Quando meno te l’aspetti nuova rivista di Galdieri

Quando meno te l’aspetti, la Fortuna ti passa vicina, ed è allora che bisogna afferrarla per i capelli, o meglio per il… corno!

Annunci
Anna Magnani e Totò nella rivista "Quando meno te l'aspetti"
Anna Magnani e Totò nella rivista “Quando meno te l’aspetti”

Dicembre 1940

Epifani ed Aulicine, impresari marca oro, hanno opportunamente voluto presentare quest’anno il comico Totò, nella cornice di uno spettacolo di classe. Naturalmente occorreva un gerente responsabile e la scelta è caduta su Michele Galdieri, il quale, tra i rivistajoli, è quello di maggior fama. A giudicare dal successo fervidissimo avuto da Quando meno te l’aspetti, ci sembra che la ciambella sia riuscita questa volta con il buco, cosa che non accade sempre nel laboratorio di dolciumi del Teatro Quattro Fontane, dove si avvicendano vari pasticceri.

Lo spunto è semplicissimo e non ci dice nulla di nuovo: quando meno te l’aspetti, la Fortuna ti passa vicina, ed è allora che bisogna afferrarla per i capelli, o meglio per il… corno! Sappiamo, per oramai lunga esperienza, che in questo genere di spettacolo, un intreccio vero e proprio non c’è. L’autore procede generalmente balzellon, balzelloni, come dicono i nostri umoristi, ed un qualsiasi spunto offre il pretesto per alternare sulla scena quadri, scene e canzoni, satire e balli. Di conseguenza più il valore dei singoli è buono e migliore riesce la rivista. E questa volta lo spettacolo è stato inscenato con decoro ed eleganza ed annovera quanto offrono oggi di meglio i quadri della rivista italiana.

Con l’autore, hanno diviso gli onori della ribalta Mario Pompei, che ha creato costumi ispirati ad un delicato sapore decorativo, e scenari e panneggi quasi tutti graziosi, ben realizzati dallo scenografo Radiciotti. Avremmo voluto vedere alla ribalta, tra i collaboratori di Galdieri, anche Gisa Gert perché forse mai, come in questo spettacolo, la versatile artista tedesca ha saputo darci l’esatta misura del suo valore. Le danze del disco, del buono e del cattivo tempo e, più di tutte, il quadro della famosa melodia La Violetta, bissato seralmente, sono un gioiello di coreografia. Le figurazioni, scelte e regolate con sensibilità, costituiscono quasi la proiezione visiva del magico gioco contrappuntistico che si intreccia e serpeggia tra gli archi del famoso preludio del primo atto della Traviata. Perché, con buona pace dei signori Klose e Lukesh ci sembra che tutto il successo, l’imperversare della canzone in voga La Violetta, non sia dovuto ad altro che alla melodia del buon Papà Verdi. Il che porterebbe a supporre audacemente che per far entrare nel cuore di taluni la sublime pagina verdiana sia stato necessario ridurla a… canzone tango! Ma non divaghiamo, che l’argomento è scabroso.

Totò ha divertito tutti, pur disciplinando la istintiva esuberante comicità con lodevole sensi di misura, e con il suo successo personalissimo si è riaffermato una delle carte sicure sulle quasi imprese e pubblico possono ancora contare. Anna Magnani, ritornata dalla prosa alla rivista, bella donna ed attrice dalla ampie possibilità artistiche, ha vivisezionato, in una caustica ed indovinata satira del film Senza Cielo, gli atteggiamenti a la recitazione di Isa Miranda, trovando invece, nella melodrammatica scena della fioraia, sempre bissata, accenti di suadente e semplice emotività. Ha avuto un successo personale eccellentissimo, e lo merita perché ha qualità e gusto.

Nino Capriani 

Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri
Compagnia delle Grandi Riviste Totò di Remigio Paone
Teatro Quattro Fontane, Roma 25 dicembre 1940

Triangoli di Dino Falconi e Oreste Biancoli

Triangoli, fantasia in tre sogni e otto quadri di Dino Falconi e Oreste Biancoli. Milano, Teatro Manzoni 18 gennaio 1930

Milano, 19 gennaio 1930

Personaggi principali: Elsa Merlini, Ruggero Lupi e Luigi Cimara, in persona. Li vediamo in palcoscenico, mentre provano qualche scena e attendono un attore che verrà a leggere una nuova commedia. Intanto la stanchezza e il tedio di vivere sempre allo stesso modo, recitando sempre parti che si assomigliano, li assalgono. Soprattutto da loro fastidio quella perenne fissità dei ruoli, che finisce a caratterizzarli anche fuori della scena; l’uno reciterà sempre parti di marito ingannato, l’altro sempre parti di amante, e la signora sarà sempre la moglie dell’uno e l’amante dell’altro. Ah, uscire da questo triangolo sul quale il repertorio teatrale poggia! Ma come? Cimara vorrebbe fare un viaggio lungo, addirittura fuori della realtà, nel mondo delle belle antiche mitologie, anche a costo di non restare in pianta stabile sull’Olimpo, e di dare qualche capatina, giù, nell’inferno rovente. Lupi è più fedele al teatro; gli piacerebbe rimanerci, ma cambiar genere. Sogna il circo equestre, oppure il teatro americano, tipo Broadway, dove il formidabile triangolo non ci deve essere. Quanto alla signora Merlini, ha innocentissimi gusti arcadici. Gusterebbe la campagnetta, la casettina, il giardinetto, l’orticello e la basse-cour, con le galline, le oche, il tacchino pettoruto e rabbioso e il porcellino color rosa.

