistica per sottrarsi a qualsiasi legge. È insomma una donna che si guadagna strenuamente la vita, l’amore e l’autorità che la circondano. A suo modo è una donna disinteressatissima e con un fondo di viva, pungente pietà per se stessa che forse è il suo tratto più emozionante. La Magnani ha messo fuori tutte le punte e solo le punte del personaggio e non le tenerezze, la generosità, la “moralità” e quella pietà di se stessa di cui parlavamo. Ci spiace dirlo, ma della Carmen diavolessa l’attrice non è riuscita a darci nemmeno l’infernale e iettatorio “sex-appeal”.
La colpa non è tutta sua. Magra, grama , scolorita era la riduzione che a lei e ai suoi compagni di lavoro offriva pochi e magri pretesti. Sicché Lupi dopo aver messo tutto il sentimento possibile nei primi quadri, si è lasciato andare anch’egli a gratuiti effetti verso la fine. Più netto e robusto, ma anch’esso troppo scarno ed elementare, il Garcia che Ninchi ci ha dato. Di Serato non sapremmo che dire avendo egli pronunciato soltanto poche battute di convenienza.

Sandro De Feo

Cantachiaro

Agli osservatori superficiali (e a lei stessa, persino) può sembrare che in Anna Magnani alberghino due personalità.

Anna Magnani Cantachiaro 1944

Anna Magnani è romana di Roma ed è nata a due passi della Breccia di Porta Pia. La sua recitazione è istintivamente influenzata dalle due grandi doti dei romani: l’ironia e il sentimento. Il pubblico lo sa e quando la vede comparire sulla scena sente spirare l’aria del Trastevere di Gioacchino Belli. “Nannarella nostra” — come la chiamava il pubblico del Teatro Reale di Piazza Sonnino — era fatta apposta per dar vita alla mordace Pasquina che ha entusiasmato gli spettatori di Cantachiaro. Entrata in arte a sedici anni, Anna Magnani è divenuta ben presto una delle attrici più amate dal pubblico; tra le moltissime creazioni, ella ricorda con maggior tenerezza La fioraia, La figlia di Jorio, La Vestale e il Canto dell’amore di Cantachiaro. In prosa, le sue predilezioni vanno alla Foresta pietrificata di Sherwood che interpretò giovanissima, mentre fra i molti film cui ha preso parte preferisce La vita è bella. (dal programma di sala della rivista Cantachiaro)

La rivista, fucinata nella redazione del Cantachiaro, ha punti felici, motivi imbroccati e musiche piacevoli.

Charles Baudelaire si rammaricava di non saper scrivere un vaudeville. Anna Magnani non lascerà le scene col rimpianto di non aver potuto fare qualche cosa per il teatro cosiddetto (e a torto, mio caro Gino Avorio) minore. Questa attrice sta alla rivista come Shakespeare al teatro elisabettiano, come Goldoni alla commedia dell’arte, come Cleopatra Cobianchi alle iniziative peripatetiche. È un’ideatrice. Un’innovatrice. Agli osservatori superficiali (e a lei stessa, persino) può sembrare che in Anna Magnani alberghino due personalità. Secondo il gran pubblico, c’è una Magnani che fa la prosa e un’altra che fa la rivista. Come Adone, dopo morto, soggiornava sei mesi dell’anno, presumibilmente i più freddi, nell’inferno, ospite di Proserpina, e sei mesi nell’Olimpo, a consolare Afrodite, l’attrice della quale discorriamo alterna, difatti, le sue scritture tra i testi di Galdieri e quelli di E. O’Neill, tra Volumineide e La foresta pietrificata. Qualche critico parlò di vero e proprio sdoppiamento. Nè più né meno come Donizetti, prima del manicomio, quando, sentendo il sangue fluirgli verso la tempia destra si precipitava al pianoforte ad acciuffare l’ispirazione della musica seria, aspettando, poi, d’avvertire un analogo fenomeno verso la tempia sinistra per dedicarsi alla musica buffa. Quale delle due sottili tempie preannunzia ad Anna Magnani la fatalità di un nuovo successo comico? O il medianico “avvertimento” è dato per altre vie? In ogni caso, l’annunciatore misterioso è un devoto della fortunata attrice. Perché non c’è una volta che egli si sia ingannato; non una volta che la destinataria del segreto messaggio non abbia saputo decifrarne il più attendibile senso. Tanto che abbiamo il sospetto che il fenomeno donizettiano, se si verifica, è puramente illusorio.

