Si gira Risate di gioia

Il film è una vecchia idea. Un paio di anni fa Suso Cecchi aveva scritto una sceneggiatura per un film che avrebbe dovuto dirigere Maselli

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Anna Magnani, Ben Gazzara e Totò in "Risate di Gioia" di Mario Monicelli
Anna Magnani, Ben Gazzara e Totò in “Risate di Gioia” di Mario Monicelli

Roma, Maggio 1960

La lavorazione di Risate di gioia è cominciata il 3 maggio in esterni a Roma, alla Stazione Termini. Questo film porterà sullo schermo una Magnani nuova, persino bionda. «Questo film si svolge interamente nella notte di Capodanno. — dice l’attrice —Nonostante l’estate incipiente, dobbiamo ricreare un’atmosfera natalizia. Il film è una vecchia idea. Un paio di anni fa Suso Cecchi aveva scritto una sceneggiatura per un film che avrebbe dovuto dirigere Francesco Maselli, e che era ispirata agli stessi racconti di Moravia: Ladri in chiesa e Risate di Gioia. In quella versione il mio personaggio era drammatico, mentre ora Gioia è un personaggio divertente, patetico in fondo: per me è una vacanza, una piacevole ma impegnativa vacanza dai miei ruoli consueti. E mi diverte moltissimo fare questo personaggio di una generica un po’ svanita». L’attrice, il regista Monicelli e gli sceneggiatori (Age & Scarpelli e Suso Cecchi) hanno trascorso tutto il periodo di preparazione del film in lunghi colloqui: tutte le scene sono state discusse e definite solo mano a mano che la Magnani entrava nel nuovo gioco. Chiedere ad un’attrice come lei di sbarazzarsi di colpo dei personaggi così connaturati al suo carattere, equivaleva ad un gioco di azzardo. «La comicità, come in ogni film di Monicelli — afferma la Magnani — ha un risvolto amarognolo. Risate di gioia non farà eccezione. Io non sono un critico, recito e basta. Ma devo riconoscere, in piena sincerità, che questo film mi piace. Sento molto il personaggio affidatomi e la pietà che lo circonda».

«Che effetto faccio bionda?» chiede la Magnani. Il suo personaggio, Gioia detta Tortorella, è una generica impegnata in un film in costume che si gira a Cinecittà. Più tardi, a casa, nel tentativo di farsi due ciocche bianche nei capelli, se li brucerà e dovrà allora ossigenarli. Un giornalista chiede se questa è la prima volta che recita con una parrucca bionda. «No, sono stata bionda in teatro, per la messa in scena della Foresta pietrificata di Sherwood (Lamberto Picasso interpretava la parte del gangster) e in Anna Christie di O’Neill. Altri tempi!».

«E la rivista? Tornerà al teatro leggero?»

«Ogni anno mi riprometto di tornare sul palcoscenico, ma poi sono costretta a rinunciarvi. Lo so, sono la donna più discontinua del mondo. Tutto cambia dentro di me da un’ora all’altra. Il fatto è che seguo sempre il mio istinto e il mio cuore». Molti affermano che la nostra grande attrice è diversa da tutte le altre perché ignora il panico, perché si butta nella sua parte come se si gettasse dall’ultimo piano di un grattacielo. «Beh, diciamo almeno che so cadere con un certo stile», ammette sorridendo la Magnani. «Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così, come nella vita, le mie speranze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta come sono. Sono come sono senza riserve e senza ipocrisia. Nella vita tutto mi emoziona, mi commuove, mi fa tenerezza e mi spinge alla generosità. Ma nel lavoro, lo riconosco, sono una peste. Qualche volta posso anche diventare cinica, cattiva, spietata. Non ammetto che si bari, che si truffi, che si cerchi di dare a intendere si saper fare una cosa se non è vero. Io il mio mestiere l’ho sudato e sofferto. Ho impiegato molti anni, e ho faticato per diventare “la Magnani”. Ora sudo e fatico per continuare ad esserlo». In Italia è talvolta considerata un’attrice piuttosto difficile, piena di pretese, invadente, ma basta osservarla mentre lavora per rendersi conto che non è così: «Qualche volta può essere avvenuto ciò che mi si rimprovera perché mi sono trovata a lavorare con gente che non aveva nessuna preparazione, né forza morale o artistica per imporsi su di me, e per questo mi sentivo più forte di loro».

«Sarebbe disposta a riformare compagnia con Totò

Il principe De Curtis si scuote: «Se Anna allestisse uno spettacolo e mi chiamasse, io accorrerei». «Sei troppo modesto. — esclama la Magnani — La verità è che il teatro stanca e non ci va più di lavorare!» Affiorano i ricordi, i titoli delle riviste rappresentate durante la guerra e nel periodo successivo alla Liberazione.

«I fascisti — rammenta Anna Magnani — ci proibirono di pronunciare la parola “libertà”, che era scappata dalla penna di Michele Galdieri» «Ricevemmo una diffida ufficiale — aggiunge Totò —. Erano anni difficili quelli».