I tre attori sognano così, a occhi aperti, ciò che non hanno, mentre il sopraggiunto autore legge gli atti lunghetti del suo capolavoro; ma finiscono a continuare il sogno a occhi chiusi, perché si addormentano profondamente.

Li vediamo allora nei vari mondi e nei diversi luoghi che avevano vagheggiati. Ecco l’Olimpo. Pare un palazzo di banchieri. Vi si trovano raccolti i Numi, ma non si sente spirar l’ambrosia. Sembrano gente dei tempi nostri. Giove è un finanziere ribassista , Giunone, una dama matura che compera la tenerezza dei giovanotti, Marte, un ufficiale di cavalleria, Venere, una signora fedele fino a un certo punto, Vulcano, un marito utilitario e accomodante, Apollo, un tenore spropositone, Dionisio, un americano ubriaco. E il triangolo c’è anche qui: Vulcano, Venere e Marte. Giù all’inferno, dunque, che è un grande albergo che accoglie ospiti d’ogni qualità, da Salomé a Petronio arbitro, da Paganini a Rasputin; e anche qui il triangolo si forma, perché Cimara vi fa la conoscenza del fatalissimo Don Giovanni Tenorio e gli seduce l’amante prediletta, Ines de Ulloa, la figlia del convitato di pietra.

Vediamo se Lupi ha migliori fortune. Eccolo nel circo, tra ginnasti giocolieri, che fanno con pittoresca e stilizzata acrobazia le piccole cose di buono e cattivo gusto che si compiono in società. Ed ecco anche qui il terzetto: la moglie, che solleva i pesi, se la intende col giovane che si fa sollevare, che è Cimara, volante come un cherubino, tirato su da un filo di acciaio. Balziamo nel teatro americano. Assistiamo all’Otello, ridotto a spettacolo poliziesco con apaches e con girls. Triangolo anche qui: Otello, Desdemoda e il povero Cassio; terzetto innocente; ma le apparenze ci sono.

Tra i fiori e le bestie, le cose non vanno meglio. Il sole adora la campanula, e la campanula non sogna che quel pallido Pierrot dei cieli che è la luna; e la rondinella tradisce il suo legittimo rondone con un rondinino più snello e galante. triangoli, triangoli! I tre attori se lo sentono ripetere, quando, alla fine della lettura della commedia, si risvegliano, da un signore che sta in platea: la vita si basa sul tre, il più bel numero e il più perfetto. Sulla canzone del tre cala la tela.

Questo è la fantasia a caratteri di rivista che iersera la Compagnia Niccodemi ha rappresentato. Spettacolo piacevole, sebbene non senza difetti e non senza qualche prolissità nel primo atto; spettacolo ricco di particolari, con un secondo atto particolarmente vivace, rivestito da un dialogo festoso, di musiche e di danze, e messo in scena con ricchezza e artistico splendore di costumi e di scenari del pittore Abkasi. La dimostrazione del persistere del triangolo in cielo, in terra e in ogni luogo è fatta con gioconda fantasia specialmente nei quadri del circo e del teatro americano. La parodia mitologica, che ha tanta parte nel prim’atto, è apparsa troppe volte sulle scene, da Offenbach in poi; e si è sempre basata sull’anacronismo. È quindi una comicità già nota e superata. Ciò ha fatto sì che il primo atto mancasse di sorprese vere e proprie, sebbene vi abbondino i tratti allegri e le composizioni graziose. Trattando una più fresca materia, nei due quadri del secondo atto, gli autori hanno avuto la mano più fresca e l’estro più vario e più gaio. Il quadro del circo è tutto ridente di burla felice; la fusione dell’Otello con Broadway è fatta con buonissima malizia caricaturale. Il terz’atto ha toni più tenui, morbidezze più eleganti e languide e cerca solo i mezzi toni; ma l’ultimo quadro, che ci presenta il risveglio dei tre attori, è, come già era stato il prologo, animato, spiritoso, colorito, e si chiude con strepitosa allegria.

