Anna Magnani nell’arte e nella vita

Roma città aperta non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male

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Anna Magnani in Roma città aperta (1945)
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Roma, giugno 1970

«È la più grande attrice oggi vivente». L’ha detto un americano, Tennessee Williams, che per lei ha scritto tre commedie. Ma resta ugualmente prigioniera di un «cliché». Nell’arte e nella vita. Non se l’è certo scelto lei, questo schema, ma siccome ha funzionato, ecco che non le è più possibile venirne fuori. Produttori e pubblico continuano a vederla in vesti di popolana, con l’accento romanesco. Nell’arte e nella vita. «Beh» commenta Anna Magnani «è un poco un’ottusaggine, diciamo. Io sarei felice se qualcuno mi offrisse di fare lady Macbeth. Di interpretare un personaggio che appartenesse a qualsiasi ambiente, a qualunque zona della società. Vero però, autentico, perché io sento subito il cartone». Tempo fa, in un impeto di ribellione, disse: «Non sono un’attrice presa dalla strada. Una certa preparazione scolastica l’ho ben avuta: ho fatto fino alla seconda liceo, ho studiato otto anni pianoforte, ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia». Adesso si limita a sorridere. «È inutile che continui a ripeterlo. Com’è inutile seguitare con la storia che non sono nata in Egitto, ma qui a Roma. Io, in Egitto, sono andata che avevo quattordici, quindici anni, e per pochi mesi. Forse sarà uscita da questo l’idea che, di origine, sono egiziana. O dal mio matrimonio con Goffredo Alessandrini, che è italianissimo, ma nato al Cairo. Certo che lo hanno scritto: enciclopedie, storie del cinema. Italiane, inglesi, americane. E io che ci posso fare: pubblicare il passaporto? Comunque, lei dica che ha visto la mia patente dov’è segnato… che c’è segnato? Nata a: Roma».

Cinema, teatro, un Oscar, premi a non finire e adesso il primo approccio con la TV non hanno intaccato la sua immediatezza. I suoi entusiasmi. Gli occhi soltanto sono quelli di chi ha visto e capito tante cose, traendone un’amarezza che ha scavato a fondo. Chiarissimi, forse grigi, forse color acqua, sotto il nero scarmigliato dei capelli, sono una finestra che si apre d’improvviso sul passato. Ricordano i grandi titoli sulla vicenda Bergman-Magnani-Rossellini, primi pettegolezzi urlati dopo vent’anni di silenzioso moralismo. Riportano all’epoca che l’Italia faticava a cancellare il suo passato, ad acquistare dignità e una nuova dimensione. Poi, di colpo, si fermano ancora più lontano. E sono gli occhi di “Nannarella” che, in Roma città aperta, ha riassunto la fame e la miseria della povera gente, le sofferenze di una generazione vissuta o addirittura venuta su fra crolli e macerie non soltanto materiali. Diventano occhi indimenticabili, che tutti i giovani dovrebbero conoscere per essere, se possibile, più duri nella loro implacabile condanna alla guerra e alla violenza. E poi anche per imparare la pietà.

In Roma città aperta com’è riuscita a dare una così sconvolgente verità alla sua morte?

Cara, le spiego subito perché sono morta bene, lì. Io, di quella scena, non ho fatto prove. Con Rossellini, che è stato quel grande regista che è stato, non si provava: si girava. Lui sapeva che, preparatomi l’ambiente, io poi funzionavo. Durante l’azione del rastrellamento, quando sono uscita dal portone, all’improvviso ho visto le cose… Sono ripiombata al tempo in cui per Roma portavano via i giovani. I ragazzi. Perché era popolo-popolo quello che stava addossato ai muri. I tedeschi erano tedeschi-tedeschi, presi da un campo di concentramento. Di colpo non sono stata più io, capisce? Ero personaggio, insomma. Eh sì, Rossellini aveva preparato la strada in maniera veramente allucinante. Le donne, sa che erano pallide nel risentire i nazisti mentre parlavano fra loro ? Questo m’ha comunicato l’angoscia che ho reso sullo schermo. Ah no, guardi: terribile. Un’emozione del genere chi se l’aspettava? Così lavorava Rossellini. E almeno con me, ripeto, il sistema funzionava.