Chiedono a Totò se ha mai pensato alla regia. «Per carità! Vedete: il regista, di notte, deve studiare. Io invece, durante la notte, preferisco dormire».

Fine della Prima Parte

Ho creduto di essere Nannina

Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero.

Roma, città aperta
Anna Magnani

Non è facile far parlare Anna Magnani di Roma, città aperta: a chi le domanda quanto ha contato sulla sua storia di attrice recitare in uno dei film più importanti del cinema italiano, la Magnani è solita rispondere con il caldissimo imbarazzo della sua ben nota voce che «non sa cosa dire», che «è difficile parlare di una cosa così importante».

Le abbiamo chiesto se crede che Roma, città aperta sia ancora un film attuale, per il pubblico di oggi, per i gusti e i sentimenti dei giovani del ’70: «Magari ce ne fossero ancora di questi film — ha esclamato l’attrice con impeto —. Del resto lo vediamo tutti: ogni anni Roma, città aperta viene dato in qualche sala o alla televisione ed ha sempre successo. Ciò vuol dire che è ancora attuale».

Il neorealismo deve molto alla Magnani, ma la Magnani deve molto al neorealismo. Ci sono esperienze che una attrice si porta dietro in ogni inflessione di voce ed in ogni piega del suo corpo: Anna Magnani, uno dei più interessanti esempi di anti-diva, rappresenta tutta un’epoca della nostra cultura cinematografica: «Prima ancora di fare il film di Rossellini, io me la sentivo dentro questa voce di recitare come si vive, di parlare con il cuore, con la schiettezza della gente vera».

«Il neorealismo — ci dice con semplicità ma con convinzione — io lo avevo nel cervello: avevo sempre pensato che fosse giusto farla finita con il tempo del “telefoni bianchi”, con i dialoghi ipocriti di attrici belle ma vuote. Era giusto, invece, guardarsi intorno, vedere i fatti e i sentimenti della gente umile, di una donna non bella, ma con una dramma vero nella sua vita».

Abbiamo tentato di farla parlare su quei giorni del 1945, sulla sua lavorazione con Rossellini, su quei tempi unici del nostro cinema. Ma Anna Magnani non ricorda, oppure non vuole ricordare: una vera attrice, e la Magnani è davvero una grande attrice, ha il pregio ed il destino di rinnovarsi, di mutare, di rendersi capace di nuove dimensioni in tempi nuovi. Il passato di una attrice si può ricostruire solo nella sua ultima interpretazione.

Ciò che ha voluto ricordare riguarda molto più la sua ricchezza di donna sensibile, istintiva, autentica per come è fatta e come si comporta: «Ricordo i volti della gente atterriti di fronte alle armi dei tedeschi: tutto era tremendamente vero. Io stessa ho creduto di essere veramente quella donna».

«La ricostruzione era così realistica che gli attori partecipavano della stessa paura e sgomento che avrebbero provato quelli del pubblico. Io nel creare il mio personaggio ho operato in funzione della mia emozione».

Parlando con Anna Magnani segue un suo ritmo, un suo moto interno: ama le frasi semplici ed immediate ed è praticamente impossibile registrare sulle colonne di un giornalista le sfumature psicologiche delle sue brevi frasi. È una donna che è veramente nata per il cinema e Rossellini questo lo aveva capito.

Roma, Gennaio 1970

A colloquio con Anna Magnani

“Rossellini è un caso deprimente che fareste bene a dimenticare anche voi se non volete finire dallo psicoanalista”

Anna Magnani
Anna Magnani riceve i giornalisti nella sua casa romana di Palazzo Altieri

Roma, dicembre 1957

Raramente Anna Magnani riceve gente a casa sua. Ama la solitudine, o forse è soltanto gelosa della propria intimità, delle mille cose che la custodiscono, e la celano all’indiscrezione e alla curiosità. Scoprirla tra le sue cose disposte con disordine, i mobili, i libri, i quadri e gli oggetti più strani, preziosi, gli animali, è una esperienza indimenticabile.

Doveva presentarci Eli Wallach, il “siciliano” di Baby Doll, che aveva conosciuto a Broadway, e che la sera prima aveva tenuto in un teatro romano una divertentissima conferenza sulle sue esperienze alla scuola di Kazan, negli spogli palcoscenici dell’Actor’s Studio. Wallach era sulla scena, allora, “Mangiacavallo” nella Rosa tatuata, che Tennessee Williams aveva scritto per Anna Magnani: Un Mangiacavallo superbo, magnifico, un attore come al mondo pochi ne esistono anche in America.

