La Lupa al teatro La Pergola

Il volto della Magnani ha, come gli spettatori di tutto il mondo sanno, la intensità, la forza, la ragione di una espressività dolorosa

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Anna Magnani (La lupa di Giovanni Verga, regia di Franco Zeffirelli 1965)
Anna Magnani (La lupa di Giovanni Verga, regia di Franco Zeffirelli 1965)

Un grande successo, e per Anna Magnani un trionfo, la rappresentazione de La lupa di Giovanni Verga al maggio musicale fiorentino, con la regia di Franco Zeffirelli. Un pubblico da grande occasione — bei nomi del cinema in testa — non si è stancato di tributare applausi e affetto alla Magnani che infine apparve commossa, stordita da quella calda ondata di battimani.

Ho voluto mettermi subito la coscienza in pace con la cronaca, perché la mia idea sullo spettacolo di Zeffirelli, se non sulla interpretazione di Anna Magnani, è del tutto diversa da quella, così calorosamente consenziente manifestata dal pubblico del Teatro della Pergola.

Di fronte al dramma della donna assettata e dannata, di fronte alla densa illustrazione veristica nella cui cornice matura e si compie il destino di Gnà Pina e di Nanni Lasca, Zeffirelli si è posto con l’intenzione evocativa di chi si accinge a sfogliare un album di immagini, per entrare nel gusto e nello stile di un’epoca, di una stagione. Il suo spettacolo, a cominciare dalle scene minuziosamente realistiche da lui stesso disegnate, si consegna, con un totale abbandono, ad una convenzionale definizione de La lupa, e sembra quasi di sentire vicina, nel calderone delle passioni e degli istinti, in quella religiosità fatta di mito e di superstizione, la esplosione dannunziana. Persino la composizione dei quadri scenici sembra ispirarsi agli illustratori de un ottocento colorito e manierato.

Ma in questo gran quadro, accesamente evocativo, corrono delle profonde contraddizioni e su di esso pesa, persino, qualche caduta di gusto. Così, quando l’illustrazione si anima, sfrenandosi nel gioco o nel ballo o nella rissa, altre suggestioni compositive vengono sovrapponendosi allo sfondo veristico, e balenano, allora scatti di violento realismo, che riportano al regista di Giulietta e Romeo, alle risse ed ai duelli  dei giovani veronesi. E ancora, quando il regista indugia puntigliosamente sul versante farsesco — appoggiato, assai inopportunamente su una processione portata sullo sfondo della scena —, o accentua il dato realistico — Gnà Pina e Nanni Lasca cadono avvinghiati sulla paglia, al termine del primo atto, invece che allontanarsi nella notte, come l’autore suggerisce — ci si può domandare a quale “tempo” dello spettacolo corrispondono queste derivazioni.

Ma la contraddizione insuperabile è quella che isola Gnà Pina dal quadro in cui si compie il suo dramma.

La storia raccontata nel dramma, (e tratta, come si sa, insieme con la più diretta Cavalleria Rusticana dalle novelle di Vita dei campi) è quella di una vedova non più tanto fresca ma viva e rapace di sensualità, che si innamora di un giovane bracciante, Nanni Lasca e che averlo gli dà in moglie la figlia Mara. Questo rapporto scomunicato è uno scandalo nel paese, un dolore senza fine per la giovane sposa (Anna Maria Guarnieri fa di Mara una figura di nitida sensibilità, componendo un carattere significativamente vicino, a mio avviso, al fondo tragicamente religioso del dramma). Per i due amanti è l’inferno; un inferno verso il quale Gnà Pina conduce Nanni Lasca, incitandolo a darle la morte, quando sente di poterlo perdere. E il giovane, attratto senza scampo anche questa volta, la uccide.

Ora, Zeffirelli ha scelto per la Magnani la strada dell’affinamento interiore del personaggio, ha collocato desiderio e disperazione in fondo al cuore della donna, lasciando che dolore e passione demoniaca trasparissero dagli occhi duri e accessi dell’attrice. E il volto della Magnani ha, come gli spettatori di tutto il mondo sanno, la intensità, la forza, la ragione di una espressività dolorosa: la Gnà Pina di Anna Magnani guarda fin dalla sua apparizione, l’inferno in cui vive.

