Cantachiaro

Agli osservatori superficiali (e a lei stessa, persino) può sembrare che in Anna Magnani alberghino due personalità.

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Anna Magnani Cantachiaro 1944

Anna Magnani è romana di Roma ed è nata a due passi della Breccia di Porta Pia. La sua recitazione è istintivamente influenzata dalle due grandi doti dei romani: l’ironia e il sentimento. Il pubblico lo sa e quando la vede comparire sulla scena sente spirare l’aria del Trastevere di Gioacchino Belli. “Nannarella nostra” — come la chiamava il pubblico del Teatro Reale di Piazza Sonnino — era fatta apposta per dar vita alla mordace Pasquina che ha entusiasmato gli spettatori di Cantachiaro. Entrata in arte a sedici anni, Anna Magnani è divenuta ben presto una delle attrici più amate dal pubblico; tra le moltissime creazioni, ella ricorda con maggior tenerezza La fioraia, La figlia di Jorio, La Vestale e il Canto dell’amore di Cantachiaro. In prosa, le sue predilezioni vanno alla Foresta pietrificata di Sherwood che interpretò giovanissima, mentre fra i molti film cui ha preso parte preferisce La vita è bella. (dal programma di sala della rivista Cantachiaro)

La rivista, fucinata nella redazione del Cantachiaro, ha punti felici, motivi imbroccati e musiche piacevoli.

Charles Baudelaire si rammaricava di non saper scrivere un vaudeville. Anna Magnani non lascerà le scene col rimpianto di non aver potuto fare qualche cosa per il teatro cosiddetto (e a torto, mio caro Gino Avorio) minore. Questa attrice sta alla rivista come Shakespeare al teatro elisabettiano, come Goldoni alla commedia dell’arte, come Cleopatra Cobianchi alle iniziative peripatetiche. È un’ideatrice. Un’innovatrice. Agli osservatori superficiali (e a lei stessa, persino) può sembrare che in Anna Magnani alberghino due personalità. Secondo il gran pubblico, c’è una Magnani che fa la prosa e un’altra che fa la rivista. Come Adone, dopo morto, soggiornava sei mesi dell’anno, presumibilmente i più freddi, nell’inferno, ospite di Proserpina, e sei mesi nell’Olimpo, a consolare Afrodite, l’attrice della quale discorriamo alterna, difatti, le sue scritture tra i testi di Galdieri e quelli di E. O’Neill, tra Volumineide e La foresta pietrificata. Qualche critico parlò di vero e proprio sdoppiamento. Nè più né meno come Donizetti, prima del manicomio, quando, sentendo il sangue fluirgli verso la tempia destra si precipitava al pianoforte ad acciuffare l’ispirazione della musica seria, aspettando, poi, d’avvertire un analogo fenomeno verso la tempia sinistra per dedicarsi alla musica buffa. Quale delle due sottili tempie preannunzia ad Anna Magnani la fatalità di un nuovo successo comico? O il medianico “avvertimento” è dato per altre vie? In ogni caso, l’annunciatore misterioso è un devoto della fortunata attrice. Perché non c’è una volta che egli si sia ingannato; non una volta che la destinataria del segreto messaggio non abbia saputo decifrarne il più attendibile senso. Tanto che abbiamo il sospetto che il fenomeno donizettiano, se si verifica, è puramente illusorio.