Di quanti eravamo stati invitati all’ultimo piano di Palazzo Altieri, sull’altra ala dell’edificio dove molti anni fa l’attrice aveva debuttato come soubrette in una rivista d’avanspettacolo, pochi si sono occupati dell’ospite. Non che non lo meritasse: tutt’altro. È uomo veramente straordinario, ricco di risorse, accompagnato da una fama che pochi attori di teatro possono vantare. Anna Magnani ha però il potere di calamitare su si sé l’interesse e la curiosità generali. E poi c’è sempre chi solleva con mano pesante le tende della discrezione. Il nome di Rossellini pareva inevitabile: «È un caso deprimente che fareste bene a dimenticare anche voi se non volete finire dallo psicanalista». Ed ha chiuso l’argomento. «La vita è già difficile a viversi. Voi giornalisti non fate che peggiorare le cose». Era nelle sue parole un che di amaro, di risentimento personale.

In quella cornice (alle sue spalle un capace caminetto, che ardeva senza posa, come incastonato ai piedi d’una libreria; indosso una vestaglia a sottolineare maggiormente il “suo” disordine) Anna Magnani era “più vera” di qualunque altro personaggio interpretato sullo schermo. Bene in vista la statuetta d’oro dell’Oscar, a fianco della Grolla d’oro. Potrebbe esser felice. Non lo è.

Avrebbe dovuto essere la madre nella Diga sul Pacifico: «Avevo letto il romanzo e mi era subito piaciuto: un’opera potente, pronta per essere tradotta in film. Mi ha vinto la preoccupazione che si volessero sfocare tutti quanti i personaggi per dare maggior risalto al personaggio della figlia, ruolo che era stato destinato a Silvana Mangano». Lo stesso Irwin Shaw, lo sceneggiatore, aveva confermato questa sua preoccupazione: «Non ne feci nulla».

«Non avete idea cosa voglia dire lavorare con una protagonista che è moglie del produttore. In fondo è stato bene, perché così ho potuto interpretare l’ultimo film di George Cukor». Wild is the Wind (Selvaggio è il vento), è stato presentato in prima mondiale pochi giorni fa, a New York; ed alle cinque e trenta del mattino del giorno successivo, Hal Wallis telefonava alla Magnani per informarla del suo personale successo: «Hai riscosso applausi sin dalle prime scene».

Tre volte era stata riveduta la sceneggiatura del film per lei. Càpita raramente a Hollywood. E prova in quale considerazione sia tenuta Anna Magnani.

Interpreterà un film anche in Italia, nei primi mesi dell’anno prossimo. «Siccome ho imparato ad essere tremendamente superstiziosa, non vi dirò di che si tratti sinché non sarà dato il primo giro di manovella». Il cinema italiano è tuttora vivo. Anna non crede alla «rovina». Tutt’è mutare indirizzo alla produzione. «Poveri ma belli, va bene; ma non sempre, sino alla noia».

Dopo di che Anna si recherà ancora una volta a Hollywood per essere la protagonista di un’altra commedia di Tennessee Williams ridotta per lo schermo: Orpheus Descending. S’è stabilita una certa affinità elettiva fra l’arte dello scrittore americano e la nostra attrice. Di un altro film, pure da girarsi negli Stati Uniti nel prossimo anno, a settembre, ci ha parlato Anna Magnani: «Siamo alla ricerca di un soggetto che mi piaccia. Mi piacerebbe una vicenda diversa dalle solite, con un personaggio pure diverso. Mi sento di poter esprimere una quantità incredibile di tipi di donna. Li ho covati qui dentro, per anni».

La ciociara di Moravia, per esempio: si sentirebbe di farla. V’è stato un pour-parler, ma nulla di definitivo. O La Lupa di Verga: «film che vorrei fare a ogni costo, dovessi anche produrlo da me». La Lupa è un film legato a uno dei peggiori ricordi della sua vita di attrice. Non ha potuto dimenticare di non essere stata preferita a Kerima nella versione diretta da Lattuada. E un altro episodio non dimenticherà mai riguarda De Sica. Gli diceva un giorno: «È un vero peccato, Vittorio, che io e te non si faccia qualcosa insieme. Io ti capisco, sento ciò che vuoi». «Sono io che non sento il romanesco» fu la risposta, ed Anna ne fu come gelata. Per la prima volta in vita sua pensò seriamente «di piantarla» col cinema.

La graziosa moglie di Wallach, anch’essa attrice, stupiva dalla straordinaria vitalità che sottolineava ogni gesto, ogni parola della Magnani. La sera prima, sia lei che il marito, con parole semplici e commoventi, immediate, erano stati presentati al pubblico romano accorso numerosissimo ad applaudire la loro esibizione «fuori programma», alla maniera del’Actor’s Studio, e insieme ricambieranno la cortesia l’anno prossimo a Broadway dove Anna Magnani, quasi certamente debutterà in teatro nel Camino Real, guarda caso!, un’altra commedia di Tennessee Williams e forse per la regia di Lee Strasberg.

Anna Magnani interpreta a Parigi la storia di Josefa la droghiera

Anna Magnani e Bourvil durante una pausa delle riprese di Le magot de Josefa.
Anna Magnani e Bourvil durante una pausa delle riprese di Le Magot de Josefa.