Ma che senso può avere questa intensa presenza, se intorno ad essa è bandito il sortilegio fosco della notte sull’aia, con la zia Filomena che evoca antiche storie di magia impastandole con la preghiera cristiana? La zia Filomena di Ave Ninchi è una estroversa massaia rurale, una gran chioccia naturalistica. E ancora, la esaltazione di Gnà Pina, il suo destinarsi all’unione di sangue con l’uomo sempre desiderato, come può nascere così dolorosamente dal  cuore, se intorno si espande il ritmo esterno del melodramma? E nel secondo tempo il Nanni Lasca di Osvaldo Ruggeri è un affannato eroe rusticano, consumato tutto in uno sterile impeto esteriore.

Insomma, si avverte in questo spettacolo l’amaro di una occasione perduta: quella di ritrovare alla storia verghiana una dimensione capace di restituirla ad una sensibilità moderna, ad un giusto modo di raccontarla.

È inutile proporre questo capolavoro del verismo italiano, assente da oltre quarant’anni dai nostri palcoscenici, se non si lavoro su di esso nel senso di una prospettiva critica che si capace di suggerire il peso del Verga — l’unico poeta di teatro, dopo Manzoni, che abbia avuto l’Italia dell’Ottocento — sosteneva D’Amico — nella storia della nostra letteratura drammatica; estraneo ad una simile intenzione, lo spettacolo di Zeffirelli ha addensato su La lupa tutta un’antica serie di equivoci veristici e naturalistici.

E, infine, è difficile scacciare la sensazione che a guidare il regista sia stata, soprattutto l’idea di fare uno spettacolo, come si dice, da Festival: tanto che i palati facili, tanto per i pubblici stranieri, tanto per la mondanità. Ma c’è il volto stupendo, indimenticabile, della Magnani a suggerire la possibilità di tensione tragica che il dramma di Verga contiene e che Zeffirelli ha disperso nella gran ruota del colore e del movimento.

Mario Raimondo, Firenze 6 giugno 1965

Anna Magnani all’Arcimboldi di Milano

“nella terza commedia si fece molto applaudire, per la spigliata comicità, la signorina Magnani”

La Compagnia del Teatro Arcimboldi

Vita relativamente breve, ma fervida, dal 1925 all’inizio della Seconda guerra mondiale, ebbe il Teatro Arcimboldi il quale prendeva nome dal palazzo della famiglia Arcimboldi, situato in via Unione numero 12. Adesso lo richiamerebbe un microteatro. Affreschi, stucchi dorati, specchi formavano cornice e stile della sala; un teatrino patrizio, tra i gioielli del Settecento lombardo. L’attività artistica dell’Arcimboldi si divide in quattro fasi, estremamente diverse fra loro. Si sperimentò anzitutto il teatro “a sezioni”: una serie di atti unici recitati, oltre che di sera, anche in molti pomeriggi alle 17. Scherzosamente l’Arcimboldi era anche soprannominato “il teatro delle signore” o “il teatro del tè”. Si succedettero alla direzione del teatro e della Compagnia: il Vitti, il quale vi restò poco tempo perché passò a dirigere un altro teatrino del genere che ebbe vita brevissima, Virgilio Talli (dal ’26 al ’29) il quale aprì una scuola di recitazione; Guido Barbarisi e Arturo Falconi (1929-’30); Nera Grossi Carini (1930-’31; Dora Menichelli ed Ettore Berti.
(I Teatri di Milano, Domenico Manzella – Emilio Pozzi, Mursia & C., Milano 1971)

L’alibi – Il velo impigliato – Un uomo, una donna e un milione all’Arcimboldi

Milano, 6 dicembre 1930

La Compagnia diretta da Nera Grossi Carini ha inaugurato ieri sera all’Arcimboldi, fra gli applausi d’un pubblico numerosissimo, il corso delle sue recite. Carlo Veneziani, prima che si aprisse il velario, ricordò il recente passato artistico della signora Grossi Carini, attrice intelligente e valente, ed espose in brevi parole il programma di italianità che ella, alla testa di un gruppo di giovani, si propone. Poi sono state rappresentate tre commedie nuove, e tutte ottennero lietissimo successo e si chiusero con ripetute evocazioni degli interpreti alla ribalta.

