Dramma di una madre in una clinica svizzera

Anna Magnani al capezzale del figlio operato a Lausanna

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Anna Magnani sorpresa da un fotografo in una via di Losanna
Anna Magnani sorpresa da un fotografo in una via di Losanna

Losanna, ottobre 1955

Anna Magnani ed io siamo partite per Losanna una sera del mese d’ottobre, senza parlare della ragione di questo viaggio. Quando Anna ha una pena nel cuore, tace per giorni, giorni, giorni, forse per mesi. Sembra che maturi, nutrendola di ogni pensiero, la disperazione la quale, quando infine esplode, ha la violenza del tornado. Ora la nostra antica e provata amicizia ci metteva insieme di fronte a uno dei momenti più gravi della sua vita. Luca, suo figlio, colpito da poliomielite dieci anni or sono e da molto temo in cura dal prof. Louis Nicod, docente di ortopedia  all’Università di Losanna, doveva essere operato ai piedi. Ogni data dell’intervento, stabilita e rimandata, aveva messo Anna di fronte a gravi problemi e la responsabilità della decisione, unita alla paura del dolore, forse inutile, che avrebbe dovuto sopportare suo figlio, avevano reso i suoi nervi di vetro. Tuttavia il prof. Nicod, che per molti anni aveva atteso tutto il ricupero possibile e tardivo dei muscoli delle gambe del bambino, consigliava l’operazione ora che il bilancio della paralisi era definitivo.

«Hai visto nascere mio figlio» mi aveva detto a Roma «Non mi regge il cuore a star sola in questo momento. Puoi venire con me?».

E così una sera siamo partite per Losanna, angosciata lei, umile io di fronte alla pena che la isolava.

Siamo arrivate precedute a seguite da telegrammi e da lettere che giungevano da ogni parte nel piccolo albergo che avevamo scelto per essere più vicine alla clinica dove sarebbe entrato suo figlio. Troppo inquieta, troppo angosciata, Anna era in condizioni spirituali, morali e fisiche tali da non consentire di poter ricevere i giornalisti arrivati a Losanna.

Luca, che ora ha tredici anni ed è bello, serio e spettinato, era ad aspettarci alla stazione insieme con la governante, visibilmente divertito dall’affanno e dall’inutile diffidenza con i quali controllavamo i capi del bagaglio.E cominciarono qui quei discorsi di Anna col figlio che li portano insieme in un mondo magico e segreto dal quale ci si sente subito esclusi. Lo spirito critico di Luca e una sua speciale grazia nello scherzare sono ripresi da sua madre in tono maggiore quando parlano a ritmo serrato di cose che interessano e capiscono soltanto loro. Di quel mondo fanno anche parte l’umiltà e la gioia con le quali Anna accetta la dolce tirannia di questo suo unico figlio che ha imparato a discutere con lei della malattia e dell’intervento come di un dolore comune.

A Losanna lunghe conferenze con il prof. Nicod dovevano mettere Anna al corrente dei benefici che Luca avrebbe ottenuto dall’operazione chirurgica. Si trattava soltanto di una questione estetica o le gambe del ragazzo si sarebbero rafforzate?

Da questi colloqui Anna tornava disfatta, sempre timorosa di non aver capito bene, sempre titubante di fronte ai vantaggi che reputava relativi, se paragonati ai sacrifici ai quali andava incontro suo figlio. Nottate intere, trascorse a parlare di quest’unico argomento, sfociavano lentamente in albe grigie che non avevano portato nessuna decisione. Luca, al quale furono prospettati vantaggi, dolori e sacrifici, insieme con sua madre decise per l’intervento: quattro operazioni ai piedi, due mesi d’ingessatura e un altro supplementare d’immobilità lo spaventavano meno dell’agonia di sua madre. La perfetta intesa di queste due creature colpite, sebbene in diversa maniera, dallo stesso dolore è il lato più umano di questa triste vicenda.