Parigi, maggio 1963

L’altipiano ondulato intorno alla Marna come fondale, un pugno di case con l’intonaco sbrecciato, una chiesa dalle linee incerte, un campanile tozzo, un cimitero gremito di tombe con epigrafi solenni, e tutt’intorno il verde tenero di questa tardiva primavera. È il settimo giorno di lavorazione del Magot de Josefa, una mattina piena di vento e di pioggia. Anna Magnani riceve nel gabinetto del sindaco. Lo hanno trasformato per lei in un camerino, c’è una rozza specchiera con tutta una serie di inutili pettini e un ruvido divano.

«Spero che almeno lei», incomincia l’attrice, «non mi chieda se mi piacciono gli uomini francesi. Me lo domandano tutti, sembra che si siano passati la voce. E poi scoprono che ho un brutto carattere, che sono insolente…».

Era appena arrivata a Parigi quando la intervistarono quelli della televisione. Il servizio andò in onda con il telegiornale. «E così, signora Magnani, con il suo temperamento impetuoso…», cominciò l’intervistatrice.

Non ebbe neppure il tempo di completare la frase che Nannarella sbottò: «Ah, ma senti questa! Ma chi ve le racconta queste cose? È mai possibile che io debba passare agli occhi di tutti come la donna che trascorre le sue giornate a fare la faccia feroce, a spaccare stoviglie, a terrorizzare il prossimo mio? Ma io, ragazza mia, sono una donna come tutte le altre: io canto, penso, rido, leggo e mi arrabbio anche, come ora per esempio. Ma è assurdo e ingiusto pensare che io passi la mia vita a ringhiare…».

«Il fatto è», mi spiega, «che io a queste cose non sono più abituata, se mai vi ho fatto l’abitudine in passato. L’altro giorno è venuto un giornalista e mi ha chiesto se ero contenta della faccia che mi trovavo. Io mi chiedo se sono domande da fare, ma pazienza. “Sì”, ho risposto facendomi forza, “per me va bene così”».

«Credevo che fosse finita lì, ma quello, imperterrito: “Così, signora Magnani, e lei non piacerebbe avere la faccia di Elizabeth Taylor?”. “A me no”, risposi spingendo all’eroismo il mio fair play. Il giorno dopo ci hanno pubblicato il titolo: La Magnani non vorrebbe avere la faccia di Liz. Ormai», continua «non mi arrabbio neanche più. A parte il fatto che vorrei proprio vederlo questo trapianto: la testa della Taylor su questo basamento qui», e si dà delle manate sul petto.

Come rispondendo a un richiamo, un uomo si affaccia alla porta: ha gli occhi azzurri e pungenti, in naso ingobbito, una carnagione rosea da poppante, una pettinatura rossiccia. «Venga qui, Bourvil, amico mio», dice la Magnani, «mi aiuti lei, mi suggerisca cosa devo rispondere ai giornalisti quando mi chiedono se mi piacciono gli uomini francesi». Bourvil ha una battuta fulminante, sapida e irripetibile.

Non si erano mai incontrati prima di sette giorni fa, Anna Magnani e Bourvil. Si sono visti per la prima volta sul set. «È bastata una occhiata e ci siamo capiti subito», mi dice l’attrice. «Bourvil ce l’ha scritto in fronte che è un uomo leale e sincero, tutto cuore, come me».

Bourvil mi racconta che fino a qualche attimo prima dell’incontro aveva avuto una crisi di panico, uguale a quella che lo sconvolse durante i primi approcci con Gabin, quando girarono La traversata di Parigi, il film che li procurò la coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile al festival di Venezia del 1956. «Io», mi ha confessato, «ho un po’ il terrore dei mostri sacri; mi lascio assalire da un’inquietudine, da un disagio che mi riesce difficile da debellare. La Magnani poi», ammette con un senso di colpa, «non l’avevo mai vista neanche al cinema. Forse anche per questo la sua fama, la sua reputazione, la sua leggenda di attrice insuperabile e di donna terribile erano ai mie occhi ancora più ingigantite. Vederla, parlare qualche attimo e capire subito che la Magnani è tutto meno che un mostro sacro, scoprire che in fondo venivamo da una stessa matrice di spontaneità, di sincerità, di umanità fu tutt’uno».

Parigi, 26 giugno 1963

Anna Magnani ha finito da poco di girare gli esterni del Magot de Josefa, ma si è buscata una sequela di reumatismi e mal di reni a causa del cattivo tempo dei giorni scorsi, dell’umidità e delle interminabili pioggerelle che sono di casa a Parigi in ogni stagione. Ora si è rimessa, e attende che il film sia finito per poter rientrare in Italia, non a Roma, ma a San Felice Circeo, nella sua villa di fronte al mare (a Roma, che detesta, come detesta tutte le grandi città, dovrà pure tornarci, ma dopo essersi riposata, per girare Caino e Abele sotto la direzione di Alessandrini).