(…)

Un uomo, una donna e un milione, di Giuseppe Bevilacqua, si fa assistere alle comiche disavventure di un povero commesso di negozio che, improvvisamente, ha vinto un milione alla lotteria. Gli amici se lo contendono e lo tiranneggiano, coi loro consigli, che vogliono essere saggi e utili, e, invece, sono prepotenti e tutt’altro che disinteressati; e la ispida moglie che da due anni l’aveva piantato, ore gli piomba addosso, armata dei diritti che le dà il Codice, proprio quando egli sta per bere, per la prima volta alla coppa del folle piacere, in compagnia di una vezzosa ballerina. Il povero milionario passa parecchi guai. Tra essi il più cospicuo è una constatazione d’adulterio con minaccia d’arresto immediato, per opera di un commissario di pubblica sicurezza. Per di più, l’amante della ballerina vuole bastonarlo. Gli conviene rassegnarsi, e tenersi la moglie, raddolcita dal milione. L’atto e brillante, animato e ha fatto ridere.

La Compagnia ha mostrato di essere ben diretta. Le due prime commedie  furono recitate con molta cura e ottimo effetto, da Anna Fontana, che si fece ammirare per la spontaneità, la signorilità, la misura, dal Tassani, buon attore e accurato; nella terza commedia si fece molto applaudire, per la spigliata comicità, la signorina Magnani.

Renato Simoni

Un uomo, una donna e un milione

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(in lavorazione…)

La Lupa di Giovanni Verga al XXVIII Maggio Fiorentino

La Magnani torna alla prosa con La Lupa che Zeffirelli ha allestito con l’entusiasmo, il calore e il colore con cui, nel 1949, mise in scena Cavalleria e Pagliacci al Covent Garden di Londra

Anna Magnani in La Lupa di Giovanni Verga
Anna Magnani in La Lupa di Giovanni Verga

Con successo e autorità, Anna Magnani è tornata al teatro di prosa interpretando La Lupa di Giovanni Verga, al XXVIII Maggio Fiorentino, per la regia di Franco Zeffirelli. Come molto frequentemente capita, nonostante la bravura, statura e larghi riconoscimenti internazionali — e forse proprio per questo — produttori e registi sembravano essersi dimenticati di un’attrice del calibro di Anna Magnani. Nonostante l’indimenticabile interpretazione di Roma città aperta, nonostante gli episodi di Amore di Rossellini-Fellini, Bellissima di Visconti, Nella città l’inferno di Castellani, nonostante l’Oscar americano per la migliore attrice, Anna Magnani era stata messa da parte oppure veniva invitata a esporsi in filmetti, che costituivano per l’attrice più umilianti infortuni che possibilità d’interpretazioni. Di questo passo sarebbe tornata agli stentati inizi dei film tipo La cieca di Sorrento, Teresa Venerdì, L’ultima carrozzella, Campo de’ fiori, ecc.

Il fatto è che in Italia per starsene al caldo dentro l’uovo occorre far parte di particolari sindacati cui si è ammessi soltanto se si dimostra di appartenere a un dato livello di aurea mediocritas non ché perfettamente omogeneizzati, condizionati, integrati e assimilabili. Chi possiede  forte e distinta personalità è obbligato a starsene fuori del guscio. Gli outsiders sono dunque destinati alla fame e all’oblio, fatta eccezione per coloro che resistono fino a sottomettere la massa degli integrati, sempre ben lieti, questi ultimi, di credere, obbedire e combattere per chi glielo imponga con le buone o, meglio, con le cattive. In Italia, il tempo, di solito, da ragione agli outsiders, a meno che questi non si addormentino, nel qual caso il brulicante lavorio dei topi finirà di nuovo per escluderli. È appunto il caso di Anna Magnani. Quando nella stagione 1939-40 Anton Giulio Bragaglia le affidò il ruolo di protagonista, a fianco di Carlo Tamberlani, in Anna Christie di O’Neill al Teatro delle Arti, il pubblico fu immediatamente conquistato ed esaltato dall’eccezionale forza drammatica dell’attrice che disegnò stupendamente quel personaggio (già interpretato in film da Greta Garbo nel 1930). Di fronte alla rivelazione di Anna Magnani, attrice drammatica, la critica del tempo non si sbilanciò; dopotutto — si disse — Anna Magnani proveniva dalla rivista e i suoi autori erano Biancoli, Falconi e Galdieri? Per sei anni Bragaglia di sbracciò nel vuoto affermando che la Magnani era una grandissima attrice. Il tempo, come al solito, gli diede ragione, anche se l’altrui senno di poi è sempre più amaro del proprio.