Triangoli manca di un poco di pepe in certi quadri e di quella precisione dei bersagli che rende brillante la satira. Fin che si sta sulle generali e si deridono i vizi della società, si moralizza senza pizzicare. Questo non continua aderenza a cose conosciute, si è sentita talvolta ieri sera; e si sarebbe anche desiderato che le belle musiche che il maestro Ermete Liberati ha scritte fossero più sbrigliate, e le altre, di canzoni, d’operette e d’opere che ha adattato alle strofe e ai couplets, fossero scelte tra le più burlesche. Il pubblico ha applaudito le arie del maestro Liberati carezzevolissime, ma più delicate che frizzanti; e questo genere le vuole soprattutto frizzanti.

La Compagnia Niccodemi, passando dal suo solito repertorio a questo genere di teatro leggero e spregiudicato, ha mostrato una straordinaria duttilità. Ieri, al Manzoni, tutti hanno recitato benissimo e tutti hanno cantato con brio e con un’aria di lieta canzonatura divertentissima. Elsa Merlini ha conquistato subito il pubblico. Deliziosa attrice  comica, fine e spontanea, d’una misura piena di garbo e di leggiadria, dicitrice di canzoni squisita, fu continuamente applaudita con calore e viva simpatia. Il Cimara trovò una buffoneria semplice, signorile e disinvolta, saporitissima; il Lupi, una fiera comicità, in modo di ridere col broncio, di molto effetto; il Besozzi, in cinque o sei personificazioni, recitò con una gaiezza eccezionale e con versatile talento di imitazione e di caricatura; il Brizzolari recitò e cantò anch’esso inappuntabilmente. Sono poi da ricordare le signorine Puccini, Magni e Magnani, le signore Conti e Donadoni, il Marini, il De Luca, il Meneghetti.

Al primo atto ci furono applausi a scena aperta alla fine del primo quadro e due chiamate al calar della tela, con qualche contrasto; nel secondo atto, furono interrotti da ripetuti applausi, tanto il quadro del circo che quello dell’Otello, e poi ci furono ancora due chiamate alla fine; due applausi a scena aperta e due chiamate finali nel terz’atto.

Renato Simoni

Nannarella ha vinto al giuoco

Chi è di scena? è senza dubbio un interessante e intelligente spettacolo, ma le risate del pubblico sono state scarse. Così il successo della Magnani è parso un colpo di roulette.

Chi è di scena? teatro Casino di Sanremo Dicembre 1953

Dicembre 1953

La sera del giovedì 19 avrebbe dovuto aver luogo la prova generale. Ma chi aveva fatto una capatina in teatro nelle ore del tardo pomeriggio, non aveva tardato a rendersi conto dello spirar del vento: attori che sapevano la parte come ragazzini che abbiano dato una frettolosa occhiata al libro, prima di presentarsi alla cattedra; orchestra in dissonanza; ballerine che si scontravano nel bel mezzo delle evoluzioni; macchinisti che alternavano martellate e moccoli a ritmo costante. Si comprese subito che, almeno per quella sera, di prova generale non si sarebbe parlato e che per conseguenza la rappresentazione sarebbe stata rinviata da almeno un giorno: ed era tutto quello che si poteva fare, perché, dopo aver rinviato il debutto di quattordici giorni, riducendo la “stagione” di Sanremo a soli due giorni, altri rinvii non sarebbero stati possibili.

Ai giornalisti fu vietato l’accesso alla prova notturna. Galdieri s’aggirava tra le file delle poltrone del civettuolo teatrino del Casino. Aveva la barba da due giorni e il colorito terreo di chi ha perduto i contatti con Morfeo. Si prendeva la fronte tra le mani e gemeva: «’A capa! Me fa male ‘a capa! Ma voi, ragazzi miei, perché insistete? Anna non vuole nessuno alle prove. Ci sono diverse cose da mettere a posto». In quanto a Pastorino, che dello spettacolo è stato l’organizzatore, diceva: «Galdieri non vuole nessuno. Mancano perfino i costumi. La sarta ne ha sbagliate due serie». E infine arrivò Nannarella e disse: «Io? Ma io vi vorrei con gioia! Ma non posso dir niente. Che, comando io, qui?». E la sua voce era dolcissima e tremula come quella di un’educanda: in quel momento pareva la sua controfigura.

Stanchi della bella gara di… scaricabarile, i giornalisti forzarono il blocco e andarono a nascondersi alla spicciolata sul loggione. Così, potettero rendersi conto che lo spettacolo era davvero in condizioni embrionali. Si procedeva a dieci all’ora, con interruzioni continue. Anna Magnani, in pelliccia di visone e pantofole di tessuto a spugna, ogni tanto partiva in tromba dalla sala, saltava sulla passerella, andava a correggere qualche cosa: un atteggiamento, un tono di voce, un effetto di luce. Quando provava le sue scene, i fotografi che erano stati ammessi (almeno loro…) la bersagliavano coi lampi dei blitz. Una volta, Anna si fermò, e disse in tono accorato ai fotografi: «Ragazzi, siate buoni, io così non so lavorare. So’ tanti anni che non lavoro più in teatro. Forse non ci so più fare. Voi m’accecate. Non ce la faccio più. Siate gentili». I fotografi restarono allibiti: tanta cortesia non se l’aspettavano. «Povera donna, sta in piedi per scommessa. Sono già due notti che non dorme», spiegò uno.