Se si toglie qualche corsa al marché aux puces e a Montmartre, la grande attrice non si sposta dagli studi di Saint-Maurice, dove viene appunto girato il Magot de Josefa; la sera rientra saggiamente a casa, nel suo appartamento a rue Bassano, a Parigi, e si mette a letto di buon’ora. Insieme con un’altra nostra attrice, Monica Vitti, che gira qui Castello in Svezia, della Sagan, sotto la direzione di Vadin, essa offre poca materia ai compilatori di pettegolezzi che si devono limitare a segnare la sua presenza a Parigi e basta. I francesi si sbagliano, dice, se credono che tutte le italiane sono Gina Lollobrigida o Sophia Loren.

Incontro con Anna Magnani

Anna Magnani

Torino, Aprile 1946

Da molto tempo Anna Magnani mancava da Torino. Però si era fatta viva più volte sullo schermo: Teresa Venerdì, Roma città aperta, Abbasso la miseria. Tre film molto diversi di contenuto e di tono, dove la personalità della Magnani caratterizzava un tipo ben definito ed esprimeva qualcosa di genuino nel cinema italiano. La gente e l’aria di Roma, il carattere scanzonato e beffardo, gli accenti spontanei e cordiali, una parlata viva e pittoresca. Trilussa e Petrolini, una tradizione di vita e di arte, di poesia e di teatro. Roma e Anna Magnani, come dire Napoli e i De Filippo.

A Torino, dopo la lunga assenza, la Magnani se ne è venuta con l’eco dei successi romani e con una rivista di Garinei, Giovannini e Marchesi: E scampolo sogna. Una rivista spiritosa, gradita dal pubblico. Per divertirlo, non ricorre a balletti e a nudismi. E questo è un gran merito.

Sono andato al Carignano a far visita alla Magnani, fra un tempo e l’altro della rivista.

— È un pubblico molto intelligente ed educato quello di Torino — essa mi dice — e questo teatro un vero gioiello. Anche i miei compagni, Viarisio, Pilotto, la Dondini sono molto contenti di essere venuti a Torino.

— Dove andrete, dopo?

— Faremo un giro nel Nord: Milano, Bologna, Firenze, Genova. Mi hanno offerto una scrittura in America per cantare in un club notturno, ma non l’ho accettata.

— Nella prossima stagione lavorerà ancora nella rivista?

— No. Voglio occuparmi del teatro di prosa. Prima di questa rivista ho rappresentato all’Eliseo con Ruffini e Pilotto, Tieri, Romano, Ninchi e Roldano Lupi l’Anna Christie di O’Neill. Non so ancora quale lavoro sceglierò. Probabilmente un altro famoso autore straniero, su cui si racconta una storiella… Una sera egli su trovava dal direttore di un teatro ove si replicava un suo lavoro. Entrò un macchinista a chiedere un aumento di paga. «Non posso — gli disse il direttore — vi dò già abbastanza e poi avete il vantaggio di ascoltare tutte le sera la commedia del nostro grande autore». «È ben per questo che io chiedo un aumento di paga», rispose il macchinista. Scherzi a parte, è un lavoro molto buono e metterò tutto il mio impegno.

Avevo altro da chiederle, ma le esigenze dello spettacolo interruppero la nostra conversazione. Ci rivedemmo il giorno dopo nell’antica sede dell’Arsenale ove si girano gl’interni del film Il bandito diretto da Lattuada. La Magnani, che impersona la parte di una allegra donnina fra due uomini, Amedeo Nazzari e Mino Doro, è affaticata.

— Non riesco a riposarmi — mi dice mentre la sua controfigura la sostituisce nella prova di una scena. — Di giorno il film, di sera il teatro. Eppure il cinema mi piace tanto…

— Ha qualche progetto dopo questo film?

— Oh sì. Ho già un contratto con il regista Rossellini per l’interpretazione di un film di cui io stessa ho preparato il soggetto. Protagonista è una vecchia madre che tenta di salvare la famiglia dallo sfacelo del dopoguerra…

— Vuol dirmi ora qualcosa della radio?

— Sono stata alla radio soltanto per uno spettacolo dedicato ai soldati. Non approvo la trasmissione di commedie alla radio; preferisco ascoltare musica, leggera e sinfonica. La propaganda politica, meglio che alla radio, si dovrebbe fare sui giornali. La gente vuole distrarsi, evadere dai soliti discorsi e non riascoltarli quando si mette a tavola…

Mentre parliamo, il cane di Anna Magnani, un bassotto dal pelo lungo, se ne è andato in un canto scambiando, forse per la luce dei riflettori, una colonna di legno per una di quelle presso cui si sofferma per strada.

— È l’istinto — commenta la Magnani. — Bisogna perdonarlo, povero piccolo. Anche gli uomini agiscono per istinto. Quando passa un carro di fieno, chi non ci strappa una pagliuzza? Lo diceva già Trilussa:
E dar signore infino ar cerinaro
li trovi tutti co’ la paja in bocca.
Embè, ched’è? L’istinto der somaro.

