Roma città aperta a Milano

Anna Magnani in Roma città aperta 1945
Anna Magnani in Roma città aperta (1945)

Milano, novembre 1945

Con questo film riaffiora un indirizzo cinematografico che, dimostrando di essere la migliore strada per uno stile italiano delle immagini, già si era fatto manifesto all’epoca di Uomini sul fondo, dei documentari di Paolucci e Cerchio, di alcuni brani del più attento Genina. Un indirizzo, cioè, che tiene soprattutto conto dei valori ambientali “reali”, dell’impiego di figure umane non sempre professionali nella recitazione, d’una fotografia scarna e non ricercata, d’un montaggio piano e aderente alla rappresentazione realistica, con i conseguenti rapporti di emotività su un livello che necessariamente tiene lontano dalla fantasia. Attraverso questo indirizzo, e per mezzo di esso soltanto, è stato dimostrato che si può effettuare una ricerca dello stile italiano nel cinema; poiché i valori concreti nostri sono nel tipico carattere scenografico di un paesaggio e nelle fotogenia dei tipi in relazione non con la falsa luce di ambienti mondani (una vera “mondanità” nel senso francese ed internazionale della parola non esiste assolutamente in Italia) ma con quella positiva e piena d’anima del popolo, delle sue aspirazioni, del suo “modo” di sentire le passioni e gli avvenimenti. Su questa linea è impostato il film di Rossellini, e il film sarebbe ottimo se l’autore avesse saputo o potuto mantenerlo in quei limiti che il primo tempo del lavoro enuncia con chiarezza di racconto, di ambiente, di verità umana e sincera. Invece, all’affacciarsi del secondo tempo, quando la tensione porta al massimo sforzo verso la conclusione del dramma, incomincia a entrare in scena un esplicito intendimento di verismo (la tortura) che a poco a poco prende la mano al regista e ce lo fa apparire come un descrittore quasi compiaciuto del sadico e del grandguignol; e qui il film cade, sia per il motivo in sé troppo calcato (la verità e l’esattezza delle torture non è un buon motivo per mostrarle così crudamente; sarebbe stato assai più efficace, cinematograficamente, un sistema composto di squarci brevi e specialmente di allusioni), sia perché il fatto si prolunga in misura tale da nuocere all’unità del lavoro. La sproporzione è molto evidente, nel concetto e nella profondità di resa, cosicché la bella scena della esecuzione — con quel particolare psicologicamente indovinato dell’ufficiale tedesco che rifiuta dal repubblichino l’accensione della sigaretta — non risolleva la disarmonia già creatasi. Roma città aperta è perciò ben lontano dalla perfezione, e amaramente si potrebbe dirlo un film sbagliato. Ma di codesti film, sbagliati e disarmonici, se ne vorrebbe parecchi, dal momento che in essi traspare la via giusta per collocare in termini cinematografici lo spirito degli avvenimenti nostrani. Certe sequenze hanno un tono e un sapore visivo indimenticabili: sieda quella dell’arrivo di “rastrellatori”, con quel campo lungo che ti mostra il gruppo sparso nella strada, quel senso di desolazione stradale così efficacemente reso da darti la sensazione di vivere lo stesso destino della città nelle sue zone periferiche e più sane, in quella lotta combattuta da persone semplici e istintive, contrapposto (e qui, forse, il contrasto poteva essere maggiore o almeno diversamente descritto, con rinuncia a certo calligrafismo) alla lotta meno severa di quelli viziati all’atmosfera dei circoli ufficiali e ufficiosi, legati all’invasore tedesco come legati, già nello spirito delle loro anime, a qualunque invasore pur di conservare un tono di elevatezza esteriore lontana dai sacrifici. I personaggi, certo, non sono tutti a posto, tranne la Magnani — che è perfetta — e i ragazzini del quartiere. Anche Fabrizi e Feist, nonostante la bravura decisa con cui affrontano i personaggi, hanno qualche momento di leziosità e di gioco mimico contrario alla generale schiettezza dell’impostazione. Ma sono sfumature. Nel complesso il film regge sullo spettacolo: le pecche sono di indole stilistica, e tuttavia, come s’detto, tendono più al positivo che al negativo, perché Rossellini dice una sua parola efficace e sa fare del cinema. Questo è importante, forse la sola cosa che conti nonostante l’esperienza conclusa a metà in Roma città aperta. Il nome di Rossellini può così esser portato vicino a quelli di Visconti, Lattuada, De Sica, De Robertis e Paolucci (il suo documentario su Cassino è all’ordine del giorno, sembra, come qualità), che sono gli uomini di punta del nostro cinema. E sono poi quelli che i produttori intelligenti dovrebbero meglio appoggiare anzi che imbarcarsi ancora sugli schemi proposti dai vecchi mestieranti senza testa, Gallone e Mattioli e Mastrocinque e Stricevski, eccetera.
Guido Guerrasio

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Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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