Anna Magnani all’Arcimboldi di Milano

“nella terza commedia si fece molto applaudire, per la spigliata comicità, la signorina Magnani”

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La Compagnia del Teatro Arcimboldi

Vita relativamente breve, ma fervida, dal 1925 all’inizio della Seconda guerra mondiale, ebbe il Teatro Arcimboldi il quale prendeva nome dal palazzo della famiglia Arcimboldi, situato in via Unione numero 12. Adesso lo richiamerebbe un microteatro. Affreschi, stucchi dorati, specchi formavano cornice e stile della sala; un teatrino patrizio, tra i gioielli del Settecento lombardo. L’attività artistica dell’Arcimboldi si divide in quattro fasi, estremamente diverse fra loro. Si sperimentò anzitutto il teatro “a sezioni”: una serie di atti unici recitati, oltre che di sera, anche in molti pomeriggi alle 17. Scherzosamente l’Arcimboldi era anche soprannominato “il teatro delle signore” o “il teatro del tè”. Si succedettero alla direzione del teatro e della Compagnia: il Vitti, il quale vi restò poco tempo perché passò a dirigere un altro teatrino del genere che ebbe vita brevissima, Virgilio Talli (dal ’26 al ’29) il quale aprì una scuola di recitazione; Guido Barbarisi e Arturo Falconi (1929-’30); Nera Grossi Carini (1930-’31; Dora Menichelli ed Ettore Berti.
(I Teatri di Milano, Domenico Manzella – Emilio Pozzi, Mursia & C., Milano 1971)

L’alibi – Il velo impigliato – Un uomo, una donna e un milione all’Arcimboldi

Milano, 6 dicembre 1930

La Compagnia diretta da Nera Grossi Carini ha inaugurato ieri sera all’Arcimboldi, fra gli applausi d’un pubblico numerosissimo, il corso delle sue recite. Carlo Veneziani, prima che si aprisse il velario, ricordò il recente passato artistico della signora Grossi Carini, attrice intelligente e valente, ed espose in brevi parole il programma di italianità che ella, alla testa di un gruppo di giovani, si propone. Poi sono state rappresentate tre commedie nuove, e tutte ottennero lietissimo successo e si chiusero con ripetute evocazioni degli interpreti alla ribalta.

(…)

Un uomo, una donna e un milione, di Giuseppe Bevilacqua, si fa assistere alle comiche disavventure di un povero commesso di negozio che, improvvisamente, ha vinto un milione alla lotteria. Gli amici se lo contendono e lo tiranneggiano, coi loro consigli, che vogliono essere saggi e utili, e, invece, sono prepotenti e tutt’altro che disinteressati; e la ispida moglie che da due anni l’aveva piantato, ore gli piomba addosso, armata dei diritti che le dà il Codice, proprio quando egli sta per bere, per la prima volta alla coppa del folle piacere, in compagnia di una vezzosa ballerina. Il povero milionario passa parecchi guai. Tra essi il più cospicuo è una constatazione d’adulterio con minaccia d’arresto immediato, per opera di un commissario di pubblica sicurezza. Per di più, l’amante della ballerina vuole bastonarlo. Gli conviene rassegnarsi, e tenersi la moglie, raddolcita dal milione. L’atto e brillante, animato e ha fatto ridere.

La Compagnia ha mostrato di essere ben diretta. Le due prime commedie  furono recitate con molta cura e ottimo effetto, da Anna Fontana, che si fece ammirare per la spontaneità, la signorilità, la misura, dal Tassani, buon attore e accurato; nella terza commedia si fece molto applaudire, per la spigliata comicità, la signorina Magnani.

Renato Simoni

Un uomo, una donna e un milione

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(in lavorazione…)

Triangoli di Dino Falconi e Oreste Biancoli

Triangoli, fantasia in tre sogni e otto quadri di Dino Falconi e Oreste Biancoli. Milano, Teatro Manzoni 18 gennaio 1930

Milano, 19 gennaio 1930

Personaggi principali: Elsa Merlini, Ruggero Lupi e Luigi Cimara, in persona. Li vediamo in palcoscenico, mentre provano qualche scena e attendono un attore che verrà a leggere una nuova commedia. Intanto la stanchezza e il tedio di vivere sempre allo stesso modo, recitando sempre parti che si assomigliano, li assalgono. Soprattutto da loro fastidio quella perenne fissità dei ruoli, che finisce a caratterizzarli anche fuori della scena; l’uno reciterà sempre parti di marito ingannato, l’altro sempre parti di amante, e la signora sarà sempre la moglie dell’uno e l’amante dell’altro. Ah, uscire da questo triangolo sul quale il repertorio teatrale poggia! Ma come? Cimara vorrebbe fare un viaggio lungo, addirittura fuori della realtà, nel mondo delle belle antiche mitologie, anche a costo di non restare in pianta stabile sull’Olimpo, e di dare qualche capatina, giù, nell’inferno rovente. Lupi è più fedele al teatro; gli piacerebbe rimanerci, ma cambiar genere. Sogna il circo equestre, oppure il teatro americano, tipo Broadway, dove il formidabile triangolo non ci deve essere. Quanto alla signora Merlini, ha innocentissimi gusti arcadici. Gusterebbe la campagnetta, la casettina, il giardinetto, l’orticello e la basse-cour, con le galline, le oche, il tacchino pettoruto e rabbioso e il porcellino color rosa.

I tre attori sognano così, a occhi aperti, ciò che non hanno, mentre il sopraggiunto autore legge gli atti lunghetti del suo capolavoro; ma finiscono a continuare il sogno a occhi chiusi, perché si addormentano profondamente.