Anche Petrolini m’avrebbe risposto così, perché quelli di Roma, quando possono non perdono mai l’occasione di dare, piccoli o adulti, a teatro o fuori, «’na bbona risposta»

 

Nannarella non sei più tu!

La cura di Hollywood ha cambiato la Magnani

Anna Magnani 1959
Anna Magnani 1959

Roma, ottobre 1959

Se non fosse stato per gli occhi, forse non la avrei riconosciuta. Ma come? Era Anna Magnani quella distinta signora vestita a nero, ben pettinata, piena di sussiego, che mi veniva incontro sorridendo garbatamente? O non era piuttosto la moglie di un vecchio generale a riposo, una di quelle signore della nostra buona borghesia, che dividono il loro tempo fra canaste di beneficenza, riunioni di dame della carità e visite  agli asili infantili delle borgate? No; era Anna Magnani. Me lo dissero gli occhi, i suoi grandi occhi profondi; quegli occhi che sanno parlare anche se la bocca resta muta. Gli indimenticabili occhi di Nannarella ai quali sembra dedicata quella stupenda canzone napoletana che dice: «Uocchie che arraggiunate…».

Della Magnani che noi tutti conosciamo ed amiamo, Hollywood ci ha restituito questa volta soltanto gli occhi. Tutto il resto è cambiato. Non c’è più l’Anna Magnani esplosiva, interprete de L’Onorevole Angelina; non c’è più l’Anna Magnani piena d’umanità popolare che ha interpretato Bellissima; non c’è più l’Anna sguaiata, violenta, simpaticamente volgare, che tutti ricordiamo. Hollywood l’ha cambiata. Sono bastati tre films negli Stati Uniti, per darci una Magnani nuova, paziente, affabile, senza scatti e senza impennate; e per di più una Magnani che parla un italiano a bocca stretta, come se prima di parlare la avessero costretta ad addentare un limone.

Anche fisicamente è cambiata: ha il viso scavato, i lineamenti tirati: e gli occhi campeggiano su questo viso sempre mobilissimo; e dicono a volte più di quanto la bocca non voglia dire.

Le domande che le si vogliono rivolgere, quando si parla con Anna Magnani, sono tante che fanno ressa sulla bocca; e ciascuna vorrebbe uscire per prima.

— Che ne dice di Marlon Brando?

— È un delizioso compagno di lavoro ed un attore insuperabile…

Anna ha girato accanto a Marlon Brando il suo ultimo film americano, tratto come i precedenti, da una commedia di Tennessee Williams,

—  È vero che ha un mucchio difetti?

Ecco; adesso sono i suoi occhi a parlare; prima che la bocca vi dia una risposta. Ammiccano con malizia, quegli occhi; ed Anna Magnani risponde:

— Anche io sono piena di difetti… Ma ad un grande artista come Marlon Brando, si perdona volentieri qualunque cosa…

— Ha sentito parlare, ad Hollywood, di Sophia Loren?

È senza dubbio una domanda a doppio taglio: serve anche a saggiare il terreno; la risposta confermerà la prima impressione, mi dirà se la Magnani è affettivamente cambiata o no.

— Ad Hollywood, durante le riprese del mio ultimo film, lavoravo dalle sette della mattina fino alle sette della sera. Tutti avevamo, quindi, troppo da fare per occuparci di Sophia Loren

L’ha detto con naturalezza; e con quel suo accento italiano da vecchio zio di America.

Proviamo ancora a punzecchiarla? Benissimo; ecco la domanda:

— È vero che girerà in Italia un film diretto da Rossellini?

Non si scompone, non si inalbera, non ribatte con una rispostaccia. È sempre molto pacata e molto composta.

— L’avete scritto voi giornalisti… — Dice. E dopo un attimo aggiunge: — Girerei volentieri un film diretto da Rossellini, se si presentasse l’occasione per fare un grande film, poiché ritengo Rossellini un grandissimo regista…

Toccati! No; Anna Magnani non è più lei. Ma ecco, improvvisamente, riaffiorare Nannarella.

— Del resto, — conclude — penso che Rossellini, dal canto suo, abbia una gran voglia di fare un film con me…

E ride: ma pianamente, discretamente. Non è più la sua risata larga, sincera, spontanea; quella risata di un tempo, che ricordava una cascatella alpina, tanto era fresca e chiara.

— Si fermerà molto in Italia?

— Girerò un film diretto da Monicelli: un film comico, tratto da due racconti dello scrittore Alberto Moravia. Dopo non so. Comunque più in là tornerò ad Hollywood. V’è, ad attendermi; una commedia si Tennessee Williams, che attualmente si recita a Broadway con enorme successo. Gli sceneggiatori sono già al lavoro: appena tutto sarà pronto, partirò.

— E il teatro? Non tornerà mai più a recitare in teatro?