Dopo venticinque anni, dunque, la Magnani torna alla prosa con La Lupa che Zeffirelli ha allestito con l’entusiasmo, il calore e il colore con cui, nel 1949, mise in scena Cavalleria e Pagliacci al Covent Garden di Londra; spettacoli quelli che sbalordirono gli inglesi e che gli aprirono le gelose porte dell’Old Vic. Da quel momento Zeffirelli, dopo quindici anni di oscuro e durissimo tirocinio, in gran parte agli ordini di Visconti, entrò nella King’s society’s dei registi, dimostrando, in seguito, con Romeo e Giulietta e con Chi ha paura di Virginia Woolf?, di valere assai più dello stesso Visconti. Se il conte maestro esauriva il suo genio quasi esclusivamente nello splendore veristico della scenografia, Zeffirelli usciva dai troppo facili schemi della recitazione naturalistica e nervosa per obbligare gli attori non più a recitare ma a interpretare i loro personaggi. Per il personaggio di ‘gna Pina (cioè La Lupa) il nome di Anna Magnani veniva spontaneo a Zeffirelli (che nel 1947 era stato oscuro attore a fianco dell’attrice nel film L’onorevole Angelina) l’ha chiamata rompendo con spontaneità, coraggio e fantasia quei diaframmi mentali che impediscono i normali rapporti di lavoro con gli outsiders.

Franco Zeffirelli, affascinato dalla verità delle passioni che agitano i personaggi della tragedia, non ha voluto porsi a priori problemi d’indole filologica estetica e storica. Ha messo da parte ogni diatriba  sul Verismo e sul Naturalismo e si è gettato alla realizzazione guidato unicamente dal suo istinto. N’è sortito uno spettacolo indubbiamente affascinante cui però non giova la scena dello stesso Zeffirelli pedissequamente veristica nei particolari (stile viscontiano) non ché un piglio ch’è più vicino al melodramma (del resto la prima stesura de La Lupa era in versi e destinata alla musica di Puccini) che alla tragedia rusticana; i personaggi arrivano a conclusioni che non sembrano del tutto giustificate almeno sul piano drammaturgico. ma questo s’è detto, è un difetto del testo tra l’altro manipolato dal regista. Lo spettacolo è ricco, mosso e colorato con lampi sgargianti e morbide venature, zone d’ombra, trasalimenti, furori e chiaroscuri. Di statura imponente, la Magnani si mangia tutti gli altri interpreti, dalla labile, artefatta e sofisticata Anna Maria Guarnieri — sua figlia e rivale in amore — al belloccio e burbanzoso Osvaldo Ruggieri — marito e genero animato da un moralismo contadino così esplosivo da costringerlo alla fine spaccare la testa con una scure alla suocera provocante, lupigna, ingorda e passionale. Molto bene Ave Ninchi (in una parte comica), Giannini, Mantesi, Duse e tutti gli altri, paesani, villani, coristi, danzatori, pifferai e scacciapensieristi su musiche di Testa e Nicolaj. Naturalmente i consensi sono stati trionfali.

Alberto Perrini
Firenze, Maggio 1965

La Lupa Anna Magnani Company

The play is plainly suitable as a gilt edged star chariot, and Magnani by all accounts does magnificently

Photo of Anna Magnani and Osvaldo Ruggeri in La Lupa
Photo of Anna Magnani and Osvaldo Ruggeri in La Lupa taken by Michelangelo Durazzo

London, June 1969

Nothing to tell about the Anna Magnani Company‘s work because it doesn’t exist. It’s simply formed whenever the occasion demands it to perform La Lupa. It opened the production in Florence in 1965, and since then has played in Milan, Rome and Genoa as well as visiting Russia, Austria, Switzerland and France. Not unusually, England is last on this impressive list: without Peter Daubeny it’s doubtful if it would be on it at all.

The production marks Anna Magnani‘s return to the stage. The occasion of its opening in Florence sounds pretty impressive, the whole audience going wild after Magnani‘s fifteen-year absence from the stage. It was performed at the Maggio Musicale which was coincidentally (or maybe deliberately) the scene of so many extravagant and hugely expensive productions just after the war. It was then a theatre run on the lines of an opera-house, with just three or four exclusive productions running for just a few nights each. Critics feared Magnani‘s return would revive the grand occasions of the past, but in fact the production turned out far better than anyone could have expected.