Il coraggio del ragazzo, cosciente e terso quanto quello di un uomo, come quello di ogni uomo, ebbe un momento di debolezza quando la porta della camera della clinica Bois Cerf si chiuse dietro di noi. Luca guardò sua madre: «Portami via» le disse. E, come un vaso comunicante, Anna reagì subito. Voleva portarsi via il figlio e incalzava le Suore con la stessa voce implorante con la quale mi pregava di tornare ogni ora a riparlare con il prof. Nicod. Travolta, ma più serena di lei, le spiegavo i vantaggi che Luca avrebbe tratto dall’operazione. Il dott. Gobet, che il mattino seguente doveva praticare la narcosi al ragazzo, dovette spiegarle il suo sistema e ascoltare attentamente i suoi racconti di narcosi fatali e le sue raccomandazioni.

Le reazioni di Anna, che sembrano più fenomeni naturali che umani, ebbero modo d’imperversare quando, alle nove di sera, le Suore ci costrinsero a uscire dalla clinica dove doveva rimanere soltanto la governante infermiera del bambino. Anna, che era addirittura convinta di avere il diritto di assistere all’intervento di suo figlio, reagiva selvaggiamente a ogni sua esclusione. Tuttavia la vicinanza di Luca con sua madre è una combinazione chimica che deve indurre il prof. Nicod contrario che precedono un intervento, a pregare Anna di non farsi vedere dal figlio al mattino seguente.

Alle cinque, il campanello che suonava come interrotto in un corridoio dell’albergo era quello di Madame Magnani la quale, poco dopo, era già in moto nel corridoi della clinica dove io, che l’ho raggiunta poco dopo, l’ho trovata livida, gelata, con gli occhi asciutti e duri.

«È salito alle otto meno dieci nella sala operatoria» diceva guardando continuamente l’orologio «sembra che l’intervento debba durare un’ora e mezzo». Alle dieci non riuscivo più a seguirla nel tragitto che al Bois Cerf va dalla terrazza dove si affacciano i vetri della sala operatoria all’ascensore che riporta giù gli operati. Non sapevo più trattenerla; ci aveva portati tutti al centro di una bufera dalla quale non trovavamo più la via di ritorno. Soltanto alle undici, dopo tre ore, il piccolo Luca fu riportato nella stanza dove Anna aveva disposto fiori e giocattoli, spostando a seconda di quelle che credeva fossero le preferenze di suo figlio. Io, spedita d’urgenza a comperare un paesaggio giapponese in vaso che Luca aveva desiderato, al ritorno la trovai a colloquio con il prof. Nicod, finalmente abbandonata a una crisi di pianto. Nicod sorrideva soddisfatto. «Tutto è andato benissimo» la rassicurava «soltanto che ho trovato qualche altra cosa da fare e le operazioni sono state sei, non quattro». Lucida, immediatamente, e attenta Anna si mise ad ascoltare, traducendo con me l’arcano francese del professore.

Poco dopo Anna sapeva a memoria le varie fasi delle operazioni di suo figlio delle quali avevo dovuto prendere nota, per lei.

«Ma oltre ai difetti che sono stati tolti ai piedi, mio figlio caminerà meglio?» chiede Anna «Senza dubbio, madame» la rassicurò Nicod, salutandoci con un gesto che significava che il suo lavoro non era finito.

Rientrammo nella stanza di Luca, inutilmente in punta ai piedi e certo, soltanto il rispetto per quel coraggiosissimo bambino creava leggeri i nostri gesti di fronte al sonno profondo che il medico aveva voluto per lui anche dopo il risveglio della narcosi.

Anna non si è più mossa dalla camera del figlio, ma qualche cosa, intanto, aveva sciolto il suo cuore di piombo. Le Suore?… Bravissime. Le infermiere? Deliziose, sebbene controllasse ogni loro movimento.

Molte cose si sono dette su Anna Magnani, in tutto il mondo, ma il pensiero che potesse assumere la fierezza e l’orgoglio di un caporale ha sempre esulato dalla mente di ogni giornalista fintanto che in quell’atteggiamento l’ho veduta io, quando medici, suore e infermiere hanno fatto sapere ai quattro punti cardinali della clinica che mai, mai, avevano incontrato un bambino più bravo e coraggioso del suo.

Il sonno di Luca è stato squarciato, finalmente, dai suoi stessi occhi che, immensi e pensierosi, si sono posati subito sulla madre.

E li abbiamo lasciati soli nella stanza bianca che accoglieva, posandolo dolcemente sul letto come uno scialle, il pallido sole d’autunno.

Egle Monti 

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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