A sbraitare, invece, pensava una soubrette, la Pittaluga, alla quale avevano consegnato un costume che la vestiva troppo. «Ho delle belle gambe, ed ho il diritto di farle vedere», gridava; e poco mancò che non si mettesse a piangere. Per conto suo, Galdieri, al quale, come a tutti, veniva proibito fumare, afferrò il capotto e s’avviò all’uscita, gridando: «Io mi tengo in piedi con il fumo. Se non fumo abbandono la prova». Ottenne così un permesso speciale ed un inserviente che lo seguiva con una bacinella di rame per raccogliere cenere e mozziconi…

Alla sera successiva, le cose non andavano meglio. C’erano scene che venivano provate per la prima volta. Cimara si aggirava per la scena con aria sconsolata. Intere mezz’ore di fermata per mettere a punto posizioni e luci. Così la prova generale cominciò all’alba del sabato, giorno fissato per la recita, e si protrasse fino a mezzogiorno. Gli attori uscirono dal teatro con l’aria disfatta, mentre i croupiers del primo turno andavano ad indossare lo smoking per cominciare il lavoro. Galdieri, col volto rasato e gli occhi infossati, vole tornare in albergo a piedi. Era svuotato da ogni energia. Una vecchietta che lo vide uscire in quelle condizioni mormorò: «Poveretto. Chissà quanto ha perduto!». Michele Galdieri udì ed ebbe la forza di spirito di rispondere: «Dieci chili, signora».

A stretto rigor di termini, la rappresentazione ha risentito solo in parte di questo sfavorevole complesso di circostanze preliminari. Anche stavolta, Michele Galdieri è riuscito a interpolare nella partitura le note della famosa canzone Signorinella, che è stato il suo portafortuna: e la scaramanzia ha funzionato, permettendo di contenere in ragionevoli limiti gli effetti nefasti della preparazione incompleta e della stanchezza che gravava su tutta la compagnia. Vero è che c’era un pubblico d’oro, di quelli che applaudono, fedeli alle leggi della cortesia  e dell’amicizia, anche se in scena un attore salta fuori a dire: «Il pronto è pranzo». Ma a onore del vero, di incidenti classici dell’impreparazione, come le aperture di sipario che lasciavano intravvedere fughe di macchinisti interrotti a metà del loro lavoro, non ce ne sono stati. Tuttavia, l’affettuosa cordialità  del pubblico sanremese (ed internazionale, perché era venuta gente anche dalla Francia) non ha impedito che lo spettacolo si sfaldasse, in molti punti, e si chiudesse con il bilancio piuttosto modesto di due sole “passerelle” al finalissimo, senza chiamate all’autore ed ai suoi collaboratori. Ma Galdieri aveva avuto già la sua soddisfazione alla fine del primo tempo, allorché era stato assai festevolmente evocato.

Il perché di questo tepore di consensi è presto detto. Lo spettacolo non è tuto oro. È indubbiamente interessante, e sempre le trovate (pur non tutte peregrine) rivelano intelligenza. Ma non si ride. E il lettore capisce che cosa possa essere uno spettacolo di rivista dove le risate sono distribuite con parsimonia scozzese. E se si aggiunge che la parte recitata costituisce, in questo caso, l’ossatura dello spettacolo, s’arriva facilmente alla conclusione che Galdieri dovrà armarsi di lunghe forbici e di cospicuo coraggio se vorrà superare il pericolo di cattive accoglienze da parte di spettatori meno ben disposti di quelli sanremesi.

Il titolo (Chi è di scena?) dice in partenza qual’è l’impostazione dello spettacolo. Tutto è teatro: ed ecco che alla commedia dell’arte si sovrappone la commedia della vita. Si parte del chiuso campo di un teatrino di girovaghi, vengono alla ribalta i personaggi più famosi del teatro di tradizione (con Amleto, Otello, Mila di Codra), e attraverso i sei personaggi di Pirandello, dai quali la figliastra è evasa per darsi alla pubblica vita (la figliastra è Anna Magnani, ammirevole per la veemenza e l’arte interpretativa), si giunge ad altri protagonisti: i protagonisti della cronaca di oggi. Così, via, via, incontriamo il marchese di Cuevas, un sosia mascolino di Jolanda Bergamo, Pinocchio e il suo monumento, Alice nel paese delle meraviglie, la Dea Roma, Toulouse-Lautrec e la Goulue, Don Camillo. Tutto è presentato con garbo e gusto letterario, il dialogo rivela l’intelligenza di chi l’ha scritto, le frecciate partono sovente. Eppure ci si diverte con molta parsimonia, perché ogni idea, ogni punto, soffrono di elefantiasi. Lungaggini a non finire avviluppano di ovatta anche il… leggendario vigore agonistico di Anna Magnani.