Ricordiamo la Magnani in una non dimenticata interpretazione seria, al teatro delle Arti. Era l’ultima sera di Carnevale del 1938. Per le strade e nei caffè era, ancora, visibile qualche focherello d’euforia carnevalesca. Al caffè Aragno, nido irrequieto di spie e d’agenti provocatori, numeri frequentatori seri e distinti per tutto il resto dell’anno avevano organizzato un veglione sbarazzino, con fiacco ma persistente lancio di coriandoli e stelle filanti e sturamento d’innocue bottiglie. Quella stessa sera al teatro delle Arti si dava la prima rappresentazione della Foresta pietrificata dell’americano Sherwood. Qualche anno prima un film tratto da questo dramma e proiettato anche in Italia con lo stesso titolo aveva avuto un certo successo. Bragaglia, quindi, presentava al pubblico il testo teatrale. Interprete Anna Magnani e non ricordiamo chi altri. Gli spettatori avevano di che fare confronti. Nella versione cinematografica il protagonista maschile era Leslie Howard. Ad Anna Magnani restava semplicemente da competere con Bette Davis. Il sipario si levò sulla prima scena. L’aspettativa era intensa. Molti erano scettici sull’interpretazione della Magnani. Da qualche tempo mancava dalle scene. E poi, dicevano altri, ha un carattere bizzarro; in ogni modo vedremo. Finalmente, Anna apparve alla ribalta, nelle vesti della romantica e inquieta ragazza confinata nella locanda paterna ai margini della foresta pietrificata. La prova del fuoco cominciava per lei. Ecco i primi gesti, le prime battute. Il pubblico pende tutto dalle sue labbra, comprese le mascherine e i carabinieri di servizio. Ma, a un tratto, qualche cosa di strano accade nella platea. Un movimento insolito, come un fremito percorre gli spettatori. All’improvviso, si scorge un signore che si alza dalla sua poltrona, in prima fila, e abbandona rapidamente il teatro. Nel fuggiasco, seguito prontamente da altri tipi, qualcuno riconobbe Virginio Gayda, ostinato frequentatore delle “prime”. Un vero e proprio subbuglio, a un tratto, invase la sala. Pochi pensavano quello che accedeva sul palcoscenico. Che era successo? Di un principio di incendio non poteva trattarsi dato che il pompiere di servizio manteneva, unico fra tutti, un conteggio riservatissimo. E allora? Qualche cosa d’importante era accaduto, non c’erano dubbi di sorta. E non senza ragione Virginio Gayda aveva rinunziato a seguire il resto dello spettacolo. Pochi minuti prima la radio aveva annunziato che era morto d’Annunzio. Sì, perché a quel tempo d’Annunzio era ancora vivo, sia pure tumulato nel sepolcro di Gardone (il sito indubbiamente più adatto per la tumulazione di cadaveri che la Morte ha dimenticato di gettare nel suo carro). Era l’ultima sera di carnevale. Quella notizia aveva un suo significato, un suo valore simbolico. Il Comandante che muore di carnevale è come il libertino colto d’aneurisma in una casa di piacere o il ladro sorpreso con le mani nel sacco. E i funerali del Veggente ebbero luogo, com’è noto, nei primi giorni della quaresima. Furono tuttavia manifestazioni molto grasse, una clamorosa appendice di carnevale. Chi non ricorda i giornali di quel tempo? Al teatro delle Arti, Anna Magnani aveva superato la sua prova, ma d’Annunzio ingoiava le colonne dei quotidiani e anche dei settimanali. Ma, batti e ribatti, l’attrice trionfò del poeta defunto. Il successo si delineò netto. La foresta pietrificata ebbe tante repliche quante il pubblico soleva decretarne ai lavori presentati da Ruggeri o Falconi.