Ricordiamo la Magnani in una non dimenticata interpretazione seria, al teatro delle Arti. Era l’ultima sera di Carnevale del 1938. Per le strade e nei caffè era, ancora, visibile qualche focherello d’euforia carnevalesca. Al caffè Aragno, nido irrequieto di spie e d’agenti provocatori, numeri frequentatori seri e distinti per tutto il resto dell’anno avevano organizzato un veglione sbarazzino, con fiacco ma persistente lancio di coriandoli e stelle filanti e sturamento d’innocue bottiglie. Quella stessa sera al teatro delle Arti si dava la prima rappresentazione della Foresta pietrificata dell’americano Sherwood. Qualche anno prima un film tratto da questo dramma e proiettato anche in Italia con lo stesso titolo aveva avuto un certo successo. Bragaglia, quindi, presentava al pubblico il testo teatrale. Interprete Anna Magnani e non ricordiamo chi altri. Gli spettatori avevano di che fare confronti. Nella versione cinematografica il protagonista maschile era Leslie Howard. Ad Anna Magnani restava semplicemente da competere con Bette Davis. Il sipario si levò sulla prima scena. L’aspettativa era intensa. Molti erano scettici sull’interpretazione della Magnani. Da qualche tempo mancava dalle scene. E poi, dicevano altri, ha un carattere bizzarro; in ogni modo vedremo. Finalmente, Anna apparve alla ribalta, nelle vesti della romantica e inquieta ragazza confinata nella locanda paterna ai margini della foresta pietrificata. La prova del fuoco cominciava per lei. Ecco i primi gesti, le prime battute. Il pubblico pende tutto dalle sue labbra, comprese le mascherine e i carabinieri di servizio. Ma, a un tratto, qualche cosa di strano accade nella platea. Un movimento insolito, come un fremito percorre gli spettatori. All’improvviso, si scorge un signore che si alza dalla sua poltrona, in prima fila, e abbandona rapidamente il teatro. Nel fuggiasco, seguito prontamente da altri tipi, qualcuno riconobbe Virginio Gayda, ostinato frequentatore delle “prime”. Un vero e proprio subbuglio, a un tratto, invase la sala. Pochi pensavano quello che accedeva sul palcoscenico. Che era successo? Di un principio di incendio non poteva trattarsi dato che il pompiere di servizio manteneva, unico fra tutti, un conteggio riservatissimo. E allora? Qualche cosa d’importante era accaduto, non c’erano dubbi di sorta. E non senza ragione Virginio Gayda aveva rinunziato a seguire il resto dello spettacolo. Pochi minuti prima la radio aveva annunziato che era morto d’Annunzio. Sì, perché a quel tempo d’Annunzio era ancora vivo, sia pure tumulato nel sepolcro di Gardone (il sito indubbiamente più adatto per la tumulazione di cadaveri che la Morte ha dimenticato di gettare nel suo carro). Era l’ultima sera di carnevale. Quella notizia aveva un suo significato, un suo valore simbolico. Il Comandante che muore di carnevale è come il libertino colto d’aneurisma in una casa di piacere o il ladro sorpreso con le mani nel sacco. E i funerali del Veggente ebbero luogo, com’è noto, nei primi giorni della quaresima. Furono tuttavia manifestazioni molto grasse, una clamorosa appendice di carnevale. Chi non ricorda i giornali di quel tempo? Al teatro delle Arti, Anna Magnani aveva superato la sua prova, ma d’Annunzio ingoiava le colonne dei quotidiani e anche dei settimanali. Ma, batti e ribatti, l’attrice trionfò del poeta defunto. Il successo si delineò netto. La foresta pietrificata ebbe tante repliche quante il pubblico soleva decretarne ai lavori presentati da Ruggeri o Falconi.

Chi può ricordare tutti i successi di Anna? Di quante riviste non ha costituito la fortuna? Ma qui vogliamo solo precisare il nostro punto di vista sul preteso “sdoppiamento” . Non esiste. Perché quest’attrice non tratta il “comico” come un genere, una particolarità. Ella “interpreta” un personaggio, “rende” un tipo. Presta la sua voce, e il suo canto quando occorra, a una delusione, a una malinconia, a uno smarrimento, a una recriminazione, a una bizza, a una vendetta. Le sue parodie non sono ricalcate sull’originale, i suoi frizzi non sono mossi da risentimenti o personalismi, le sue vittime non sono mai ridotte allo spettacolo di macchiette. E guai quando ella perde questo senso d’imparzialità, quando ella si discosta dalla sua ispirazione, quand’ella perde d’occhio la sua naturale espansività. Guai quando la Magnani vuol far pesare la sua arte. Guai quando il suo orecchio presta ascolto a coloro che la vogliono sempre più brava. In queste, non frequentissime, circostanze richiama con prepotenza alla memoria la figura di Ruggeri che, nelle sue serate d’onore, non si sente stanco di declamare laudi di d’Annunzio e odi barbare del Carducci. Perché, nell’ultima rivista, la Magnani si presenta a recitare quel Canto dell’amore? Respingiamo nettamente l’insinuazione che ve la spingano velleità di facili successi o di più fragorosi applausi. Forse, è una sua romantica debolezza far notare al pubblico della rivista il suo talento di attrice di prosa. Così, nelle sue esperienze di prosa, quante volte è assalita dalla nostalgia di una nuova — o antica canzone. Perché, ripetiamo, la sua personalità non tollera ripartizione. Uno è il suo temperamento. Nè i suoi ritorni al teatro minore sono motivati da motivi pratici o banali. Nè tanto meno risultano l’espressione dello stato d’animo di chi, incompreso o sfiduciato, abbandona il suo mestiere per abbracciarne un altro più umile ma redditizio. La fioraia del Pincio e Cappuccetto rosso non sono il frutto d’una protesta o d’un compromesso. In questo senso è un’eccentrica. Eccentrica non già per i suoi vestiti, i suoi cani, la sua conversazione non perfettamente addomesticata, le leggende che ama creare intorno al suo nome, ecc. … ecc. Eccentrica, invece, perché nel mondo illusorio e convenzionale del palcoscenico ha un posticino tutto per sé. E guai a volerglielo usurpare.

Mercutio

Cantachiaro, rivista satirica in due tempi di Tuddo, Garinei, Giovannini e Monicelli, regia di Oreste Biancoli, Teatro Quattro Fontane, Roma 1 settembre 1944.

Autore: tributetoannamagnani

"Tribute to Anna Magnani" è un progetto ideato e realizzato per rendere omaggio ad Anna Magnani, a scopo didattico e senza fini commerciali. For Study Purposes Only.

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