— Sarebbe necessaria una lunga preparazione: manco da troppo tempo dal palcoscenico, e senza una preparazione adeguata non mi sentirei di affrontare il giudizio del pubblico…

Questa volta è lei; è l’attrice cosciente, che ha un grande senso della responsabilità, che ha il massimo rispetto per il pubblico, che ha una vera e propria venerazione per l’arte.

— È contenta di essere di nuovo a Roma?

Allarga le braccia: come se volesse abbracciarla, la sua città. E gli occhi, i suoi occhi espressivi si riempiono di lacrime: commozione, gioia, affetto: c’è tutto questo, e c’è altro ed altro ancora in quello sguardo. E mi sembra di veder riflessi negli occhi profondi di Anna, Trinità dei Monti e Santa Maria in Trastevere, il Pincio, il Campidoglio e San Pietro.

— Qual’è il suo programma per i prossimi giorni?

— Parto subito per il Circeo. Ho tanto bisogno di riposo e tranquillità; ho tanto desiderio di azzurro…

La chiacchierata è finita. Mentre mi congedo da Anna Magnani, qualcuno, passando la urta inavvertitamente. Ecco — penso — ora esplode; adesso torna ad essere Nannarella… Invece niente. L’uomo che l’ha urtata si scusa; e Nannarella lo guarda e sorride, come per dire: «Non è niente, le pare?».

È un’altra. Decisamente è un’altra. Ma no! Non è così! Non ho tenuto conto degli occhi. Nannarella ha sorriso, è vero; ha mormorato anche, a mezza bocca, con il suo nell’accento verniciato da esotismo «Ma le pare?»; però i suoi occhi, gli occhi di Nannarella, hanno detto qualche altra cosa. I sembra — o mi sbaglio? — che abbiano mandato il passante distratto e frettoloso, a…

Avrei voluto incominciare il pezzo, scrivendo: Nannarella non sei più tu! Ma dopo quell’occhiata, penso che ciò non sia più possibile. Sì, è vero, è cambiata. Può sembrare la moglie di un vecchio generale, dedita alle canaste di beneficenza, ed alla raccolta di fondi per i cagnolini orfani. Ma gli occhi di Anna Magnani, hanno sempre lo sguardo ironico di Nannarella. E, forse, tra un mese o due, quando i suoi polmoni avranno immagazzinato un po’ di quest’aria del Cupolone, tornerà ad essere lei, Nannarella, anche nel modo di parlare, e nelle esplosioni di collera.

Anna Magnani fra cinema e teatro

Ritornerebbe sul palcoscenico, ma solo per interpretare personaggi impegnativi e se l’organizzazione teatrale in Italia fosse diversa.

Anna Magnani Wild is The Wind

Febbraio 1958

Anna Magnani, giunta oggi al punto più alto della sua parabola artistica, considerata e proclamata in tutto il mondo una delle migliori attrici attuali, accarezza, ancora più o meno segretamente, quello che deve essere stato il suo sogno di partenza: dare al pubblico e alla critica l’esatta misura del suo talento di attrice di prosa.

Nel corso di una recente conversazione non ci ha nascosto questo suo desiderio così come, molto sinceramente com’è suo costume, non ha passato sotto silenzio le ragioni che le rendono difficile il gran passo. «Da quando sono tornata in Italia dopo avere interpretato a Hollywood Wild is the Wind per la regia di George Cukor — ci ha detto — ho ricevuto molte proposte interessanti. Mi hanno offerto dieci volte La figlia di Jorio, e Ungaretti mi ha chiesto, parlando alla televisione: Annarella perché non interpreti la Fedra? Ma ho puntato tutte le mie carte su un cavallo sbagliato. Mi sono dedicata alla preparazione di un film tratto da due novelle di Moravia e ora mi accorgo che il film non si farà mai, che ho perso troppo tempo, che il mese di agosto, cioè il momento in cui dovrò ritornare in America, è più vicino di quanto non sembri. Così mi trovo costretta a un involontario riposo».

