Finalmente soli di Giacomo Gentilomo 1942

L’intreccio è ricco di situazioni paradossali, di fulminei colpi si scena e spassosi imprevisti, che si susseguono con ritmo celere.

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Anna Magnani e Maria Mercader
Anna Magnani e Maria Mercader nel film “Finalmente soli” di Giacomo Gentilomo (1942)

Giugno 1941

Ho perduto mia moglie, è il titolo provvisorio di un nuovo brillantissimo film di produzione Incine, la cui lavorazione è stata iniziata in questi giorni, negli Stabilimenti Pisorno di Tirrenia, con la regia di Giacomo Gentilomo. La vicenda trae lo spunto da un celebre lavoro teatrale a grande successo, interamente rielaborato e adattato per lo schermo da Mino Cuadana, al quale si deve anche la sceneggiatura. L’intreccio è ricco di situazioni paradossali, di fulminei colpi si scena e spassosi imprevisti, che si susseguono con ritmo celere.

GiPer la interpretazione dei vari personaggi è stato chiamato un folto gruppo di ottimi attori tra i quali, principali, vi sono: Enrico Viarisio, Maria Mercader, Maurizio D’Ancora, Pina Renzi, Virgilio Riento, mentre in altri ruoli agiscono Dina Sassoli, Ernesto Almirante, Miguel Del Castillo, Eduardo Toniolo e numerosi altri.

Architetture e costumi sono stati disegnati da Veniero Colasanti; la fotografia è dell’operatore Peppino La Torre. Collaboratore alla regia è Mario Monicelli. L’organizzazione generale del film è curata dal Comm. Eugenio Fontana.

Mentre si gira alla Pisorno Tirrenia

Ecco Maria Mercader in un radioso abito nuziale coro rosa, audace creazione della moda del 1901. Sorrideva, felice, al fotografo: e nel suo sorriso ci sembrò di ritrovare quello della mamma, il giorno del matrimonio. Ecco Maurizio d’Ancora, bello e romantico, con la giubba a quattro bottoni e la cravatta a farfalla. Faceva roteare con maliziosa grazia un sottile bastoncino di bambù: proprio come doveva fare nostro padre, a vent’anni, sul Corso Vittorio Emanuele II, nell’ora del passeggio elegante.

Tutti li ritrovammo. Perfino il caro e scapestrato zio Giovanni, somigliantissimo a Riento. Perfino la canzonettista Lulù, identica ad Anna Magnani. Perfino il mite e morigerato cugino Filippo, autore di uno studio sulla poesia del Metastasio assolutamente inedito ed orgoglio della famiglia, in tutto simile ad Enrico Viarisio.

Non mancava nemmeno, impersonato da Lia Corelli, il “caro frugolino” (detto anche “vispo diavoletto”) che imperversava con le sue adorabili monellerie in tutti i salotti del 1900.

Negli interpreti di Ho perduto mia moglie, una farsa cinematografica che Giacomo Gentilomo sta realizzando con intelligente sensibilità per la Incine – Viralba e che Veniero Colasanti  ha gustosamente ambientato, non ci sembrò di vedere il solito gruppo di attori in attesa di girare, ma una serie di personaggi vivi e veri giunti, dopo un magico viaggia a ritroso nel tempo, dagli anni leggendari in cui nostra zia Grazia amoreggiava in segreto con il tenente del Nizza Cavalleria e nostra cugina Giuseppina confidava al diario rilegato in moirée i suoi peccaminosi rapporti epistolari con il poeta Giuseppe Bagnasco; in cui nostro padre discorreva in faglia della Bella Otero in modo tale da autorizzare in tutti il sospetto che fra lui e la maliarda fosse intercorsa una relazione, e nostro cugino Ferdinando percorreva una brillante carriera amministrativa ai Grandi Magazzini Bocconi.

Restammo a lungo a guardarli, i personaggi di un tempo che adoriamo perché vide la felicità di tante creature che ci sono, o ci furono, care. Fino al momento in cui l’energico richiamo del direttore di produzione non li strappò alla nostra fantasticheria.

Poi ce ne andammo, confortati dal pensiero che li ritroveremo tutti alla prima di Ho perduto mia moglie.

Quella sera ci parrà di essere accorsi ad un appuntamento con la nostalgia

Mino Caudana

Teresa Venerdì di Vittorio De Sica

Vittorio De Sica alla macchina mentre gira "Teresa Venerdì" nei teatri del Centro Sperimentale di Cinematografia (Roma, agosto 1941)
Vittorio De Sica alla macchina da presa mentre gira “Teresa Venerdì” nei teatri del Centro Sperimentale di Cinematografia (Roma, agosto 1941)

Il primo film veramente importante della Magnani fu Teresa Venerdì di Vittorio De Sica (1941). Non lo citiamo per sottolineare l’incontro tra due personalità che poi avrebbero tanto dato alla grande stagione del cinema italiano 1945-50, ma perché davvero in quel film si offerse ad Anna la possibilità di disegnare un personaggio che non fosse una semplice apparizione o uno stanco ricalco di cento personaggi precedenti, già logorati dalla letteratura, dal teatro e da cento brutti film.
Guido Bezzola
(Anna Magnani, Guanda, Parma 1958) 

Fu il suo primo vero film. Vederla recitare fu uno spettacolo, un godimento. In Teresa lei faceva la parte della donna gelosa, possessiva, un po’ guitta. Dimostrò tutto intero il suo straordinario talento. Forse è vero, come qualcuno ha detto e scritto, che la Magnani non era intelligente, ma aveva un grande, straordinario istinto. Anche Totò era così, anche Ruggero Ruggeri, anche Viviani, che era uno scugnizzo. Era gente che forse non leggeva neanche il copione per intero, ma che si calava completamente, totalmente nel personaggio, lo faceva suo. Del resto i più grossi interpreti di Shakespeare sono dei guitti. L’attore, il grande attore, non è uno che pensa tanto su, uno che teorizza. Il grande attore recita. Del resto basta vedere che cos’è successo con il neorealismo. Il neorealismo è finito nel momento in cui ci si è messi a discuterlo, a vivisezionarlo, a cercar per forza dei grandi significati. Anna Magnani non era un’intellettuale, era una forza della natura. Ti metteva soggezione.Mi ricordo che quando giravamo Teresa Venerdì lei si era accorta di questa sua forza, di questo suo potere, soprattutto nei confronti miei, di me che ero, allora, timidissimo. E si divertiva a sfrucugliarmi. Mi si piazzava davanti mani sui fianchi e mi diceva: “Eh, Vittorio, dì la verità, tu sei un timido. E’ vero che sei un timido?”. E io, rosso come un peperone, “Ma no, che dici Anna, non è vero”. Soggezione Anna me l’ha fatta sempre, anche dopo, anche quando i nostri incontri erano diventati saltuari.
Vittorio De Sica
(L’Europeo, 11 ottobre 1973)