It is directed by Franco Zeffirelli. I can, if you like, rehearse Zeffirelli‘s credentials, but they’re well enough known to make familiar reading. I’ve been taken through his 1961 Old Vic Romeo and Juliet line by line by God knows how many avid admirers, and listened to implausible stories of just what went wrong with the Gielgud Othello he directed in the same year. More significantly, Zeffirelli was assistant to Visconti on one of Magnani‘s most famous films Bellissima in 1953. His attempts to film Shakespeare have met with varying success, and his most recent English production of Much Ado About Nothing for the National Theatre seemed to me to elaborate more than it illuminated. His facility for swamping a text with miscellaneous campery has given him a controversial reputation, and he might, were he running true to form, have been expected to revel in the nineteenth-century melodrama. Instead, he has tailored it down.

To understand the temptations, it’s worth explaining that the author Verga was basically a short-story writer, who originally wrote La Lupa as a simple tale and intended to adapt it as an opera libretto. Instead, he wrote a play, with a text close to the libretto but with dialogue turned from verse to prose. It was first performed in Turin in 1896. Verga is now remembered, or rather placed, as the original author of Cavalleria Rusticana on which Mascagni based his opera in 1890, making his adaptation without the author’s permission. Verga became involved in a long drawn-out law suit over the adaptation, which was still going on when he died.

Zeffirelli has rediscovered the work and directed it, not at all as an opera-manqué but is realistically as possible. The moonlit Sicilian country scene is naturalistically designed, and he has tried to remove the extreme sentimental trappings of the character of the she-wolf. The story tells of a middle-aged woman who falls in love with a young man, who rejects her to marry her daughter instead. Insanely jealous, she returns and ruins her daughter’s household, driving the man to lift an axe to ill her as the curtain falls. As realistically as possible.

The play is plainly suitable as a gilt edged star chariot, and Magnani by all accounts does magnificently. She is, I suppose, the world’s most accomplished emotional actress, here offering a performance that will probably put in the shade the whole debate about whether Joan Plowright should have been allowed to ride in on an emotional vehicle at the National Theatre a few months ago. She’s an actress I tend to respect rather than to venerate, but she does have an enormous and authoritative following. Born in 1908, Magnani began her career in night-clubs and repertory companies before making her first appearance on film in 1934. She’s best known in this country for her appearances in Rossellini‘s Open City (1946), Renoir‘s The Golden Coach (1954) and The Rose Tattoo which Tennessee Williams wrote specially for her in 1955. In fact, he wrote a number of plays with her in mind, but she never appeared on stage in any of them.

The Times wrote of her playing in La Lupa that “hers is a very great performance, a deeply tender and moving study of a woman who is the victim of her own sensuality”. Playing in a lower key, Osvaldo Ruggeri is excellent as the boy, and the dancers in the company are apparently remarkable for looking as if they learnt to dance naturally, and not in some highly artificial ballet school.

Verga‘s play survives the star treatment unusually well. He is finally a difficult figure to place in Italian drama, writing only a few plays which inadequately bridge that odd gap between melodrama and the world of Pirandello. Zeffirelli, who worked on Visconti‘s film of La Terra Trema, based on Verga‘s novel I Malavoglia, seems to have realised that Verga does not at all belong to the tradition of Italian showmanship initiated by the theatre of D’Annunzio. La Terra Trema is one of the great films of the neo-realist cinema, and it has in it the remains of a style of writing that is really never continued on the Italian stage, but which does deal with an area od Sicilian life with unusual realism and sympathy.

David Hare

Incontro con Anna Magnani

Anna Magnani

Torino, Aprile 1946

Da molto tempo Anna Magnani mancava da Torino. Però si era fatta viva più volte sullo schermo: Teresa Venerdì, Roma città aperta, Abbasso la miseria. Tre film molto diversi di contenuto e di tono, dove la personalità della Magnani caratterizzava un tipo ben definito ed esprimeva qualcosa di genuino nel cinema italiano. La gente e l’aria di Roma, il carattere scanzonato e beffardo, gli accenti spontanei e cordiali, una parlata viva e pittoresca. Trilussa e Petrolini, una tradizione di vita e di arte, di poesia e di teatro. Roma e Anna Magnani, come dire Napoli e i De Filippo.

