Anna Magnani Perichole

Jean Renoir: Anna Magnani simboleggia nel mio film tutti gli altri commedianti del mondo

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Jean Renoir Anna Magnani
Brindisi per Camilla: il regista Jean Renoir e l’interprete Anna Magnani

Roma, febbraio 1952

Anna Magnani era appena scesa da cavallo, che montò in carrozza. Si trattava, naturalmente, d’un cavallo e d’una carrozza d’eccezione. Il cavallo sul quale l’attrice, negli intrepidi panni di Anita Garibaldi, aveva percorso galoppando il turf alquanto accidentato d’un film che procedeva al troppo, se non al passo: Camicie rosse, ultimato proprio in questi ultimi giorni dopo alterne vicende. La carrozza in puro stile settecento, che i Lanza di Trabia conservarono gelosamente da oltre un secolo nelle loro scuderie o nei loro salotti, e che hanno acconsentito a rimettere in moto e addirittura trasferire da Palermo a Roma perché diventasse la protagonista, almeno nel titolo, de La carrozza d’oro, il film iniziato l’altro ieri a Cinecittà.

Per il primo colpo di manovella, il regista Jean Renoir, la stessa Magnani, il produttore principe Alliata, il factotum Enzo De Bernart non avevano lesinato gli inviti a giornalisti, amici, curiosi, tre categorie di aficionados che spesse volte coincidono. Dopo gli inevitabili discorsi, del resto encomiabilmente sobri, si sarebbe desiderato vedere l’attrice e il regista, che si erano intanto scambiato più di un complimento, lavorare insieme e magari insieme litigare, cosa che — fra grandi — può sempre accadere. Soddisfazioni che furono promesse, quasi elargite, poi negate con disarmante affabilità. Per sottrarsi all’imbarazzo e al fastidio di girare una scena del film dinanzi alla piccola folla che stipava il Teatro 13, regista a attrice ne recitarono un’altra, che finsero improvvisata e che comunque fu ugualmente applaudita.

Dall’inizio, Anna Magnani e uno stuolo di altri attori, tutti nei bei costumi disegnati da Maria De Matteis, aspettavano l’ordine di Renoir, comodamente assiso, costui, ai piedi della gigantesca macchina da presa sistema technicolor. Erano allineati sotto un porticato del XVIII secolo — in fondo ad una piazzetta del medesimo stile, ideata col consueto talento scenografico da Mario Chiari — e dovevano, appena ricevuto il segnale, fare qualche passo in avanti; quello che sembrava tra loro il più autorevole, impersonato da Odoardo Spadaro, doveva indicare in direzione del pubblico qualcuno o qualcosa alla protagonista, e questa, dato un rapido sguardo da quella parte, esclamare in tono allegro e sprezzante: «Che porcile!». La scena venne interrotta quasi prima d’esser incominciata. Spadaro aveva coscienziosamente detto la sua battuta, la piccola equipe era già avanzata per metà, ma ora la protagonista recalcitrava, rivelando e ostentando timidezza, ritegno, vergogna. «Com’è possibile», spiegò rivolgendosi in francese a Renoir, che non aspettava altro, «com’è possibile che io dica che porcile a questi gentili signori?». I gentili signori eravamo, tra gli altri, noi: fu questo forse a metterci in sospetto, a farci capire che ci si stava garbatamente prendendo in giro. E finalmente regista e attrice poterono affrontare  la seconda fatica della giornata, consistente nel salire e scendere, scendere e salire, alla presenza di cento fotografi, dalla magnifica carrozza, ch’era lì per questo.

La carrozza, dunque. Intorno ad essa, Prosper Mérimée impostò quel gioiello d’arte scenica che s’intitola appunto La carrozza del SS. Sacramento. Storia breve ma estremamente variata della peruviana Camilla Perichole, commediante esperta in palcoscenico ma più ancora nella vita. Ma è soprattutto un gioco teatrale, una schermaglia dialettica: è chiaro che la sua traduzione cinematografica deve discostarsene sensibilmente dall’originale: «Nell’atto unico di Mérimée c’era un eccellente spunto, non un soggetto cinematografico»  aggiunge Renoir «Inoltre, mi propongo di fare un film italiano, non peruviano, nel qual caso avrei scelto una giovane meticcia e non Anna Magnani. Non c’è più, dunque, una Perichole. O meglio, il personaggio s’è trasformato insieme con la vicenda, insieme con l’ambiente: in Mérimée essa è un’attrice, qui sarà l’attrice. In fondo, io e i miei collaboratori abbiamo ricreato un soggetto che potrebbe anche intitolarsi: La commedia, il teatro e la vita. La mia è la storia dell’attrice o piuttosto, come direi in francese, della commediante. C’è una grande differenza tra un’attrice e una commediante. Il cane lupo Rintintin è un attore, Chaplin è un commediante. La Magnani ha recitato Maya e Anna Christie. Ha fatto del varietà. Ella non è soltanto un personaggio che si sfrutta, ma un’attrice che può recitare una parte e identificarsi in un personaggio. Le si può perciò attribuire la qualifica di commediante, e io sono felice che ella voglia simboleggiare nel mio film tutti gli altri commedianti del mondo». In quanto al colore — poiché questo sarà il primo esperimento italiano in technicolor — Renoir spiega: «Il mio film vuole essere una fantasia, una composizione. Il cinema in bianco e nero è insuperabile nel genere acquaforte, laddove i bianchi e i neri sono in violento contrasto. Per illustrare la mia allegoria, che vorrei amabile, mi sembrano più appropriati gli acquarelli dai toni puri».

In definitiva, questo film sarà un atto d’omaggio al Teatro e all’attore che è destinato a servirlo al di là di se stesso. Ed è buona ventura che, a renderlo, si siano messi insieme due autorevolissimi artefici —Anna Magnani e Jean Renoir — di quello che del teatro è considerato l’assassino: il Cinema.

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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