Le sue attrattive maggiori lo spettacolo le ha nel quadro della commedia dell’arte che costituisce il punto di partenza, nella rievocazione del mondo del Moulin-Rouge che presenta un Toulouse-Lautrec di stupenda somiglianza in un balletto modernissimo che rappresenta l’incubo erotico di un giovin signore, nella pur lunga pantomima dell’errore giudiziario, nell’armonia del finale (Sogno di una notte di mezza estate) composto con toni botticelliani, nell’arguta parodia di Don Camillo. Ed anche altri quadri non mancheranno di sapore quando le forbici avranno compiuto il loro lavoro.

Con Anna Magnani e con Cimara sono il prestante Cesare Danova, che conoscemmo al cinema ed anche sulla scena rivela buone qualità, Andreina Paul, che dopo l’incidente con Rascel aveva giurato di non voler più aver contatti con la rivista ed ora è costretta ad una seduta di strip-tease ovverosia spogliarello che rivela una graziosa figurina; Gianrico Tedeschi, attore provveduto e divertentissimo (sono sue, oltre che di Anna Magnani, le poche risate di una sera di musoneria); i bravi caratteristi Mario Siletti e Vittorio Crispo. Floria Torrigiani ha il ruolo di prima ballerina. Nunzio Gallo, a parte l’abuso dei toni bassi, è un ottimo cantante. Pamela Mettews, Lauretta Torchio, Bruno Corelli, Carlo Giuffrè completano il cast con le graziose Giulia Pittaluga e Maria Teresa Faliano.

Mario Casàlbone

Anna Magnani torna alla rivista

Anna Magnani torna alla rivista

Roma, novembre 1953

Anna Magnani non lavorerà per il cinema sino a tutto aprile. In quell’epoca termina la tournée della Compagnia di riviste di Michele Galdieri, con la quale l’attrice tornerà sulle scene dopo quasi otto anni. Anna Magnani, che sta ora provando nel ridotto del Teatro Eliseo la nuova rivista, ha avuto recentemente una offerta dal produttore americano Hal Wallis, per il ruolo di protagonista nel film The Rose Tattoo (La rosa tatuata), dall’omonima commedia di Tennessee Williams. Anche per questa proposta l’attrice prenderà una decisione dopo la fine della tournée teatrale.

La nuova rivista di Galdieri si chiama Chi è di scena. Il debuttò avrà luogo verso ma metà di dicembre al teatro del Casinò Municipale di San Remo. Interpreti sono Anna Magnani, Luigi Cimara, Gianrico Tedeschi, Cesare Danova, Andreina Paul, Floria Torrigiani, Vittoria Crispo, Lauretta Torchio, Wally Lucchiarini, Fosca Freda, Giulia Pittaluga, Elly Norden, Luciana Rinaldi. Primo ballerino George Zoritch. Scene e costumi di Leonor Fini e Stanislao Lepri. L’orchestra sarà diretta dal maestro Filippini. A Roma, la rivista andrà in scena al Teatro Sistina. L’itinerario della tournée non è ancora definito.