A Torino, dopo la lunga assenza, la Magnani se ne è venuta con l’eco dei successi romani e con una rivista di Garinei, Giovannini e Marchesi: E scampolo sogna. Una rivista spiritosa, gradita dal pubblico. Per divertirlo, non ricorre a balletti e a nudismi. E questo è un gran merito.

Sono andato al Carignano a far visita alla Magnani, fra un tempo e l’altro della rivista.

— È un pubblico molto intelligente ed educato quello di Torino — essa mi dice — e questo teatro un vero gioiello. Anche i miei compagni, Viarisio, Pilotto, la Dondini sono molto contenti di essere venuti a Torino.

— Dove andrete, dopo?

— Faremo un giro nel Nord: Milano, Bologna, Firenze, Genova. Mi hanno offerto una scrittura in America per cantare in un club notturno, ma non l’ho accettata.

— Nella prossima stagione lavorerà ancora nella rivista?

— No. Voglio occuparmi del teatro di prosa. Prima di questa rivista ho rappresentato all’Eliseo con Ruffini e Pilotto, Tieri, Romano, Ninchi e Roldano Lupi l’Anna Christie di O’Neill. Non so ancora quale lavoro sceglierò. Probabilmente un altro famoso autore straniero, su cui si racconta una storiella… Una sera egli su trovava dal direttore di un teatro ove si replicava un suo lavoro. Entrò un macchinista a chiedere un aumento di paga. «Non posso — gli disse il direttore — vi dò già abbastanza e poi avete il vantaggio di ascoltare tutte le sera la commedia del nostro grande autore». «È ben per questo che io chiedo un aumento di paga», rispose il macchinista. Scherzi a parte, è un lavoro molto buono e metterò tutto il mio impegno.

Avevo altro da chiederle, ma le esigenze dello spettacolo interruppero la nostra conversazione. Ci rivedemmo il giorno dopo nell’antica sede dell’Arsenale ove si girano gl’interni del film Il bandito diretto da Lattuada. La Magnani, che impersona la parte di una allegra donnina fra due uomini, Amedeo Nazzari e Mino Doro, è affaticata.

— Non riesco a riposarmi — mi dice mentre la sua controfigura la sostituisce nella prova di una scena. — Di giorno il film, di sera il teatro. Eppure il cinema mi piace tanto…

— Ha qualche progetto dopo questo film?

— Oh sì. Ho già un contratto con il regista Rossellini per l’interpretazione di un film di cui io stessa ho preparato il soggetto. Protagonista è una vecchia madre che tenta di salvare la famiglia dallo sfacelo del dopoguerra…

— Vuol dirmi ora qualcosa della radio?

— Sono stata alla radio soltanto per uno spettacolo dedicato ai soldati. Non approvo la trasmissione di commedie alla radio; preferisco ascoltare musica, leggera e sinfonica. La propaganda politica, meglio che alla radio, si dovrebbe fare sui giornali. La gente vuole distrarsi, evadere dai soliti discorsi e non riascoltarli quando si mette a tavola…

Mentre parliamo, il cane di Anna Magnani, un bassotto dal pelo lungo, se ne è andato in un canto scambiando, forse per la luce dei riflettori, una colonna di legno per una di quelle presso cui si sofferma per strada.

— È l’istinto — commenta la Magnani. — Bisogna perdonarlo, povero piccolo. Anche gli uomini agiscono per istinto. Quando passa un carro di fieno, chi non ci strappa una pagliuzza? Lo diceva già Trilussa:
E dar signore infino ar cerinaro
li trovi tutti co’ la paja in bocca.
Embè, ched’è? L’istinto der somaro.

Anche Petrolini m’avrebbe risposto così, perché quelli di Roma, quando possono non perdono mai l’occasione di dare, piccoli o adulti, a teatro o fuori, «’na bbona risposta»

 

Verga’s La Lupa

The sixth World Theatre Season drew to a close at the Aldwych with unprecedented enthusiasm and enormous audiences for Anna Magnani in Verga’s La Lupa

Anna Magnani and Osvaldo Ruggeri, London, June 1969
Anna Magnani and Osvaldo Ruggeri, “La Lupa” Aldwych, London, June 1969

London, June 1969

The last presentation in the World Theatre Season at the Aldwych is the Anna Magnani Company from Rome, with Anna Magnani herself playing the lead in Verga‘s La Lupa. The whole affair is a disappointment, recollection of it on the first night being made more dismal because the curtain went up half an hour late, the interval ran 25 minutes longer than it should have done, and there was the slow hand-clap from a fed-up audience.