Chi può ricordare tutti i successi di Anna? Di quante riviste non ha costituito la fortuna? Ma qui vogliamo solo precisare il nostro punto di vista sul preteso “sdoppiamento” . Non esiste. Perché quest’attrice non tratta il “comico” come un genere, una particolarità. Ella “interpreta” un personaggio, “rende” un tipo. Presta la sua voce, e il suo canto quando occorra, a una delusione, a una malinconia, a uno smarrimento, a una recriminazione, a una bizza, a una vendetta. Le sue parodie non sono ricalcate sull’originale, i suoi frizzi non sono mossi da risentimenti o personalismi, le sue vittime non sono mai ridotte allo spettacolo di macchiette. E guai quando ella perde questo senso d’imparzialità, quando ella si discosta dalla sua ispirazione, quand’ella perde d’occhio la sua naturale espansività. Guai quando la Magnani vuol far pesare la sua arte. Guai quando il suo orecchio presta ascolto a coloro che la vogliono sempre più brava. In queste, non frequentissime, circostanze richiama con prepotenza alla memoria la figura di Ruggeri che, nelle sue serate d’onore, non si sente stanco di declamare laudi di d’Annunzio e odi barbare del Carducci. Perché, nell’ultima rivista, la Magnani si presenta a recitare quel Canto dell’amore? Respingiamo nettamente l’insinuazione che ve la spingano velleità di facili successi o di più fragorosi applausi. Forse, è una sua romantica debolezza far notare al pubblico della rivista il suo talento di attrice di prosa. Così, nelle sue esperienze di prosa, quante volte è assalita dalla nostalgia di una nuova — o antica canzone. Perché, ripetiamo, la sua personalità non tollera ripartizione. Uno è il suo temperamento. Nè i suoi ritorni al teatro minore sono motivati da motivi pratici o banali. Nè tanto meno risultano l’espressione dello stato d’animo di chi, incompreso o sfiduciato, abbandona il suo mestiere per abbracciarne un altro più umile ma redditizio. La fioraia del Pincio e Cappuccetto rosso non sono il frutto d’una protesta o d’un compromesso. In questo senso è un’eccentrica. Eccentrica non già per i suoi vestiti, i suoi cani, la sua conversazione non perfettamente addomesticata, le leggende che ama creare intorno al suo nome, ecc. … ecc. Eccentrica, invece, perché nel mondo illusorio e convenzionale del palcoscenico ha un posticino tutto per sé. E guai a volerglielo usurpare.

Mercutio

Cantachiaro, rivista satirica in due tempi di Tuddo, Garinei, Giovannini e Monicelli, regia di Oreste Biancoli, Teatro Quattro Fontane, Roma 1 settembre 1944.

Con un palmo di naso..

Anna Magnani e Totò in Salomè, primo tempo della rivista Con un palmo di naso... (1944)
Anna Magnani e Totò in “Salomè”, dal primo tempo della rivista Con un palmo di naso… (1944)

Roma, 27 giugno 1944. Ieri sera al Valle abbiamo assistito alla felice resurrezione dello spettacolo politico satirico, da tanti anni assente dalla ribalte italiane. L’avvenimento è importante e la compagnia Totò Magnani ha egregiamente assolto al compito non agevole di riaccostare, d’un sol colpo, il pubblico romano a un genere tanto scottante e pericoloso. Il successo è stato completo. Totò ha rivelato, specialmente nelle caricature di Hitler e Mussolini, una violenza mordace che non conoscevamo in lui. La Magnani ha confermato il forte temperamento di attrice che tutti ammirano in lei. È difficile trovare in Italia un’altra attrice che abbia un vigore mimico così travolgente, una simile tempestiva e franca agilità di passaggi dal drammatico al comico, dal tragico al grottesco. Non nascondiamo una certa nostalgia delle sue interpretazioni di Anna Christie e di Foresta pietrificata.
Bene gli altri, e particolarmente Gianni Agus.
La rivista di Galdieri è ben costruita nel complesso. Si desidererebbe qualche taglio per abbreviarla e snellirla. Molte belle trovate.
Non meno interessanti le reazioni del pubblico a questo primo libero volo della rivista satirica.

Tempo fa, su un giornale teatrale, Vittorio Calvino, parlando di Anna Magnani, intitolava il suo articolo: «Il fenomeno Magnani». E nel caso della nostra cara attrice si può ben parlare di «fenomeno».
Anna Magnani ha in sé gli stessi elementi della «pila elettrica» con una sola differenza: che della pila è naturalmente molto più bella. Così viva, così vibrante e piena di brio, ella sembra veramente una sorgente di elettricità, di energia, di vitalità, di forza, di allegria, di serenità. Ha il teatro nel sangue: sembra nata per recitare le commedie di Aristofane e nello stesso tempo ha in sé tutti i numeri per essere la protagonista delle nostre più belle tragedie. Ti pare che ella sia fatta solo per la calda e viva e immediata satira popolaresca, traboccante di ironia, di motteggi, di sottintesi e con pari facilità e pari successo può recitare il nostro repertorio classico.
E giustamente Calvino concludeva il suo articolo: «A me piace pensare che Anna Magnani non sia né comica del tutto, né del tutto tragica. C’è qualcosa di meglio in lei, che forse lei stessa ignora. Un fondo semplice, schietto, di accorata e toccante umanità. Forse lei stessa non lo sa, ma nelle sue risate, nei suoi lamenti, c’è la nostalgia, il desiderio ancora inappagato, di esprimere la gioia e il dolore, le speranze e i sogni di una umile creatura umana, una donna così, come tante donne, per cui la vita è piccolo sogno, piccola speranza, piccola gioia, piccolo dolore…».

Con un palmo di naso… rivista di Michele Galdieri – Compagnia Grandi Riviste Totò-Magnani, Teatro Valle, Roma 26 giugno 1944.