Polemica Totò-Magnani

Compagnia Totò Magnani 1944
Compagnia Totò Magnani 1944, caricature di Onorato

Roma, febbraio 1947

C’è già chi pensava di rivedere la Magnani con Totò: non se ne fa nulla, e pazienza!
Lugete, o Veneres Cupidinesque: piangete o Veneri e Cupidi… Reminiscenze degli studi di latino della seconda (o della terza?) ginnasiale. Ma gli anni passano, e non si piange più, con Catullo, il passerotto morto e la mestizia di una fanciulla. Ora le Veneri e i Cupidi, impersonati dal pubblico del teatro di rivista, piangono Anna: Anna che, chissà per quanto, non vedranno più, e la sua arguzia straripante, e le sue canzoni romane (cantate, sì, con una voce che richiamava alla mente l’aspro cigolar della carrucola d’un pozzo, ma ricolma di sentimento e di malizia). Che? Si ritira forse dalla scena, Anna Magnani? Ma no, figuratevi. Proprio adesso che gli americani non han voluto proclamarla “attrice mondiale” cingendole di lauro gli scarmigliati capelli! Che, scherzate? E’ il “suo” momento.
E allora? S’accinge forse a calpestare la tolda d’una nave che la porterà al cospetto dell’Empire State Building, non prima che la statua della libertà abbia, a dispetto della sua tradizione di immobilità, agitato la fiaccola al suo passaggio? No, nemmeno.
Insomma, c’era chi ricordava Anna Magnani al fianco di Totò. Tempi belli di Volumineide, ricordate? Perché, a prescindere dal fascino del pataccone di cui è insignita Anna nostra, non riformare quella coppia? Sarebbe stato un successo sicuro: e già “i tre G” — Galdieri, Giovannini, Garrirei — uniti in un patto… be’, diciamo di bronzo, si accingevano al lavoro, quando…
Al dunque: non se ne fa nulla. Perché? Ecco. Prima fase: la Anna, forte dei diritti conferitile dal suo titolo di campione mondiale, spara le sue artiglierie. Trentamila al giorno, e col contratto di prosa. A scanso di equivoci da parte di qualche profano, bisogna stabilire che le trentamila son lire di paga, e non bruscolini da vendere in teatro, durante l’intervallo (ammesso che nei teatri dove recita la Magnani si possano vendere i bruscolini: o meglio, per i profani, semi di zucca abbrustoliti). Il contratto di prosa prevede una corresponsione di quattrini supplementare per le recite doppie festive e non prevede i quattro riposi mensili della rivista. Per cui la paga della Magnani, teoricamente fissata in trentamila, sarebbe praticamente salita a trentasei-trentasette (mila, sempre mila, e giornaliere). Ma Romagnoli, che decisamente ci tiene — e questo è lodevole — ad essere lo Ziegfeld italiano, e per questo sta radunando tutte le più forti firme della nostra rivista, ivi comprese, quelle di Wanda e di Totò, finì per accettare. E accettò anche Totò — oh, meraviglia! — sebbene il suo emolumento fosse inferiore. Senonché, non erano finiti i guai. Si giunse alla seconda fase: cioè alla denominazione della compagnia. E qui la “Anna mondiale” superò se stessa. Ordinò il fuoco alle sue batterie, e Romagnoli si vide arrivare un proiettile così concepito: “La compagnia porterà, come ditta, il nome di Anna Magnani”. Così, insomma: “Gli spettacoli “R” presentano la compagnia di Anna Magnani, con (e qui tutta la sfilza di nomi e con la partecipazione straordinaria di Totò”. A questa richiesta, il già chilometrico mento di Sua Altezza Totò si allungò di qualche altro centimetro, e ci fu un silenzio foriero di tempesta. Poi Totò, con voce cavernosa, disse: “A prescindere d’uopo, ma io non ci sto. Io sono Totò, e non “con Totò”, che, scherziamo?”. E qui bisogna ammettere, per quanto siamo in tempi di repubblica, che il principe aveva ragione.
Peccato, sarebbe stata una gran bella compagnia! Ma è così difficile far capir agli attori, dopo un bel successo, qual’è la zona di tolleranza nella quale devono fermarsi? Qui i casi sono due. O la Magnani, avendo altre proposte o altri impegni, magari cinematografici, ha voluto cavarsi d’impaccio formulando proposte, che lo sapeva a priori, eran inaccettabili (ma ha commesso, in tal caso, una scortesia verso il suo collega Totò che certamente non vale meno di lei in rivista, anzi…), oppure l’euforia per il meritato pataccone conferitole dagli americani è tale da farle perdere ogni senso di misura.
Mario Casalbore

Roma, marzo 1947

Caro Direttore,
ho letto l’articolo, a vero dire piuttosto volgare ed ingiustificato che Mario Casalbore ha diretto ad Anna Magnani. Non ho né l’autorità né tanto meno i dati per ribattere le accuse di carattere contrattuale che il Casalbore accampa per dare credito alla sua tesi contro la Magnani. È tuttavia evidente che il giornalista difende una tesi che rispecchia soltanto unilateralmente il dissenso fra la Magnani e Totò. Quello che mi preme sottolineare è il carattere dell’articolo: la mancanza di rispetto verso una attrice che ha largamente meritato non solo in Italia ma anche all’Estero. Un’attrice ch’è stata premiata in America come la migliore del 1946 (premio che ci onora e ci dovrebbe inorgoglire, ch’è stata apprezzata dagli spettatori dalla critica di tutto il mondo e che ci sembra meriterebbe da parte della stampa italiana un trattamento migliore. Il nome della Magnani è oggi un nome di portata internazionale: è giusto che l’attrice difenda la sua posizione e la sua notorietà. E se la sua condotta qualche volta dà adito a dei rilievi, si facciano pure rilievi e critiche: ma seriamente e sul piano della più leale documentata probità giornalistica.
La prego di pubblicare la mia lettera sul suo giornale. Con molti ringraziamenti.
Roberto Rossellini