The play is a thin melodrama about a middle-aged woman, the La Lupa, or She-Wolf of the title, who becomes sexually obsessed with a handsome young peasant, Nanni. For a time he resists her half-crazed advances, but finally gives in with a considerable show of passion, despite his attachment to the woman daughter, Mara. Nanni marries Mara, and the She-Wolf goes away: only to return some years later and continue her onslaught, at the same time doing her almost to wreck the marriage. At last, she drives Nanni to distraction, when he kills her with an axe.

In Franco Zeffirelli‘s painfully naturalistic production, which, incidentally, looks as if it had been on the road for ten years and become very tired and wan, there is a vigorous and sometimes touching performance by Osvaldo Ruggeri as Nanni and some effective outbursts of fury by Manuela Andrei as his wife. But generally the proceedings are tepid. Anna Magnani, whose voice was so low and muffled one could not catch half her lines on the opening night, fails to reveal the inner workings of the passion-driven woman, not does she project much sense of character and emotion.

It is interesting to note in the programme that the production has been re-rehearsed by someone other than Mr. Zeffirelli for a World Theatre occasion!

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The sixth World Theatre Season drew to a close at the Aldwych with unprecedented enthusiasm and enormous audiences for Anna Magnani in Verga‘s La Lupa, the foyer bristling with those who hoped by hook or by crook to obtain a last-minute scrap of standing-room. And this was despite reviews of varying enthusiasm for both the actress and the production. To some, Magnani was wonderful; to others, a disappointment. But the fact that there was a diversity of opinion and still a clamour to see the actress is one of the most exciting things of the whole season. Praise all the time is very nice; but a bout of controversy can be very stimulating to all concerned. And it is surely one of the most interesting aspects of such a season, that audiences should be moved this way and that, in argument and discussion, in enthusiasm and criticism.

Cast: La Lupa

Revival of play by Giovanni Verga. Presented by the Anna Magnani Company from Rome in the World Theatre Season, presented by the Governors of the Royal Shakespeare Company at the Aldwych on June 2. Artistic director, Peter  Daubeny. Designed by Franco Zeffirelli. Original production by Franco Zeffirelli re-rehearsed by Pasqualino Pennarola. Costumes by Anna Anni; music and Sicilian dances arranged by Bruno Nicolai and Alberto Testa; stage director, Enrico Pini.

Lagnà Pina (Anna Magnani); Mara (Manuela Andrei); Nanni Lasca (Osvaldo Ruggeri); Bruno (Pino Colizzi); Cardillo (Franco Acampora); Neli (Brizio Montinaro); Janu (Gianni Mantesi); Aunt Filomena (Ave Ninchi); Grazia (Nelide Giammarce); Lia (Lauretta Torchio); Malerba (Alfredo Censi); Nunzio (Sergio Nicolai).

 

O Brando o niente dice Anna Magnani a Tennessee Williams

Anni sono Williams aveva già tentato di convincere la Magnani ad interpretare a Broadway La rosa tatuata, ma senza riuscirci.

Orpheus Descending

New York, 12 Giugno 1956

Tennessee Williams ha visto in questi giorno crollare un bel sogno: ottenere Anna Magnani come protagonista della sua nuova piece intitolata Orpheus Descending (Discesa di Orfeo). Anni sono Williams aveva già tentato di convincere la Magnani ad interpretare a Broadway La rosa tatuata, ma senza riuscirci. Che avesse visto giusto lo dimostra tuttavia il fatto che la nostra attrice doveva conquistare l’Oscar proprio con la raffigurazione per il cinema della Rosa tatuata.

È vero che Tennessee Williams aveva promesso che accanto alla Magnani ci sarebbe stato Marlon Brando, che non ha potuto accettare perché troppo occupato con il cinema. Alle sollecitazioni del commediografo la Magnani ha risposto: «O Brando o niente», malgrado il fatto che Williams fosse giunto al punto di inviare a Roma alcune sequenze del film dell’attore proposto in sostituzione di Brando, Paul Newman, per dimostrarne la valentia.

Sconfitto, lo scrittore ha rinviato la presentazione di Orpheus Descending.