Il bandito sugli schermi italiani

Nel Bandito di Lattuada non c’è niente di malsano. C’è invece, molta retorica, ed è la retorica del delitto, candida, all’italiana, con una retorica della bontà, alla De Amicis

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Il bandito regia di Alberto Lattuada
Il bandito di Alberto Lattuada sugli schermi romani dal 18 novembre 1946

Novembre 1946

A Cannes, quando fu proiettato Il bandito, Lattuada non trovò, all’uscita, nessuno dei critici italiani presenti alla manifestazione e dedusse quindi che i medesimi non erano nemmeno intervenuti alla proiezione. Da ciò lettere aperte e polemichette trascinatesi fino ad alcuni giorni fa.

I critici italiani invece, erano presenti, ma ritennero opportuno evitare le domande che Lattuada avrebbe sicuramente fatte loro, se li avesse incontrati, dopo la fine dello spettacolo.

L’episodio, al di fuori dell’aneddoto, ha un suo preciso senso: su Il bandito a prima vista, non c’è molto da dire, e certo non lo si può considerare come un buon film. Più difficile mi pare invece identificare con esattezza il fenomeno che questo film rappresenta e che pare conseguenza, almeno ad un esame sommario, di una crisi di linguaggio. Ma poiché ogni valore umano da esprimere può dare nuovo corso ad un mezzo qualsiasi, anche se ormai catalogato in una eccezione diversa, dovrebbe essere proprio la esistenza, nel film di Lattuada, di una qualunque tesi efficace, a venire messa in discussione.

Che invece questa tesi esista, non lo si può mettere in dubbio, a dimostrazione bastante mi pare ne possa essere tutto l’inizio, in cui, il movimento delle inquadrature, libero di ogni preoccupazione calligrafica, sottolinea con sufficiente efficacia il ritorno dei prigionieri. Ed il cammino attraversato dal reduce oramai solo nella città irriconoscibile ed inattesa, è seguito con occhio attento che fa balenare, in più accenni, un sottinteso di comprensione e di amorevole consenso.

A questo punto il ritmo si è creato, ed è un ritmo sicuro: suono e immagine scandiscono il tempo del racconto. Ma non sono che le premesse. Qui infatti si produce la frattura fra i vari elementi della narrazione ed allora assistiamo ad un succedersi sempre meno credibile di eventi in cui la retorica e il luogo comune fanno insistentemente la loro apparizione.

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Sino all’altro ieri al cinema italiano erano proibiti film con scene d’amore un po’ spinte: verboten i luoghi dove si consuma il piacere; off limits assassini e altre cose crudeli. Un film come Il bandito era quindi nell’aria, in fondo ha tardato anche un poco.

Pensate alla temperie spirituale in cui son cresciuti i nostri registi: da una parte i praticoni, gli empirici, i Gallone, i Mattoli, i Neufeld e altrettanti; dall’altra i Soldati, i Visconti, i Lattuada, i Castellani. Gente, quest’ultima, venuta dalla cultura, dalle arti e dalle lettere. (Mentre Blasetti sta a sé, nel mondo esagitato e gonfio di retorica di Victor Hugo e dei maestri elementari). Ora, nella cultura dei giovanotti d’oggi, il delitto entra come un elemento addirittura mitico, come un fatto prenatale. Attraverso Raskolnikoff e il Lafcadio di Gide, attraverso la più recente narrativa americana, i nostri giovanotti hanno imparato che la violenza può essere un sano reagente agli inquietanti, sterili, narcisismi intellettuali. In un Paese come l’Italia in cui Petrarca e non Dante ha gettato le condizioni di vita, per secoli, il nostro letterato, aulico e tranquillo, pacifico, colto ed erudito, è logico che ci sia qualcuno, ogni tanto, che cerchi di scrollarsi di dosso l’uggia tradizionale e di spalancare le finestre di casa per accogliere i venti, anche malsani, che giungono da fuori.

Nel Bandito di Lattuada non c’è niente di malsano. C’è invece, molta retorica, ed è la retorica del delitto, candida, all’italiana, con una retorica della bontà, alla De Amicis.

Questo reduce, nato buono e che la società malvagia corrompe, che cede ad una specie di fatalità, e uccide perché ha dovuto sopprimere chi gli ha traviato la sorella, non ci commuove per la buona ragione che la timidezza del regista e degli ideatori del soggetto ha impedito quella linea sintetica che ogni film d’arte richiede. Il protagonista di questo film non è né buono, né cattivo: per rendere un carattere di questa sorta ci voleva una mano ben più robusta di quella di Lattuada.