Lei nel ’43 doveva interpretare Ossessione, mentre più tardi per Roma città aperta sulle prime venne chiamata Clara Calamai. Come successe che le parti risultarono invertite? 

Ai tempi di Ossessione ero incinta, aspettavo mio figlio. Non so i motivi per cui il film ha tardato tanto: so che, sempre in attesa del via, son rimasta a Ferrara per un mese, un mese e mezzo. Intanto però la mia pancia cresceva ed è finita che han dovuto prendere la Calamai. Quanto a Roma città aperta, la Calamai ci ha effettivamente lavorato dieci giorni. Ma questa è una delle storie più comiche della mia vita. Io da anni urlavo quasi: «Ma possibile che non si può girare un film su una donna qualunque, che non sia bella, non sia giovane…». D’accordo, allora ero giovane, comunque: «Perché?», ripetevo. «Perché non un film su una donna della strada, che non sia diva, falsa?». Quando vennero a leggermi il copione di Roma città aperta: «Ci siamo», dissi. «Questo è meraviglioso». Sennonché io a quell’epoca facevo la rivista: erano già entrati gli alleati, no?, e avevo un grosso successo. Proprio come Fabrizi, che recitava in altre cose. Ora, siccome non mi volevano dare la stessa paga che per il film davano a Fabrizi… ma guardi, una miseria: centomila lire in più… per un puntiglio, insomma, per una questione di principio, risposi: «No». Io allora nemmeno lo conoscevo Rossellini, ma so che voleva me. In questo modo cominciarono con la Calamai. Chissà, forse perché aveva fatto Ossessione. Non so, è una scelta che io non posso giudicare. Si entra nella mentalità dei produttori, in certi schemi. Sono andati avanti, le ho detto, dieci giorni e poi hanno cercato di nuovo me. Per fortuna, perché per una fregnaccia del genere avrei perso il film più importante della mia carriera. Riconosco che ho sbagliato, ma che vuole… Sì, è un film sempre molto bello. Solo che non posso più vederlo: non piango, ma torno a casa e sto male. Tanto che, quando lo riprendono, dico: «Non m’invitate. Non mi chiedete d’intervenire: non mi va più».

Il declino del neorealismo ha coinciso, fra l’altro, con il successo delle “maggiorate”: si ritiene un po’ vittima anche lei di questo processo?

Non ho capito, scusi. O, almeno, il discorso è molto ampio e non me la sento di entrarci in merito. Al più direi che, nel fondo, esiste sempre una questione di produzione. Lei capisce che oggi tutto è condizionato dal fatto di incassare dei soldi e questo va a detrimento della qualità. Difatti, si vede che cosa è diventato il nostro cinema, salvo poche eccezioni. Si scopre il filone del western e per due anni ci cibiamo di western; poi si scopre il sesso e avanti con questo. Perciò i film realistici sono tutti finiti un po’ in ombra: non è un problema che riguarda me personalmente. O solamente me. Ogni tanto, se Dio vuole, salta fuori qualche eccezione: La battaglia di Algeri, per esempio, e quello è realismo. Insomma, secondo me, il realismo non muore; si tratta che i produttori dovrebbero essere un po’ meno commercianti, perché è possibile fare dei film belli e nello stesso tempo di cassetta. Però la loro mentalità è così, è ristretta, per cui il cinema sta in crisi: eccolo qui il risultato. La gente poi ormai ne ha abbastanza: sempre sesso, sempre western, sempre… Lei mi dirà: «Anche Antonioni ha portato il sesso sullo schermo in Zabriskie Point», ma lì diventa poesia, diventa… è un’altra cosa. Del resto, Easy Rider che è, se non realismo? È il realismo d’oggi, del momento in cui viviamo, ed è anche logico. Mica si può continuare con il realismo dei tempi di mia nonna.

(fine della prima parte)

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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