Cantachiaro N. 2 al Teatro Valle

Roma, maggio 1945

Era inevitabile. Lo sciopero degli spazzini doveva avere la sua ripercussione anche sulle scene dei teatri. E poiché Anna Magnani s’accingeva alla sua nuova impresa, c’era da scommettere che l’argomento l’avrebbe tentata. Poiché gli spazzini, com’è noto, hanno il compito di scopare; e poiché, com’è arcinoto, Anna Magnani ha un debole per i doppi sensi e gli ardimenti del suo dialetto, non era arbitrario arguire che uno stornello, almeno uno stornello avrebbe rievocato — nel canto della diva — le giornate della trascurata immondizia, le sagre fuori programma degli astinenti scopatori. Un motivo del resto, di grande attualità, sul quale — tuttavia — la nostra attrice avrebbe fatto meglio a soprassedere. Diciamo francamente ch’ella non ha bisogno di eccedere in, sia pure pittoresche, scurrilità, per strappare l’applauso o il consenso anche fra spettatori d’oscura provenienza e di non difficili gusti.
Altre volte di lei, in questa medesima sede, abbiamo detto il bene che pensiamo; e ne abbiamo rievocato più degni e memorabili successi. Di lei, della sua arte ci siamo ingegnati di tratteggiare i caratteri, i limiti, le possibilità; del suo estro, del suo umorismo abbiamo rilevato la felice iniziativa, il penetrante vigore; e insieme, tuttavia, non mancammo di segnalare le insidie della sua esuberanza, il baco nascosto nelle pieghe e nelle ombre dei suoi incessanti trionfi, il verme roditore annidato nella florida pienezza del suo perpetuo sarcasmo: in una parola il dissidio connaturato con la medesima facilità dell’attrice a muovere il riso e il pianto, la frenesia e la commozione, il sospiro e il cachinno. Dissidio, o meglio squilibrio che purtroppo, reiterandosi o — addirittura — perpetuandosi potrebbe avere non liete conseguenze nella carriera di un’artista che pure sempre rivela le più impensate possibilità. Ma — sia detto senza offesa — la volgarità è un demone perfido e maligno come quello che tentò Eva sotto spoglie serpentine. Pericolosi come il giardino di Armida, le suggestioni della scurrilità, un giorno o l’altro, finiranno con scoprire il loro autentico aspetto; e certi applausi e certe concessioni d’oggi agli entusiasmi dei neocapitalisti non potranno non pesare, domani, come un rimorso. Noi aspettiamo non si sa con che ansia di vedere quello spettacolo in cui Anna Magnani appaia rinunciataria piuttosto che compiacente, briosa piuttosto che ironica, patetica piuttosto che melodrammatica; e mostri, infine, tanto stoicismo da saper resistere alla seduzione di due scope incrociate, ovvie ispiratrici di convenzionali motteggi e triviali giochi di parole. Quel giorno potremmo guardare alla cara attrice con la stima e la considerazione che merita la sua arte ora qualche volta incrinata, e deformata e deviata da facilonerie e compiacimenti.
A questo discorsetto ci ha indotto la nuova rivista del Cantachiaro che sul palcoscenico del Valle ha rinnovato il successo decretato quella precedente del pubblico del Quattro Fontane. Anche questa volta non ha mancato di suggerire — non senza qualche inevitabile monotonia — arguti spunti e imbroccati motivi satirici e parodistici. C’è un quadro, quello del disorientato borghese che, sfuggito all’epurazione, cerca di non compromettersi una seconda volta, che è di squisita e accurata fattura, come non ci fu dato di riscontrare nella prima rivista. In questa scena trionfa Gino Cervi, anch’egli, ormai, deciso al gran passo verso il teatro leggero. In virtù di quest’attore, l’arguta scenetta s’illumina di una certa crepuscolare poesia, vibra di commozione, ha palpiti di autentica drammaticità nell’esasperarsi dei comici motivi che inducono il pavido protagonista a diffidare e temere tutti, rinnovando nel clima della libertà le ansie e le apprensioni tipiche del famigerato ventennio. E anche nel quadro d’Ulisse reduce della guerra di Troia, interpretato insieme con la Magnani, Gino Cervi porta l’efficace contributo della sua esperienza e della sua fresca e persuasiva recitazione. Così pure Enrico Viarisio, nelle scene a lui dedicate, ha ottenuto deliranti successi personali. Tutti gli altri interpreti, sotto la guida intelligente e coordinatrice di Oreste Biancoli, hanno reso con affiatamento e vigore i loro rispettivi compiti. Ricorderemmo, particolarmente, Ave Ninchi, Giacomo Rondinella, Laura Gore, la Curci, Tatiana Fernesi, Aroldo Tieri, Giovanni Saccenti, Dora Coreno, Nella Mirizzi, il Bernabò e la divertente Lari che, chiamata all’ultimo momento per sostituire un’altra divetta, ha recitato e contato come se fosse convalescente da un mese di prove. I fantasiosi bozzetti dei dioscuri Maiorana e Scarpelli hanno non lievemente contribuito allo strepitoso successo dello spettacolo. Austero come sempre, e più che mai impomatato, il maestro Armando Fragna sedeva, anzi stava in piedi davanti al piano.