Mentre invece il giovane regista italiano ha bisogno di una vicenda che assecondi le sue velleità naturali, le aspirazioni piccolo borghesi alla quiete e all’ordine familiari, il desiderio di idilli modesti, all’ombra dei libri che si è trovato fra mano quand’era ragazzo. Il resto è tutto di testa, e, quando riesce, mestiere. La riprova di quanto abbiamo affermato la si scorge facilmente nel modo in cui sono stati scelti e adoperati gli attori. Il mediocre Nazzari qui ha trovato una parte efficace, perché la colta mano del regista ha saputo temperare le intemperanze dell’ottimo uomo. Al contrario la scelta di Anna Magnani rivela in modo tipico i limiti di una ispirazione. È un personaggio convenzionale nella sua inconvenzionalità, e, quanto ad attrazione fisica, del tutto fuori di posto.

Pietro Bianchi

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Il cinema, prima di tutto, dev’essere spettacolo, e come tale, interessante. Questo non hanno mai voluto ammettere i cosiddetti intellettuali cinematografici, che intendono solitamente un film come una cattedra da cui insegnare estetica al pubblico. Se chi fa il film è un artista, può dimostrare d’esserlo anche senza ricorrere a storie psicanalitiche o intimiste, o, peggio ancora, intonate a un realismo che non fu mai reale in alcuna epoca, ed era già vecchio quando i nostri nonni erano giovani.

Alberto Lattuada, per preparazione e per origini, appartiene al gruppo degli intellettuali cinematografici, ma fra di essi è forse il solo che abbia veramente capito cos’è il cinematografo, e lo va dimostrando non con articoli ma con film. L’ultimo suo Il bandito, è un felice incontro fra i gusti del pubblico, e la dignità artistica del realizzatore. Una storia che può piacere alle masse (senza le quali il cinema non riuscirebbe a vivere), ma è raccontata con stile impeccabile; interpreti popolari, ma sorvegliati e condotti senza incertezze; realismo, ma realismo genuino, della nostra epoca, delle nostre città.

Noi abbiamo bisogno di produrre molti film simili a Il bandito, perché sono essi che tengono in piedi l’industria cinematografica, attirano il pubblico nelle sale e nello stesso tempo, dimostrano la maturità della nostra industria e possono sostenere vantaggiosamente il paragone con la massa di lavori che ci vengono dall’estero. Il film d’arte pura fa parlare maggiormente i critici, e conferisce prestigio a chi lo produce, in uno stretto cerchio d’intellettuali. Ma non si può cominciare un film dicendo: “Adesso faccio un film d’arte”; come non si può iniziare un romanzo dicendo: “Adesso scrivo un capolavoro”; capolavoro e film d’arte nascono dal momento, dall’ambiente, dall’atmosfera particolare prodottasi; nascono per merito dell’artista, d’accordo, ma ancor più per merito del padreterno, che ha tenuto la sua mano sulla testa dell’artista. Così da quel brutto romanzo popolare che è La chienne, Renoir ha tratto un capolavoro; ma aveva dei fatti da raccontare. Così da quel polpettone giallo di Notorius Hitchcock ha tratto un’opera d’arte, che forse non sarebbe riuscito a realizzare se fosse partito con l’intento di “far capolavoro”.

Lattuada ha diretto Il bandito tenendo presenti le esigenze del più vasto pubblico, ma senza esserne schiavo, e senza lasciar sopraffare il proprio gusto; per questo è riuscito a fare un film che è sempre interessante, e in qualche momento è anche opera d’arte. (Quel ritorno di Nazzari dal campo di concentramento, le strade buie e devastate della sua città, quella musica di boogie-woogie che sembra nascere dalle macerie, sono una bella pagina). Ha condotto magistralmente degli attori viziati dal successo, e ciascuno di noi sa quanto sia difficile non lasciarsi prendere la mano da Nazzari, da Campanini e più ancora da Anna Magnani. Ci ha mostrato l’Italia di oggi senza infingimenti, ma senza punti esclamativi, così come la vediamo camminando per strada, ascoltando i racconti degli amici, o andando a ballare la sera. E anche di questo  dobbiamo essergli grati, perché francamente il nostro cinema esagera con i costumi, le nonne Speranze e con i conti quarantotteschi, tutta brava gente, ma che ormai poco può dire alla sensibilità di spettatori che hanno visto crollare non soltanto il mondo dei padri, ma anche il proprio.

Adriano Baracco

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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