Suor Letizia di Mario Camerini alla Mostra di Venezia

Anna Magnani ha dato ancora una volta una prova delle sue doti eccezionali in ogni momento dell’azione.

Annunci

Venezia, Sabato 1 settembre 1956. Il buon nome del cinema italiano nel campo del film a soggetto è affidato quest’anno all’anziano Mario Camerini. Quando si pensava che questo regista non avesse più niente da dire dopo la brillante vena che lo aveva caratterizzato nell’anteguerra e dopo qualche impennata, subito smorzata, nei primi del dopoguerra (in cui metteremo quel Due lettere anonime, d’ambiente partigiano, che ha fatto l’altra sera cadere la romana Mancuso a Lascia o raddoppia, eccolo, in un periodo in cui Venezia era diventata dominio di giovani come Fellini, Antonioni, Maselli, tornare nuovamente alla ribalta con Suor Letizia interpretato da Anna Magnani.

È un gradito ritorno che ci apre più di un ricordo simpatico e che ci auguriamo abbia sul serio un esito positivo.

Domani sera, quando il grande schermo del Palazzo si illuminerà vorremmo che cadessero immediatamente tutte le dicerie di questi giorni che attribuiscono a questo film un invito nato soltanto per l’impossibilità di altre scelte nell’arido panorama della produzione italiana degli ultimi mesi; oppure per un doveroso atto di omaggio ad una attrice come Anna Magnani. Vorremmo, insomma, che Camerini non abbia fatto soltanto «il film della Magnani», ma soprattutto il «suo» film, magari con quella freschezza e semplicità di racconto dei suoi primi lavori, che fecero addirittura parlare di uno stile «cameriniano».

È in arrivo Anna Magnani per assistere alla presentazione del suo film Suor Letizia diretto da Mario Camerini. In onore della grande attrice, premio Oscar 1956, sarà offerto un cocktail al Golf Club del Lido.

Anna Magnani durante il cocktail 1956

Venezia, Domenica 2 settembre 1956. Alla presenza di Anna Magnani, di Eleonora Rossi Drago e di Mario Camerini, del piccolo Boccia e dei produttori, ha avuto luogo l’attesa proiezione di Suor Letizia, secondo e ultimo film italiano di questa Mostra. Dalla prima sera non si era vista la sala del Palazzo del Cinema tanto affollata di pubblico elegante e quanto mai ben disposto, malgrado le non poche delusioni date dai film presentati finora.

Suor Letizia è un film evidentemente ed ovviamente ideato e costruito su misura per la nostra grande attrice. Ma giova riconoscere che esso, malgrado questa specie di vizio di origine, non si limita a dar modo alla Magnani di sfoggiare le sue eccezionali doti di spontaneità e di comunicativa. C’è senz’altro qualche cosa di più della ricerca del facile effetto umoristico o sentimentale; c’è qualche cosa di umano che è anche abbastanza insolito e che in alcuni momenti rasenta l’audacia, sempre, beninteso, in limiti ben definiti. Nell’insieme il film appare fatto con molta pulizia e in maniera più che decorosa, tenuto conto delle non lievi difficoltà che offriva il soggetto e della possibilità di ricorrere a toni eccessivamente melodrammatici.

È superfluo dire che il film non avrebbe potuto essere quello che è senza la presenza di Anna Magnani, che ha dato ancora una volta una prova delle sue doti eccezionali in ogni momento dell’azione. Accanto a lei gli altri quasi scompaiono; ma ciò non ha impedito ad Eleonora Rossi Drago di ben figurare in una parte breve, ma importante, al piccolo Piero Boccia di dimostrare la sua simpatica spontaneità, e ad Antonio Cifariello di sostenere con molta misura il suo ruolo.

Mario Camerini ha svolto con estrema cura ed onestà il suo lavoro. Una evidente stonatura, dato il genere del soggetto, è la presenza di ben undici sceneggiatori, cosa che rasenta il ridicolo e che troppo spesso si verifica nella nostra produzione anche per film di modesto impegno.

Successo vivissimo, malgrado le mote riserve della critica; successo che si ripeterà certamente nelle visioni in pubblico, in Italia e all’estero. Non occorre dire che Anna Magnani è stata festeggiatissima prima, durante e dopo la proiezione.