Li vediamo allora nei vari mondi e nei diversi luoghi che avevano vagheggiati. Ecco l’Olimpo. Pare un palazzo di banchieri. Vi si trovano raccolti i Numi, ma non si sente spirar l’ambrosia. Sembrano gente dei tempi nostri. Giove è un finanziere ribassista , Giunone, una dama matura che compera la tenerezza dei giovanotti, Marte, un ufficiale di cavalleria, Venere, una signora fedele fino a un certo punto, Vulcano, un marito utilitario e accomodante, Apollo, un tenore spropositone, Dionisio, un americano ubriaco. E il triangolo c’è anche qui: Vulcano, Venere e Marte. Giù all’inferno, dunque, che è un grande albergo che accoglie ospiti d’ogni qualità, da Salomé a Petronio arbitro, da Paganini a Rasputin; e anche qui il triangolo si forma, perché Cimara vi fa la conoscenza del fatalissimo Don Giovanni Tenorio e gli seduce l’amante prediletta, Ines de Ulloa, la figlia del convitato di pietra.

Vediamo se Lupi ha migliori fortune. Eccolo nel circo, tra ginnasti giocolieri, che fanno con pittoresca e stilizzata acrobazia le piccole cose di buono e cattivo gusto che si compiono in società. Ed ecco anche qui il terzetto: la moglie, che solleva i pesi, se la intende col giovane che si fa sollevare, che è Cimara, volante come un cherubino, tirato su da un filo di acciaio. Balziamo nel teatro americano. Assistiamo all’Otello, ridotto a spettacolo poliziesco con apaches e con girls. Triangolo anche qui: Otello, Desdemoda e il povero Cassio; terzetto innocente; ma le apparenze ci sono.

Tra i fiori e le bestie, le cose non vanno meglio. Il sole adora la campanula, e la campanula non sogna che quel pallido Pierrot dei cieli che è la luna; e la rondinella tradisce il suo legittimo rondone con un rondinino più snello e galante. triangoli, triangoli! I tre attori se lo sentono ripetere, quando, alla fine della lettura della commedia, si risvegliano, da un signore che sta in platea: la vita si basa sul tre, il più bel numero e il più perfetto. Sulla canzone del tre cala la tela.

Questo è la fantasia a caratteri di rivista che iersera la Compagnia Niccodemi ha rappresentato. Spettacolo piacevole, sebbene non senza difetti e non senza qualche prolissità nel primo atto; spettacolo ricco di particolari, con un secondo atto particolarmente vivace, rivestito da un dialogo festoso, di musiche e di danze, e messo in scena con ricchezza e artistico splendore di costumi e di scenari del pittore Abkasi. La dimostrazione del persistere del triangolo in cielo, in terra e in ogni luogo è fatta con gioconda fantasia specialmente nei quadri del circo e del teatro americano. La parodia mitologica, che ha tanta parte nel prim’atto, è apparsa troppe volte sulle scene, da Offenbach in poi; e si è sempre basata sull’anacronismo. È quindi una comicità già nota e superata. Ciò ha fatto sì che il primo atto mancasse di sorprese vere e proprie, sebbene vi abbondino i tratti allegri e le composizioni graziose. Trattando una più fresca materia, nei due quadri del secondo atto, gli autori hanno avuto la mano più fresca e l’estro più vario e più gaio. Il quadro del circo è tutto ridente di burla felice; la fusione dell’Otello con Broadway è fatta con buonissima malizia caricaturale. Il terz’atto ha toni più tenui, morbidezze più eleganti e languide e cerca solo i mezzi toni; ma l’ultimo quadro, che ci presenta il risveglio dei tre attori, è, come già era stato il prologo, animato, spiritoso, colorito, e si chiude con strepitosa allegria.

Triangoli manca di un poco di pepe in certi quadri e di quella precisione dei bersagli che rende brillante la satira. Fin che si sta sulle generali e si deridono i vizi della società, si moralizza senza pizzicare. Questo non continua aderenza a cose conosciute, si è sentita talvolta ieri sera; e si sarebbe anche desiderato che le belle musiche che il maestro Ermete Liberati ha scritte fossero più sbrigliate, e le altre, di canzoni, d’operette e d’opere che ha adattato alle strofe e ai couplets, fossero scelte tra le più burlesche. Il pubblico ha applaudito le arie del maestro Liberati carezzevolissime, ma più delicate che frizzanti; e questo genere le vuole soprattutto frizzanti.

La Compagnia Niccodemi, passando dal suo solito repertorio a questo genere di teatro leggero e spregiudicato, ha mostrato una straordinaria duttilità. Ieri, al Manzoni, tutti hanno recitato benissimo e tutti hanno cantato con brio e con un’aria di lieta canzonatura divertentissima. Elsa Merlini ha conquistato subito il pubblico. Deliziosa attrice  comica, fine e spontanea, d’una misura piena di garbo e di leggiadria, dicitrice di canzoni squisita, fu continuamente applaudita con calore e viva simpatia. Il Cimara trovò una buffoneria semplice, signorile e disinvolta, saporitissima; il Lupi, una fiera comicità, in modo di ridere col broncio, di molto effetto; il Besozzi, in cinque o sei personificazioni, recitò con una gaiezza eccezionale e con versatile talento di imitazione e di caricatura; il Brizzolari recitò e cantò anch’esso inappuntabilmente. Sono poi da ricordare le signorine Puccini, Magni e Magnani, le signore Conti e Donadoni, il Marini, il De Luca, il Meneghetti.

Al primo atto ci furono applausi a scena aperta alla fine del primo quadro e due chiamate al calar della tela, con qualche contrasto; nel secondo atto, furono interrotti da ripetuti applausi, tanto il quadro del circo che quello dell’Otello, e poi ci furono ancora due chiamate alla fine; due applausi a scena aperta e due chiamate finali nel terz’atto.

Renato Simoni