Anna Magnani artista scampolo

Avevo una certa curiosità di veder recitare la Magnani sulle scene di un teatro di Rivista. “Non è il desiderio di trovare un facile successo che l’ha spinta a ritornare al teatro” di questo mi avvertiva il libretto, nella sua prima pagina di presentazione. Ma in seguito la presentazione del libretto appare un poco alambiccata. Non ho capito bene, e forse non lo sa la Magnani stessa, artista estrosa, quali, dei generi, ella preferisca: o quello lirico, oppure del teatro di prosa. Ma, per cantare, occorre altra voce. E, per recitare nei teatri di prosa, occorre altro temperamento, meno volubile. Ella promette, per la prossima stagione, di figurare protagonista di Maya del Gantillon. Certo è che uno dei successi, veri, essenziali della Magnani, fu quello che le procurò la felice interpretazione di Scampolo. Anzi, a me che la conosco da lontano, e soltanto attraverso la scena e non ai pettegolezzi (sempre riprovevoli) della maldicenza dei colleghi e delle colleghe ed anche dei critici e degli impresari, sembra che la Magnani sia, soprattutto, un tipo di artista “scampolo”. Non è una grande artista. Star vicino a lei (come tipo) può perfino spiacere; ma il suo temperamento, quantunque tagliato a colpi d’ascia, e perciò da sgrossare, (attenzione, proto, ho detto, con l’o) è, secondo me, ben definito. A sedici anni deve essere stata una donna lussuriosa, inteso ciò che dico tutt’altro che in senso di riprovazione e che, anzi, è detto da me, in senso ammirativo. Che farsene “d’attrici baccalà”?, direbbe, nel suo sempre colorato eloquio, la buona Magnani. E, del resto, la sua presunta volgarità d’eloquio non mi è sembrata volgare. Se ciò fosse, se, cioè, per essere sguaiati e volgari fosse sufficiente colpa l’epiteto e eloquio da bettola, allora anche Rabelais, il grande Rabelais sarebbe da considerare, a cagione dell’eloquio che non esita a mettere in carta anche il tanfo mestruale di Eva, un artista ripugnante. O, Rabelais a parte, anche Petrolini avrebbe potuto destare ripugnanza e schifo. Ma v’è una ilarità in cui uomo comune si confonde con Dante; il quale egli adoperò, quando gli occorsero, parole ultranude o ultrarosse; così come ne adoperarono San Bernardino da Siena, o Giordano Bruno.

È strano, però, che questa Magnani, non bella, non attraente, ma così intelligente, così a tramonto di ogni sentimentalità, mi sia sembrata una vera e propria grande artista. Perché tra la Duse e la Bella Otero il terzo posto non può essere per la Magnani? Eppure ella possiede sulla scena la potenza di una donna delusa in amore. Quasi d’una Erinni vendicatrice di amore. Il suo naso è aquilino come quello del gufo, ma anche come quello di Sarah Bernhardt. È truce inquieta. Non ritroverà completamente mai se stessa. Forse una rivoluzione, non teatrale, ma di piazza la ritroverebbe a fanatizzare le masse e a rendere gli urti delle parti opposte brutali e mostruosi. Gode della sua perversità o ne ostenta? Credo la ostenti. La suppongo molto più casta di quanto l’ingenuo spettatore non sia portato a giudicarla. I suoi lazzi osceni sibilano. I suoi giochi di parole sono di profondo inferno. Demoniache sono le inflessioni della sua voce. A volte una sua smorfia, una sua cadenza, un suo passo, un suo gesto, una sua espressione, un suo atteggiarsi, una sua mimica, ripugnano. A volte, invece, dimenticheresti il ribrezzo che ti aveva destato per, tu, poeta artista nascosto fra le poltrone degli ascoltatori, alzarti di scatto, e correre ad abbracciare. La sua anima è lacrime di popolo. La sua scena è “vergine”. Non si sorrida se io dico (io che non sono un inesperto lanciatore di frasi, né un cattivo tenitore di penna in mano) che, questa artista è “vergine di anima e corrotta di sensi”. La sua psiche è doppia come, per esempio, lo era quella di Verlaine. Ella appartiene all’angelo. Ella appartiene al diavolo. Altaleneggia; ed ora è l’una cosa ed ora è l’altra. Artista d’eccezione: che può, qualche sera, recitare bene e, qualche altra, meno bene. Questa sera recitava perfettamente.
Il teatro è un’arte che è la meno che dura. D’una scena giocata bene non rimane se non la pallida memoria, e in qualche attento spettatore. Nulla rimane di ciò che è rappresentazione di teatro. Arte più ingrata non vi può essere! Ed anche gli attori possono essere grandi a periodi di tempo. La Magnani lo è già stata? O potrà apparire di più di quanto ella ha già reso al teatro? Occorrerebbe conoscerla da vicino; ma questo desiderio esula dall’intenzione e dall’ufficio del critico: il quale annota quello che è e non quello che è stato o quello che potrà essere. Certo è che la Magnani, a differenza di altre prime artiste che attualmente calcano i palcoscenici delle Riviste, è colei che, fino ad ora, mi è sembrata l’unica prima attrice interessante. In questa Rivista gli altri restano, purtroppo, subissati dall’arte di lei.

Luigi Bartolini