In America interpreterà la riduzione cinematografica dell’Orpheus di Tennessee Williams e, forse, un lavoro che Williams sta scrivendo per lei, a Broadway. Sbaglieremo il pronostico, ma saremmo disposti a scommettere dieci contro uno che Annarella riceverà il suo secondo battesimo come attrice di prosa sui palcoscenici americani. Autori, produttori, registi teatrali se la stanno contendendo da anni e se, finora, il grande ritorno non c’è stato, lo si deve più che ad altro al timore che la Magnani ha di dover recitare in inglese. Per questa ragione ha rifiutato di portare sulle scene La rosa tatuata, quando ormai Williams credeva di averla convinta al gran passo. Staremo a vedere se l’Orpheus o la riduzione che Williams sta curando di un suo lungo racconto intitolato La primavera romana di Mrs. Stone, troveranno la nostra attrice più preparata e sicura. Comunque, lo ripetiamo, saremmo disposti a scommettere che il ritorno della Magnani al palcoscenico avverrà in America anziché in Italia. E lei stessa, indirettamente, ce ne ha dette le ragioni quando ha dichiarato: «Vede, lavorare per il teatro in Italia è troppo faticoso. Io sono fuori allenamento  e avrei bisogno di poter contare su un lungo periodo di prove: due mesi o tre non saprei. E questo, lo riconosco è un grave handicap per una Compagnia italiana che non si può permettere un così lungo periodo di prove per le note ragioni. D’altra parte, un’artista non può sottoporsi ad orari ferrei come un ragioniere. Come si fa a dire: si prova dalle otto a mezzogiorno e dalle quattro alle dieci di sera? E se uno non se la sente di provare, di recitare, in quelle ore? Certo il lavoro di base lo si può fare ugualmente, ma ai fini della interpretazione artistica si combinerà ben poco. È inutile che le dica che se decidessi di ritornare sul palcoscenico accetterei solo personaggi molti impegnativi che mi impegnerebbero completamente dal punto di vista artistico…». Anna Magnani fa una lunga pausa poi aggiunge: «E poi, recitare tutte le sere una parte impegnativa come La figlia di Jorio o la Fedra è bestiale. Anche le donne di servizio sono riuscite ad ottenere un giorno di riposo la settimana, ma agli attori di teatro questo non è concesso. E lei sa quanto ne avrebbero bisogno, per respirare, per ricaricare le batterie».

Come vedete la Magnani non ha perso la sua franchezza. Se l’organizzazione teatrale italiana non soddisfa le sue esigenze, discutibili fin che volete, ma sincere, la situazione del nostro teatro non le lascia minori perplessità. La vitalità di un teatro è direttamente proporzionale allo interesse del pubblico. Ma il pubblico attuale, assillato com’è dalle tasse, dalle cambiali, dalla necessità di assicurarsi un pranzo e una cena, non ha tempo per sognare. Che cosa si può offrire a questi spettatori? Un teatro di cronaca, immediato, scoperto. Non certo un teatro di pensiero o di poesia. Tuttavia se Anna Magnani dovesse organizzarsi un suo cartellone oltre alla Fedra e alla Figlia di Jorio ci metterebbe una Medea, una Signora dalle camelie spolverata, come dice lei, più vera, più moderna, più realista. Così come le piacerebbe una edizione del Pigmalione in dialetto romanesco.

In queste scelte si può riconoscere un indirizzo preciso e un desiderio di impegnarsi a fondo che ci fa rimpiangere il poco tempo che l’attività cinematografica lascerà — anche nel migliore dei casi — alla nostra attrice per potersi dedicare  con la serietà che giustamente  pretende al teatro.

Prima di congedarci da lei le abbiamo chiesto di rispondere ancora a una domanda che era questa: dal suo punto di vista di attrice quali sono attualmente le differenze essenziali fra il lavoro del teatro e quello negli studios?

«Nessuna differenza — ha risposto la Magnani — o meglio una differenza c’è ed è questa l’attore quando lavora per il cinema ha bisogno di un regista che faccia da accumulatore di sentimenti, emozioni, stati d’animo che, altrimenti, rischiano di disperdersi data la particolare organizzazione che sottende il lavoro cinematografico. Lo spezzettamento delle scene, la necessità di saltare da uno stato d’animo ad un altro a seconda delle esigenze tecniche e di un preciso calendario di lavorazione, rende necessaria la presenza di un regista dal quale, in definitiva, dipende il crollo o la riuscita del film. In teatro la cosa è completamente differente: queste esigenze tecniche non esistono e un vero artista non ha bisogno del regista che, anzi, rischia di soffocarlo. Jouvet diceva che la recitazione è calcolo, premeditazione, mestiere. Lui poteva permetterselo, evidentemente. I risultati che otteneva stanno a dimostrarlo; ma in generale non penso che sia possibile accettare questa teoria riferendola ad un artista. Per esempio prendete l’Actor’s Studio di Kazan di cui si parla tanto. Io durante la permanenza a New York ho avuto la possibilità di assistere come spettatrice ad alcune lezioni impartite agli allievi della celebre scuola di cui ormai conoscete i metodi. Ma poi parlando con Eli Wallach quando è venuto a Roma per illustrare il Metodo Kazan ho scoperto che lui stesso non lo condivide  in pieno. Perché? Perché Wallach è un artista nel vero senso della parola e, pertanto, non può rinunciare alla sua personalità. Del resto debbo dire che in America si lascia all’attore una grande libertà. Una delle ragioni del mio entusiasmo di lavorare in America è proprio questa: mi hanno sempre lasciato la più ampia libertà interpretativa, si sono sempre fidati del mio talento. Se così no fosse non saprei muovermi, non saprei alzarmi in piedi. Con questo non nego che si possano fare degli ottimi spettacoli di regia, che si possa recitare egregiamente “di scuola”, ma un artista non può sottomettersi a regole. E di qui nasce la difficoltà della sua collaborazione con il regista teatrale».

Franco Calderoni