Maya di Simon Gantillon

Anna Magnani ha posto ancora una volta le sue superbe qualità al servizio di un testo inadeguato

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Anna Magnani in Maya, Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945
Anna Magnani in “Maya” di Simon Gantillon, Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945

Roma, Teatro Eliseo, 24 novembre 1945

Anche nelle sale dei teatri romani ha cominciato a soffiare il “vento del nord”: lo ha suscitato, infatti, all’Eliseo, la Compagnia di Anna Magnani con la ripresa di Maya di Simon Gantillon. Raffiche e sibili da neutralizzare i poderosi impianti di riscaldamento del locale — e pienamente giustificati. La vecchia antologia di vita postribolare del Gantillon, infatti, non ha più neppure la giustificazione tecnica che vent’anni addietro, rappresentata anche in Italia (Compagnia di Dario Niccodemi, interprete Vera Vergani) le conciliò una meno burrascosa ma pur sempre contrastata accoglienza. È una successione di quadri, con relativa presentazione di “tipi” e tratteggio di sentimenti e di vicende, che muta con l’avvicendarsi dei clienti nella camera di una prostituta. Altre legge non ha, o meglio non dimostra di avere, ché la pretesa, rivelata dal titolo, sarebbe di giungere, per via analitica ed esemplificativa, a raffigurare il mistero della donna, che è “nessuno e centomila”, che è “come tu mi vuoi”, che è “maya”, illusione. Ma non avendo il Gantillon il respiro e la statura del poeta, il suo assunto è scaduto in un romanticume oleografico da edicola periferica o è rimasto addirittura inavvertibile, sì che il susseguirsi dei “bozzetti” — come avrebbe detto il buon De Amicis, del cui saccarinoso patetismo è impregnato il sottofondo dell’opera — è apparso privo di qualsiasi giustificazione e pertanto insopportabilmente noioso. La regia di Orazio Costa, peraltro sensibilissima, non ha ovviato a tali difetti di costituzione, anzi, accentuando “artisticamente” l’impostazione diremo così ciclica del lavoro, ne ha posto in maggior rilievo i caratteri di gratuita frammentarietà. Assolutamente sconsigliato, poi, stato un suo intervento recitativo, in cui la dizione sommessa ha provocato in definitiva il rincrudire della reazione del pubblico. Questo, a sua volta, ha avuto il grave torto di far muovere le sue proteste più da un farisaico moralismo verso le situazione e le espressioni verbali dell’opera — a loro volta di un verismo senza trascendenza — che non da una valutazione e da una condanna di ordine estetico. Si è parlato anche di “educazione” degli spettatori, in quanto questi dovrebbero limitarsi a reagire a sipario calato: ma, per chi ha speso oltre duecento lire per una poltrona, l’insofferenza mi sembra, se non ammissibile, per lo meno giustificabile. Anna Magnani ha posto ancora una volta le sue superbe qualità al servizio di un testo inadeguato. Il temperamento di quest’attrice, plasmabile come può essere essere plastica una lava fluente, insieme alle sue scorie e alle sue paurose défaillances, rendono oltremodo complessa l’opera di qualsiasi regista e la scelta stessa dei personaggi da interpretare.
Vinicio Marinucci

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Questo lavoro di Simon Gantillon non si rappresentava da anni. Fu messo in scena nel ’25 dalla compagnia Niccodemi, la compagnia dei “bauli”, per intenderci, e poi data anche da Baty l’anno successivo durante un suo giro in Italia. Dopo quella volta Maya, come molte altre cose, era stata messa in soffitta, ritenuta dalla censura un’offesa ai buoni costumi: tutta l’azione della commedia si svolge, difatti, in un postribolo e non manca un certo disegno verista dei personaggi che può insospettire, perché spesso si risolve in puro compiacimento. Ma l’Autore aveva in mente (e tutti i mezzi dovettero parergli leciti per illustrarla) una tesi, questa: che la Donna è uno e multipla, priva di anima, forma che gli uomini possono animare volta a volta col soffio delle loro illusioni. Tesi antichissima, come si vede, che ha trovato posto in tutte le mitologie, e ha ispirato da Victor Hugo a Aldous Huxley, più scrittori del necessario. Gantillon avrebbe potuto, volendo, intitolare il suo lavoro al nome di Diana (di Efeso, naturalmente, che ispirò invece Aristide Sartorio), e ha preferito Maya, per essere la dea indiana madre delle creature gli offriva l’ottimo pretesto di portare in scena anche un filosofico personaggio indiano, illustratore della tesi e “parfum éxotique” del dramma. (Intorno al ’24 l’India era in auge presso gli evasionisti per merito di Rabindranath Tagore).
Maya è qui esemplificata in una melanconica prostituta, di infimo rango, che ai vari clienti appare sempre diversa, perché è diversa l’illusione che nutre ognuno. Soltanto l’indiano (e si intenda l’Autore, il saggio) la considera per quel che vale: cosicché tolto il velo alla dea, ne resta una matrice. Orribile vista e orribile tesi che riduce la filosofia idealista allo stato di vapore o di nebbia mattutina, e concede alla donna soltanto un “animus”. Tesi che nell’altro dopoguerra, per quello scetticismo elegante che si diffuse tra gli “scrittori del giorno” piacque: e che è forse dispiaciuto lo spettacolo — ai frequentatori dell’Eliseo, i quali non hanno nascosto il loro disappunto. Le “riprese” di successi celebri diventano, dunque, sempre più sconsigliabili: e sconsigliabile soprattutto è l’indulgenza che molti registi dimostrano per i cattivi traduttori. Maya sarebbe forse arrivata in porto — perché possiede notevoli qualità drammatiche — se il dialogo, scioccamente tradotto e involgarito — (si passava da un “paturnie” a uno “scicchetone”, per tacere del resto) — non avesse fatto precipitare l’insofferenza del pubblico. Incerta e prolissa risultava inoltre la regia, dovuta ad Orazio Costa, che non ci ha risparmiato nemmeno uno dei dieci “oscuramenti”, mentre poteva benissimo ignorarli, come fece appunto Baty. Dobbiamo per altro ricordare la ottima recitazione di Anna Magnani e di Edda Albertini.
Ennio Flaiano

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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