Presentazione di Suor Letizia alla Mostra di Venezia 1956

Vogliamo bene a tutti perché questa sera abbiamo veduto Suor Letizia con Nannarella vostra (io mica son romano) che è una cannonata anche se il soggetto è un po’ alla “padrone delle ferriere” per via che c’è un bambino figlio di una tale che poi si sposa con un altro tale che mica vuole il ragazzino d’un altro; ma per fortuna ci si mette la Magnani che anche lei gli voleva bene tanto tanto perché si sentiva spiritualmente sua madre; ma poi il senso del dovere e la democrazia cristiana ci pensano loro e tutto finisce bene fuorché per Nannarella che se la chiamavano Suor Tristezza era molto meglio.
Il cronista

&&&&&

La vicenda della realizzazione di Suor Letizia, come ce la racconta Camerini, spiega, almeno in parte, i difetti più vistosi del film, e più insistentemente sottolineati dalla critica. Anche se non li giustifica — ciò che del resto Camerini riconosce — accollandosi lealmente tutta la responsabilità: «È il regista che mette la firma a un film, anche se la sua opera si avvale necessariamente di numerosi collaboratori: a lui quindi il merito o la colpa dei risultati».

Inizialmente la pellicola doveva intitolarsi Suor Camilla, e narrare semplicemente la storia della monaca di molte imprevedibili risorse, che riesce a rabberciare e far navigare la stanca navicella di un vecchio convento in condizioni fallimentari e prossimo a chiudere; doveva trattarsi di un film brillante, anzi quasi comico, praticamente un duplicato in versione femminile di Don Camillo, che si proponeva di sfruttare il largo successo del lavoro di Duvivier, con lo scoperto richiamo dell’analogo titolo, e di puntare sulla moltiplicata post-oscariana popolarità di Anna Magnani, impegnata in un ruolo fin troppo rispondente al suo più tipico e risaputo cliché.

Al momento di redigere la sceneggiatura però, come spesso accade, il soggetto apparve agli autori troppo esile e inconsistente, per reggersi da solo. Fu allora che nacque l’idea di immettere nella trama un elemento patetico con la storia del ragazzino abbandonato e l’improvviso insorgere dell’affetto materno nella protagonista; episodio che in un primo tempo doveva essere una sorta di contrappunto alla fondamentale comicità del lavoro, poi andò via via sviluppandosi fino ad assumere funzione di primo piano, e riassorbire completamente —così almeno nelle intenzioni del regista — l’idea iniziale, rappresentando anziché un personaggio comico, un personaggio drammatico: la monaca che, negata a qualunque legame terreno, si scopre capace di affetti come ogni altra donna, e, lungamente inibita nei propri istinti più vitali, non può che concepire un sentimento eccessivo, tortuoso, ambiguo, complicato di sensi segreti e inconfessabili.

Una storia dunque senza alcuna intenzione edificatoria, a differenza di quanto si possa credere dai risultati, e anzi al limite dell’ortodossia. Tali intenzioni però oltre a essere esposte al rischio di restare nella penna, di fronte allo spettro onnipresente delle lunghe forbici della censura, sempre pronta a raggiungere la celluloide senza alcun rispetto per i risultati estetici e la stessa coerenza della produzione cinematografica, si trovarono, prima di essere realizzate, a doversi misurare con l’imperiosa volontà della Magnani, già contrattualmente impegnata, e per nulla disposta a rinunciare al ruolo di Fernandel in sacre bende che le era stato proposto e che le si addiceva perfettamente.

In tali condizioni il lavoro procedete tra continui compromessi e reciproche concessioni, tra il regista costretto a conservare parte della iniziale sceneggiatura brillante, e la protagonista impegnata in una parte a lei poco congeniale; recando al risultato di un personaggio incerto, discontinuo, assai poco credibile. Questa coesistenza, anzi giustapposizione di due film in uno ha provocato, a dire di Camerini, anche la scarsa caratterizzazione dei personaggi di contorno; per quanto riguarda poi la madre del bimbo e l’amante di lei, il regista aveva pensato parti di ancora minor rilievo — pretesto e giustificazione della vicenda più che veri personaggi con un peso nell’economia del film —, che avrebbe voluto affidare ad attori improvvisati.

L’interpretazione della Rossi Drago e di Cifariello invece, imposti anch’essi dalla complicata cucina degli interessi di Cinecittà, ha comportato uno sviluppo delle parti, insufficiente a farne rilevare la debolezza. Infine Camerini dichiara che Suor Camilla-Letizia non è nato con grosse ambizioni; è stato pensato come film di successo, impostato su un dramma d’effetto sicuro, destinato alle facili lagrime delle grandi platee e ai conseguenti rilevanti incassi. Prodotto commerciale, che non aveva mai aspirato all’onore della Mostra veneziana.
Carla Ravaioli

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.